Part 16
Ma ciò che le riusciva amaro, ciò che la umiliava vieppiù era il contegno ossequioso di Riccardo che, quantunque ella lo avesse fatto riconoscere come suo scudiere, non compariva nella villa reale che solo nelle ore in cui servi e valletti ne popolavano le sale. Pure ella non poteva nulla rimproverargli; d’altra parte era così ferita nel suo amor proprio di donna che della sua freddezza non voleva dolersi, quantunque più volte fosse stata lì lì per prorompere!
È vero però che talvolta si faceva delle illusioni, che il rispetto e la prudenza gl’imponessero una tale riserva, anche perchè se con lei si teneva nel contegno di un gentiluomo i cui rapporti con la Sovrana non fossero più intimi di quanto il comportasse l’ufficio che aveva in Corte, non meno severo era il contegno che serbava con Alma; e per quanto invigilasse con occhi gelosi non aveva potuto sorprendere nè un gesto, nè una parola, nè un sorriso che avessero potuto confermarla nei suoi angosciosi sospetti.
Pure sentiva che Riccardo non era più quello di un tempo; sentiva che Alma era crucciata da un occulto pensiero. Che cosa era avvenuto tra quei due mentre egli la riconduceva nella villa reale? Che gli aveva detto lei dopo essere stata messa in salvo? Quale influenza aveva avuto sul cuore della giovinetta l’intervento di Riccardo, che sol per lei aveva sfidato il pericolo di cadere in mano degl’Inglesi?
E il pensiero le ondeggiava tra la rovina di tutti i suoi disegni e i pericoli vaghi, indefiniti del suo amore per Riccardo. Il silenzio dell’Imperatore non le riusciva più esasperante del contegno che serbavano quei due giovani! Forse se Riccardo non le avesse ingenerato dubbi e paure, meno angosciosi sarebbero trascorsi quei giorni in cui più immane aveva inteso il pondo della fatalità, di quella fatalità che da dieci anni pesava su lei!
Bisognava dunque che ella sapesse; bisognava dunque che ella costringesse Riccardo a svelarle tutta l’anima sua; bisognava che ella riafferrasse l’amante che le sfuggiva!
Era l’ultimo suo amante: e l’ultimo amante si ama con una furia di possesso: l’ultimo amore è fatto di tutti i ricordi, di tutte le fiamme, di tutti i dolori e di tutte le gioie degli amori che lo precedettero in un cuore di donna. Ella era in quell’età in cui la donna o non ama più o ama col delirio di tutto l’esser suo: ella era in quell’età in cui la donna si afferra all’ultimo amante come il naufrago allo scoglio, anche se vi debba morire per gli urti della tempesta. Di tutta la sua vita avventurosa di donna e di regina era quello l’ultimo avanzo, ed ella vi si afferrava disperatamente come all’unico sostegno del cuore trambasciato!
Oramai non aveva che una realtà e una illusione: l’amore di Riccardo, come donna; l’intervento dell’imperatore Napoleone negli affari di Sicilia come regina.
Risoluta ad assicurarsi di non aver nulla perduto nel cuore di Riccardo, sperando che il suo riserbato e severo contegno fosse dovuto unicamente alla presenza di Alma che dormiva nella camera attigua alla sua, aveva fatto dire al nuovo scudiere di andar da lei che aveva gran bisogno di parlargli. Lo aveva ricevuto nel gabinetto ove spesso si ritirava, e facendolo sedere a lei vicino gli aveva detto:
— Parla, ora che nessuno ci ascolta: fa che io legga nell’anima tua. Perchè tu eviti di restar solo con me? Perchè mi hai costretta ad imporre che nessuno entri qui onde tu possa libero parlarmi? Perchè non hai compreso che io, ogni notte, ti aspetto invano invano, e quasi perchè non possa fissarti il luogo e l’ora tu ricorri alle astuzie, ti fingi inconsapevole di quel che mi logora il cuore?
Egli aveva ascoltato impassibile, non venendo meno all’austerità del contegno. Pure rispose con accento di un’ossequiosa fermezza:
— Io ho dedicato la mia vita a Vostra Maestà, anche se essa debba trascorrere, come trascorre, nell’ozio vergognoso... Vergognoso, sì, che non sa a che cosa possa oramai servire il mio braccio, il mio cuore, il mio coraggio se non a marcire in una inazione che mi umilia! A capo della mia banda, io ero un soldato di Vostra Maestà; qui che cosa sono io se non.. quel che leggo nel perfido sorriso dei familiari?
