Sola contro tutti!

Part 20

Chapter 203,983 wordsPublic domain

E pure talvolta era tutta una esultanza la sua, e le si dispiegava dinnanzi agli occhi un miraggio soffuso di una luce soavissima. Non amava ella quel giovane? Non aveva inteso per lui qualcosa d’ineffabile che non osava credere amore quando egli non era che un povero avventuriero venuto su pel suo coraggio dagli strati più umili della vita sociale? Non si era intesa punta da un sentimento che ben riconosceva adesso per gelosia, allorchè comprese quali fossero i rapporti fra quel giovane e la Regina?

Ella dunque l’amava, da gran tempo l’aveva amato, ed ora che lo sapeva suo cugino e per di più vittima delle male arti del padre, quanto più degno dell’amore suo non era quel giovane?

Le loro nozze avrebbero riparato a tutte le conseguenze dannose di quel riconoscimento. Sarebbero tornati insieme in quel vecchio castello, nei boschi secolari, tra la buona gente del paesello e avrebbero a poco a poco scordati i dolori e le traversie. I loro sogni s’erano incontrati ed erano divenuti una realtà: che importava se il caso aveva presieduto alle loro nozze, se la fatalità facendo macchinare l’indegno tranello ai nemici della Regina, aveva fatto sì che ella con una subita risoluzione salvasse l’onore della Sovrana e rendesse indispensabili quelle nozze? Di quel mezzo la Provvidenza si era servita per il suo altissimo fine, per congiungere i loro cuori, per riconciliare zio e nipote, per far risorgere una famiglia tra le più cospicue! Ella dunque poteva abbandonarsi all’esultanza ed affissar tranquilla e fidente la nuova vita che le si dispiegava dinanzi come un bel sogno d’oro e d’azzurro!

Ma il miraggio dileguava repente e ad esso subentrava una ben terribile visione: lui fra le braccia di un’altra donna, lui stretto da vincoli che nè la pietà, nè il dovere, nè la dignità di uomo gli avrebbero permesso d’infrangere, ad una donna da tutti abbandonata, in odio a tutti, che da una eccelsa altezza era precipitata nell’abisso di ogni miseria!

Alma sentiva che il suo orgoglio di donna si ribellava: lui non le aveva voluto quelle nozze: lui le subiva perchè salvavano la sua amante: lui quella sera non aveva osato smentirla perchè avrebbe dovuto confessare i suoi rapporti con la Regina!

Nel varcar la soglia della camera nuziale l’anima di lui non si sarebbe volta all’amante che sotto l’istesso tetto, sola, gemente, rosa dalla gelosia, straziata dal dolore, avrebbe maledetto l’istante in cui, dimentica della regale dignità, gli aveva aperto le braccia?

. . . . . . .

I convitati si tenevano in piedi presso alla sedia che era loro assegnata, volgendo gli occhi impazienti alla gran porta del salone donde venir doveva il corteo degli sposi. La presenza della coppia regale teneva in rispettoso silenzio la folla, solo lord Bentinck che avrebbe dovuto sedere alla destra del Re, dopo aver profondamente inchinato la Regina gli si rivolse per dirgli:

— La Maestà Vostra sa del decreto di amnistia, promulgato dal Murat?

— Sì — rispose il Re — e ne son lieto, milord. Anzi credo sia buona politica incoraggiare molti dei signori che mi han seguito in Sicilia e che... son costretti per vivere ad attingere a piene mani nella mia cassetta privata, a tornarsene nei loro feudi, ove forse potrebbero rendermi più utili servigi.

— Ma debbono riconoscere il nuovo governo e giurare di osservarne le leggi.

— Giurare, giurare! — borbottò il Re. — Il giuramento prestato ai felloni, agli usurpatori, non ha valore alcuno!

Intanto lord Bentinck guardava la Regina per scrutarne l’espressione del viso. Profondo osservatore, non gli era sfuggito nulla di ciò che ella aveva in cuore. Il tranello non era riuscito, ma gli effetti erano stati disastrosi per la sua nemica, che era costretta ad andar via. Una battaglia perduta aveva fruttato ben più d’una battaglia vinta. La Regina, però era giunta ad imporsi un contegno calmo e fiero insieme, e all’inchino dell’Inglese aveva risposto con un sorriso.

— Ho pestato io il suo cuore in un mortaio! — mormorò l’Inglese che si teneva impassibile al suo posto.

