Part 22
Il duca aveva tentato di trarla da quello stato di angoscia muta e raccolta, ed era giunto financo a proporle di fare un viaggio per l’Italia; ma lei, senza rispondere, gli aveva rivolto uno sguardo così sdegnoso che il vecchio, timido e dimesso innanzi a sua figlia, non aveva osato d’insistere.
— Povera figliuola! — aveva detto mentre ella usciva dalla stanza.
Era tornata nella sua cameretta, l’istessa in cui aveva trascorso tanti anni della prima giovinezza, e si era lasciata cadere sul lettuccio. La mano le corse ad una collana d’oro e di gemme che in quei due anni aveva portata sempre al collo, la staccò e si diede a baciarla mentre calde lagrime le scorrevano giù per le gote.
Era la collana d’oro che quando ancora era una fanciulletta aveva perduto e le era stata restituita da un misero contadinello.
Quel misero contadinello era suo cugino; quel misero contadinello divenir doveva lo sposo dell’anima sua!
Tristi, tristi nozze erano state quelle! Che cosa non avrebbe dato lei, che cosa non avrebbe dato lui perchè il loro amore fosse santificato da Dio, fosse legittimato dagli uomini? E ciò il destino aveva loro concesso facendo del loro connubio un’opera di salvezza; l’aveva concesso per dividerli, li aveva uniti onde una morisse per l’altro, inesorabilmente.
Erano due anni, due lunghi anni che nessuna nuova di Riccardo era giunta a lei. Pure essa sentiva che Riccardo viveva, sentiva che egli era col pensiero a lei, come lei era col pensiero a lui. Sentiva che sarebbe tornato, ma intanto scorrevano i giorni, scorrevano le torride ed insonni notti, ed invano, invano ella vagava col pensiero in cerca di lui. Dove, dove fissarsi con l’anima anelante? In quale plaga, sotto qual cielo, e donde, donde veniva l’anima di lui che ella sentiva perenne intorno a sè?
Talvolta era turbata da un’idea; non era stata troppo severa lei nel volere la separazione dopo le nozze? Non era stata troppo severa nel fargli una colpa dei rapporti con la Regina contratti in tempi in cui se ella era amata, non aveva di un solo sorriso incoraggiato Riccardo in quell’amore? Col sacrificare il suo pudore di donna alla salvezza della Sovrana, non aveva lei rotto quei rapporti, divenuti incresciosi a colui che era adesso suo marito? Perchè aveva voluto spingere l’eroismo a tal segno, deludendo forse la volontà del destino?
In quei due anni aveva acquistato maggior coscienza della vita e aveva compreso che la sua severità non era in fondo che gelosia, gelosia della quale aveva incominciato a sentire confusamente un tal quale rimorso.
Gl’impeti del sangue giovanile nulla toglievano all’amore che come una religione Riccardo custodiva per lei. Varcando la soglia della camera nuziale, se sgombra di ogni altro sentimento egli avesse avuto l’anima amante, se integra fosse stata la dedizione a lei, il suo bacio di vergine gli avrebbe ridato una verginità. Rotto ogni rapporto, con la Regina, nessuna traccia ne sarebbe rimasta in lui e la felicità sarebbe stata profonda e sconfinata come il loro amore.
Ma un tal pensiero era combattuto da un sentimento che non riesciva a dominare, da una visione che la faceva rabbrividire: lui fra le braccia di quella donna!
Meglio, meglio quel dolore sordo, continuo, che una felicità interrotta da tale orrida visione! Poteva così amarlo, poteva così abbandonarsi all’immagine sua con la sola dedizione dell’anima; potevano i loro spiriti congiungersi per lo spazio immenso, puri da ogni terrena passione!
Così ondeggiava, così aveva per due anni ondeggiato in tali pensieri pur sempre dolorosi! La sua vita era scorsa solitaria, chè ogni svago, ogni distrazione si rifiutava: solo la lettura le era alquanto di sollievo e le opere pietose a cui attendeva. Non usciva dal castello che per andare a messa la domenica nella chiesetta del villaggio, e di tanto in tanto alla benedizione della sera per pregare sulla tomba in cui dormivano il sonno eterno il padre e la madre di Riccardo.
E proprio la sera di quel giorno aveva inteso un gran bisogno di pregare. Nell’Avemaria di ciascun sabato convenivano nella chiesetta a dire il rosario tutte le contadine, ed ella amava d’inginocchiarsi fra quelle poverette e sposare le sue preghiere alle preghiere di coloro che forse ne invidiavano le ricchezze e che di gran lunga erano al certo meno miseri di lei!
