Santa Cecilia

Part 8

Chapter 83,853 wordsPublic domain

— Oh, non c'è conti che tengano. Anzi, fin da quest'ora, smetterete di darmi del conte. Chiamatemi signor Emanuele, vecchio colonnello di cavalleria messo a riposo, perchè gli andava troppo a' versi «la costituzione di Spagna», e vostro umilissimo servo. Guardate; qui siamo soli e senza ombra di soggezione; mia figlia e la sua dama di compagnia, io e il mio buon arciprete don Bernardo, vostro amicone, il quale dice sempre un gran bene di voi, e che qualche volta mi fa l'onore di venire a desinare con me e di fare una partita a scacchi, che egli perde sempre. E questo sia detto a mo' di digressione. Poi si va a passeggio su per questi greppi, e si torna all'imbrunire in casa, dove mia figlia ci fa udire un po' di musica. Rimanete, dunque; siete prigioniero di guerra. —

Il giovine non seppe che rispondere a quel diluvio di amichevoli parole e cedette a quella dolce violenza; ma figuratevi se non doveva essere contento, poichè ne aveva in compenso un sorriso della contessina Cecilia. Quella bionda creatura era compresa del suo nobile mandato, e giubilava, angelo di pace, tra i due rappresentanti delle famiglie che avevano dimorato nel castello.

Poco dopo giunse don Bernardo, e il buon arciprete fu grandemente maravigliato e contento, quando vide Calisto seduto al pianoforte, col conte Emanuele ai fianchi, il quale si stropicciava le mani, come Federico di Prussia dopo la battaglia di Rosbach.

E non crediate che io dica per celia. Il conte di Villa Cervia era soddisfatto della presenza di Calisto, come di una vittoria campale. Egli era contento di far vedere come egli trattasse cortesemente il figlio di quel ricco plebeo, che, se non erano le sue pazzie, non avrebbe mai più consentito ai Villa Cervia il ritorno nella dimora de' loro antenati.

Tra i fumi della vittoria egli non si addiede neppure che da quello incontro potesse nascerne un romanzetto bello e buono tra la sua figliuola e Calisto. Io, per me, credo che quando egli ebbe più tardi ad accorgersene, dovette provare il medesimo stupore di quel selvaggio che fece cozzar la prima volta due selci l'una contro l'altra e ne vide sprizzar le scintille. Nè soltanto egli era uomo da non pensarci punto, ma tale che, gli fosse pur balenato alla mente che Calisto potesse innamorarsi di Cecilia, ed ella di lui, ne avrebbe fatto le grasse risa, come di una stramba pensata.

Il conte, siccome vi ho detto, amava mostrarsi cordiale, alla mano, e metteva volentieri le sue vecchie pergamene sotto gli stivali; lodava a cielo l'Enciclopedia e citava spesso il Voltaire; non già il Rousseau, intendiamoci, che egli chiamava un pazzo da catena. Cotesto vi chiarisce come certe cose egli non le intendesse a mo' dei moderni, i quali sono figli del ginevrino, anzi che del filosofo chiacchierino di Ferney.

Cecilia, intanto, da quella innocente creatura che ella era, si lasciava andar a quella novità di affetti, senza fermarsi un tratto a pensarci su e misurare la china sulla quale era condotta dai casi. Il giovine andava spesso al castello, e certamente guidato dai più retti intendimenti del mondo, ma, per sua sventura e di altrui, senza vedere gli ostacoli insormontabili che la disparità dello stato metteva tra lui e Cecilia; cieco, insomma, come è cieco l'amore.

Egli dunque era quasi sempre lassù: la domenica andava a suonar l'organo, e tutto quel giorno rimaneva in casa Villa Cervia; gli altri sei della settimana non ci andava che alla sera per suonare il pianoforte, sfogliare la nuova musica della contessina, e ragionare con lei, in quella che tra il conte e don Bernardo durava l'eterna partita di scacchi.

Cotesto non bastava ancora all'innamorato, il quale si fece a trovare tutte le occasioni di veder la fanciulla. Ella, quasi ogni mattina, soleva andare con Giovanni e con la dama di compagnia a vedere le famiglie dei fittaiuoli, dar rimedi per gli ammalati, pannilini per i più poveri, a fare insomma tutto quello che faceva un tempo l'angelica signora, la madre di Calisto.

E non dubitate: andasse di qua, andasse di là, Calisto si trovava sempre, un po' prima, un po' dopo, sulla sua strada; laonde in breve diventò consuetudine il vederlo, e son certo che se fosse mancato una volta, alla dimane gli avrebbero chiesto se per avventura fosse stato ammalato.

