Sola contro tutti!

Part 21

Chapter 214,126 wordsPublic domain

— Che io vegga Vostra Maestà felice, che io la vegga nel fulgore del trono, formidabile di potenza su quel trono che Dio le ha dato, allora soltanto m’intenderò sciolto dal giuramento prestato. So bene che molta parte di me non mi appartiene; che la mia lealtà come m’impone di dar la vita pel servizio della Maestà Vostra, m’impone di serbar la mia fede di sposo alla giovinetta che si è data a me sol per confondere ed abbattere i nemici di Vostra Maestà. So che voi partite, o Regina, sola, voi la Sovrana di tutto un popolo. Ordinate a che ora bisogna che mi tenga pronto, perchè io vi seguirò.

— Mi seguirai? — disse lei che aveva ascoltato ora sfavillante di gioia, ora abbuiandosi in viso.

— Sì, sì, questo è il mio dovere.

— Quale sarebbe dunque il mio? — mormorò la Regina che contemplava pensosa il giovane fiero e bello, il quale era pur sempre il servo devoto ma che, ben lo comprendeva, non era più l’amante. Qual dunque sarebbe il mio dovere? Morire!

EPILOGO.

Erano trascorsi due anni dagli avvenimenti che abbiamo narrato.

Il castello di Fagnano era silenzioso e triste. Chiuse le finestre, chiusa la gran porta; solo la postierla socchiusa era indizio che qualcuno lo abitava. Le circostanti campagne erano anch’esse silenziose in quel bellissimo giorno di maggio. Chi le avesse viste al tempo del brigantaggio contro i Francesi non le avrebbe riconosciute. I contadini eran tornati tranquilli ai loro lavori, e il paesello in fondo, pressochè deserto durante il giorno, spirava un’aria di pace profonda e di raccoglimento.

Il molino della vecchia Geltrude faceva sentire il suo tic-tac tra il ronzìo dei mosconi, lo zirlar dei grilli, il grido delle rondini che volitavano intorno al tetto. La vecchia filava sull’uscio, spiando di tanto in tanto per vedere se scendesse qualcuno dal sentieruolo che metteva capo al suo molino, struggendosi dalla voglia di far quattro chiacchiere.

Era sempre la vecchietta arzilla, dagli occhietti irrequieti, dalla parlantina perenne che aspettava al varco i mulattieri e i contadini per chieder loro notizie del paesello e per tagliare i panni addosso alla gente.

La vecchietta canticchiava con aria contenta, interrompendosi talvolta per umettare con le labbra il filo troppo arido.

— Toh, toh, chi si vede! — fece di un tratto, e gettando lungi dà sè fuso e conocchia si alzò e corse fuori, facendo di gran gesti ad un vecchietto che scendeva a cavallo giù pel sentiero. — Non ti lascerò andare innanzi, no, no: son due mesi ornai! Ci ho una bottiglia di vinetto bianco che è una delizia, con certi biscotti che ho fatto io e che a te un tempo piacevano tanto! Berremo la bottiglia, mangeremo i biscotti, faremo quattro chiacchiere e poi, poi ti lascerò partire.

— Posso dire di no, posso dire di no ad una vecchia amica come te? — rispose Carmine che lentamente si era lasciato sdrucciolare dalla cavalcatura — Ma non più di un’ora, hai capito? non più di un’ora, che il duca aspetta impaziente i giornali.

— Solo i giornali aspetta? E la duchessa?

— La contessa, vuoi dire.

— Già, la contessa; poichè non vuole che le si dia altro titolo, chiamiamola pure così... La contessa, dunque, povera creatura... una santa, una vera santa pel cuore e per la bellezza... com’è afflitta!... Sfido io, ne ha ben ragione!... E dimmi: Pietro il Toro sta bene? Non è più quello, non è più quello... Lo vidi un mese fa; sembra più vecchio di venti anni... E il duca? Quello lì pare contento... Già, bisogna essere egoisti per vivere felici. Ma insomma, parla, contami tutto.

— Me se non me ne dai il tempo! — rispose Carmine.

— Hai ragione, si, hai ragione! Ma gli è come quando sturo al mattino il condotto del molino e l’acqua raccoltasi per tutta una notte prorompe impetuosa. Me ne sto sola qui per giorni interi, sola, senza poter dire una parola altro che al gatto al quale racconto tutti i miei guai.

