Sola contro tutti!

Part 18

Chapter 183,822 wordsPublic domain

Non meno sdegnosamente indifferente di lei era il contegno di Riccardo, che però non giungeva a spiegarsi perchè Alma si fosse indotta a svelare il segreto della di lui nascita, il quale non avrebbe certamente stornato dal suo capo le accuse che gli muovevano gl’Inglesi. Pure sentiva l’anima gonfia di tenerezza per quella giovinetta che aveva proclamato così, innanzi a tutti i di lui diritti con grave danno di sè e del padre suo.

Ah, ella lo amava, lo amava vieppiù che egli non avesse potuto immaginare! Ella lo amava, mentre la sua presenza in quell’ora della notte nella camera della Regina le avrebbe dato il diritto di mostrarglisi sdegnosa: ella per salvarlo, quantunque ei fosse colpevole, umiliava sè, umiliava suo padre innanzi ai cortigiani invidiosi, confessando, col proclamare lui l’erede legittimo del duca di Fagnano, che essi avevano finallora usurpato titoli e beni!

Lo amava! Ma sarebbe giunta a salvarlo? Avrebbe impedito che gl’Inglesi lo arrestassero? Non aveva troppo fidato sugli effetti di quella rivelazione? Se era quello un sotterfugio per salvar la Regina, del quale per altro non giungeva a spiegarsi lo scopo, come e perchè avrebbe stornato il pericolo anche dal suo capo? Intanto non gli erano sfuggiti gli sguardi furtivi di suo zio, pel quale non sentiva alcuna avversione.

Pure si teneva pronto. Se per poco quella scena volgesse a male per lui, egli l’avrebbe troncata aprendosi il passo con l’arma in pugno; anzi sentendosi umiliato dall’intervento di una donna, ferito nel suo orgoglio se mai un tale intervento gli avesse evitato il pericolo, si imprometteva di rivelarsi in tutta la sua audacia a quei frolli e altezzosi cortigiani che susurrando tra loro se lo accennavano con lo sguardo.

— Ah — diceva seco stesso comprimendo l’ira e mordicchiandosi nervosamente il labbro, mentre si teneva immobile con le braccia conserte — ah, se non mi sgombrate il passo, che bella danza faremo tra poco, cari signori!

Ma ci era qualcuno tra la folla che finallora si era tenuto silenzioso, impaziente di quell’indugio, onde si avanzò dicendo con voce grave:

— Non, si tratta, o signori, di discutere sui diritti di quello sconosciuto, nè su chi sia, nè sul luogo donde è qui venuto.

— Lord Bentinck! — mormorarono gli astanti facendosi da parte per dare il passo al temuto ed onnipotente ministro inglese.

— Si tratta invece di sapere perchè nella camera di Sua Maestà la Regina, ove a nessun uomo che non sia il Re è dato di porre il piede, si trovi quel giovane, che, se non erro, deve render conto di gravi delitti!

Poscia indirizzandosi alla Regina le disse dopo un profondo cerimonioso inchino:

— Dica Vostra Maestà se quel malfattore si è introdotto qui per rubare o per recarle oltraggio. Nessuno di noi sospetta che invece di un ladro sia un...

Nel viso della Regina si leggeva la terribile lotta dell’anima. Come un ferro rovente fiammeggiava il suo sguardo. Il suo nemico implacabile, quel lord Bentinck che ella, secondo la sua frase, avrebbe voluto pestare in un mortaio, aveva vinto: ella ne comprendeva il perfido sorriso, leggeva in quel contegno ostentatamente ossequioso l’esultanza del malvagio trionfo. Che rispondere a quella domanda? Accusar lui, Riccardo, per salvare se stessa? Farlo credere un ladro perchè non lo si credesse il suo amante?

Si era alzata, e quantunque con uno sforzo disperato si reggesse in piedi, tremava di rabbia come una tigre in un cerchio di cacciatori. Gli astanti tacevano, sentendo tutta la solennità dell’istante terribile. Solo lord Bentinck freddo, tranquillo, sorrideva.

Riccardo non seppe più contenersi. Era quello l’istante, quello. Ormai bisognava finirla, chè si sentiva sopraffatto da profonda pietà per lo strazio di quella povera donna.

