Sola contro tutti!

Part 17

Chapter 173,898 wordsPublic domain

Un tal pensiero le richiamò alla mente lui, lui che in quell’ora forse volgeva il passo verso l’abisso. E lei doveva salvarlo, non solo perchè era inutile nascondere a se stessa che l’anima sua era tutta satura di passione, ma anche perchè sentiva l’obbligo di riparare al danno che aveva prodotto l’ambizione del padre suo. Per suo padre, quell’unico e legittimo erede del duca di Fagnano aveva impreso quella vita così indegna: pel padre suo il figlio di uno dei primi signori del Regno era divenuto uno scorridore dei boschi ed ora si trovava impigliato in quell’avventura che al certo sarebbe finita tragicamente per lui! Non le aveva detto il padre che appena caduto in mano degl’Inglesi sarebbe stato processato e quindi tratto all’estremo supplizio?

A un tal pensiero rabbrividiva! Orribile, orribile sarebbe stata la sua colpa se pur potendo salvarlo, nulla avesse tentato per stornare dal capo di lui il triste destino verso il quale in quell’istante volgeva il piede; ella avrebbe continuato l’opera nefasta del padre, ella gli avrebbe tolto la vita come il padre gli aveva tolto il nome ed i beni, meno scusabile in questo del padre ella che l’amava, ella che ne era amata! È vero che quell’amore restar doveva sepolto nel cuore, che inesorabile sorgeva fra loro due la Regina, inesorabili sorgevano i ricordi di quei rapporti che avrebbero pur sempre posto come un’insormontabile barriera fra loro; ma nell’uomo dell’amor suo ci era pure la vittima dell’ambizione di suo padre; e se ella per tanti anni aveva portato sì fieramente un titolo che non le apparteneva; se per tanti anni aveva goduto di un fasto e di una ricchezza che facevano di lei la giovanetta più cospicua del Regno, non era stata la sua un’usurpazione, incosciente è vero, ma non meno dannosa al figlio legittimo del duca di Fagnano che intanto gemeva nella miseria, e per farsi uno stato era divenuto un avventuriero?

Ed ora che ella poteva fare ammenda al male prodotto da suo padre, ora che ella poteva scongiurare il mortale pericolo cui andava incontro quel giovane, doveva starsene indifferente aspettando di sentirlo preso ed impiccato come un volgare malfattore? E non l’avrebbe maledetta lui, lui che bene avrebbe potuto credere che ella godesse della sua morte, la quale l’avrebbe fatta continuare nel fasto e nella ricchezza, rendendo legittimo il titolo che finallora aveva usurpato?

Parve di un tratto che cedesse ad un prepotente impulso di energia. Si alzò, dicendo a se stessa:

— Salvarlo, salvarlo a costo della mia vita, a costo del mio onore se occorre!

Corse alla porta e la trasse a sè per aprirla, ma la porta resistette.

— Chiusa, chiusa a chiave! — gridò smarrita.

Suo padre dunque aveva diffidato di lei!

Guardò intorno per la stanza: nessuna uscita, nessuna! solo in fondo intravide una finestra a metà nascosta dalle cortine. Si ricordò che l’appartamento di cui faceva parte quella stanza era quasi a pianterreno.

— Uscirò, uscirò — disse quasi convulsa correndo alla finestra.

Ma le sue deboli mani non giungevano a rimuovere i chiavistelli. Col volto acceso, tremante per l’orgasmo in tutte le membra, incurante del dolore, si diede a forzare le imposte che però restavano salde, come inchiodate. Dopo inutili sforzi cadde esaurita con le dita sanguinanti.

— Non posso, non posso! — gemeva. — Dunque dovrà morire, dovrà morire, lui, lui che amo!

Dalle labbra tremanti le era sfuggita quella confessione che era un grido di tutto l’esser suo. L’amava, sì, l’amava, e se finallora aveva cercato altre ragioni per indursi ad affrontar tutti i pericoli per salvarlo, ora vedeva chiaro nell’anima sua: l’amava come lo aveva sempre amato, l’amava senza speranza, l’amava raccapricciando al pensiero che da un’altra donna era posseduto, ma l’amava, tanto che se lui fosse morto ella ne sarebbe morta.

E intanto si guardava intorno, sperando di trovare un mezzo qualsiasi per uscire da quella prigione; si guardava intorno folle di dolore, con gli occhi accesi di ansia, mentre volgeva a Dio una tacita preghiera onde le fosse venuto in soccorso.