Intanto si erano incamminati verso il molino. Carmine mise il muletto sotto la tettoia e poi entrò nella stanzuccia.

— I tuoi guai! — disse tra severo e scherzoso — E che ti manca? Non hai avuti condonati tutti i debitucci dall’amministrazione del duca e non sei stata affrancata dal censo?

— Dico guai così per dire...

— So, so quel che ti manca... Un marito, vecchia strega...

— E credi tu che se lo volessi... Sarebbe più facile a me di trovare un marito che a te una moglie, a te che non puoi reggere neanche i calzoni...

— Andiamo, via, porta codesta bottiglia di vino. E bada veh, che se vorrai parlar sempre tu, io tacerò lasciandoti struggere dalla curiosità.

— Ci sono dunque delle notizie? — gridò la vecchia sollevando il capo con gli occhi balenanti per la gioia.

— Si e no. Ma porta il vino, porta i biscotti. Io andavo in pace per la mia strada: fosti tu ad invitarmi...

— O che forse in altri tempi non eri tu a venirmi attorno, non eri tu?

I due vecchietti si scambiarono un’occhiata maliziosa e insieme un melanconico sorriso.

— Siedi, via — disse Carmine che togliendo la bottiglia dalle mani di Geltrude aveva riempito i bicchieri — siedi e bevi.

— Alla tua salute, Carmine.

— Alla tua Geltrude.

Bevettero entrambi guardandosi negli occhi.

Tutta la storia triste e fortunata di quel popolo che sol da poco era tornato nella pace, si riassumeva in quei due vecchi che attraverso tante tragiche vicende per l’ambizione di pochi che aveva fatto scorrere fiumi di sangue, erano rimasti semplici e buoni.

— Dunque — disse Geltrude posando il bicchiere e forbendosi le labbra col grembiule — conta, ora. Nessuna nuova di lui?

— Nessuna! — rispose Carmine con un sospiro.

— E quella povera creatura?

— Un angelo, mia cara, un angelo. Sai l’ultima sua opera? In una stanza a pianterreno del castello ha fatto mettere delle seggiole, dei banchi con tavolinetti, e ogni giorno le povere mamme che debbono andare in campagna lasciano colà i loro figliuoli che finora erano costrette ad abbandonare per le vie; e quei marmocchi sono vigilati da una maestra che la contessa ha fatto venire da un paese molto lontano, ed hanno la merenda e il desinare.

— Toh, che cosa bella! — esclamò Geltrude che aveva sgranato gli occhi dalla meraviglia — Scommetto che nè a te nè a me sarebbe venuta una tale idea. E il duca, che fa il duca?

— Molto mutato da quello che era un tempo. Ora è tutto inteso al monumento che deve sorgere sulla tomba del fratello.

— Molto mutato, è vero: l’ho sentito dire anch’io. E poi, basterebbe quel che ha fatto per me col condonarmi i miei debiti e con affrancarmi dal censo...

— Nessuno mi caccia dalla testa — fece Carmine — che tu non al duca devi essere riconoscente, ma a lui, a lui!...

— Ma se fu il duca...

— Che ne sapeva il duca che il molino era gravato da un censo? O che un gran signore come lui sa queste cose? Pure, appena tornò qui ti fece chiamare... Quando mai ti aveva conosciuto? A meno che quaranta o cinquant’anni fa non ti avesse gironzato attorno.

— Cinquant’anni fa non ero ancor nata! — rispose la vecchia con un certo sussiego.

— Già: forse... forse non era neanche nata tua madre! Insomma, lui non ti conosceva. E poi un tempo era tanto superbo, tanto severo con la povera gente! Fu lui dunque che gli parlò di te.

— Hai ragione, hai ragione, fu lui! — esclamò la vecchia giungendo le mani. — Caro, caro e bravo signore, ricordarsi di me, di me, mentre chi sà da quali dolori aveva stretto il cuore!

— E non fu lui a ricordarsi di me, non fu lui?

— Conta, conta... Come dunque il duca ti volle al suo servizio il duca che sapeva che tu sapevi?... Ma intanto bevi! Bada veh, che fintanto la bottiglia non sarà vuotata tu non andrai via...

E la vecchia riempì i due bicchieri e ne porse uno a Carmine.

— Al ritorno di lui, Geltrude! — disse Carmine nel portare alle labbra il bicchiere.

— Ed alla pace ed alla salute di lei! — fece la vecchia bevendo.