— Ah, perdio — gridò — che non s’insulti più la nostra Regina da un malnato straniero. Ebbene o signori, io vi...

Intese una mano che gli si posava sulla spalla, si volse. Alma lo guardava con una strana espressione nello sguardo.

— Tacete voi, tacete — gli disse. — Tocca a me far sapere il perchè voi siete qui.

Poi volgendosi agli astanti disse con voce ferma:

— Signori, quest’uomo è qui perchè quest’uomo è il mio amante!

— Non è vero, non è vero, mia figlia mente, non è vero! — gridò il duca di Fagnano colpito al cuore da quelle parole.

— Non mento, padre mio — rispose lei. — Ripeto che quest’uomo è qui, quest’uomo, mio cugino, figlio del fratello di mio padre, perchè esso è il mio amante!

Lo stupore in tutti era grande. La Regina, che non si aspettava una tanto audace menzogna, era rimasta più degli altri colpita, pur non osando smentire la giovinetta che guardava con gli occhi sbarrati, quasi con terrore.

Era lei, lei che aveva vinto su tutti, che aveva scombussolato lord Bentinck, il quale ad onta della sua flemma inglese non aveva saputo dissimulare la rabbia nel veder mandati a vuoto i suoi biechi disegni; lei che, esposta a tutti gli sguardi si teneva fieramente dritta in piedi, mentre Riccardo era rimasto come fulminato da quella eroica menzogna.

Ma una voce che si elevò dalla porta ruppe il silenzio che aveva tenuto dietro alle parole di Alma. Quella voce gridò:

— Sua Maestà il Re.

Ferdinando IV apparve sulla soglia e si fermò un istante a guardare quella gente come se di tutto fosse ignaro. Poi:

— Ma che cosa c’è? Vi facevo tutti a letto, signori! Per qual motivo vi veggo così confusi? Che cosa è accaduto dunque?

Prima che alcuno di quei signori rispondesse, Alma si avanzò verso il Re e gli s’inginocchiò dinanzi.

— Maestà — gli disse — ci è qui un uomo che amo al quale io, mentre tutti dormivano, ho aperto la porticina della veranda che dà sul parco. Quell’uomo fu visto e fu creduto un ladro, un malfattore introdottosi qui con delittuosi intenti. Sua Maestà la Regina, quando si ritrasse nelle sue stanze, lo sorprese in colloquio con me, ma nella sua misericordiosa bontà non volle far palese il mio fallo!

— Fallo ben grave, veramente! — disse il Re.

Ma ci era nella sua voce una inflessione di contento più che di collera. Aveva ben compreso che quella giovinetta si sacrificava al decoro e all’onore della Regina. Da gran tempo si era pentito della sua complicità in quel complotto, ma non osava affrontare i rimproveri della duchessa di Floridia nè il dispetto di lord Bentinck. Non era rimorso il suo, non era sentimento di affettuosa bontà, di indulgenza pietosa per le colpe della moglie: era invece, come abbiamo detto più volte, indolenza da una parte, paura dall’altra che vieppiù fieramente l’aveva sopraffatto appena in presenza della moglie.

Ma l’inaspettato e impreveduto intervento di Alma, la quale o mentendo o dicendo il vero stornava lo scandalo e si offriva vittima volontaria di tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate, evitava al Re le noie ed alla Regina l’onta che su lui maggiormente si sarebbe riflessa. Nè gl’Inglesi nè la duchessa potevano fargli una colpa se il tranello non era riuscito. E perciò, pur affettando una certa aria di severità e insieme di indulgenza, non era stato mai così felice, mai così soddisfatto. Continuò a scuotere la testa mormorando:

— Fallo ben grave, e se tanto io quanto la Regina non tenessimo conto della devozione dei vostri avi e anche della vostra, che ci avete servito fedelmente e con zelo, puniremmo adeguatamente un tale ardire, una tale imprudenza come un delitto di lesa maestà! Pure, alzatevi, via: noi terremo conto della vostra giovinezza e di accordo con la Regina ripareremo alla macchia che avete fatto al nome della vostra casa.

Ella si alzò impassibile. E poichè tutti gli sguardi eran fissi su lei, volse gli occhi in giro senza apparir punto turbata.