— Come fare, come fare? — mormorava tra i singhiozzi. — Sento che lo salverei, lo salverei se potessi uscir fuori. Ah, padre mio, padre mio, tu non sai che uccidi tua figlia, tu che forse a quest’ora tripudî! Come fare Dio mio?

Balzò in piedi avendo inteso rinascere le forze, tornò alla finestra e si diede di nuovo a trarre a sè le imposte con uno sforzo disperato. Infine le parve di sentire uno scricchiolio che la fece sussultare di gioia.

— Dio mio, Dio mio, grazie, grazie!

E riunendo tutte le forze in un supremo conato giunse a trarre a sè l’imposta. Chi l’avesse vista così convulsa, così vibrante in tutta la delicata persona non avrebbe creduto che ella fosse la pensosa giovinetta dagli occhi di sognatrice, che accanto alla turbolenta Regina era un contrasto vivente!

S’affacciò, ma si ritrasse sbigottita: da quella parte il terreno della villa affossava, onde la finestra era di parecchi metri alta dal suolo.

— Non importa, non importa! — esclamò Alma a cui nell’orgasmo era balenato un pensiero. — Saprò come fare, purchè giunga in tempo, mio Dio!

La confortava il sentir sul suo capo, negli appartamenti in alto, il vocìo dei convitati. Ancora dunque la Corte non si era ritratta negli alloggi. Il tranello sarebbe stato teso nell’ora del silenzio, ella ben lo comprendeva, quantunque il suo pudore di fanciulla si sentisse offeso da tal pensiero.

Era già da un pezzo trascorsa la mezzanotte quando la Regina, accompagnata nelle sue stanze dal maggiordomo e dai valletti che reggevano i grandi candelabri d’argento, avendo con un gesto accomiatato le cameriste che l’avevano attesa nell’anticamera, si trovò sola, finalmente.

L’ampia camera con in fondo un’alcova era attigua al parco a cui si accedeva per una porta mascherata dalla tappezzeria; un’altra porticina, chiusa anch’essa, comunicava con le numerose stanze dell’appartamento. La Regina nell’entrare si era lasciata cadere su una poltrona, ed era stata un pezzo in ascolto. I rumori a poco a poco si andavano affievolendo: giungeva a lei qualche sbatacchiar d’imposte, qualche voce soffocata dalla lontananza; poi per la villa reale si stese il silenzio, un silenzio profondo, indizio certo che tutti erano andati a letto.

— Verrà — mormorò lei — verrà. Non ha mancato mai alla sua promessa.

Era bellissima nella magnificenza delle vesti: i ricchi gioielli scintillavano sul seno a metà discoperto, come ghiacciuoli sulla neve intatta. L’attesa del gaudio dava un molle languore al bel corpo abbandonato.

— Verrà, verrà! Bisogna riconquistarlo. Egli era per sfuggirmi. Colpa mia, non sua. L’amore non vuol rivali e le mie tante preoccupazioni mi avevano discostata da lui.

Trasaliva ad ogni lieve rumore. Infine si alzò. Volse uno sguardo alla grande specchiera in fondo all’alcova che rifletteva tutta la stupenda persona e sorrise soddisfatta.

— Gelosa di una scioccarella! — disse con un atto di spregio.

Corse alle imposte che si aprivano sul parco e le trasse a sè lieve lieve. Stette un pezzo in ascolto.

— Nessun rumore... Meglio così. Sarebbe stata un’imprudenza. Vi è ancora qualche servo in giro, qualcuno dei signori sveglio! Certo lui sarà nascosto dietro uno dei grandi alberi...

Lasciò socchiuse le imposte e tornò a sdraiarsi sull’ampia poltrona, sorridendo alle dolcezze che la fantasia le imprometteva in quella notte di gaudio.

— Lord Bentinck è stato con me di una grande cortesia — disse tornando col pensiero alla serata trascorsa. — Certo non ha alcun sospetto, per quanto si dica che abbia ovunque delle spie! Ah, se Bonaparte si deciderà, che bel giochetto gli faremo! Chi ci avesse visto stasera avrebbe creduto che fossimo i più buoni amici di questo mondo!

Nel dir ciò volgeva gli occhi, che già incominciavano ad essere impazienti, verso le socchiuse imposte della veranda.

— Ora poi — disse con voce irosa — la prudenza è un po’ troppo prolungata... E se non venisse?