— Come entrai al servizio del duca? Lui, sempre lui, mia cara. È vero che quella buon’anima del padre del nostro povero Riccardo... dico povero perchè chi sa che ne è di lui, chi sa che gli sia capitato in questi due anni, chi sa che ha sofferto!... Basta... penso che ci è la madre lassù che prega per lui, la madre...

— Ogni sera anch’io dopo aver detto il rosario lo raccomando alle anime del Purgatorio... Glielo debbo un tal segno di gratitudine! Essersi ricordato di me mentre aveva da pensare a ben altro!...

— Dunque — continuò Carmine — il duca, il vero duca mi aveva morendo raccomandato ai Francesi. In sulle prime tutto andò bene, quantunque ci soffrissi a trattar con quella gente: poi mi mandarono via con la scusa che ero troppo vecchio, e me ne tornai nella mia casetta confuso e scornato...

— Più povero di prima.

— Assai più povero! Ma una speranza mi sorreggeva, perchè io ho sempre avuto fede nella Provvidenza, la speranza che lui tornasse. Però passavano i mesi e senza il soccorso degli amici, e specialmente di una certa Geltrude...

— Che, che! Un po’ di farina, un po’ di formaggio, ecco quel che poteva offrire quella certa Geltrude. Ah, se non fosse stato per le male lingue, ti avrei voluto con me qui!

— Le male lingue? Come ci entrano le male lingue?

— Fai lo gnorri tu, fai lo gnorri! Che avrebbero detto le male lingue se ti avessi accolto in casa mia anche per dormirci? Sai quante se ne son dette sul conto nostro!...

— Ah, diavolo, ah, diavolo! — esclamò Carmine scoppiando a ridere. — Per questo tu mi tenevi un certo linguaggio misterioso che io non intendevo punto?

— Che ci è da ridere? Le male lingue avrebbero detto che tu eri il mio ganzo... Si è tanto facile qui a sparlare della gente!

— Come vuoi tu, come vuoi tu! Ma le male lingue mi avrebbero troppo lusingato! Basta, non m’interrompere. Dunque vivacchiavo alla meglio e avevo tutto venduto. Quasi tutto il villaggio aveva dei diritti sul mio campicello, e questo sì che mi era di una pena, di una pena che mi faceva bagnar la notte di lagrime il guanciale!

— E non me ne dicesti mai nulla, scioccone! Perchè io ti sapevo in bisogno, ma fino a questo punto poi! Se l’avessi saputo, me ne sarei infischiato delle male lingue...

— Un giorno — continuò Carmine senza badarle — il paesello fu messo a rumore da una notizia strabiliante: il duca aveva fatto adesione al governo dei Francesi e sarebbe tornato al suo castello con la figlia maritata a Riccardo, riconosciuto per erede legittimo del padre suo, del padre suo che era morto fra le mie braccia. La notizia era contenuta in una lettera che io sentii leggere da Pasquale, sai bene, il segretario del Decurionato. Era così strano, così inverosimile, che in verità me ne tornai nel mio tugurio scuotendo le spalle, e non ci pensai più come non si pensa ad una fiaba di quelle che si narrano ai fanciulli.

— Anch’io nei tuoi panni non ci avrei creduto.

— Potevo io crederci se sapevo... quel che sapevo? La Regina avrebbe permesso che Riccardo sposasse la figlia del duca di Fagnano?

— La Regina?... E che ci entra mo’ la Regina?

— Come, non sai che!...

— Che cosa, che cosa? — gridò la vecchia con gli occhi accesi dalla curiosità.

— La Regina — disse Carmine con voce sommessa, quasi temesse di essere udito — era innamorata di Riccardo.

— O che mi dici? Anch’esse dunque, le regine, fanno di queste cose? Anche i re possono avere un’altra corona, non di oro, ma di?... Del resto, la Regina era ancor giovane: ho sentito dire che aveva quasi la mia età...

Carmine la guardò un istante ed era lì lì per prorompere, ma si contenne e proseguì:

— Non ci pensai più dunque; pure mi struggevo dal desiderio di sapere che fosse avvenuto di quel giovane che io avevo amato come un mio figliuolo. Ah, se avessi saputo leggere al certo mi avrebbe scritto, perchè non era capace di scordarsi di me, quantunque fosse divenuto un duca. Era stata sempre un’anima grande la sua, anche quando non era che un misero trovatello.

