Part 19
Nessuno però sapeva quel che da poco aveva saputo il vecchio furbo: che il riconoscimento di Riccardo come figlio legittimo del vero duca di Fagnano era avvenuto in presenza di tutti gli ufficiali francesi del battaglione che aveva messo stanza nel castello; quindi la loro testimonianza avrebbe conferito maggior valore all’atto matrimoniale ed alla fede di battesimo da Alma consegnati al conte di Ferrantino, notaio della Corona; inoltre, ciò che ancora era da tutti ignorato, pochi giorni innanzi il Re Murat aveva promulgato un decreto d’amnistia per tutti gli emigrati napolitani, anche se avessero combattuto contro i Francesi, anche se avessero fatto parte delle bande brigantesche; e dava facoltà ad essi di tornare in patria ove avrebbero riavuti i beni confiscati appena dimostrati i loro diritti e a patto che facessero adesione al nuovo governo.
Ora il vecchio furbo che aveva visto venir meno tutti i suoi disegni e deluse tutte le sue ambizioni; che vedeva in pericolo l’ufficio affidatogli e le magre risorse che gliene venivano; il vecchio furbo che pensava con una stretta al cuore al suo castello divenuto una caserma, ai suoi boschi, alle sue terre, a tutte quelle sterminate ricchezze che facevano dei duchi di Fagnano i più cospicui signori del Regno, sentiva prepotente la nostalgia dei luoghi in cui era nato, in cui era vissuto nei piaceri.
Il matrimonio di sua figlia con suo nipote appianava tutti gli ostacoli, evitava una lite che avrebbe di certo perduto, gli ridava per dir così la legittimità del possesso; ed ecco che quel fortunato incidente si risolveva a suo vantaggio pur salvando la Regina da uno scandalo.
Nè l’eroica abnegazione della figlia nel dirsi rea di un fallo che macchiava indelebilmente l’onore del nome l’aveva punto turbato. Essa aveva salvato l’apparenza, ma non la sostanza; aveva impedito che il perfido tranello teso alla Regina avesse i rovinosi effetti che se ne ripromettevano i nemici di lei, ma nessuno, proprio nessuno aveva creduto alla nobile e generosa menzogna della fanciulla, sicchè non solo l’onore era salvo, ma l’eroismo della figliuola tornava a lode, ad alta lode del suo nome!
D’altra parte lord Bentinck, deluso e scornato, aveva smesso il proposito di perseguitar Riccardo. Tornava alla politica inglese il non metter troppo in mostra le sue violenze. Se il tranello fosse riuscito e Riccardo fosse stato riconosciuto per un volgare avventuriero di quelli che la Regina aveva assoldato, l’arrestarlo e quindi il condannarlo non avrebbe sorpreso; ma si era rivelato per uno dei primi signori del Regno, ma il Re lo aveva nominato conte di Rovito, ma le sue nozze avrebbero dovuto riparare all’onore di una delle più cospicue fanciulle: bene odioso dunque sarebbe riuscito l’intentargli un processo pel quale mancavano anche i testimoni d’accusa, chè a ver dire nessuno avrebbe potuto giurare che il calabrese uccisore in rissa, di due soldati inglesi, che colui il quale era accorso in difesa dei suoi compaesani rifugiatisi nel bosco di S. Andrea fosse proprio lui, Riccardo.
Del resto, l’odio di lord Bentinck per la Regina era in parte soddisfatto: quantunque il tranello fosse stato sventato la Regina non aveva perduto l’amante? Non era questo il dolore di lei, che era stato di conforto al ministro inglese? Non l’aveva vista smarrita, anelante, quasi furente per la generosa menzogna della figlia del duca di Fagnano? Inoltre, l’intento che si proponeva era raggiunto. Il giorno appresso era corsa una voce che le spie al servizio del ministro inglese avevano confermato: tra pochi giorni la Regina sarebbe partita per Vienna!
Verso il pomeriggio del giorno indetto per le nozze che il Re aveva voluto si celebrassero nella villa reale, in un appartamentino a pianterreno Riccardo e il vecchio duca di Fagnano discorrevano da buoni amici. Era stato il duca che il giorno appresso al riconoscimento aveva voluto che il giovane lo seguisse a Palermo, donde eran tornati insieme quella mattina.