— Eccoli, eccoli! — si susurrò dalla folla che aveva visto farsi innanzi il corteo nuziale.

Alma si appoggiava al braccio del padre. Al vederla un mormorio di ammirazione corse per gli astanti. La soave leggiadria della giovinetta era di quelle che accarezzano lo sguardo come un blando raggio di stella. Non aveva punto l’incedere timido e incerto delle giovani spose, quasi convinta che a tutti fosse noto che quelle nozze fossero la continuazione della sua generosa menzogna. Pure, allorchè vide l’altare sfavillante di lumi con monsignor Caccano, cappellano di Corte, in abiti vescovili, che doveva benedire gli sposi, impallidì, e il padre intese che il braccio tremava sul suo, mentre la giovinetta si arrestava quasi sgomenta.

Dietro a lei veniva Riccardo, che aveva vestito la divisa di colonnello degli usseri, cui gli dava diritto il brevetto firmato dal Re e che gli era stato dato dal duca nel giorno precedente alla difesa del castello di Fagnano. Era stato lo zio a volere che indossasse quell’uniforme: aveva voluto fargli una tale sorpresa facendo cucire a Palermo l’uniforme, e l’obbligò a vestirla proprio pochi istanti prima che scoccasse l’ora delle nozze.

— È il tuo diritto — gli aveva detto. — Con quali abiti vorresti comparire a Corte? Eppoi è un grado che hai ben guadagnato! Ne vedrai tanti in divisa di generali che han visto solo il fuoco del caminetto!

Egli si persuase. Perchè nascondersi? Non aveva il corpo crivellato di ferite? Non aveva esposto la sua vita quasi ogni giorno e per lunghi anni nelle zuffe sanguinose contro i Francesi e in difesa di quel Re e di quella Regina innanzi ai quali sarebbe comparso?

— Bellissimo, bellissimo! — si mormorava vedendolo passare dando il braccio alla vecchia marchesa di Gioncada. — Ma chi gli ha conferito il grado di colonnello?

— Questo sì che è un soldato! Che aria fiera e risoluta!

— È tutto un romanzo la sua vita!

— Un romanzo di armi e di amori!

Le signore guardavano ammirate. La giovinezza, la beltà, il nome, le avventure che si narravano confusamente, con quanto vi aggiungeva la fantasia; la passione della Regina per lui, quel che si susurrava dell’amore di Alma, che con un’ardita menzogna era giunta a sottrarlo alla rivale, conferivano maggior fascino alla sua bellezza maschia e fiera.

La Regina lo fissava, forzandosi di dissimulare l’emozione, superba di lui che vedeva ammirato, ma insieme col cuore stretto da una ineffabile trepidanza.

Il contegno del giovane non era nè spavaldo nè dimesso: solo quando giunse innanzi a lord Bentinck che aveva sul labbro un sorriso sarcastico, lo fissò; ma l’Inglese sì mantenne impassibile.

— Colonnello, colonnello degli usseri! — mormorò sorpreso Ferdinando IV.

Il vecchio duca di Fagnano che l’udì, s’inchinò al Re e rispose:

— Sì, Sire, nominato da Vostra Maestà con uno dei brevetti firmati in bianco che mi diede per premiare i più meritevoli. Allora non sapevo che uno dei più, se non il più meritevole, fosse mio nipote, al cui valore dobbiamo se i sacri giorni di Sua Maestà la Regina e la sua libertà furono salvi.

— Ah, ora intendo, ora intendo! — fece il Re — scrollando il capo.

Intanto Riccardo si era avvicinato all’altare. Alma nel vederlo trasalì lievemente: i loro sguardi s’incontrarono; essi intesero tutto il dolore delle loro anime, tutto il terribile contrasto dei loro cuori. Quelle nozze che avrebbero compendiato la felicità della loro vita, quelle nozze alle quali le loro anime anelavano; che erano per lui l’inaudita, l’immensa fortuna, la quale prima di quel giorno sarebbe parsa un sogno nel sogno; che erano per lui un cielo poc’anzi nero di nubi e che di un tratto aveva visto scintillante di stelle; quelle nozze, per un’ironia atroce del destino, erano per entrambi un abisso profondo!

La cerimonia incominciò nel silenzio solenne degli astanti.

— Sì! — rispose lui alla domanda del sacerdote.

— Sì! — rispose lei.