— Bello poi come un principe.

— Beh, dunque una mattina io ero seduto sulla soglia della mia casetta quando vidi venire alla mia volta un gruppo di persone che parlavano ad alta voce: intesi fare il nome del duca di Fagnano, di Riccardo, della contessa, onde io mi accostai e così seppi che la sera istessa sarebbe giunto il duca con la figliuola, avendo ottenuto la restituzione dei beni. La cosa era certa, perchè erano già giunti nel castello alcuni servi che avevano aperto le porte e le finestre per dare aria alle stanze da gran tempo chiuse. Per assicurarmene corsi al castello, e il cuore mi si allargò quando vidi coi miei propri occhi che quei tali avevano detto il vero.

— Ricordo che quando questa strabiliante notizia giunse alle mie orecchie io non dormii per tutta la notte.

— Insomma, a farla corta, dopo due giorni il duca tornò con la figliuola che i servi chiamavano contessa...

— O perchè mo’? Questo non ho potuto capire.

— Perchè il Re per far conservare al duca il suo titolo che sarebbe spettato a Riccardo, ha nominato questi conte di Rovito. Hai compreso ora? E la contessa non ha voluto rinunciare al nuovo titolo col quale oramai suo marito è conosciuto.

— Suo marito! Che la lascia sola, una stella di bellezza come quella creatura! Ci dev’essere una causa!

— Son cose che noi non possiamo intendere. Chi sa quale mistero in questa che pare a noi una cosa inesplicabile! La vita dei signori non scorre semplice come la nostra... Pochi giorni dopo il loro ritorno, io ricordo proprio come se fosse ora, me ne stavo accanto al fuoco a veder bollire la pentola con un po’ di minestra, quando venne un servo con la livrea del duca e mi disse che il suo padrone mi voleva al castello. Ah, dissi, ci siamo; ha saputo che fui io a raccogliere il figlio di suo fratello e chi sa, chi sa cosa vorrà da me! Andai però con l’animo tranquillo, perchè son finiti i tempi in cui ai signori era tutto permesso. Ora i Francesi han fatto la rivoluzione e siamo tutti uguali, tutti fratelli; è vero però che chi ha, mangia, e chi non ha muore di fame, e che chi è nato sparviero vola e chi è nato verme striscia! Ma infine si sta meglio adesso.

— Sicuro — esclamò Geltrude — specialmente dacchè non pago più il censo.

— Chi può dire quel che intesi — continuò Carmine — allorchè fui innanzi a quell’uomo di cui sapevo tutte le colpe, tutti i vizî, e che aveva fatto morire di dolore un angiolo di Dio e costretto il fratello a fuggire in Francia? Appena mi vide impallidì, come sopraffatto dai ricordi e dai rimorsi; ma dovette fare uno sforzo perchè mi disse con troppo ostentata bonomia perchè fosse sincera: So che avete reso di gran servigi a mio nipote che è ora anche mio genero, il conte di Rovito, il quale è adesso all’estero per una missione diplomatica; e perchè ho bisogno di gente onesta e fidata, così per ricompensarvi di ciò che faceste per lui vi prendo al mio servizio come fattore. Avrete il vitto, l’alloggio e dieci ducati al mese.

— Dieci ducati al mese? — gridò Geltrude. — Capperi, ma dunque devi aver da parte molti bei denari!

— Nulla, Geltrude mia, nulla: ho riscattato dai debiti il campicello questo sì... Ed ecco come entrai al servizio del duca; e, bisogna dire la verità, mi si tratta proprio come uno di famiglia.

— E la povera contessa?

— Non me ne parlare di quella santa e buona creatura che vive Dio sa in quale strazio senza che mai si lagni, mai!

— Ma come si spiega che Riccardo... lo chiamo così perchè, sai bene, l’abitudine... che Riccardo non le scrive neanche?

— Io non me lo spiego, ma la contessa, ma il duca debbono ben saperne il motivo. Io non me lo spiego, perchè tu pure sai con quale passione ha amato e son sicuro ama colei che ora gli è moglie. In quei tempi, quando non aveva nè nome, nè pane, nè vesti, non era soltanto una follìa, era quasi un delitto, un sacrilegio per lui, un oltraggio per lei l’osare di guardarla; pure il destino sapeva bene quel che faceva con ispirargli quell’amore! Poteva mai lui sognare soltanto che un giorno sarebbe divenuto lo sposo di quell’astro? Sarebbe lo stesso che io sognassi di divenir papa! Ebbene, l’inverosimile, l’impossibile è ora un fatto, una realtà. Che avrebbe dovuto far lui? Non dipartirsi un solo istante, un solo da quella divina creatura... Invece, invece se ne sta lontano, chissà in quali parti estere, e non si dà la cura neanche di scrivere una lettera! Che razza di mistero sia questo io non so!