— Capperi — mormorarono alcuni che avevan creduto alla sincerità della confessione — sembra che ci sfidi, come se fosse fiera di aver dato appuntamento qui a quel giovane, mentre noi...

— Ma che! — susurrarono alcuni — ci credi tu a quel che ha detto? Ci è un mistero sotto: tutta questa scena è stata preparata da...

— Dalla Regina?

— Nè più ne meno. Quella povera creatura è stata costretta a sacrificarsi. Vedi che viso da sbalordito ha quel povero duca di Fagnano! E lord Bentinck come si morde le labbra per la collera, e la Regina che viso da furia con quel sorriso demoniaco!

— Eccomi Maestà — disse Riccardo avanzando. — Io non son fuggito mai quando con le armi in pugno ho combattuto i nemici del mio Re e della mia Regina, e... e non fuggo neanche adesso.

Ciò dicendo guardò fieramente in giro... Il bello e maschio suo aspetto fece correre un mormorio di ammirazione fra gli astanti, alcuni dei quali però s’intesero feriti dalle superbe parole del giovane.

— Sembra che l’abbia con noi... che ci sfidi! — dissero alcuni.

— Veramente aveva lo sguardo fisso su lord Bentinck come se a lui fossero rivolte quelle sdegnose parole.

— Chi siete voi, signore? — chiese il Re dopo averlo contemplato un istante quasi con compiacenza.

— Poiché — rispose il giovane — mia cugina, depositaria del segreto della mia nascita, ha voluto svelarlo, io non debbo e non posso smentirla, chè da un nobile intento al certo, nobile quanto l’anima sua, a ciò fu mossa. Io sono Riccardo duca di Fagnano, figlio di Tommaso esule in Francia, e morto fra le mie braccia nel nostro castello.

— Ah — disse il Re aggrottando le ciglia — un esaltato, un repubblicano condannato a morte per stregoneria e per delitti contro lo Stato!

— Mio padre fu vittima del pregiudizio, dell’ignoranza e della calunnia — rispose il giovane. — Egli ha perdonato come io perdono ai suoi nemici, ma io saprò riabilitarne la memoria, io che per Vostra Maestà ho sparso il mio sangue, io che col nome di Riccardo feci parte di quei prodi che capitanati dal grande Cardinale, mentre gli altri signori del Regno vigliacchi ed inetti sfoggiavano di vesti e di gioielli nei balli e nei teatri di Palermo, riconquistarono il Regno alla Maestà Vostra!

— Si vede, si vede che ha vissuto sempre nei boschi e nelle vie maestre — mormorarono i cortigiani scandalizzati! — Che linguaggio è questo? Ricordare al Re che alcuni straccioni gli riconquistarono il trono?

Il Re, turbato appunto da quei ricordi, non molto lusinghieri per lui, fece un gesto quasi per interrompere il giovane. Ma questi proseguì:

— Io dunque, anche se mio padre fosse stato colpevole, ciò che nego, avrei pagato il suo debito. Quante gocce di sangue han versato pel trono dei Borboni e per l’altare di Dio coloro che mi ascoltano sbalorditi della mia audacia? Dov’erano essi quando io, io, duca di Fagnano, scalai le mura del castello di Cotrone, e penetrai per la breccia fra le mura di Andria, e irruppi con dieci dei miei calabresi contro i mille difensori del Ponte della Maddalena? Essi ballavano svenevolmente il minuetto in una festa di Corte, essi che ora mi fulminano dello sguardo, ma che sarebbero fuggiti come un branco di pecore se io, come ne avevo l’intenzione, mi fossi precipitato su essi, armato solo di uno scudiscio!

— Ma c’insulta, c’insulta! — gridarono alcuni conti e alcuni marchesi che erano fra i più cospicui personaggi invitati dal Re.

— Ebbene sì, c’insulta — risposero altri conti e altri marchesi un po’ più schietti — ma chi di noi vuol rischiare la sua vita contro un simile avventuriero?

— Se mio padre ebbe colpe, io, io suo figlio legittimo, ne ho fatto ammenda difendendo il castello dei miei padri, che aveva l’onore di ospitare Sua Maestà la Regina, quando i Francesi irruppero sicuri di farla prigioniera. Non è vero mio caro zio, non è vero? Non vi diedi tempo di fuggire mentre io uccidevo tra il fumo, le fucilate, la mitraglia, uccidevo sicuro di cadere ucciso da un istante all’altro? Non è vero, carissimo zio, che ignoravate come io l’ignoravo, che il famoso capitan Riccardo, terrore dei Francesi, aveva l’onore di essere vostro nepote?