A tal pensiero, che la fece fremere, il viso si rabbuiò, gli occhi ebbero un lampo di minaccia.

— No, no, ha promesso, e non ha mancato mai alla sua promessa! — mormorò per confortarsi. — Voglio che mi vegga così. Stasera leggevo l’ammirazione in tutti gli sguardi, e non erano sguardi adulatori, no. Anche il Re mi si è mostrato più carezzevole del solito. L’imbecille, che si è lasciato accalappiare da una sguaiatella! È alla mia età che si ama... che si sa amare...

Si era alzata, punta dall’ansia, dall’impazienza e anche da una vaga paura, e si era fatta alle imposte della veranda tenendosi immobile, tutta raccolta nell’ascoltare. Ma nel silenzio profondo non udiva che i convulsi battiti del suo cuore.

— Ah — disse infine soffocando un grido di gioia che era per prorompere — mi par di avere udito un calpestìo... È lui, è lui, la sua ombra... Che m’importa del resto, che m’importa? Mi resta la sua giovinezza, mi resta il suo amore!...

Non era più la Regina, ambiziosa, feroce, col cuore gonfio di odio pel quale tanto sangue aveva fatto spargere; era la donna vibrante di passione, che per un’ora d’amore avrebbe affrontato l’abisso!

Invero era lui.

— Vieni, vieni, vieni amor mio! — mormorò lei stendendogli ambo le mani per trarlo a sè.

Egli entrò, scuro in viso, pensoso, senza rispondere al grido di lei che intanto aveva chiuso le imposte della veranda.

— Che hai, che hai? — diceva lei stringendoglisi al petto. — Non hai atteso anche tu questa ora? Io, vedi, tutto dimentico, tutto... Non vo’ pensare a nulla adesso, a nulla, solo a te, solo a te dopo tanti lunghi giorni, dopo tante notti insonni!... Ma che hai?

— Ho paura — rispose lui che pareva incerto e tendeva le orecchie come per sorprendere il menomo rumore nel silenzio profondo della notte.

— Paura tu, paura tu! Ah, diceva il mio povero Nelson che non sapeva di che fosse fatta!

— Paura per voi, non per me!

— Per me?

— Silenzio — esclamò lui restando immobile. — Nel parco vi è della gente...

— Ma no, ma no, son tutti a letto, ora. Eppoi sei con me qui. Chi, chi oserebbe varcar la soglia di quella porta?

Egli si rassicurò, ma rimase pur sempre pensoso.

— Gli è che non mi ami, non mi ami più! — proruppe lei respingendolo. — Che sei venuto a far qui, che sei venuto a fare? Per schernirmi? Schernir me, me che mi sono abbeverata di sangue umano, me che ho fatto rotolar cento teste dal patibolo! Bada che il mio amore può mutarsi in odio, odio atroce! Tu mi credi impotente, tu mi credi tigre senza artigli, vipera senza denti; ma bada, bada...

— Voi siete sempre la Regina — mormorò Riccardo che era ricaduto nelle preoccupazioni perchè mentre la Regina inveiva, usato a distinguere gl’impercettibili rumori della notte, gli era parso di sentire nel parco dei calpestii e delle voci soffocate.

— Qui, a quest’ora, non vi è la Regina: vi è la donna che ti vede freddo e perplesso a sè dinnanzi — rispose lei guardandolo fieramente. — Alla donna parla, alla donna spiega il tuo contegno, alla donna svela tutta l’anima tua...

— Ebbene, sì. Sappiate che da tre giorni mi si pedina... a me non possono sfuggire certe manovre... mi si pedina da gente venduta agl’Inglesi. Mi sono alzato di notte e ho visto giù nella via delle ombre: al mattino quelle stesse ombre erano mendicanti, mulattieri, merciaiuoli. Non è me che si può ingannare con un travestimento... Ovunque sono andato in questi giorni ho visto i merciaiuoli, i mendicanti istessi che pur cercavano di nascondersi. Sono stato prudente perchè.... perchè avevo promesso di venir qui a qualunque costo, e son venuto, ma seguìto a distanza da quelle ombre. Che cosa si trama contro di voi, contro di voi, o Regina, chè io sono ben misera cosa per destar tanto interesse alle spie degl’Inglesi? Non so, ma non m’inganno, non m’inganno: un pericolo vi sovrasta.