— Neanche una lettera, mai?

— Mai, Geltrude mia. Io due volte la settimana vo’, come andrò fra poco, all’ufficio postale per prendere le lettere e i giornali del duca. Quasi sempre al mio ritorno trovo la contessa nello studio del padre, ed ora incomincio a sospettare che aspetti me, proprio me. E sai che fa appena mi vede? Figge gli occhi sulle lettere per leggerne l’indirizzo, le prende, essa per la prima, e la mano le trema e gli occhi le si inumidiscono. Poi dà le lettere e i giornali al padre e se ne va lentamente come un’afflitta, come una delusa, nelle sue stanze!

— Ma, dico — osservò Geltrude che era divenuta pensosa — non ci fosse sotto qualche... tanto, siamo a quattr’occhi, mi spingo a dirlo... qualche torto di lei, del quale egli si sia accorto?

Carmine non la lasciò proseguire: diede un pugno sul tavolo che fece cadere la bottiglia, sì che il vino si versò pel pavimento.

— Ah lingua maledica — gridò — lingua infernale, se osi aggiungere un’altra parola ti caccerò con un pugno i due o tre denti che ti son rimasti.

— Ma che ho detto, infine? Si vede che la vecchiaia ti ha rimbambito. Ci sono torti e torti, e io non intendevo parlare di quello a cui l’anima tua, che pensa sempre al male, forse allude. Del resto, hai fatto spargere tutto il vino, e questo è sì buon: augurio, perchè quando si sparge del vino mentre si parla di una persona...

— Basta, basta... Ma ho fatto tardi e debbo andar via...

— No, no, non andrai via se non mi dici qualcosa di Pietro il Toro. Povero vecchio, così allegro un tempo, così disposto a tutto, a chiacchierare come a menar le mani...

— Pietro il Toro è il protetto della duchessa, la quale s’intrattiene spesso con lui, anzi più con lui che con me: però non ne sono punto geloso. Si vede che la contessa l’ha conosciuto in Sicilia. Non ti ho detto che lui custodiva l’atto matrimoniale del duca defunto, che lo custodì per trent’anni dopo averlo strappato al parroco? Ma di quel che accadde in Sicilia non dice mai nulla e invano ho cercato di fargli vuotare il sacco. Se avessi visto in che stato era ridotto quando giunse qui! Aveva attraversato lo stretto di Messina in una barca di pescatori, poi, povero vecchio, era venuto qui a piedi. Io lo incontrai e appena appena lo riconobbi; era lacero nelle vesti, disfatto, e non aveva mangiato da più giorni. Volli che mi seguisse al castello e fu a caso che ne parlai al duca, mentre la contessa era presente. Si suol dire che il silenzio è d’oro, ma in certi casi la parola, la parola è assai più dell’oro. Appena la contessa sentì fare il nome di Pietro il Toro, essa che quasi sempre è assorta nei suoi pensieri ed indifferente a tutto, si alzò accesa in volto, come se quel nome le avesse fatto sussultare il cuore, e mi disse poi: fa che venga qui, presto, presto, buon Carmine. Anche il duca pareva che conoscesse Pietro il Toro, ma non era così esultante come la contessa; pure non mostrava punto dispiacere. Ci volle del bello e del buono per indurre Pietro a salire le scale del castello; ma quando fu alla presenza della contessa, questa gli corse incontro e gli stese le mani, che Pietro, il quale è stato pur sempre rozzo e del tutto ignaro di certe convenienze baciò più volte commosso come non l’aveva visto mai. E quale non fu la sorpresa mia quando proprio il duca, lui, il quale al certo doveva sapere che era stato Pietro il Toro ad estorcere al parroco l’atto matrimoniale onde Riccardo ha potuto provare la sua legittimità, gli disse: Ti abbiamo fatto cercare per mare e per terra inutilmente; però ho sempre sperato che tornassi, perciò ti ho serbato il posto in casa mia: tu sarai il capo dei guardiani: farò le pratiche col governo e tu godrai dell’amnistia concessa a tutti. Non ti pare, cara Geltrude, che il duca avesse ricevuto l’imbeccata da qualcuno? E da chi, se non da Riccardo? Altrimenti come così di botto metteva Pietro il Toro a capo dei guardiani?