— Dunque, siamo d’accordo — diceva il vecchio. — Non si parli più del passato; tuo padre, requie all’anima sua, ebbe i suoi torti io ebbi i miei. Certo se avessi saputo che mio nipote, il figlio di mio fratello languiva nella miseria...
— Non si parli del passato! — interruppe Riccardo con un malinconico sorriso.
— È vero, è vero. Del resto, tutto per il meglio, caro conte. Intanto sai la nuova? La Regina partirà domani per Vienna. Sarebbe partita prima, ma vuole assistere alle nozze. Quella lì è furba, quella lì! Non vuol far credere che le riescano dolorose.
E rise nel dir ciò guardando maliziosamente il giovane che rimase impassibile.
— Questa partenza viene a proposito, altrimenti Alma non avrebbe potuto lasciare il servizio senza esser detta ingrata... Ma tu sei triste, tu sei preoccupato!... Capisco, capisco... Non si sta tanti anni a Corte senza divenire esperto del cuore umano. Pure se vuoi confidarmi le tue pene, troverai in me un buon consigliere.
— Non ho nulla da confidarvi — rispose il giovane con un sospiro. — Comprenderete però quanto sia incerto l’animo mio...
— Comprendo, comprendo! Il colpo di testa di Alma... perchè fu un vero colpo di testa... dovette sbalordirti come sbalordì me, come sbalordì tutti, quantunque nessuno ci abbia creduto; nessuno, neanche il Re che ha commissionato l’abito, il velo nuziale, con la più candida corona che mai abbia cinto fronte di fanciulla. E lo so io perchè è lieto il Re, perchè ostenta tanta premura! Povero vecchio, non gli parve vero, anzi non gli par vero, tanto più che è giunto anche a liberarsi dalla moglie che partirà dimani, di esserne uscito senza molti fastidi, e che sia finito come finiscono tutte le commedie: con un matrimonio, ciò che pareva dovesse finire come una tragedia!
Il giovane taceva pensoso scrollando il capo talvolta, per rispondere al certo ad un suo pensiero non lieto!
Invero, delle tante avventure della sua vita, quella che verosimilmente sarebbe stata l’ultima, era la più grave, la più triste, pur avendo per una strana e perfida ironia del destino l’apparenza di un fausto evento.
Il Re non solo aveva riconosciuto i suoi diritti come duca di Fagnano, ma gli aveva conferito un altro titolo per toglierlo di imbarazzo innanzi a suo zio; non solo egli non aveva nulla da temere dagl’Inglesi che a lui e alla Regina avevan teso un tranello rovinoso, ma con la sua menzogna Alma aveva reso inevitabile un matrimonio che fino a pochi giorni innanzi pareva financo assurdo il sognarlo.
Da quella sera fatale suo zio l’aveva voluto con sè a Palermo ove lo avea presentato alla più alta nobiltà di Napoli e di Sicilia. In quelli otto giorni che aveva vissuto come in un vaneggiamento, avrebbe giurato che lui fosse un altro uomo; così diverso era il mondo nel quale viveva, così strani eran per lui quelli avvenimenti; e vedendosi in abito signorile che, costretto da suo zio, aveva vestito, in mezzo a gente nuova che lo trattava da pari a pari, sentendosi dare un titolo al quale non era usato, era tale la stupefazione che doveva guardarsi nello specchio per chiedere se fosse lui, proprio lui, il conte di Rovito, il fidanzato di Alma, e se fosse vero, se fosse vero che fra otto giorni, nella villa reale, innanzi al Re, innanzi alla Corte, al piè di un altare Alma gli avrebbe dato la mano di sposa!
Sposo di Alma, lui! E la Regina, la Regina della quale rivedeva l’immagina sconvolta dal dolore, dallo strazio, e di cui gli pareva d’udire i sordi gemiti; la Regina, vinta, umiliata, delusa anche in quell’ultimo affetto del suo cuore di donna; la Regina, mal sopportata dal marito, in odio ai figli, maledetta dalle tante vittime, e cui solo per atroce ironia restava un titolo regale, una parvenza di sovranità, la Regina si sarebbe rassegnata a vedersi anche da lui abbandonata, si sarebbe rassegnata a vederlo e a saperlo felice nella gioia di un amore che era stato l’unico e vero amore della sua vita?