Ella aveva ascoltato or con un sorriso di dubbio, ora col viso velato da una nube di preoccupazione. L’accento del giovane era sincero, ma lei gli faceva una colpa della sua paura, pur comprendendo che aveva paura per lei.

— Ah, se mi amasse — diceva a se stessa ascoltandolo — non curerebbe il pericolo anche imminente!

Si sentiva stizzita ed insieme umiliata. Era il devoto, era il suddito fedele, era un partigiano pronto a dar la vita per lei, ma non era l’amante. Comprese che bisognava uscire da quella situazione così penosa per entrambi.

— Io non ho nulla a temere — gli disse, assumendo un’aria austera e sdegnosa. — Io sono Maria Carolina, arciduchessa d’Austria e Regina di Napoli e di Sicilia, l’avete dimenticato forse?

Non aveva finito di dir queste parole quando la porticina in fondo si aprì. Con le vestì scomposte, i capelli disciolti, Alma irruppe, mentre Riccardo e la Regina davano in un grido di stupore e di spavento insieme.

— Salvatevi, salvatevi — gridò Alma affannosamente — vi si è teso un tranello: Salvatevi!

— Un tranello, un tranello a me? — disse la Regina che era stata colpita da un sinistro pensiero e volgeva lo sguardo, in cui si leggeva il sospetto e in cui balenava il furore, or su Riccardo, ora sulla giovinetta.

— Sì, sì, a voi — continuò Alma che vibrava di sgomento e di angoscia in tutta la persona. — Non vedete le mie vesti lacere, queste mani sanguinanti? Mi avevano rinchiusa in una stanza... a gran stento potei aprire la finestra e scender giù facendo una corda di alcune lenzuola...

— Non m’ingannavo dunque — mormorò Riccardo che aveva negli occhi una ineffabile tenerezza per quella giovinetta la quale per salvar lui, lui, lo comprendeva bene, si era esposta a tanto rischio, per salvar lui che pur sapeva in un colloquio d’amore!

— Badate, potrebbe anche essere un vostro vilissimo stratagemma... un concertato fra voi due... badate! Mi vendicherei, mi vendicherei atrocemente!

E la Regina diceva ciò a denti stretti, livida in viso, con le labbra tremanti e gli occhi accesi di una luce sanguigna.

Ma i due giovani non ebbero il tempo di rispondere: nel silenzio della notte si elevarono alcune grida sì dall’interno come dal di fuori della villa.

— Udite? — esclamò la giovinetta fieramente ergendosi in tutto il suo orgoglio offeso dall’oltraggioso sospetto della Regina, e come se quelle voci fossero la risposta alle parole di Sua Maestà.

— È vero dunque, è vero! — mormorò Carolina d’Austria fluttuante tra l’ira ed il terrore, ma ancora incerta, mentre le grida vieppiù si avvicinavano.

— Zitto — disse Riccardo che innanzi al pericolo aveva riacquistato tutta la sua energia. — Ascoltiamo.

— Un ladro negli appartamenti di Sua Maestà la Regina — si gridava dal parco su cui si apriva la veranda.

— Intendete, intendete? — proruppe Alma. — Si finge di inseguire un ladro per penetrare in questa stanza...

— Ebbene — disse lui con voce tranquilla — che importa se mi si crede un ladro? Saprò farmi strada fra cento: non è questa la prima volta.

E sguainando il lungo pugnale la cui lama sottile e acuta mandò bagliori sanguigni, balzò presso le imposte della veranda.

La Regina corse a lui, l’afferrô pel braccio e lo trasse a sè dicendogli con parole smozzicate dalla rabbia:

— No, no, non cercano un ladro... cercano il mio amante!

Aveva tutto compreso: il tranello e le sue terribili conseguenze. Lo scandalo l’avrebbe costretta a lasciar la Sicilia, lo scandalo avrebbe troncato tutti i suoi progetti, reso inattuabili tutti i suoi disegni!

Egli si era arrestato, colpito da quelle parole che gli confermavano ciò che per lui finallora era stato un sospetto.

— Ditemi che dovrò fare — disse grave e solenne, volgendosi alla Regina. — Se la mia morte può giovarvi, io son pronto. Direte poi che mi sono ucciso per espiare la mia audacia.

In questo fu picchiato alla gran porta che si apriva nell’anticamera e si udì una voce, la voce del maggiordomo, che diceva:

— Maestà, Maestà, un temerario ha osato penetrare qui dentro... Aprite, Maestà!