Egli era tanto cortese colla dama di compagnia, donna attempata, a cui parlava sempre nel suo francese, con quella purezza di accento ch'egli aveva attinta alle sue fonti, in Parigi! Ed era così buono col vecchio Giovanni!... In quanto alla signorina, egli non le diceva mai cosa che uscisse di riga; parlavano sempre di musica, di lettere, di cose innocentissime, e nessuno badava al linguaggio degli occhi, ai fiorellini colti sui ciglioni dei sentieruoli, alle pazze sfuriate di allegrezza verso l'aria pura e verso il cielo sereno, insomma, a nessuno di que' nonnulla, di cui si nutre la più forte tra le umane passioni.

Al ritorno da quelle passeggiate campestri, Calisto accompagnava le signore fino agli alberi, sull'ingresso della piazzetta, e se ne tornava in giù, leggiero leggiero, e col cuore pieno di contentezza.

Venne l'autunno, e la vendemmia non fece che accrescere la dimestichezza. Le foglie appassite cadevano dai rami, ma non appassiva l'amore; e quando il temporale e la pioggia impedivano le passeggiate, Calisto aveva sempre un libro da restituire, una domanda da fare: se il fulmine avesse schiantato nulla, se la pioggia avesse guastato il giardino della contessina, e che so io.

L'inverno era un guaio; ma al giunger dell'inverno il conte Emanuele si buscò una forte infreddatura, pericolosa alla sua età. Il giovane allora fu tutti i giorni, mattina e sera, al castello, e non lasciava mai il letto del conte, a cui ministrava con figliale sollecitudine le bevande e leggeva da capo a fondo la _Gazzetta Piemontese_.

Cecilia, anch'essa, era sempre accanto al letto paterno, e al conte Emanuele era divenuta come una necessità di averli tutti e due al capezzale. Caselli di qua, Caselli di là, non c'era che Caselli di buono, ed era lui che dava sesto ad ogni negozio, e pareva fosse lui il capo di casa.

Tutti nel paesello di Dego avevano già in capo che un matrimonio fosse lì lì per fiorire, e chi dava del pazzo al conte, chi gliene dava gran lode. Don Bernardo, a cui il conte non aveva mai detto nulla, ma che vedeva la sua predilezione per Calisto, non diceva nè di sì nè di no a chi gliene domandava. Il vecchio domestico non aveva nulla da dire, ma in cuor suo desiderava che il bel signorino la sposasse davvero, e presto, la sua leggiadra padroncina.

Cecilia non pensava a nulla, non desiderava nulla. Calisto non aveva mai detto quella tale parola; non c'era dunque ragione di fare il suo esame di coscienza, e di mostrarsi più contegnosa. Amava, senza cercare più oltre, e si sentiva felice.

Ma se il cielo era sereno sul loro capo, qualche nuvoletta nera cominciava a turbar l'orizzonte. La burrasca doveva esser vicina.

XVI.

Era la primavera innoltrata.... Lasciatemi saltare alcuni mesi, tanto per affrettare il racconto. Esso non scapiterà punto, ad essere così ritagliato.

Che cosa infatti vi direi di nuovo, per questi quattro o cinque mesi lasciati in disparte? Che i due giovani si amavano e non se lo dicevano mai? Cotesto lo sapete, e sapete inoltre che, se non ci era la parola, c'era bensì, e tutto intero, il concetto. Un giro di ingegnose perifrasi rasentava sempre quella parola benedetta, senza mai darci dentro, e faceva intendere tutto ciò che occorreva sapere. Non c'erano poi, terribile artiglieria, gli sguardi lunghi e profondi, per supplire a ciò che non dicevano le labbra?

In quel torno, io conobbi da vicino il Caselli. Ero un povero pretonzolo, non nato per l'abito talare e pel tricorno. Oggi sono contento del mio stato; ma allora, se sapeste! mi bollivano in capo certe mattìe, delle quali oggi ancora si risente il mio modo di pensare, non sempre in rispondenza col mio ufficio ecclesiastico. Ma la bontà del Signore ha le braccia così grandi!...

Questo per farvi intendere come allora una certa comunanza di pensieri mi facesse amico il Caselli, e come egli passasse quasi ogni giorno con me tutto quel tempo che non era consacrato ai Villa Cervia. Di questa guisa io venni a sapere di molte cose, e d'allora in poi, sopraggiunte le peripezie e la catastrofe del suo amore, ne ebbi in mano tutte le fila.