— Voi dunque v’incontraste altre volte? — chiese il Re volgendosi a colui che finallora aveva portato il titolo di duca di Fagnano.

— Sì, è vero — rispose questi che pareva del tutto sconvolto — ma io ignoravo, ignoravo le sue pretese...

— Il mio diritto — interruppe Riccardo — il mio diritto che mia cugina ha riconosciuto ed al quale io avrei rinunziato lieto di vivere nell’oscurità e di spargere il mio sangue pel servizio dei miei Sovrani...

— Questo sì, che è ben detto! — esclamò il Re.

— Ah, ah, il lupo si va addomesticando — mormorarono i cortigiani.

— Stia qualche giorno a Corte e diverrà cane da pagliaio.

— Fu mia cugina che svelò il segreto — continuò Riccardo — al certo perchè ripugnava alla sua natura eletta, alla sua anima nobilissima...

— Bene, bene... Dite invece al suo amore per voi — interruppe il Re con bonomia — al suo amore che le fece commettere un fallo sì enorme con aprirvi di notte la porta della sua stanza. Ma noi ripareremo e sarà tutto per il meglio... Quel titolo che il vostro diritto le portava via le sarà ridato dal matrimonio...

Lord Bentinck che aveva taciuto finallora, tenendosi impassibile in vista, pure essendo roso in cuor suo dalla rabbia, ruppe il silenzio per dire al Re:

— Perdoni, Sire, ma a me pare che Sua Maestà la Regina dovrebbe pur dire qualcosa. Dio mi guardi dal dubitare delle parole di questa nobile giovinetta, parole troppo gravi perchè fossero dette inconsideratamente. Ella si è accusata di una colpa così... via, così... starei per dire... inverosimile, da far supporre quasi che il suo sia... sia... un sacrifizio eroico; sì, eroico per una fanciulla così pura... così immacolata...

— Che intendete dire, milord? — esclamò il Re stizzito, ben comprendendo che l’Inglese cercava d’intorbidare le acque.

— Nulla più di quello che ho detto! — rispose lord Bentinck che intanto fissava la Regina con un sarcastico sorriso ed uno sguardo minaccioso.

Carolina d’Austria che era rimasta finallora oppressa dalla fatalità, atterrita dal veder crollare tutte le sue speranze, colpita nei suoi affetti e nelle sue ambizioni di donna e di Regina, si drizzò fieramente a quello sguardo e a quel sorriso.

Era quello, quello il nemico, quello il suo demone! Tutto il suo odio, la sua rabbia, la torrida sete di vendetta, si versarono su quell’Inglese che ancora la sfidava, che ancora la minacciava come se non fosse soddisfatto appieno nel vederla così confusa, così avvilita, così oppressa, egli che pur doveva comprendere tutto l’orrendo strazio che le lacerava il cuore; egli che pur comprendeva quanto l’eroico sacrifizio di quella giovinetta le riuscisse atroce, chè se evitava lo scandalo, sottraeva al suo giogo l’uomo da entrambe amato.

Onde trasse dall’odio quella forza che non le avevan dato la gelosia e l’amore deluso. Si alzò e quantunque le parole che stava per proferire fossero per lei irte di spine e le lacerassero la labbra disse:

— Sì, è vero, trovai quel giovane in colloquio amoroso con la mia lettrice, nella stanza di lei. Quando irruppe qui tutta cotesta gente, essi confessavano a me la loro colpa...

E sorrise lei, ora, sarcasticamente; balenarono a lei gli occhi minacciosi mentre diceva ciò fissando l’Inglese che aveva sperato di confonderla.

— Ma se io l’aveva chiusa a chiave nella mia stanza! — gridò il padre di Alma che non potè più oltre contenersi.

— È vero, padre mio — rispose la giovinetta — ma io scesi per la finestra per venir qui ove mio cugino mi aspettava.