Avrebbe preferito di andar sola, ma il duca non aveva voluto non solo perchè sarebbe stato disdicevole per una dama in quei tempi non farsi accompagnare dai guardiani, ma anche pericoloso. Benchè il brigantaggio fosse del tutto spento, pure ci era sempre da temere in un risveglio; onde Pietro il Toro era stato incaricato di disporre, ogni qual volta la contessa gli faceva dire che sarebbe andata in chiesa, che alcuni dei guardiani le fossero di scorta.
Il vecchio scorridore non cedeva a nessuno un tale onore. Fra lui ed Alma ci erano dei rapporti ben più affettuosi di quelli che intercedano fra padroni e servi. Pietro però non ne abusava. Nessuno più di lui poteva intendere il dolore della giovinetta, nessuno più di lui poteva più sinceramente compiangerla, ma si limitava a scrollar la testa allorchè la vedeva così afflitta; e se per caso i loro occhi s’incontravano, Pietro per non acuire i dolori di lei cercava di darsi un contegno tranquillo ed indifferente.
Ma anche lui, il vecchio scorridore, aveva una spina nel cuore. Talvolta lo sentivano borbottare in disparte, ma lo si sapeva di modi troppo spicci e maneschi perchè si osasse di chiedergli che cosa sovente gli facesse scrollare il capo, mentre un sospiro di dolore gli usciva dal petto.
Pure una volta fu udito che diceva:
— Quando tornerà lui, perchè tornerà, lo sento, bisogna che quella poveretta sia seppellita in terra di cristiani, che cristianamente morì quella poveretta!
E se ne facevano molti commenti senza che s’indovinasse il significato di quelle misteriose parole.
La sera dunque di quel sabato Pietro fu avvisato da una delle cameriere che la signora contessa sarebbe andata alla benedizione nella chiesetta del villaggio.
Quando la contessa verso l’imbrunire uscì dal castello trovò presso la postierla il vecchio Pietro armato, a capo di quattro guardiani armati anche essi, che da un pezzo aspettavano tenendosi dritti e immobili alla militare.
Ella sorrise a Pietro, rispose con un cenno della testa al saluto dei guardiani e si diresse verso la chiesetta. Vestita di nero, con un nero velo sulla gran massa aurata dei capelli: il sole del tramonto l’avvolgeva come in un nimbo di rosa, ed ella passava raccolta in sè, con l’incedere stanco di chi vive nella tristezza.
I guardiani la seguivano con l’aria severa di chi sente in sè riflesso il prestigio della casa a cui appartiene. I contadini che tornavano dal lavoro dei campi si fermavano per togliersi il cappello e per seguire con gli occhi la giovinetta, le cui opere pietose avevano conferito come un’aureola alla sua delicata e soave leggiadria.
In quel punto dal campanile della chiesetta squillarono i rintocchi che chiamavano i poveri villici alla preghiera della sera. Uscivano dai tuguri le contadine che avevano deposte le ceste, le fascine portate dalla campagna. Il giorno appresso era festa, quindi potevano indugiare quella sera ad andare a letto, potevano raccogliersi in comune nella preghiera.
Esse erano ben liete e quasi orgogliose di avere a compagna la figlia del loro signore che era stata l’amica della Regina. Era un conforto per esse, povere creature che non avevano mai conosciuto la felicità, il vedere, il sentire che quella giovane donna, che portava un gran nome, che possedeva una grande ricchezza, che era bella come un angelo del buon Dio, pregava come un’afflitta a piè dell’altare la Madre degli afflitti. Ci erano dunque dei dolori profondi oltre a quelli che esse soffrivano per la loro miseria?
Ed erano indotte da quella comunione di tristezza alla rassegnazione. Tutti dunque soffrono quaggiù, anche coloro cui la fortuna fu prodiga di ogni suo dono? In ginocchio, col capo sul petto, nella penombra di quella povera chiesa con un semplice e disadorno altare in fondo, con un crocifisso in alto, sopra una immagine della Madonna, innanzi alla quale ardevano due candele, esse dimenticavano la distanza del grado e della nascita, e si sentivano accomunate con quella figlia di uno dei più cospicui signori del Regno nella muta preghiera che si elevava a Dio dalle loro anime addolorate.