Gli anelli furono scambiati. Il sacerdote mormorò alcune parole e poi li benedisse.

Gli sposi si alzarono.

— Figli, figli miei! — disse il vecchio duca stringendo in un amplesso la figlia e il nipote.

Ella era livida: pur sorrideva, ma era una piega di dolore quella delle sue labbra. Lo sguardo immoto, senza luce, era di chi abbia l’anima altrove.

Lui si teneva immobile, scuro in viso, come perduto in un sogno. Nel darsi la mano, secondo il rituale, egli aveva inteso gelida la mano di lei nella sua pur anco gelida.

La Regina guardava con la torbida anima negli occhi: nulla le era sfuggito del cuore di entrambi. Quando ne udì il «sì» che assentiva alle nozze, un’ondata di sangue le annebbiò il cervello. Ma era giunta a dominarsi, era giunta a tenersi calma ed in vista sorridente.

Anch’ella si sentiva scrutata dallo sguardo sarcastico e trionfante di lord Bentinck, che assaporava la sua vendetta.

Il Re si fece innanzi agli sposi che s’inchinarono profondamente.

— Voi avete ben servito me e Sua Maestà la Regina: noi non scorderemo mai i vostri servigi. Questo gioiello vi ricordi, contessa, che la nostra benevolenza non vi verrà mai meno.

Ciò dicendo porse una busta alla giovinetta volgendole uno sguardo che ne sottolineava le parole.

Alma prese la busta e non rispose.

Il Re si fece da parte: Carolina d’Austria si avanzò e con voce ferma, quantunque le labbra le tremassero per la commozione:

— Porterò meco scolpito nel mio cuore quel che vi debbo — disse, evitando di guardare Riccardo, il quale era così chiuso nei suoi pensieri che parve non si fosse accorto che anche a lui la Regina aveva rivolto la parola.

Alcune dame si erano fatte intorno alla sposa per complimentarla; il Re discorreva con lord Bentinck; la Regina con una rapida occhiata volta in giro vide la gente distratta da lei, onde con atto furtivo si accostò a Riccardo e gli disse rapidamente a mezza voce:

— Stanotte ti aspetto...

Egli trasalì. Poi si rivolse e quasi bruscamente come se non alla Regina, ma rispondesse a un suo pensiero:

— Non dubitate — disse — Verrò!

— A cena, signori — fece il Re volgendosi agli astanti, e in ciò dire offerse il braccio ad Alma.

Era un grande onore che il Re concedeva alla sposa, la quale non parve punto imbarazzata. Riccardo avrebbe dovuto offrire il suo alla Regina, ma egli se ne stava immobile, come del tutto estraneo a quel che avveniva. Il vecchio duca di Fagnano gli passò vicino e senza aver l’aria di parlargli mormorò:

— Su, presto, offri il braccio alla Regina, che diavolo!

E passò oltre. Il giovane a queste parole tornò in sè, si avanzò verso la Sovrana e offrendole il braccio le disse con un amaro sorriso:

— Perdono, Maestà: gli è che son del tutto nuovo a certi usi...

Dietro al Re e alla Regina venivano a coppie le signore e i signori invitati, che potevano finalmente sciogliere la lingua ai commenti:

— Un matrimonio assai strano! — diceva la giovane e bella baronessa di Feroleto al suo cavaliere. — Lei aveva una cert’aria indefinibile... Mi è parso di assistere ad una monacazione più che ad uno sponsale!

— Lui pare smemorato! Certo un gran mistero vi è sotto!...

Mancava un’ora alla mezzanotte e la cena era in sul finire. Durante quel tempo Riccardo aveva scambiato poche parole con coloro a cui era stato presentato. Aveva evitato che i suoi sguardi s’incontrassero in quelli di Alma e in quelli della Regina. Il suo pensiero era andato lontano lontano, ai primi anni della giovinezza, agli strani casi della sua vita di avventuriere, ben comprendendo che da quella sera un’altra ne incominciava per lui, forse più triste, più dolorosa della prima.

Eppure sentiva che la felicità era a pochi passi da lui, ne vedeva l’immagine luminosa, ne vedeva il miraggio fascinatore, ma per una atroce ironia del destino egli doveva volgere per un’altra via che gli additava il dovere: egli doveva distaccarsi da quella giovinetta che era stata la religione di tutta la sua vita.