— Insomma — disse il Re rassicurato e quindi riprendendo il buon umore — la cosa è chiara oramai, ed è finita, meglio di quello che era incominciata. Ora dirò io l’ultima parola e poi tutti andremo a letto, chè dovremo alzarci per tempo domani.

Poi volgendosi al padre di Alma:

— Sono io, il Re, che vi chieggo la mano della vostra figliuola per il giovane duca di Fagnano vostro nipote.

— Sire! — balbettò il vecchio inchinandosi.

— Voi — continuò il Re — serberete il titolo di duca; vostro nipote porterà quello di conte di Rovito che io gli concedo come regalo di nozze.

In fondo il vecchio duca di Fagnano non era del tutto scontento, onde s’inchinò al Re senza poter dire parola. Gli è che era stato così rapido quell’avvenimento, così impreveduto, sconvolgeva a tal segno la vita che egli non era ben sicuro se fosse un’allucinazione, un giuoco della fantasia.

— Ed ora andiamo a letto — disse il Re volto agli astanti. — Permetto a questo giovane di venire ai nostri ricevimenti e curerò io stesso che fra otto giorni le nozze siano celebrate.

La Regina era rimasta in piedi. Rispose appena con un lieve cenno della testa al profondo inchino di ciascuno degli astanti, sorrise al Re che le augurò la buona notte; ma quando vide che lord Bentinck le si appressava, un’espressione di sovrano orgoglio le si dipinse in volto. In quel dolore in quello strazio, la vittoria riportata su se stessa e che era anche vittoria sulla perfidia inglese, le era di supremo conforto e la risollevava ai suoi occhi.

— Che Vostra Maestà perdoni — disse l’Inglese inchinandosi — se osai chiedere il suo parere su questo strano incidente, del tutto impreveduto e... imprevedibile.

Ella che sentiva salir dalle viscere delle ondate di odio si contenne e rispose, fissando negli occhi dell’Inglese gli occhi fiammeggianti:

— Io sono usata, milord, all’imprevedibile che muta talvolta la vittoria in disfatta.

L’Inglese per quanto facesse sforzi per tenersi impassibile, pure impallidì, s’inchinò di nuovo e andò via dietro gli altri signori a cui tardava di poter raccogliersi in crocchio per commentare lo strano caso.

La Regina aveva cercato con gli occhi Riccardo, ma Riccardo era sparito.

Alma era rimasta: si teneva immobile, pensosa, stanca delle tante emozioni e sorpresa quasi di quel che era accaduto in sì breve tempo. Oramai era la fidanzata, fra pochi giorni sarebbe stata la sposa... dell’amante della Regina!

È vero che ella l’amava, è vero che egli l’amava, ma pur sempre un’altra, un’altra aveva dei diritti sull’uomo al quale fra breve sarebbe stata congiunta. Ah, la sua vita dolce, tranquilla, pensosa era finita, finita per sempre in un contrasto ben terribile di affetti!

Non si era accorta che la Regina le si era avvicinata. Sol quando intese la mano di lei sulla spalla alzò il capo e trasalì nell’incontrarne lo sguardo.

— Tu dunque sapevi del tranello che mi si tendeva? — chiese la Regina.

— Sì, lo compresi da alcune parole.

— E solo per salvarmi, solo per salvarmi ti accusasti di un fallo che ti disonorava in faccia a tutti?

— Sì — rispose lei sostenendo con fierezza lo sguardo della Sovrana — solo per salvar la vostra dignità regale.

— E per uccidere il mio cuore!

— Ho pensato alla Regina, non alla donna, alla figlia di una imperatrice, alla sorella di tanti augusti sovrani, alla vostra corona regale, sicura che la donna avrebbe saputo vincer se stessa.

— E tu dunque fra otto giorni te ne andrai con lui, felice, esultante, superba di aver salvato la tua Regina strappandole l’amante per fartene un marito che ti ridà il titolo e i beni a cui d’ora innanzi non avresti più diritto!

L’insulto oltraggioso, vieppiù acuito dall’accento onde la Regina proferì queste parole, fece impallidire la giovinetta. Lo sdegno sfavillò negli occhi pur così dolci; sussultò in tutta la persona come al tocco di un ferro rovente, mosse le labbra tremanti per rispondere nell’impeto della collera, ma giunse con uno sforzo supremo a dominarsi, e la pietà subentrò di un tratto allo sdegno.