— Ah — disse lei prorompendo — allorchè si hanno di questi scrupoli non si ama più, non si ama più!
In questo fu picchiato alla porta ed una voce disse:
— Un corriere di Sua Maestà il Re.
Ella si alzò di botto.
— Un corriere del Re, un corriere del Re? Che cosa è accaduto dunque? — esclamò impallidendo.
— Che Vostra Maestà non indugi a riceverlo — disse Riccardo che si era avvicinato alla porta per aprirla. — Pare anche a me che debba essere apportatore di qualche grave notizia.
— Aprite ed introducetelo — rispose lei tornando a sedere, imponendosi ma invano di rasserenarsi.
— Il Re nostro signore — disse il corriere avanzandosi e porgendo alla Regina una larga lettera dai suggelli rossi in un vassoio d’argento — mi ha ordinato di dire a voce a Vostra Maestà che non metta alcuno indugio a recarsi alla Ficuzza ove l’aspetta impaziente.
La Regina intanto aveva aperto la lettera e leggeva con espressione di stupore come se non giungesse a darsi spiegazione del contenuto di essa.
— Va bene, andate — disse poi al corriere, gittando la lettera sullo scrittoio.
— Se Vostra Maestà vuol restar sola... — disse Riccardo.
— No, no, restate voi, restate.
Il corriere uscì.
— Sapete che contiene quella lettera? — disse la Regina. — L’invito ad una festa che il Re dà alla Ficuzza, alla nobiltà palermitana: un invito fatto in tali termini che mi obbliga per prudenza ad accoglierlo.
— Vostra Maestà fa bene: impedirà così le malignazioni dei suoi nemici.
— Ah — gridò lei fulminandolo dello sguardo — tu ne godi quasi, tu ne godi perchè non sarai costretto più ad infingerti meco, perchè tu non potrai seguirmi e sarai quindi libero di te stesso, libero nei tuoi amori con...
Egli impallidì, ma il suo sdegno fu vinto dalla pietà per quella donna che appariva convulsa. Fece un gesto come per respingere quell’accusa; ma ella non gli diede il tempo di scolparsi e continuò accesa in volto, con le labbra tremanti e la voce roca per la collera:
— Non è, non è la dignità tua, umiliata per l’inazione, non è il perfido sorriso dei miei familiari che ti fa così perplesso a me dinanzi, che ti tiene da me lontano, che ti fa evitare di restar solo con me, onde tu non debba negarti ad un mio invito. È ben altro, ben altro! A che mentire, a che cotesta tua ipocrisia, a che? Credi tu che io non ti legga nel cuore, che non penetri nel segreto dell’anima tua e... e di colei, di colei che è la mia più fiera nemica ora? Tu resterai qui, con lei, e mentre io sarò lontano.. No, no per Iddio, no!
— Io sarò — rispose lui — dove Vostra Maestà vuole che sia.
— Verrai con me alla Ficuzza? — chiese lei con voce incerta, la remissività di lui incominciando a calmarla.
— Se Vostra Maestà me l’ordina... Rifletta bene però che la mia presenza potrebbe esser interpretata malignamente. Il mio grado di scudiere se è riconosciuto qui non sarebbe riconosciuto altrove...
— È vero. Ma dunque solo per questo tu non vuoi venire? Senti — disse poi facendo uno sforzo per dominare sè stessa — non chiedermi qual sia il sentimento che a te mi lega... Io non lo so, non lo so bene e se anche il sapessi, risparmia una confessione a me, misera donna, misera in proporzione di quanto esser dovrei glorificata, umile per quanto dovrei esser superba! Avrò peccato in vita mia, ma l’espiazione è crudele, crudele quanto tu non immagini! Veggo crollar tutto a me d’intorno, tutte le mie speranze, tutte le mie illusioni. In questa guerra impegnata da me sola contro tutti credevo di avere almeno Dio pel mio diritto, Dio per vendicarmi, Dio nel quale riponeva tutta la mia forza. Ebbene, io fidavo in te, in te che mi sfuggi, in te che solo il dovere forse, solo forse un sentimento di generosità, di pietà tiene ancora qui. E sono io, io la tua Regina che così ti parla, che così t’implora, colei che fece cader cento teste superbe, e che osò combattere sola contro il genio di Napoleone Bonaparte!