Era la primavera innoltrata. Il mese di maggio smaltava di un bel verde la campagna, e il sole ci metteva del suo tutta la pompa dei colori e la tiepidezza dell'aria, quando quella tal nuvoletta di cui vi ho detto più sopra, accresciuta da mille vapori, s'ingrossò in forma di nembo sul capo di Calisto.

Il procaccia di Dego portò al conte Emanuele, insieme col solito giornale, una lettera da Torino, la quale fu letta e riletta con molta attenzione dall'ottimo gentiluomo.

Gliela scriveva un amico suo, il vecchio marchese di Cardiana, gran ciambellano a corte, col quale da parecchio tempo non teneva più carteggio; nè già per discrepanza di opinioni, poichè, come vi ho detto, le ubbìe liberalesche del conte Emanuele, non andavano niente più giù della pelle, e tutti ne sapevano quanto era necessario saperne.

Il vecchio marchese di Cardiana, dopo aver dato sue nuove all'amico, gli annunziava la visita del figlio suo, giovane sui ventisei, che era forse un po' sventatello in ragione dell'età, ma a cui il prender moglie avrebbe fatto un gran bene. In sostanza (e questo non lo diceva il marchese), il giovanotto menava a Torino una vita da scioperato e gli usurai gli davano troppo facilmente ad imprestito; laonde il padre, che era stato costretto a pagare per lui un centinaio di mila lire, e gli era parso di escirne pel rotto della cuffia, aveva pensato di dargli moglie; nè migliore avrebbe potuto trovarne della figlia del suo vecchio amico, la quale alla morte del padre avrebbe avuto un patrimonio di settecento mila lire, se non forse di più.

«Ti mando il giovanotto (diceva la lettera); tu vedrai se è partito che convenga alla tua bella figliuola, di cui mi si dice mirabilia. Se non ti va a genio, scrivimi liberamente; egli non sa nulla e non avrò che a richiamarlo presso di me. Noi rimarremo sempre i buoni e schietti amici di prima.»

Il marchese di Cardiana, che scriveva di queste lettere, era un uomo quattro o cinque volte milionario, e non aveva che due figli; per giunta egli apparteneva alla prima nobiltà piemontese, e si vantava di un suo antenato che era stato a Rodi con Amedeo di Savoia (il quale Amedeo, a dirla tra parentesi, non è mai stato laggiù); nè si poteva disconoscerne che fosse un magnifico partito, segnatamente se il giovine era costumato; della qual cosa, poi, non era a dubitarsi nemmeno, essendo egli un Cardiana.

Tutte queste belle ragioni si affacciarono alla mente del conte Emanuele, tra un periodo e l'altro di quella lettera miracolosa. D'altra parte, chi avrebbe egli dato in marito a Cecilia, fino a tanto che stava rinchiuso tra quelle montagne? Poichè questo passo si aveva a fare, meglio il farlo subito e cogliere una occasione che non si sarebbe più così agevolmente offerta, con una corona di marchese in capo e due milioni nel portafogli.

La deliberazione fu pronta nell'animo del conte Emanuele. Egli alzò gli occhi dallo scritto, e voltosi a Cecilia che stava seduta al suo pianoforte, mentre Calisto scorreva degli occhi il giornale, le annunziò la venuta del giovine marchese di Cardiana, loro mezzo parente per via di donne, il quale veniva a recar loro i saluti del padre e fare una scampagnata nelle Langhe.

La giovinetta impallidì, e i suoi occhi pieni di subitaneo sgomento andarono incontanente a cercare quelli di Calisto. Egli pure era diventato pallido come la morte.

Il conte Emanuele non si avvide di quello sguardo, e dopo aver preso il giornale che Calisto aveva lasciato cadere sulla tavola, se ne andò su d'una loggia lì accanto, come era suo costume, per mettersi in corpo tutte le quattro pagine.

— Cecilia, — esclamò il giovane, accostandosi a lei, nel colmo dell'agitazione, appena il conte fu andato: — quest'uomo sarà vostro marito!...

— Dio mio! non correte tanto! — rispose la contessina, senza trovare nè strano, nè disdicevole che egli per la prima volta si facesse a chiamarla col suo nome. — Egli viene, e sia pure; per la strada che viene potrà anche ritornarsene.

— Così pur fosse! Ma, vedete: ci sono dei presentimenti, che ingannano di rado; e questo è del numero.

— Perchè mi dite cotesto? — chiese Cecilia, assai più sgomentita che non volesse parere.

I suoi timori, infatti, rispondevano troppo bene a quelli del giovane. Che cosa voleva quel marchesino di Cardiana, del quale non s'era mai sentito parlare? Perchè veniva ad intromettere la sua ignota persona in un queto idillio campestre, senz'altra ragione che quella, già molto stramba di per sè stessa, di recar le novelle del padre, ignoto egualmente ai due giovani, e non mai nominato, nè in altra maniera ricordato dal conte?