— Voi dite parole indegne di un labbro regale, indegne di un’anima di donna e di regina — disse lentamente. — Se i vostri nemici vi udissero, se vi vedessero, avrebbero pietà di voi!...

— Pietà di me, pietà di me! — gridò lei.

— Sì, come ne ho io. Io vi ho salvata non per essere la sposa di lui, no: egli non entrerà nella camera nuziale. Io lego indissolubilmente l’anima mia ad un uomo che amo, è vero, ma dal quale mi separerò per sempre, intendete? per sempre. Voi non perderete il vostro amante, o signora, chè io sdegnerei i baci umidi ancora dei baci di un’altra donna, sdegnerei le carezze che un’altra donna inebbriarono. Del sacrificio dell’onor mio alla vostra salvezza, della mia bontà al vostro onore, io non chieggo altro compenso che l’obblio.

L’accento dolce ma fermo della giovinetta scosse la Regina. La tensione di quell’anima travagliata cedette di un tratto per la sua stessa violenza. Comprese quanto nobile e generosa fosse quella fanciulla che senza esser nata a piè di un trono aveva virtù regali, e quanto diverso dal suo fosse l’amore di lei per Riccardo.

Non la rovina dei suoi disegni, non la disfatta intera, completa riportata nella lotta ingaggiata contro tutti l’avviliva tanto quanto il dover constatare la sua inferiorità di cuore e di carattere innanzi a quella giovinetta che pure in lei riveriva la Sovrana, al cui decoro, al cui prestigio si era sacrificata.

Non era la donna che doveva esser grata, era la Regina che in quella dolce e buona creatura aveva trovato una virile, eroica difesa, mentre tutti l’avevano abbandonata; in quella buona e dolce creatura, la quale rinunciava financo al diritto che le veniva dalla sua nobile ma disonorante menzogna: all’amore di Riccardo.

E cadde sulla poltrona, mentre due calde lacrime le sgorgavano dagli occhi.

Alma le vide, e compresa da una profonda tenerezza le s’inginocchiò dinanzi. Il dolore di quell’anima di donna rendeva vieppiù augusta la Regina. Le prese le mani e non potendo proferir parola, le baciò.

Carolina d’Austria si chinò dolcemente sulla testa della giovinetta e le disse:

— Tocca a me ora, tocca a me sacrificarmi per la tua felicità. Come donna la vita del mio cuore è finita, come Regina con un sacrificio compenserò il tuo sacrificio. Fra otto giorni lascerò la Sicilia per andar lontano, lontano a morire come Regina e come donna!

E quelle due creature tanto diverse d’indole, di vita, di costumi l’una dolce e pura come un raggio di sole, l’altra ardente, come fiamma di vulcano, feroce nelle vendette, atroce negli odi, s’intensero accomunate dal dolore e piansero a lungo, strette in un amplesso.

X.

Erano scorsi otto giorni.

Ferdinando IV non aveva mai preso tanto a cuore gli affari del suo regno quanto le nozze di Alma con Riccardo che il giorno appresso all’accaduto di quella sera in cui la figliuola del duca di Fagnano innanzi a tutta la Corte aveva confessato i suoi rapporti col cugino, era stato nominato conte di Rovito.

Il Re però aveva fatto venire innanzi a lui il vecchio duca, il quale dopo un colloquio con la figliuola si era mostrato propenso a riconoscere il nipote ed aveva assentito alle nozze che il Re voleva si celebrassero al più presto.

Grande era stato lo stupore in tutti per la cedevolezza del duca, di cui si sapevano le ambizioni e gli occulti maneggi per tenersi in grazia degl’Inglesi, e si sapeva anche come ei vagheggiasse di dar la figliuola in moglie ad un parente di lord Bentinck. Riconoscere così di un tratto per suo nipote un avventuriere in base a un documento che se anche autentico ben poteva essere attaccato di falso, pareva strano assai a quella gente, la quale non aveva tanta stima di lui da credere che ubbidisse alla voce del cuore e del rimorso.

Quale era stato dunque il movente, se bisognava escludere quello dell’onestà, che aveva indotto il padre di Alma ad accettare per genero un giovane che finallora aveva qualificato come un intrigante e se mai, come un bastardo di suo fratello?