La chiesetta era già affollata quando Alma entrò. Tutti si fecero da parte per darle il passo. Attraversando la navata, andò ad inginocchiarsi innanzi alla lapide che chiudeva la tomba dei duchi di Fagnano, ove avevano sepolto anche la madre sua, e si diede a pregare fervidamente, mentre si elevavano tristi e solenni le voci dei fedeli che cantavano le litanie.
I guardiani si erano arrestati nel fondo. Solo Pietro aveva seguito la giovinetta ed appoggiato a uno dei pilastri si teneva immobile. Portava, è vero, sul petto l’immagine della Madonna del Carmine, ma reputava bastevole il baciarla devotamente allorchè la sera metteva il capo sul guanciale. Tutte le altre pratiche convenivano bensì alle donne ma non agli uomini; perciò se ne stava pressochè indifferente, non perdendo di vista, come un buon cane di guardia, la sua padrona.
Veramente, come tutte le anime rozze ed incolte sentiva profondamente la fede in un essere superiore che considerava come il padrone di tutti, anche dei suoi padroni. Ma la lunga vita passata nei boschi l’avevano disavvezzo dalle pratiche religiose che non avevano molta importanza per lui.
Certo non si divertiva, anzi era così seccato talvolta della monotona cantilena delle contadine che volontieri le avrebbe spazzate via. Ma era troppo compreso del suo dovere per osar di mostrare la noia che gli faceva metter sovente la mano alla bocca per nascondere gli sbadigli.
Fu appunto in uno di questi momenti che volgendo in giro gli occhi vide l’ombra di un uomo al par di lui appoggiato ad un pilastro e che al par di lui si teneva immobile. Per quel che poteva intravedere confusamente, non era punto un contadino. Chi era dunque? Lui conosceva tutti del paesello e non aveva bisogno di vederli in viso. Il viso di quell’ombra gli era nascosto, ma a giudicare dall’atteggiamento pareva che tenesse gli occhi addosso ad Alma da cui era discosto solo di pochi passi.
— Chi diavolo può essere? — borbottò Pietro che da antica abitudine era indotto a diffidare di ciò che non appariva chiaro al suo grosso cervello.
Lo sconosciuto si era posto, quasi temesse quel po’ di luce che irradiava dall’altare, nel buio dietro il pilastro e volgeva le spalle a Pietro.
— Bisogna che sappia chi è. È vero che adesso i tempi son mutati, non so se in peggio o in meglio, ma si suol dire che il diavolo non ha pecore eppure vende lana!
Diceva ciò sforzandosi di vedere in viso lo sconosciuto che continuava a tenersi immobile.
Intanto la funzione era finita; le contadine si alzarono per andar via. Si alzò anche Alma e mosse per uscire.
Pietro il Toro stette un momento incerto, ma la curiosità fu più forte del dovere; lasciò passare la contessa, poi rapidamente si accostò allo sconosciuto.
Nello scalpitio della folla che usciva dalla chiesa echeggiò un grido.
Alma aveva trovato i guardiani innanzi lo spiazzo della chiesa; ma dov’era Pietro il Toro che la seguiva sempre come la sua ombra?
Si guardò intorno e poi si rivolse ai guardiani:
— Pietro — disse — non è uscito con voi?
— No, Eccellenza — le rispose uno di essi — È ancora in chiesa.
Si mise in via senza chiedere più oltre. Era forse una delle solite bizzarrie di quel vecchio a cui ella oramai era usata.
Avevano fatto pochi passi quando uno dei guardiani disse:
— Eccolo che esce. Ma che ha Pietro il Toro? Non mi pare che abbia l’aspetto ordinario.
Ella si fermò a tali parole, ma già Pietro il Toro le era dinnanzi.
Anch’ella rimase sorpresa quasi spaventata. Pietro il Toro aveva una strana fisionomia, un viso quasi sconvolto come chi abbia il cuore gonfio e a stenti trattenga le parole. Quando fu vicino alla sua padrona mosse le labbra per parlare ma ne uscì un mugolio come se la voce lì lì per prorompere gorgogliasse nella gola.
— Che avete, Pietro? — gli chiese Alma che incominciava a sbigottirsi.
— Che ho? Nulla! — rispose il vecchio dopo un pezzo — Che posso avere? Ho che se Vostra Eccellenza mi dicesse: Pietro, tu devi volare, a me pare che stasera mi siano spuntate le ali, e volerei! Ah, che brutto uccellaccio, non è vero? Ma volerei, ve lo giuro!