E Alma, Alma, quantunque l’amasse, avrebbe, lei così fiera, lei così leale, accettato con tutte le conseguenze quelle nozze a cui era costretta dalla sua generosa menzogna? Avrebbe aperto le braccia all’amante della Regina, la quale in quella menzogna avrebbe visto non un’eroica abnegazione, ma un calcolo perfidamente ipocrita?
Eran questi i pensieri che volgeva nell’anima e che si confondevano in un torbido vaneggiamento, nel quale egli, per dir così, non sentiva più se stesso. Uomo di azione, solo in presenza del nemico, nell’imminenza del pericolo ritrovava la sua energia, ridiveniva l’audace capobanda; ma in tali contrasti d’affetti e di sentimenti, si smarriva, sentendosi come in un ginepraio dal quale non sapeva come liberarsi.
E perciò mentre il duca, sicuro di essere ascoltato, discorreva lasciandosi trasportare dal suo lieto umore, lieto perchè già vagheggiava un disegno che gli avrebbe ridato definitivamente la pace e il benessere, il giovane si teneva silenzioso, tutto immerso nel tristi pensieri che gli riddavano pel capo.
— Io sono stanco — continuava a dire il duca che gli era seduto vicino — stanco di questa vita così incerta, così faticosa, ed anche così poco onorevole. I veri padroni qui son gl’Inglesi. Ora stranieri per stranieri, padroni per padroni, valgono un pò più i Francesi. Non dico bene? E perciò ho pensato di avvalermi dell’amnistia e di ritrarmi con voialtri in Calabria.
Il giovane fece un gesto che parer poteva di consenso.
— Non per me oramai che son vecchio, nè per te che devi esser anche disilluso della vita vissuta finora, ma... ma per coloro che verranno bisogna riordinare un pò l’azienda di casa nostra. Chi sa che rovina, chi sa che disastro in quelle nostre terre, in quei nostri boschi, in quel nostro povero castello! Ma in breve, vedrai, riparerò a tutto, farò tornare tutto in ordine... Bisogna dire che i Francesi sono onesti, che re Gioacchino è un gran Sovrano! Ah, se si tornasse a nascere!
— È certo dunque che la Regina va via? — chiese Riccardo come ridestato di un tratto.
— E che farebbe più qui? — rispose il duca con una scrollata di spalle. — Va via, sicuro. Se la povera Sicilia come la Calabria non fu tutta in fiamme, non fu certo per merito suo. Gli è che qui non poteva riuscire il piano infernale perchè noi abbiamo fatto senno dopo tanti e tanti disinganni, e tante sventure. La sai la canzone? _Carulì, è fernuto quell’anno — Ch’era ognuno gabbato da te — Mo se sape, sì piena d’inganni_...
— Povera donna! — mormorò il giovane.
— Sì, povera donna! — bofonchiò il duca. — Ma sai tu quel che ha tentato di fare, lo sai? Suo figlio, il Vicario generale, l’ha scampata per puro miracolo e i medici furono tutti di accordo nel ritenerlo avvelenato. Da chi? Dalla madre, comprendi? dalla madre! Sai tu che lord Bentinck ha le prove che ella era affiliata a quell’Arciconfraternita di San Paolo che mandava i suoi adepti da un capo all’altro della Sicilia con l’ordine di uccidere di incendiare, e sai tu chi designava le vittime al coltello degli assassini, lo sai tu? La Regina!
— Povera donna! — ripetè Riccardo che pareva non avesse inteso le parole del duca.
— Ah! — fece il duca offeso — se continui a compassionarla così, mi costringi ad esclamare: Povera figlia mia!
Tali parole fecero sussultare Riccardo; furono il vento che fuga la nebbia, il grido della scolta che sveglia il soldato. Si drizzò in tutta la bella e maschia persona.
— Alma — gridò — Alma! Ma un Dio ebbe mai adoratore più fervido, un cuore più devoto, un’anima più disposta a morire per ottenerne un sorriso? Voi dunque non sapete, non sapete che dal fango in cui vissi finchè la Provvidenza non mi trasse in su, io, come il navigante perduto nell’Oceano si affissa nella luce di una stella, mi affissai in lei che avrebbe sdegnato financo di calcarmi col suo piede? Ella lo sa, lo sa che di lei ho vissuto anche mentre travolto da una fatalità legai il mio destino a quello di una misera figlia di monarchi, sovrana anche lei, le cui sventure, le cui angosce han cancellato le colpe, han purificato l’anima, l’han fatta degna di pietà e di rispetto!