— Perchè mi dite cotesto? — chiese adunque sgomentita Cecilia, ma non già per avere una risposta; chè la vera, l'unica che si potesse fare, l'aveva già data a lei il suo presentimento medesimo.

— Perchè?... — rispose Calisto. — Io chiedo piuttosto a me stesso, a voi, o Cecilia, perchè sono io tornato in questi luoghi, che io non dovevo vedere più mai. —

E dicendo queste parole, Calisto si percuoteva la fronte con le palme, quasi volesse spezzarla e farne uscire i dolorosi pensieri che vi turbinavano per entro. La giovinetta stava a guardarlo mestamente, senza aggiunger parola.

— Oh perdonatemi, signorina! — ripigliò Calisto. — Io non so più quel che mi dica, e il dolore fa sì che non esprima neppur giustamente quello che penso. Checchè avvenga di me, non ho io conosciuta la vostra casa? Non ho io vissuto un anno di felicità? —

La contessina non rispose, ma il suo turbamento era la più eloquente delle risposte.

Passarono due giorni, due brevissimi giorni, nei quali Cecilia fu amorevolissima col Caselli e più malinconica dell'usato. La mattina del terzo, giungeva al castello, accolto con gran giubilo dal conte Emanuele, il marchesino di Cardiana.

Era costui un giovinetto di bella presenza, attillato e profumato come un damerino del suo tempo, che nel parlare smozzicava l'erre e fischiava l'esse, giusta il costume dei suoi pari, pieno di alterigia con gli uomini e di leziosaggine con le signore. Veniva al castello di Villa Cervia con uno staffiere e due cavalli, come sarebbe andato a fare una trottata al Valentino; e all'albergo di Dego, dove era rimasto ad aspettar la venuta dei cornipedi, che gli erano indietro di mezza giornata, era smontato con un reggimento di valigie e bauli, da disgradarne un viaggiatore inglese.

Alla contessina Cecilia uomini di quella fatta non andavano molto a' versi; laonde, a malgrado delle sue smancerie, anzi appunto per queste, fu molto riserbata con lui, fino a quel punto che le buone creanze consentivano ad una sua pari.

Ma da quel giorno, addio passeggiate pei campi, addio facili ritrovi, addio occasioni di lieti ragionamenti. Della qual cosa non è a dire come si struggesse Calisto, e come gli fosse accresciuto il rammarico della sua solitudine. I bei sogni si dileguavano tutti ad un tratto. Passeggiava concitato per que' sentieruoli, memori di tante dolcezze, e non trovava più diletto nel sereno del cielo, o nel verde dei prati. Alzar gli occhi da terra e scorgere, allo svoltare di un poggio, le due torri merlate del castello di Villa Cervia, era divenuto per lui un tormento; e allora dava indietro sollecito, cercando tregua al dolore, e non trovandola mai, poichè il suo dolore egli lo portava con sè.

Il conte Emanuele non si era punto mutato nella sua amorevolezza per Calisto. Egli anzi lo presentò, come un suo carissimo amico, al marchesino, il quale gli fece un saluto schizzinoso, non udendo accompagnato il suo nome da verun titolo di nobiltà.

Questo marchesino venuto di fresco riguardava il Caselli come un intruso, e la semplicità del suo vestire, il suo umor taciturno, erano facilmente scambiati per meschinità campagnuola e zotichezza plebea. Quando egli parlava de' suoi viaggi di Parigi, di Londra, di Vienna, Calisto si guardava ben bene dal fargli intendere che quelle città gli erano state altrettanto dimestiche; e, tra per l'interno rammarico e per la sua ripugnanza a parlare, si teneva affatto in disparte, lasciando che il marchesino sciorinasse le sue leziosaggini alla giovinetta, e che il conte Emanuele facesse le più sperticate lodi del nuovo venuto.

Che importava a lui, finalmente, delle lodi date a quell'altro? Egli ben sapeva e vedeva chiaramente co' suoi occhi quanto poco giovassero presso l'amata fanciulla i complimenti e le affettature del marchesino di Cardiana.

Un giorno, mentre quest'ultimo era andato a cavalcare presso il paesello di Dego, la contessina Cecilia, trovatasi sola con Calisto, gli disse:

— Signor Caselli, io temo davvero che mio padre mi voglia maritare.

— E che cosa gli avete risposto? — chiese egli, turbato.

— Nulla, perchè egli non me ne ha ancora parlato.