Ella continuò a guardarlo sorpresa, perplessa. Se non l’avesse visto nell’andare in chiesa così calmo, così severo, col viso come di consueto rabbuiato, avrebbe creduto che Pietro il Toro, pur di solito così sobrio, avesse alzato il gomito.
— Pietro ha bevuto — mormorò uno dei guardiani agli altri — Nel venire non ce ne accorgemmo; ma il vino ha lavorato alla chetichella ed ora ecco gli effetti.
— Ma perchè non andiamo al castello? — continuava a dire Pietro il Toro — Che facciamo qui fermati? Ammenochè Vostra Eccellenza non mi ordini di ballare. Un tempo ero famoso. Lo domandi al vecchio Carmine. È vero però che mi chiamavano l’orso.
Ma era ubbriaco, era ubbriaco, o incominciava a dar di volta?
Questo si chiedevano i guardiani seguendo Alma e discorrendo sottovoce perchè Pietro non sentisse. Egli intanto andava innanzi e indietro festante come un cane che abbia ritrovato il padrone. Però era troppo furbo per non accorgersi della sorpresa destata nei suoi compagni ed anche nella contessa.
— Ah, voi mi tagliate i panni addosso perchè mi vedete così allegro! E che! Non son padrone di essere allegro? Finora fui, come suol dirsi da noi, col morto davanti, e voi non eravate contenti. Pietro, che hai? Vecchio, perchè quell’aria funebre? Noi vogliamo sapere quel che ti passa pel capo. Ed ora che sono allegro, ora vi chiedete se son pazzo o se sono ubbriaco! Non sono nè l’uno nè l’altro. O meglio, sono pazzo sì, fino al punto che stasera pagherò da bere a tutti. Proprio, quando il servizio sarà finito e i padroni andranno a letto... ma qualcheduno non dormirà, ve lo assicuro io... noi faremo un pò di baldoria, e domani, domani nessuno vi troverà a ridire, anzi si troverà che non ne avremo fatta abbastanza. E inviteremo anche Carmine. Perdio, lui per il primo! Povero Carmine, se gli dicessi una parola, una sola... Ah, imbecille che sono! E che dovrei dirgli? Nulla, nulla, solo che vogliamo stare allegri perchè, via, ne era tempo ormai.
Immersa ne’ suoi pensieri, Alma non l’ascoltava punto, quantunque ben sorpresa della parlantina del vecchio, di consueto così taciturno. Ella aveva intuito il perchè della profonda tristezza del vecchio: era il ricordo della povera Vittoria, era l’assenza di lui: glielo leggeva negli occhi, nel sorriso nei momenti in cui s’incontravano nei corridoi del castello; ma nessuno di essi ne aveva parlato mai, egli per riverenza, ella per ritrosia.
Giunti alla postierla Alma si rivolse come faceva ogni volta per rispondere al saluto dei guardiani, dai quali si sentiva molto amata, e già era per salire le scale che mettevano nelle sue stanze allorchè vide il vecchio Pietro che si era tolto il cappellaccio e mostrava nel viso sorridente il desiderio di parlarle. Onde si arrestò e non potè trattenersi dal dirgli.
— Ma insomma, Pietro, che hai?
— Ho contessina, ho che... ho fatto un voto.
— Un voto tu, e a chi?
— Alla Madonna del Carmine alla quale debbo se dopo tante peripezie sono ancor vivo.
— E in che consiste un tal voto?
— Glielo dirò, Eccellenza, glielo dirò. Vede, Eccellenza, quella porticina che serba ancora le traccie del fuoco e del fumo? Fu proprio in quella che lui... il conte suo marito... capitan Riccardo che io ho amato come un figlio... cioè, bestia che sono! che amo come un figlio quantunque sia un gran signore... Io lo sapevo, ma lo tenevo celato a lui, perchè... perchè... è inutile dirlo il perchè. Fu dunque da quella porticina che lui tra il fumo, le fiamme, le schioppettate si precipitò come un leone sui Francesi. Ah, l’avesse visto! Un vero paladino di Francia... Altro che Rizzieri!... Altro che Fioravante!... E così diede il tempo a lei, alla Regina, al duca di porsi in salvo!