Ella intanto irrisoluta volgeva lo sguardo or su Riccardo, or su Alma che si teneva immobile. L’abnegazione di quei due giovani pur nell’atroce tempesta dell’anima sua era giunta a commuoverla. Comprese quanto fosse stata ingiusta e con amarezza profonda quanto il suo amore per Riccardo fosse sinistro per quelle due giovani vite, così nobili e così devote ad un dovere e che si sacrificavano per lei.

Intanto bisognava decidersi.

— È la rinunzia a tutti i miei sogni, a tutti i miei progetti — mormorò la Regina — è l’esilio, è l’infamia, è il disprezzo di tutta la Corte!

— Ed è anche la morte dell’uomo che amate! — disse grave e solenne la giovinetta.

La Regina sussultò, chè ancora non le era balenata tale altra terribile verità.

— Che hai tu detto, che hai tu detto?

— Ho detto — continuò Alma — che il figlio del duca di Fagnano sarà appiccato, non perchè vostro amante, ma perchè ladro ed assassino!

— Io, io! — gridò Riccardo. — Va, fanciulla, va, tu non mi conosci! Quanti morti, quanti morti dovran pagare la mia vita!

Poi con gli occhi sfavillanti di orgoglio, risollevandosi in tutta la persona, ridivenendo il capobanda audace e imperioso:

— Ritraetevi in quella stanza — gridò. — Ora io, io qui comando, io che son giunto al fine della mia vita.

— Noi abbiamo l’obbligo di salvar la Regina! — rispose Alma.

Coloro che avevano picchiato, dopo aver atteso un pezzo si eran dati di nuovo a battere alla porta.

— Ma come, ma come? — disse lui tuttora sdegnoso.

— Lo sai tu un mezzo? Dillo, dillo — esclamò la Regina che aveva sentito rinascere la speranza. — Dillo, e la mia riconoscenza sarà eterna.

— Havvene un solo, un solo, che costerà a me il mio onore, ma che salverà la vita a lui, ed a Vostra Maestà il decoro.

Ciò detto, mentre Riccardo e la Regina eran rimasti confusi, stupiti, non sapendo qual disegno volgesse in mente, Alma si diresse verso la porta e l’aprì.

— Che volete, signori? — chiese ai primi che vide.

L’anticamera era affollata. Le grida avevano destato anche coloro che non erano a parte di quel che si macchinava; gli altri non erano andati punto a letto aspettando il grave e per alcuni divertentissimo avvenimento.

— Un ladro, duchessa, oppure un assassino che premedita un sacrilego attentato, si è introdotto nella villa reale e per la veranda della camera di Sua Maestà la Regina è penetrato qui dentro. Fu visto dalle guardie che ora custodiscono il parco.

— Qui non ci è nessuno che possa giustificare un tal sospetto.

— Eccolo, eccolo — gridarono alcune voci additando Riccardo che tuttora sconvolto per la risoluzione di Alma si teneva immobile in mezzo alla stanza.

E la folla, come se il pericolo che correva la Regina la disobbligasse dal cerimoniale, irruppe nella camera.

Carolina d’Austria si era lasciata cadere sulla poltrona. Ella oramai subiva la volontà di Alma, non essendo giunta in tempo per impedirle di mettere in atto il suo disegno, del quale non comprendeva lo scopo. Ma innanzi alla folla la sua indole imperiosa ed audace prese il sopravvento.

— Che volete, signori? Parmi che in questa pur regale dimora, il Re e la Regina abbiano perduto ogni loro prerogativa!

La folla rimase muta e perplessa: qualunque fossero i sentimenti di ciascuno, il fastigio regale poteva troppo sugli animi perchè non s’imponesse la riverenza.

Il duca di Fagnano si fece innanzi e nel rialzarsi dopo un profondo inchino disse:

— Maestà, fummo svegliati dal grido delle guardie che vegliano nella sicurezza del nostro Re e della nostra Regina, e le guardie non si sono ingannate, perchè ecco qui un uomo che deve dar conto dell’esser suo.

Intanto che diceva ciò, lieto in cuor suo di mettersi così in vista e sicuro quindi della riconoscenza di lord Bentinck, si chiedeva come mai la sua figliuola, che egli aveva chiuso a chiave nella sua stanza, fosse lì a quell’ora.

Riccardo a tali parole aveva fatto un passo innanzi ed era per rispondere, quando fu prevenuto da Alma.