Il duca non sapeva qual contegno tenere. Nelle violente parole del giovane intravedeva un fiero biasimo per sè e per tutti coloro che non avendo più nulla a temere dalla Regina, la vilipendevano. Pure non seppe trattenersi dal dire:
— Nei tuoi panni io... non mostrerei tanto interesse. Si sa, si sa che... Si sa tutto, insomma. Ammirerei la tua costanza se non fossi il padre di colei che fra poche ore sarà tua moglie!
— Io non l’abbandonerò — rispose lui con risoluto accento — io che forse se l’avessi vista sul trono innanzi a voi tutti in ginocchio mi sarei tenuto in disparte. Non l’abbandonerò finchè ella stessa non mi manderà via. Vostra figlia è troppo una nobile ed eletta creatura per non comprendere che il dovere, intendete? il solo dovere mi impone di non imitare i suoi cortigiani di un tempo. Come ella ha sacrificato il suo onore di fanciulla, come ella per stornare poi il pericolo che sovrastava alla Sovrana osò con una eroica menzogna rendere necessario un matrimonio al quale il mio e il suo cuore anelavano, ma che la fatalità aveva reso impossibile, così io debbo fare al dovere olocausto del mio cuore. Io non varcherò la soglia della camera nuziale: farei oltraggio a me stesso...
— Come? — gridò sbalordito il duca. — Ho compreso bene quel che hai detto?
— Sì: la vostra meraviglia, il vostro sdegno attestano che l’avete ben compreso, quantunque vi sembri strano e forsanco... forsanco...
— Cose da pazzi, cose da pazzi! — proruppe il duca — Mia figlia dunque non avrebbe voluto tali nozze che la sua menzogna ha reso necessarie? Ma che pasticcio è questo? Moglie senza marito, marito senza moglie, nozze senza... E tutto ciò per quella donna che ha portato il lutto, il disordine ovunque ha esercitato la sua infausta influenza!... E mia figlia, mia figlia...
— Vostra figlia è un angelo, vostra figlia è la più nobile e più eletta creatura... Voi, duca, non potete intenderne tutta l’angelica e insieme fiera natura. Io andrò ramingo, io dovrò forse a lungo lottare col mio destino, io forse morrò, ma l’ultimo mio sospiro sarà per quella santa creatura, al cui nome adorato raccomanderò l’anima mia.
— Io non ci capisco nulla, non ci capisco nulla! — borbottò il vecchio.
— Voi tornerete in Calabria — continuò il giovane. — I Francesi saranno ben lieti di accogliervi; il Re Gioacchino ama di rinconciliarsi con l’antica nobiltà napolitana. Io, anche se il dovere non mel vietasse, non verrei. Troppo il mio nome di guerra echeggiò per quei boschi, troppi Francesi caddero per mia mano: solo il tempo potrà attenuare la memoria delle mie imprese. Voi sarete umano con la povera gente che ha tanto sofferto, e che delle nostre passioni, delle nostre ambizioni ha sopportato tutte le orribili conseguenze. Un’altra cosa voglio da voi: che sulla tomba di famiglia ove fu seppellito il povero padre mio facciate elevare un ricordo marmoreo, in vostro nome, zio, in vostro nome!
Il duca apparve visibilmente turbato; il giovane non mostrò accorgersene e proseguì:
— Vi è un vecchio laggiù, spero non sia morto, Carmine, un brav’uomo che mi raccolse, che divise con me il suo scarso pane e che... è legato a me da tanti vincoli. Egli conobbe la madre mia e ne raccolse l’estremo sospiro; egli confortò l’agonia di mio padre. Se lo troverete ancor vivo, gli darete alloggio nel castello, non già come servo, no, come amico, intendete? come amico.
Quantunque dolce e quasi dimesso fosse l’accento del giovane, pure non pareva che volgesse una preghiera, ma che desse degli ordini. Era una dolcezza autorevole e recisa la sua, tanto che il vecchio ne subiva l’influenza.
— Sta bene — rispose — farò quel che vuoi.
— Non quel che voglio, quel che dobbiamo. Inoltre, vi ricordate, è vero? di una certa Geltrude, una vecchia mugnaia? Anche lei fu buona e pietosa con me. Lasciatele finchè campa il godimento del molino. È il meno che si possa fare per lei.