Se ne doveva distaccare, doveva fuggirla ora che era sua, ora che Dio gliel’aveva data! Quell’ora suprema in cui due cuori, dopo avere a lungo sofferto si fondono nel bacio che incatena per l’eternità due esistenze, esser doveva per lui l’ora della separazione angosciosa! Non solo la fierezza di lei lo respingeva, ma anche la sua dignità di uomo si opponeva che egli usasse dei suoi diritti.

Quelle nozze erano una violenza, erano una menzogna, come la menzogna che le aveva rese necessarie. Se per tutti egli era lo sposo, per la sua coscienza era l’usurpatore, quasi un intruso, e ciò bastava forse a spegnere nell’anima di lui ogni sentimento di amore.

Pure egli sentiva che non si apparteneva più, e nonpertanto sentiva altresì che d’ora innanzi sarebbe stato solo al mondo. Se il suo dovere, il suo giuramento, la lealtà gl’imponevano di non abbandonare la regal donna che era da tutti abbandonata, la fede che aveva giurato ad Alma gli faceva un obbligo di rompere ogni altro rapporto con la Regina.

Per quelle nozze avrebbe dato la vita allorchè era un misero avventuriere, avrebbe dato la salvezza dell’anima sua, avrebbe dato tutto l’universo se fosse stato in suo potere; ora che quelle nozze erano compiute egli si sentiva più misero, più solo, vieppiù sprofondato nell’abisso del tempo in cui era un misero trovatello.

Non apparteneva a se stesso perchè legato dal dovere e dal giuramento alla Regina; non apparteneva a nessuna di quelle due donne, perchè l’una l’avrebbe respinto all’altra. Era questa la catastrofe, la terribile catastrofe della sua vita.

Il Re intanto si era alzato, sicchè come prescriveva il cerimoniale, tutti furono in piedi.

— Io bevo — disse il Re tenendo alto il bicchiere — alla felicità della giovane coppia, e che i figli abbiano del padre il valore e la lealtà, della madre le virtù del cuore.

Tutti bevvero in onore degli sposi, i quali rimasero muti, come affatto estranei a quel che accadeva.

La Regina si era alzata anch’essa e cercava con lo sguardo lo sguardo del giovane. Una fiera battaglia si combatteva in cuor suo, roso da una invincibile e atroce gelosia.

Quantunque egli le avesse risposto recisamente che in quella notte stessa sarebbe andato nella camera di lei, pure nel momento di lasciarlo, ben sapendo che, dopo, gli sposi, accompagnati dagl’invitati fin sull’uscio dell’appartamento che il Re aveva fatto addobbare per essi, sarebbero rimasti soli, un dubbio atroce le attenagliava il cuore.

Essi si amavano. Poteva mai la voce della lealtà, del dovere, dell’orgoglio esser più forte della voce dell’amore? Quale notte di spasimi sarebbe stata la sua se invano lo avesse atteso, quale tragica notte di angoscia, di avvilimento!

Il Re mosse per andar via; la Regina che discorreva con alcune dame pur cercando ma invano con lo sguardo quello di Riccardo, comprese che non conveniva indugiare più oltre. Confusa, incerta, si mosse verso i valletti che sostenevano i grandi candelabri d’argento e che aspettavano per accompagnarla, ma nel rispondere con un cenno della testa al profondo inchino degli astanti si vide fissata con un perfido sorriso sardonico da lord Bentinck che si era inchinato non meno profondamente degli altri.

Le occorse uno sforzo sovrumano per non slanciarsi sul suo nemico. La tigre che era in lei s’accovacciò fremente d’ira sanguigna.

— Via, su — disse il vecchio duca di Fagnano volgendosi a Riccardo — dà il braccio a tua moglie: è tempo ormai di pensare a voi. Io sono stanco ed ho bisogno di riposo.

Il giovane, che se ne stava come trasognato, si scosse, si avanzò verso Alma che dritta in piedi aspettava. Egli le offrì il braccio.

Quando ella gli posò la mano sul braccio, Riccardo intese come un brivido per la persona. Il duca faceva da cavaliere alla marchesa di Gioncada, le altre coppie seguivano secondo il grado di ciascuno.

Giunto il corteo dinanzi all’appartamento destinato agli sposi, si arrestò.

Il duca di Fagnano era veramente commosso. Si avvicinò alla figlia e senza poter proferir parola se la strinse al petto e la baciò in fronte.