— Padre mio — disse la giovinetta — quest’uomo è mio cugino, vostro nipote, figlio legittimo di vostro fratello primogenito Tommaso, duca di Fagnano.

Un mormorio di meraviglia si levò dalla folla: il padre di Alma, livido, sconvolto, guardava sua figlia con una espressione quasi di terrore, mentre la Regina che si era sollevata con gli occhi pregni di furore quasi per inveire contro la giovinetta, era ricaduta nella sua poltrona, come se le forze le fossero venute meno.

Solo Riccardo si teneva immobile; pure nello sguardo che aveva rivolto alla giovinetta con lo stupore ci era anche una tenerezza ineffabile.

Ma il duca non si diede per vinto: aveva fatto uno sforzo per tornare sereno e con un sorriso d’ironia, col volto improntato ad ipocrita bontà come se bene comprendesse il sacrificio della figliuola in omaggio alla Regina, disse nel silenzio profondo degli astanti tuttora incerti e sorpresi:

— Io non so, mia cara, io tuo padre, da quale sentimento sei mossa a dir cosa tanto strana e tanto inverosimile; ma per fare di cotesto avventuriero un duca di Fagnano non basta... non basta un generoso per quanto irreflessivo impulso, prodotto, ne convengo e ne esulto anche, da una nobile devozione. Ma gli altri, questi signori che conoscono un solo duca di Fagnano vero e legittimo del quale tu sei la buona ma troppo inesperta figliuola... gli altri crederanno che tu, pur così leale sempre, tu che hai sempre odiato la menzogna, sei ricorsa alla menzogna per...

— Non proseguite padre mio — interruppe Alma raffrenando il suo sdegno, ben comprendendo qual fosse l’intenzione del padre che era rimasto interdetto.

Poi avanzandosi verso la folla, la giovinetta stese il braccio e disse con voce sicura e con aspetto severo e solenne:

— Giuro sulla santa e pura memoria di mia madre che questo giovane è il figlio legittimo di Tommaso duca di Fagnano, fratello primogenito di mio padre, che lo ha riconosciuto in punto di morte; ed ecco l’atto matrimoniale, non che la fede di battesimo che attestano quanto ho detto. A voi, conte di Ferrantino, come notaio della Corona affido questi documenti per gli effetti che ne dovran derivare.

Si avanzò vieppiù verso la folla e porse ad un gentiluomo che era innanzi agli altri l’atto matrimoniale che Vittoria le aveva dato.

Il duca di Ferrantino lo dispiegò: intorno a lui, chè la ben giustificata curiosità vinceva la discretezza, si strinsero i più vicini, sporgendo la testa per leggere il documento il quale spogliava dei titoli e degli averi colui che finallora li aveva posseduti.

Ed era stata la figlia, la figlia istessa la rivelatrice di un tal documento! Si era quasi del tutto obbliato il perchè, infrangendo le regali prerogative, quella gente avesse invaso la camera della Regina; tanto l’accaduto era parso singolare!

Il duca pallido, sconvolto, si rivolgeva ai vicini affettando disinvoltura e mormorando, come se gli altri avessero dovuto comprendere al par di lui che fosse quella una commedia:

— Mia figlia spinge un po’ troppo oltre la devozione, l’abnegazione! Infine che riesce a provare con questa commedia? Riesce a distruggere lo scandalo della presenza di un giovane, chiunque sia, nella camera della Regina, in un’ora così inoltrata della notte?

— Ma come spiegate quel documento in mano della duchessa? — gli chiesero alcuni.

Era questa la domanda che il duca volgeva a se stesso mentre non sapeva trattenersi, pur mostrandosi incurante, di guardare il giovane alla sfuggita. Questi portava nel volto l’impronta della sua nascita, doveva bene confessarlo, ma infine era sicuro, affatto sicuro di non aver nulla a temere, chè presto l’attenzione sarebbe tornata sullo scandalo, invano dalla figliuola tentato di soffocare.

Durante questa scena la Regina aveva assunto un’aria di sdegnosa indifferenza, come se la cosa non la riguardasse punto. Però era lieta che l’attenzione degli astanti si fosse stornata da lei. La curiosità e l’indole pettegola del nobilume che aveva invaso la sua camera avrebbero avuto un così largo pascolo in quell’avvenimento da non cercare di più, ed ella quindi si proponeva d’intervenire a suo tempo con una di quelle sue frasi fiere ed imperiose che avrebbe troncato il molesto incidente.