Il vecchio non pareva punto soddisfatto, ma non osava protestare. Capiva che il nepote gl’imponeva quella espiazione alle sue colpe: nobile espiazione che lo costringeva a soccorrere coloro che aveva perseguitato. Ciò riusciva ostico assai alla sua altezzosità, ma si ricordò in buon punto che non aveva il diritto di ribellarsi più, onde piegò il capo assentendo.
— E poi ci è un altro, un altro, che al certo vorrà godere dell’amnistia.
— Un altro?
— Sì, che mi salvò la vita più volte, che più volte rischiò la sua per me; un vecchio, che conservò per trent’anni l’atto matrimoniale che fa fede essere io nato da legittime nozze; un vecchio che mi amò più che figlio, al quale unicamente debbo oltre la vita, il mio stato attuale... Pietro il Toro.
— Quel brigante? — esclamò il duca che si conteneva a stenti.
— Sì — rispose il giovane il cui sguardo fiammeggiò di sdegno, pur continuando con accento dolce e tranquillo — sì, quel brigante, più leale più onesto, più fedele del più cospicuo signore di Napoli e di Palermo; un galantuomo a petto del quale molti duchi, conti, marchesi, son dei farabutti. Se egli dunque tornerà nel nostro paesello, voglio, intendete? voglio che lo si metta a capo dei nostri guardiani, che si alloggi nel castello, lo si provveda di cibo, di vesti, di fuoco, lo si tenga in conto di un amico, non di un servo. Mi avete ben compreso, mio caro zio?
— Sì, sì, ho compreso — rispose il duca stizzito.
Gli è che tentava ma invano di ribellarsi contro il fascino che esercitava su lui il nipote. Capiva che quel giovane aveva qualcosa in sè di autorevole, d’imperioso, da soggiogare la volontà di lui come già l’aveva soggiogata. E cosa strana, in quella natura egoistica, quasi cinica, sentiva di volergli bene, come non ne aveva mai voluto a nessuno, fuor che alla figliuola: era la così detta voce del sangue, quella, o era il rimorso che si manifestava in tenerezza per la vittima della sua ambizione?
Ma Riccardo si era di nuovo immerso nei suoi pensieri.
Intanto si avanzava la notte, e già per la villa si notava un insolito movimento. Delle carrozze erano giunte da Palermo e gli appartamenti eran pieni di signori e di dame attratti dal caso strano. La maggiore curiosità era destata dallo sposo, intorno al quale correva una leggenda che lo rendeva interessantissimo. Il Re aveva ordinato che nulla si risparmiasse perchè le nozze riuscissero sontuose. Un ricco corredo messo insieme in fretta e in furia era venuto da Palermo: una vecchia dama di palazzo, la marchesa di Gioncada, era stata pregata dal Re di far da madrina alla sposa per la quale aveva fatto addobbare un appartamento in un angolo finallora disabitato dell’ampia villa.
O volesse divertire la sua solitudine e rompere la monotonia della sua vita quotidiana, o volesse far prendere sul serio la confessione della giovanetta, o volesse incrudelire con la moglie, ben comprendendo quanto dolorose dovessero riuscirle quelle nozze che legavano indissolubilmente a un’altra donna il di lei amante, l’interessamento del Re era davvero insolito. Però la vera ragione non era sfuggita alla duchessa di Floridia che aveva ottenuto un invito per le nozze, e che verso l’imbrunire per una porticina segreta era penetrata nell’appartamento del Re.
— È stata un’imprudenza, cara duchessa — le disse il Re seccato, temendo che la presenza dell’amante potesse suscitare qualche spiacevole incidente. — In verità, speravo che non avreste tenuto conto alcuno dell’invito...
— Un invito di Vostra Maestà è un ordine per me — rispose lei con aria sorniona.
— Capisco, ma avrei preferito che disubbidiste questa volta, e ve ne sarei stato gratissimo, credetelo.
— Ma allora... perchè mi avete fatto comprendere nella lista degl’invitati?
— Dio mio... perchè avendo invitato tutta lo nobiltà palermitana, non volevo eccettuar voi... Vi conosco assai bene: non me l’avreste perdonato... ma mi lusingavo che...