Ella rimase fredda, altera, impassibile.

— È questo il mio solo amore — disse poi il duca volgendosi a Riccardo pur non lasciando di tenere stretta a sè la figliuola. — Se ebbi dei torti con tuo padre, io sono sicuro che egli da questo istante benedice mia figlia, benedice la Provvidenza che ha affidato a quest’angelo tanta missione conciliatrice.

E baciò il giovane stringendo entrambi gli sposi al suo petto.

Alma varcò per la prima la soglia della camera: Riccardo la seguì e chiuse dietro a sè la porta.

Rimasero entrambi muti, immobili, mentre giungevano ad essi le voci dei convitati, ognuno dei quali si dirigeva verso il suo alloggio. Poi fu fatto silenzio.

La camera era blandamente illuminata da una lampada in un globo di alabastro che scendeva dal mezzo del soffitto; in fondo biancheggiava il talamo nuziale sormontato da un serico baldacchino.

— Ed ora, addio disse lei con voce soffocata ma ferma, additando al giovane l’uscio che aveva chiuso dietro a sè.

Egli impallidì a quel commiato. Mosse per uscire, poi, ubbidendo ad un impulso imperioso:

— No — disse — non così deve uscire l’uomo a cui testè avete giurato la fede di sposa.

— La Regina vi aspetta! — rispose lei con un amaro sorriso — Ho sentito tutto. Il vostro dovere v’impone di non farla attendere. Andate.

— Ascoltatemi, Alma — fece il giovane, nel cui viso si leggeva lo strazio dell’anima — ascoltatemi. Lo so che debbo andar via, lo so che questa atroce commedia che abbiamo recitato doveva aver per fine la muta, a tutti ignota tragica catastrofe dell’anima mia; lo so che mai non fummo così divisi, neanche allorchè noi due rappresentavamo gli estremi della vita sociale: voi tanto in alto, io tanto in basso che nemmeno con lo sguardo giunger potevo a voi; mai non fummo così divisi come siamo ora che innanzi a Dio e alla legge voi siete mia. Pure voi mi amate, lo so; io... non ho avuto dacchè il cuore ebbe palpiti, l’anima ebbe sospiri, la fantasia ebbe immagini, la mente ebbe idee, altro amore che per voi: nacque con me, crebbe con me, fu la mia religione, fu il mio sogno, fu il nutrimento continuo, perenne dell’anima mia. Lo portai meco nei boschi in cui, povero fanciullo, vagavo solitario e pensoso; lo portai meco nelle mischie, nelle fughe, negli agguati: mi sorrideva nei riposi inquieti, nelle notti vegliate col fucile in pugno e lo spettro della morte innanzi agli occhi: lo invocai quando, ferito, giacevo sotto un faggio, sicuro di non giungere al dimani; lo invocai chiedendo a Dio solo una grazia: che mi facesse morire, se dovevo morire, contemplando la vostra immagine. Quel po’ di bene che ho fatto mi era premiato dalla visione vostra radiosa e sorridente: il male che ho dovuto commettere era punito dalla visione vostra che si velava. E ciò senza alcuna speranza, e ciò come l’adorazione di una divinità alla quale si sa di non poter giungere, si sa che non potrà mai incontrarsi, da cui neanche lassù forse ci è dato di ottenere un sorriso od una parola. Voi passavate bella, felice, superba, come passa un raggio di sole che illumina tanto il rosaio quanto il roveto e che trae scintille tanto dal mare quanto dal putrido padule!

Ella, seduta su una poltrona su cui si era lasciata cadere, ascoltava immobile, con gli occhi fissi a sè dinanzi, rigido il corpo come l’anima straziata dalle parole del giovane, ma inflessibile.

— Voi — continuò Riccardo — non eravate una realtà, eravate più che un sogno, una idea. Le contingenze della vita, anche cattive, non offuscano il culto che l’anima professa. Quando, dopo una bizzarra avventura, la mia giovinezza non seppe resistere alle lusinghe di una realtà che sopravanzava ogni ambizione, non fu infedele l’animo mio a quel culto che continuò in me come continua l’adorazione per la Madre di Dio nell’uomo che pur vive o ha vissuto nel delitto. Accettai quella realtà continuai a vivere in quella illusione. Ora...

Ella disse, calma e fredda:

— Ora anche io sono una realtà. Voi siete troppo leale e io sono troppo superba perchè nulla di comune vi sia tra di noi. Siamo entrambi due vittime del destino.