Ella ascoltava commossa, con la visione di lui negli occhi, di lui bello e prode, di lui così temuto e così amato. Ma perchè Pietro, che per non acuire i dolori di lei, con istintiva delicatezza non aveva mai evocato tali ricordi, perchè quella sera, tutto pervaso di una sì strana allegria, l’aveva financo trattenuta, ciò che per un altro sarebbe stato una grave mancanza di rispetto?
— In che dunque consiste un tal voto? — tornò a chiedergli.
— In una bizzarria, un capriccio da vecchio. Eccellenza, che non le sarà poi di gran fastidio, perchè lei, anche senza il mio voto, va sempre tardi a letto, e quando veggo i vetri della sua stanza illuminati dico fra me: La mia padrona piange, e avrei dato il mio sangue, i pochi anni che mi restano di vita perchè la mia padrona non piangesse più e... ridesse come io ora rido!...
— Lo so Pietro, lo so che mi vuoi bene, ed anche lui ti voleva bene.
— Ti voleva? che cos’è questo _voleva_? Mi vuole, ha capito Eccellenza? mi _vuole_ bene!...
Alma trasse un sospiro e mosse per salire la scala.
— Non le ho detto il mio voto! — s’affrettò a dir Pietro — Mi faccia la grazia di trattenersi ancora un poco... Ecco qui... lei dovrebbe star sveglia fino a mezzanotte nella sua stanza... come fa sovente del resto.
— Che sono queste pazzie, Pietro? — esclamò lei che incominciava a credere davvero il vecchio avesse dato di volta.
— Pazzie? Le chiama pazzie! Io sono dunque un pazzo? Sì, sì, me lo dirà poi, saprà poi perchè e di che son pazzo! Son pazzo perchè sono savio, e non sono mai stato tanto savio quanto stasera in cui son pazzo!
Ella, un po’ infastidita, gli disse, tanto perchè non la importunasse più oltre:
— Non vo’ mai a letto prima di mezzanotte; potevi anche risparmiarti di dirmi il tuo voto.
Pietro la seguì con lo sguardo finchè ella disparve.
— L’ho fatta andare in collera! E veramente, poichè non sa, non posso darle torto. Ah, se sapesse, sarebbe pazza più di me, lei, povera creatura! Ora bisogna che vegga Carmine. Non dirò niente neanche a lui: io ho potuto resistere perchè son pur sempre Pietro il Toro; ma lui povero diavolo non reggerebbe alla gioia. Se io, al primo istante, intesi come se il cuore mi scoppiasse! Sfido... una sorpresa simile... vedermelo dinnanzi così di botto! Ed io che lo piangevo per morto! Non ne dicevo nulla per pietà di quella povera anima di Dio che si struggeva dal dolore! Ma ora non andrà più via; ora dopo tante traversie, dopo tante sciagure, dopo tante vicende sanguinose bisogna godersela la vita in pace e in gioia. O che forse non ne abbiamo diritto?
Di un tratto il viso del vecchio si abbuiò.
— Ah, se fosse qui con noi quella poveretta che giace, laggiù sotto quattro zolle di terra! È vero che... si era posta in capo una certa idea... Povera donna! La dicevano crudele, feroce, sanguinaria, ed era in fondo una buona creatura. Ma dovrà tornare qui... Lui lo vorrà, lo vorrà, onde quella sventurata sia vicino a coloro che amò tanto e pei quali morì!
Stette un istante pensoso.
— Orsù — disse poi, ridivenendo lieto — bando per stasera alle idee tristi. Ho promesso di pagar da bere a tutti... Dimani ne sapranno il perchè... Ah, dimani questo vecchio castello che ora mi sembra una sepoltura, sarà tutto una festa e...
Un pensiero gli troncò a mezzo le parole.
— E se lei si ostinasse?
Poi scoppiò a ridere come per darsi la baia.
— Che sciocco! Ma se lei si strugge, si strugge, povera figliuola, e ne sarebbe morta se lui avesse ancora tardato! Al vecchio Carmine, adesso. Che tiro gli vorrò fare, che tiro!
E prese la via delle stanze a pianterreno ove Carmine ogni sera a quell’ora faceva i conti con i lavoratori.
— Oh Pietro — disse Carmine al vederlo, interrompendosi per poco — ho da darti una nuova che ti farà piacere.
— Una nuova a me, tu? — gridò Pietro restando a bocca aperta per lo stupore.