E nel dir ciò gli occhi di quella donna erano bagnati di lagrime, lagrime spremute dalla tempesta che le infuriava nel cuore, onde egli ne fu commosso pur non sentendosi di nulla colpevole.
Comprendeva bene ciò che ella avrebbe voluto: lo avrebbe voluto più premuroso, fors’anco più avventato nel cercar di penetrare fino a lei, anche a costo di affrontare uno scandalo. Più che l’amore il dispetto la rendeva così convulsa, bene ella comprendendo che la presenza di Alma lo aveva reso così prudente, se era prudenza la sua, e non ritegno di continuare negli antichi rapporti quasi sotto gli occhi di quella giovinetta che era l’unico suo amore!
Sperando di volgere il discorso su un soggetto meno doloroso e meno imbarazzante per lui le disse:
— Vostra Maestà dunque andrà dal Re?
— Sì — rispose lei — è necessario: il tono della lettera mi fa comprendere che vi sia qualcosa in aria. Una tale festa asconde un mistero che debbo penetrare...
Poi divenendo dolce e carezzevole, gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla e gli disse sommessamente:
— Colà sarò più libera di qui, forse. So l’appartamento che mi riserva... Una porta della mia camera dà in un giardino... Hai compreso?
Si stringeva a lui in dire ciò con gli occhi accesi e le labbra tremanti: ei sentiva in sè le vibrazioni di quel corpo bello e caldo di passione:
— Sì — le rispose, mentre ella lo attirava a sè.
— Ti terrai nelle vicinanze — continuava a dire con le labbra sulle labbra di lui — e verrai verso la mezzanotte. Io ti aspetterò come... come ti ho aspettato invano qui tante notti, tante notti..
Egli l’aveva presa fra le braccia sentendo come un rimorso. Era quella la Regina, la formidabile sovrana che dieci anni innanzi aveva insanguinato Napoli, la donna feroce che non aveva avuto mai sensi di pietà? Era proprio lei così supplichevole, così umile, così trepidante? Ne sentiva quasi rimorso: per lui era divenuta così vile, così ondeggiante, così immemore di sè?
— Verrai, dunque, non è vero, verrai?...
— Sì, sì, verrò — rispose lui pervaso come le tante altre volte dal fascino fisico di quella donna e dalla pietà insieme.
— Me lo giuri?
— Lo giuro, verrò.
— Staremo soli, sta sicuro: qui, lo comprendo, siamo troppo spiati... Quella ragazza... quell’Alma infine, dormirà lontano da me... lontano... Perchè ti turbi, perchè?...
— No, no. Gli è che temo, non per me, non per me!
— Chi teme non ama, ed io di nulla temo, io. Perchè temi tu, dunque? Il Re!... Ah, il Re non verrà certo nella mia camera... Io sarò sola: intendi tu? sola!...
Quando Riccardo andò via ella diede in un sospiro di sollievo. Lo aveva riconquistato dunque? Per sempre, per sempre?
Era questo il dubbio che ancora la pungeva, dal quale ancora sentiva attenagliata l’anima! Che doveva fare di più per impedire che le sfuggisse, per evitare il pericolo onde era minacciata?
Il pericolo era Alma. Alma nel cui cuore aveva ben letto la passione. Bisognava dunque allontanarla quantunque fosse la sola amica rimastale fedele. Ma sarebbe bastato? No, no, se egli la amasse fino a dimenticare i suoi giuramenti, le sue promesse! Quale ostacolo si sarebbe frapposto tra lui e lei or che egli era il vero, l’unico erede del titolo e del feudo dei duchi di Fagnano?
Un pensiero, un terribile pensiero le attraversò la mente.
— No, no — proruppe come per respingere violentemente un tal terribile pensiero. — Egli non mi perdonerebbe, non mi perdonerebbe!
Partire e costringerlo a seguirla, partire per andare altrove a rannodare le fila del disegno pel ricupero del trono e del potere regale, partire con lui! Questo, questo era l’unico mezzo per scongiurare il pericolo: partire per ritornare poi trionfatrice, per ritornar poi la sovrana assoluta.