— Che io fossi stata così debole, così vile da non osar affrontare la presenza di vostra moglie?
— No, ma così generosa, così curante di me, così preveggente da evitarmi un impiccio, una preoccupazione. Infine quella lì fra due o tre giorni andrà via...
— In un modo o in un altro abbiamo raggiunto il nostro intento. Solo di quella povera ragazza mi dispiace... Legarsi per tutta la vita ad un uomo che non si sottrarrà mai, mai, agli artigli di...
— Io voglio, duchessa, voglio che non parliate così! Non posso permettere nessuna oltraggiosa allusione a chi Dio fece salire sul trono dei miei padri!
In ciò dire il Re aveva un aspetto severo che impose alla duchessa, la quale chinò il capo tra stizzita e confusa.
Ma erano rapidi in Ferdinando IV i risvegli alla dignità regale e presto dileguavano. Temendo il corruccio della duchessa, la prese pel mento e l’obbligò a sollevare la bella testa.
Gli occhi di lei erano bagnati di lagrime, vere o false.
— Ma insomma, è destino, è destino che ovunque mi volgo debbo vedere delle facce tristi? Andiamo, via! Del resto non è poi tanto da compiangere quella povera ragazza che riceveva l’amante fin negli appartamenti regali...
— Voi non lo credete, voi non lo credete punto. Quella poveretta si è sacrificata — gridò la duchessa che, sicura del suo ascendente sull’animo del Re, voleva punirlo del severo rimprovero che le aveva mosso.
— Piccina mia — disse il Re impazientito — va, va nella sala con gli altri invitati. E mi raccomando, anche se devi sopportare qualche... qualche sgarberia. Pensa che fra due o tre giorni tu sarai l’assoluta signora e padrona di qui. Hai capito?
Ella, tutt’ora in collera, si era alzata.
— Poichè Vostra Maestà mi manda via... — disse con voce di bimba piagnucolosa.
— No, no, ma no, non ti mando via; ma io ora debbo attendere alla mia toeletta... ho già fatto avvisare il cameriere.
— Vostra Maestà mi manda via ed io vado via!
Ed uscì, lasciando il Re stizzito, afflitto, ed un tantino anche seccato.
— Si equivalgono, si equivalgono; non pensano che a se stesse e sono ben liete di tormentarci! È una perfidia congenita la loro, anche nelle più buone!
Questo mormorava il vecchio Re mentre si affidava al cameriere che doveva curarne la toletta.
Alma da quella sera fatale aveva vissuto come incosciente di ciò che accadeva d’intorno a lei: affissata in se stessa del tutto estranea alle disposizioni che il Re aveva dato per affrettare il matrimonio, le avevano assegnato un appartamentino in fondo alla villa, lontano e separato da quello che abitava la Regina. La vecchia marchesa di Gioncada, pregata dal Re aveva assentito non solo a far da madrina alla sposa, ma anche a restar con lei finchè non si fosse celebrato il matrimonio.
Alma si chiedeva talvolta se quello fosse un sogno. Nel generoso impulso non aveva riflettuto alle conseguenze del suo sacrificio, onde era rimasta presa nell’ingranaggio. Comprendeva confusamente che coloro i quali avevano teso il tranello sventato da lei, si vendicavano del suo intervento facendogliene subire gli effetti, e forse avevano influito sull’animo del Re che dalla sua consueta apatia era uscito per occuparsi di quelle nozze come se fossero un affare di grande importanza.
Ella dunque sarebbe stata fra poco la sposa di Riccardo! Nella camera attigua a quella da lei abitata, la mattina del giorno destinato alle nozze aveva visto un affaccendarsi di camerieri e di valletti che agli ordini della marchesa di Gioncada disponevano arazzi e mobili e tappezzerie. Sarebbe stata quella la camera nuziale, chè il Re voleva esser l’ospite della giovane coppia. Ella nel suo intontimento intese come un brivido nel vedere in fondo, fra le tende di seta azzurra, elevarsi il talamo sormontato da un ricco baldacchino. Non le pareva vero, non le pareva vero! Pure non protestava, chè non sapeva come sottrarsi alla fatalità incombente. Aveva visto deporre nella sua stanza le vesti nuziali, col velo e la corona, ma era giunta quasi a credere che fossero per un’altra, tanto le pareva impossibile che proprio lei, fosse la sposa!