— Ma voi mi amate non è vero? Voi mi amate! — gridò lui — Quale dunque sarà la nostra vita?

— Voi mi avete parlato del vostro amore io non voglio parlarvi del mio. Se a voi mi fossi concessa nel segreto di un’alcova sarebbe stata meno solenne, meno inconfutabile la prova dell’amor mio di quella che vi ho dato proclamandovi in faccia a tutti il mio amante. Una donna nel delirio dà i suoi baci, dà le sue carezze all’uomo che ama: io ho gettato ai vostri piedi il mio pudore di fanciulla alla presenza di tutta una Corte. Chi ama così muore del suo amore come io ne morrò!

— Alma! — gridò lui che tremava di passione.

Aveva preso le mani della giovinetta che lo respinse dolcemente.

— Continua ad amarmi quale una illusione come per tanti anni mi amasti! — rispose lei che mal dissimulava lo strazio del cuore. — Che io sia per te quel che fui finora, quel che per me tu sarai sempre. Le nostre anime si cercheranno per lo spazio immenso... Colà vivremo del nostro amore, fuori della vita, fuori della realtà, poichè la realtà ci impone dei doveri, e noi siamo troppo leali e troppo superbi per trasgredirli...

— Hai ragione! — rispose lui alzandosi.

Era livido, ma s’impose di non venir meno innanzi all’ineluttabile. Or che quella giovinetta era sua, per una ironia della fatalità doveva fuggirla, anche se la Regina lo sciogliesse dal suo giuramento. Aveva giurato di non appartenersi, aveva abdicato alla sua volontà, era venuto in Sicilia affrontando rischi e pericoli mortali, per la promessa che aveva giurato. Ben vile sarebbe stato se si fosse avvalso dell’accaduto per tradire una donna precipitata nell’abisso. Comprendeva altresì che tanto più Alma lo avrebbe amato quanto più per lei fosse stato un fantasma.

Si diresse verso la porta che aprì. Ella lo aveva seguito e si teneva muta, immobile sulla soglia. I loro sguardi s’incontrarono. Vi son degli istanti in cui si decide dell’avvenire di un uomo. Era quello istante supremo della loro vita, del loro amore. In quello sguardo entrambi lessero la loro angoscia, la passione che li spingeva l’uno nelle braccia dell’altra. Egli comprese che era per soccombere, ella comprese che era per venir meno.

Il giovane fece uno sforzo disperato, varcò l’uscio, trasse la porta a sè e si trovò nelle tenebre dell’anticamera.

Intese che due braccia, due morbide braccia di donna lo prendevano alla vita, un cuore che batteva sul suo, un respiro affannoso che gli bruciava il volto ed una voce anelante che gli diceva sommesso.

— Siete entrambi due nobili creature. Vieni, vieni, vedrai che saprò esser degna dell’immane sacrificio!

Era la Regina che lo costringeva a seguirla attraverso le buie sale. Egli si lasciava condurre, risoluto a dichiarare tutta l’anima sua. Già aveva segnato la via da percorrere ineluttabilmente, e l’occasione gli si offriva per dare il primo passo.

La Regina aprì la porta della sua camera.

— Vieni — gli disse con voce esultante — vieni!

Egli esitò per un istante, poi seguì la Regina che sedette su un divano.

— Nobile cuore! — mormorò, guardando il giovane che si teneva dritto, immobile a lei dinanzi.

— Vedi — disse dopo un istante di silenzio Carolina d’Austria — vedi fino a qual punto mi sono umiliata io, io che ho sangue di venti imperatori nelle vene. Ebbene che importa, che importa la mia rovina se in fondo all’abisso in cui son caduta ho trovato due cuori come i vostri? Che importa? Ho assaporato anch’io, finalmente, la gioia, la pura gioia che dà il bene, che dà la fede, che dan le virtù, io, io, che non ho mai creduto al bene, che non ho mai creduto alla virtù, che non ho mai avuto fede, neanche in me stessa!

— Io avevo giurato! — rispose lui grave e solenne.

— Ed io ti sciolgo dal tuo giuramento. Va, se l’amore per colei che ormai porta il tuo nome, che è tua innanzi a Dio e agli uomini ti gonfia il cuore e ti fa maledire la fede che devi a me come donna e come Regina.

Egli sorrise amaramente.