La promessa di Riccardo aveva fatto risorgere in lei le speranze, aveva dato nuovo vigore al suo spirito. Il disegno che le era balenato di lasciar la Sicilia per andare altrove a sostenere i suoi diritti era bastato ad infonderle nuovo vigore. Ma esser poteva sicura della riacquistata serenità che un nonnulla bastava a turbare, così le tante disavventure resa l’avevano incerta e trepidante?
Intanto ella aveva dato gli ordini, e dopo un’ora la Regina ed Alma erano in viaggio per la Ficuzza.
Sua Maestà la Regina era stata ricevuta con tutti gli onori che le si dovevano: Ferdinando IV l’aveva stretta al cuore con insolita espansione e l’aveva accompagnata nell’appartamento destinatole ove ella, stanca del viaggio, aveva voluto restar sola. Era proprio l’appartamento che aveva indicato a Riccardo, alcune delle cui porte si aprivano su un giardino lussureggiante di fiori.
Era stato quello il suo primo pensiero, appena rimasta sola, e con una profonda gioia nel cuore aveva visto che ben facile sarebbe stato a Riccardo lo scalare il cancello che si apriva in un sentiero del parco. Ella avrebbe lasciato aperta l’imposta allorchè il silenzio profondo fosse stato indizio che tutti dormivano nella dimora regale.
Intanto giungevano i convitati al gran pranzo, coloro cioè che avrebbero dovuto pernottare nella villa per prender parte alla caccia del mattino la quale doveva precedere la festa campestre. Fra gl’invitati erano anche lord Bentinck e alcuni dei più ragguardevoli ufficiali inglesi. Grande era l’affaccendarsi dei servi e dei cerimonieri che dovevano provvedere agli alloggi di tanta gente, sicchè un insolito movimento regnava nella regale dimora, di consueto così tranquilla e silenziosa.
Alma appena scesa di carrozza aveva scorto tra un gruppo di gentiluomini suo padre, che le fece un lieve cenno di saluto, non permettendo l’etichetta di più; ma quando la Regina l’accomiatò per restar sola, ella chiese ad una delle cameriste che l’accompagnasse all’alloggio del duca di Fagnano.
Il quale, attendendo alla sua toeletta pel pranzo, aspettava sua figlia. Appena ne ebbe l’annuncio le corse incontro tutto festoso.
— Ah figlia mia, figlia mia, bisogna pure che te lo dica: io non posso più oltre vivere da te lontano. Già... fra giorni, se quel che si dice è vero, tu mi sarai restituita. L’amore pel Re, il dovere per la Regina sono una bella cosa, ma infine, quando si ha un padre, che fuor di sua figlia non ha nessuno al mondo... Ma ripeto, ho una speranza, una speranza che, senza che tu venga meno a quel che tu dici il tuo dovere, potrò riaverti!
— Io non intendo, padre mio — disse Alma, la quale comprese che il vecchio duca le occultava qualcosa di grave.
— Non comprendi? Eppure tu devi sapere molte cose tu. Puoi negare — disse poi con voce sommessa e sedendole vicino — che... che Sua Maestà ha commesso delle gravi, gravissime imprudenze? Si dà per certo che sia stata lei a soffiare nel malcontento del popolino palermitano in occasione delle tasse sui grani; che fu lei a metter su la cosidetta Arciconfraternita di San Paolo con l’intento di scacciar gl’Inglesi dalla Sicilia; che fu lei ad ingaggiar tanti straccioni capaci di ogni delitto, che dopo averne commesso di nefandi poterono sfuggire alla giustizia dei Francesi. E tu, tu, povera creatura mia, devi vivere con una tal donna?
— Una tal donna, padre mio, rappresenta un principio, un diritto, un’idea. Non tocca a noi giudicar delle sue colpe, se ne ha: tocca a Dio.
— Discorriamo, via — disse il duca prendendo le mani tra le sue — discorriamo seriamente. Io sarei venuto a Castelvetrano per continuare il discorso che tu troncasti l’altra volta, con tanto poco riguardo per me, per tuo padre a cui unicamente sta a cuore la felicità tua. Ma è meglio che il nostro incontro sia dovuto al caso perchè... ai tempi che corrono si deve diffidare di tutto e di tutti, e quella donna ha pure le sue spie... Non che io tema di lei: per quanto intrighi, per quanto congiuri, non tornerà più, mai più, ad inferocire su questi poveri popoli!...