— Sì, sì: aspetta che abbia finito... Delle nostre antiche conoscenze che son tornate... Le ho viste oggi... Poi, poi ti dirò:
E si rimise a discorrere coi contadini.
Pietro non si era riavuto dalla sorpresa. Quale nuova Carmine doveva dare a lui che ne custodiva una veramente sbalorditiva? E lui che era venuto col proposito di prendersi giuoco del suo vecchio amico, tenendolo sospeso con mezze parole! Si sentiva bene imbrogliato perchè stentava a credere che Carmine sapesse ciò che lui sapeva. Avrebbe continuato così tranquillamente a fare i suoi conti? Non avrebbe fatto echeggiare il castello dalle sue grida di gioia, come avrebbe fatto lui se non avesse promesso di tacere?
— Sbrigati, via sbrigati — disse a Carmine, non ne potendo più.
— Ho per massima di non rimandar mai le cose dell’oggi al domani.
— Sì, ma io intanto... Mi hai messo in tale incertezza...
— Ma che? Sei divenuto una donnicciuola? Non ti sapevo così curioso!... Aspetta, aspetta, che ora sarò con te...
E senza badargli più oltre continuò a far di conti.
Pietro si grattava la testa con un gesto a lui abituale quando era imbarazzato, e si rassegnò ad aspettare, rodendosi le unghie dall’impazienza.
— Ah, finalmente! — gridò quando vide che Carmine, essendo andati via i contadini, si accostava lui — Che ci è dunque, che ci è? Chi è tornato?
E stette perplesso ad aspettare la risposta. Ah, la gioia gli sarebbe stata assai avvelenata se Carmine avesse saputo ciò che lui sapeva!
— Il Ghiro ed il Magaro... ti ricordi? furono tuoi vecchi compagni d’armi... li ho incontrati luridi, laceri, affamati da far pietà, e li ho invitati a venir qui stasera.
Pietro il Toro s’intese come corbellato. In un altro momento avrebbe accolto con piacere quella nuova, chè era stato sinceramente affezionato ai suoi vecchi camerati; ma mentre egli ne aveva una di grande importanza sbalorditiva non poteva quasi perdonare neanche al vecchio Carmine il diritto di avere anche lui delle notizie.
— Bah — disse infine — mi fa piacere, sì, mi fa piacere; ma che cos’è questo in confronto di quello che so io?
— E che sai tu, che sai? — chiese Carmine.
— Che so? Nulla... Penso che il destino talvolta è ben curioso!... Dunque il Magaro e il Ghiro son tornati? Ne ho piacere, davvero, ne ho piacere. Ci siamo tutti i vecchi amici, i compagni di un tempo!
— Tutti no — rispose Carmine con un sospiro — manca il capo, manca l’aquila: son tornati solo gli sparvieri!
— Tutti, ti dico! — gridò Pietro.
Ma rimase confuso, imbarazzato, per quelle parole che non aveva potuto frenare.
Carmine lo guardò sorpreso; poi scrollò il capo, come se non avesse ben capito.
— Manca lui, manca capitan Riccardo! — mormorò con un sospiro.
— Sai, stasera ho invitato a bere i guardiani, festeggeremo il ritorno di... del Magaro e del Ghiro. Ti vogliamo con noi, hai inteso? Un po’ di allegria è necessaria di tanto in tanto. Se la cosa fosse durata più a lungo ne sarei morto.
— Quale cosa?
— La cosa... Dico così per dire. Ma tu hai avuto sempre il brutto vezzo di far delle domande che imbarazzano. Vo’ via perchè mi faresti andare in collera. Dunque ti aspetto nella mia stanza; faremo una partita e si starà allegri, hai inteso?
Detto ciò prese la via del cortile, lasciando Carmine alquanto incerto.
— Ha sempre avuto di queste bizzarie — mormorò il vecchio — Ma chi non ha difetti? E chi ha poi il cuore di Pietro?
Alma era salita nel suo appartamento in un angolo del castello. Presso la porta della sua camera incontrò una delle cameriere che le disse:
— Il signor duca ha chiesto di lei. Vuole che lo avvisi appena tornata.
Non aveva finito di dir queste parole che il duca comparve sull’uscio. Aveva in mano un giornale che leggeva attentamente. Nell’alzar gli occhi vide la figliuola.
— Ho una triste nuova da darti... dico triste perchè anche se nol meriti ci si affeziona con chi vivemmo per tanti anni in comunanza. La regina Maria Carolina è morta.