— Pare anche a me! — rispose Geltrude con una certa aria di sufficienza. — E che rispose Pietro, che rispose?

— Che rispose? Pareva più di quel mondo che di questo, tanto era confuso.

— Ma non è più quel di prima!

— Eh, credo che anche lui abbia un qualche dolore nel cuore, del quale ho creduto d’intravedere qualche cosa. Ricordi tu quella giovane donna che venne qui con Riccardo travestita da frate questuante? Devi sapere che quella era famosa, si chiamava Vittoria e uccideva un uomo come io bevo un bicchiere di vino. Ora io un giorno domandai a Pietro il Toro che ne fosse avvenuto di Vittoria e sai che mi rispose? Quella poveretta è volata al cielo! Ed aveva le lagrime agli occhi nel dir ciò. Ma non disse nulla di più, e poichè mi accorsi che alle mie domande si faceva sempre più scuro in viso, non volli dispiacergli più oltre.

Carmine si era alzato per andar via, ma Geltrude sperando di riuscire a trattenerlo ancora un pezzo, rimase seduta.

— Insomma, scusa il paragone, tu al castello ti trovi come l’asino in mezzo ai suoni! A me basterebbe poche ore per dipanar coteste matasse. Tu non sei stato mai troppo furbo; un buon uomo, questo sì, ma nulla più. E siedi ancora un poco...

— Ma che, ma che! Mi hai fatto chiacchierare per più di un’ora e non ti basta? Un’altra volta mi fermerò per un pezzo. Debbo andare e tornare coi giornali che il duca aspetta con grande ansia perchè pare si maturino di grandi cose a danno dei Francesi e tutti i re sono congiurati contro l’Imperatore.

— Va, va; verrò a farti io una visita al castello. Giusto domani è domenica, chiuderò il molino e... vorrò vedere. Mi basterà un’occhiata per capire tutto. Non ti nascondo che son capace di non dormire stanotte. Perchè ci è un mistero, un mistero ci è...

Carmine alzò le spalle ed uscì accompagnato da Geltrude.

Aveva inforcato la cavalcatura e si era già allontanato allorchè la vecchia gli gridò:

— Aspettami, sai, domani!

Egli si rivolse e le fece un segnò di assentimento.

Quando Carmine tornò al castello con le lettere e i giornali pel duca, trovò nella stanza da studio, come di consueto, colei che oramai da tutti era chiamata la contessa. Un velo di malinconia era diffuso pel volto delicato della giovinetta e ne rendeva più vaga la leggiadria. I grandi occhi pensosi raggiavano di una luce più blanda e la piega di dolore delle labbra era indizio dei segreti affanni di quel giovane cuore.

Gli occhi le si accesero allorchè vide entrar Carmine e fissarono il mucchio delle lettere e dei giornali che egli le porse come faceva sempre, quantunque il duca fosse seduto lì innanzi allo scrittoio. Ella ne lesse gl’indirizzi, e infine con un sospiro invano, trattenuto, diede al padre lettere e giornali.

— Povera figliuola! — mormorò il duca restando per un pezzo a fissarla.

Ella muoveva per andar via, visibilmente delusa, come ogni volta, nella sua vaga speranza. La posta non giungeva che soli due giorni la settimana, il mercoledì e il sabato, ed erano i giorni in cui ella or per una scusa or per un’altra si faceva trovare da Carmine nello studio di suo padre.

Fin dalla mattina ella appariva irrequieta, stizzosa, svogliata. Le due cameriere siciliane che l’avevano seguita oramai sapevano che la loro padrona in quei giorni mutava di umore per poi tornare come al consueto buona, indulgente e come affatto estranea a tutto.

Le due cameriere ne avevano ben compreso la causa e la commiseravano nei loro discorsi; ma usate al riserbo e alla discretezza non lasciavamo intravedere nulla a lei che appena tornato Carmine rientrava nelle sue stanze, ove per ore ed ore se ne stava assorta in pensieri assai tristi, a giudicar dallo aspetto di lei, e talvolta anche era stata sorpresa con gli occhi gonfi di lagrime.