— Pure, padre mio, ella espia duramente...
— Ah, tu non la conosci. Si comprende che ella debba soffrire molto; ma credi tu che sia pentita? Credi tu che abbia rimorso del sangue che ha fatto spargere? Dio non voglia che ella torni ad essere regina di fatto: quali orrende vendette basterebbero alla sua ferocia? Ed anche tuo padre, vedi, ne sarebbe colpito, quantunque ti abbia messo al suo servizio. Quella lì è un’ingrata, quella lì è una...
— Vi ho detto, padre mio, che a me fa male sentir parlare così da voi che pur siete uno dei più nobili baroni del Regno...
— Perchè io sono rovinato, intendi? se tu non ti pieghi al mio volere, se tu non abbandoni quella donna al suo destino...
— Giammai, giammai per volontà mia! Dovevate pensarci prima di affannarvi tanto per ottenere la mia nomina a lettrice di Sua Maestà; giammai per il progetto che, come pare, accarezzate ancora!
Il duca si morse le labbra, ben comprendendo che era inutile insistere più oltre.
— Innanzi a cotesta tua testardaggine — disse dopo un istante di silenzio — io piego il capo. Del resto — continuò con un sorriso di uomo che sa più che non voglia dire — ella sarà costretta ad andar via... E se fosse costretta ad andar via, tu non avresti nessun obbligo di seguirla, non è vero? E ritorneresti in casa del povero padre tuo, che dovresti amare più, assai più di quella donna.
— Ma io non l’amo, non l’amo! — proruppe lei per un impulso irriflessivo. — È il dovere, solo il dovere...
Il duca era tutto raggiante d’esser riuscito a strapparle quella confessione.
— Ah, lo sapevo bene che tu, tu che sei una tanto nobile creatura non potevi amare una donna la quale forse senza riguardo alcuno alla purezza dell’anima tua, ti ha fatto assistere a chi sa quali scandali! Perchè si sa, si sa tutto, e il rossore che ti copre il viso mi dice che tu non ignori, nulla ignori di certi suoi obbrobriosi rapporti... Con chi poi, con chi, almeno a quel che si dice? Con uno di quei feroci avventurieri che hanno disonorato il nostro nome, la nostra causa. Ah, tu impallidisci, impallidisci per lo sdegno! Vedi, vedi in quale abisso di vergogna è caduta! E tu, tu, povero fiore immacolato, tu devi vivere a contatto di tali orrori! Ma...
Le si avvicinò, e col viso di chi sveli un gran segreto, guardossi intorno e abbassando vieppiù la voce:
— Non dubitare... saran colti in trappola... le fila sono ben tese... anzi io credo che una tale festa sia data appunto perchè la cosa riesca. Per carità, figlia mia, che non ti sfugga una sola parola... sarei rovinato... gl’Inglesi non me la perdonerebbero, essi che diffidano di me perchè tu sei ancora al servizio di quella donna, e avrebbero voluto almeno che per mezzo tuo io sapessi....
— Volevano fare di me una spia! — esclamò lei.
— No, no: perchè adoperi questa parola così aspra? Ma tu dovrai serbarti neutrale, ecco. Tu hai detto che non ami quella... quella donna: puoi stimarla? Neanche. È il dovere, il solo dovere che ti lega a lei... Tu dunque, se accadrà qualcosa che dovrà sottrarti a tale dovere, non per volontà tua, potrai stare in pace con la coscienza. Perchè intendo, ora, intendo: la tua non è devozione ad una donna; è il rispetto ad un principio, e su ciò non ho nulla a ridire, anzi ti lodo, ti lodo.
Ella ascoltava senza interromperlo, sapendo bene che il padre, per la sua loquacità irriflessiva le avrebbe tutto detto. Ma di che trappola, di che tranello si trattava? Un tranello nel quale avrebbe dovuto cadere anche lui, lui, Riccardo?
— Dunque — continuò il duca sommessamente, sempre con la sua aria di uomo che la sa lunga — lui e lei cadranno nel tranello che sarà loro teso questa notte.
— Questa notte?
— Questa notte o un’altra. Noi siamo stati avvisati di tenerci pronti.
— Ma che si vorrà fare, Dio mio? — gridò lei spaventata.
— Nulla, nulla di male. Non ci è poi da impallidire; da tremare così come tu tremi, povera creatura! Si vorrà provocare uno scandaluccio, ecco tutto, onde lei sia costretta ad andar via da questa Sicilia, nella quale, come già fece in Napoli ed in Calabria, avrebbe voluto far scorrere a fiumi il sangue della povera gente, e, quel che è peggio, ha compromesso noi che avremmo potuto accettare le offerte dei Francesi.
— Ma di lui, di lui che ne sarà, che gli faranno? — gridò lei smarrita.
— Lui?... Chi sarebbe mo’ cotesto _lui_?
— Del... dell’altra persona?
— Ah, dell’avventuriero! Siccome deve fare i conti con la giustizia inglese per molti delitti commessi, sarà arrestato, processato e appiccato. Gli Inglesi vanno per le spiccie. Ma che può importare a te di lui?
Alma si conteneva a stenti. Svelar tutto a suo padre, svelargli chi fosse l’uomo del quale parlava con tanta tranquilla indifferenza? Ah, no, chè il suo affetto filiale non le faceva punto velo agli occhi e comprendeva pur troppo che sarebbe stato peggio, assai peggio. Svelare alla Regina il tranello che le si tendeva? Ma le avrebbe prestato fede? Non avrebbe creduto invece che la gelosia parlasse in lei? Eppoi già era l’ora del pranzo; come avvicinarsi alla Sovrana senza venir meno al cerimoniale che era strettamente e pedantescamente osservato in certi giorni? Avvertir lui? Ma dov’era lui, dov’era? Certo esser ci doveva un’intesa con la Regina; ricordava che non aveva voluto che lei dormisse nella camera attigua, facendole intendere che il Re forse ne sarebbe imbarazzato.
Ah, ora capiva, capiva con un angoscioso stringimento di cuore perchè la Regina aveva voluto restar sola! E sarebbe stata la sua rovina! Coglierli in flagrante era questo il tranello, questo!
Intanto il duca aveva finito di abbigliarsi.
— Tu resterai qui? — le chiese.
— Sì; ho pregato Sua Maestà che mi dispensasse dall’intervenire al pranzo.
— Meglio, meglio così, figlia mia; non muoverti dall’alloggio di tuo padre. Parrà a tutti cosa naturalissima. Non commettere imprudenze: aspetta qui gli avvenimenti e vedrai che tutto sarà per il meglio. Confortati col dire a te stessa che in quello che accadrà tu non hai colpa alcuna, che fino all’ultimo hai compiuto il tuo dovere.
Le mandò un bacio con la mano ed uscì tirando a sè la porta.
Che fare, che fare? Doveva ella starsene indifferente mentre la Regina correva un tal pericolo, mentre egli, forse solo colpevole di non saper resistere alla volontà della donna regale, avrebbe scontato col sangue ciò che era in lui non amore, ma cavalleresca abnegazione? Doveva col suo silenzio metter la Regina, con la quale aveva vissuto per cinque anni in dimestichezza e che era stata sempre affettuosa con lei, meno dacchè la gelosia aveva incominciato a roderle il cuore, in piena balìa di quei prepotenti e brutali stranieri?
Pure immersa così nei suoi pensieri, non sentiva in sè l’energia di prendere una risoluzione, tanto si sentiva stanca nel corpo e nello spirito per tutte quelle traversie che l’una dopo l’altra l’avevano travagliata, tanto si sentiva oppressa e combattuta da un cumulo di sentimenti discordi. Ben comprendeva che le cose precipitavano al loro fine, e che di quel dramma nel quale aveva avuto tanta parte si appressava l’ultima scena, dopo la quale non sapeva intendere che cosa di lei dovesse avvenire!
Ella non si sentiva nata per la via avventurosa e irta di pericoli che pure aveva vissuto da qualche tempo: natura dolce e contemplativa, quante volte era tornata col pensiero ai suoi monti verdi, a piè dei quali biancheggiava il paesello poco lungi dalla casa paterna ove aveva vissuto nella serenità! A quali casi strani era andata incontro nel lasciarli! E chi sa se li avrebbe più riveduti, chi sa se sarebbe mai tornata in quella cameretta del vasto castello ove in tanta pace erano trascorsi i primi suoi anni!