— E che cosa risponderete, se ve ne parlerà? — incalzò il giovine, col piglio di chi aspetta da una parola la sua sentenza di vita o di morte.

— Io..., — rispose Cecilia. — Perdonatemi, signor Calisto! non lo so.... —

E vedendo come quelle sue parole avessero turbato il giovine, la contessina soggiunse, con accento malinconico:

— Ditemi, che cosa rispondereste voi, nel mio caso, alla dimanda di un padre? —

Calisto non rispose. Egli non era così egoista da non intendere le angustie della giovinetta. Stette silenzioso alcuni minuti, col viso nascosto nelle palme; ma quel silenzio maturava una energica deliberazione. Infatti, dopo quella breve sosta, il giovine balzò in piedi, e disse a Cecilia:

— Debbo parlare col conte. —

E senza aspettare che ella gli chiedesse perchè, si mosse dal salone dov'erano ambedue, per andare alla loggia, dove il conte Emanuele stava seduto, a leggere il suo giornale consueto.

— Signor conte, — disse egli facendosi animo, sebbene tremasse per la grande commozione dal capo alle piante, — ho bisogno di parlarvi.

— Dite, amico mio, dite, — rispose il conte Emanuele in quella che posava il foglio sul parapetto. — Ed anzitutto sedetevi qui, vicino a me.

— No, signor conte. Ho a chiedervi una cosa, e mi bisogna chiederla in piedi, a capo scoperto, con quel massimo rispetto che ho sempre avuto per la vostra persona.

— Oh, non mi fate tremare; ditela su, questa cosa.

— Signor conte, — ripigliò allora Calisto, facendo violenza alle parole che non volevano uscirgli di bocca, — io vengo a chiedervi la mano di vostra figlia, la contessina Cecilia di Villa Cervia. —

XVII.

Diede uno sbalzo dal suo sedile, il vecchio gentiluomo, a quelle parole inaspettate; e guardò in viso il giovane Calisto, in atto di chi non aggiusti fede alle proprie orecchie ed abbia mestieri di nuove testimonianze.

Ma il giovane stava ritto a due passi da lui, pallido, modesto e severo come un generoso che aspetta la morte. Egli invero non si riprometteva una favorevole risposta; ma, dopo aver finalmente pronunziate quelle parole fatali, si sentiva parato ad ogni cosa.

Durò tra essi una pausa, che parve molto lunga ad ambedue; ma più lunga al conte Emanuele, a cui toccava rispondere. Chinò gli occhi, gli alzò due o tre volte, e dopo aver molto cercato che cosa gli dovesse rispondere, non gli venne altro alle labbra che questa domanda:

— Dite da senno?

— Oh, signor conte! — esclamò corrucciato Calisto. — Vi pare una dimanda, la mia, da celiarvi su?

— No, no.... — ripigliò il conte. — Il cielo me ne guardi. Ma, in fede mia, la mi giunge così nuova....

— Sì, è nuova, signor conte; ma non è altrimenti nuovo l'affetto che ho concepito per la figlia vostra. Sono indegno di lei, lo so; indegno a gran pezza, ma in quel modo che potrebbero essere gli uomini tutti del mondo, innanzi a tanta bellezza, a tanta virtù, a tanta nobiltà d'intelletto. —

Il conte Emanuele aveva l'aria di cader dalle nuvole. Stette con molto raccoglimento a sentire i discorsi del giovane, e, dopo alcuni secondi di silenzio, nei quali fece prova di raccapezzarsi un tratto, rispose:

— Voi rendete giustizia alla contessina di Villa Cervia, e ve ne ringrazio. Ma ditemi, signor Caselli: e da quando vi è nato il pensiero di chiedermela in moglie?

— Oggi stesso, signor conte; ed ho pensato inoltre, che, fatta una risoluzione simigliante, fosse sconveniente ogni ritardo.

— Ed avete saviamente operato, signor Caselli, perchè certe cose bisogna dirle subito subito. Io penso che voi, leale come siete, non avrete detto cosa a mia figlia che....

— Nulla, signor conte! — interruppe Calisto. — Io non le ho anche detto nulla di questo mio proposito.

— Lo credo; e vi risponderò con pari schiettezza che, oltre alle molte ragioni, le quali si opporrebbero a questa vostra dimanda, e le quali la perspicacia vostra vi farà intendere non risguardar punto il vostro carattere, ve n'ha una, di cui voglio parlarvi subito. Siete giunto troppo tardi, signor Caselli. Ieri ho concessa la mano di mia figlia al giovane marchese di Cardiana. —

E dette queste fatali parole, anche il conte Emanuele si sentì meno impacciato. L'amore di Calisto gli giungeva come un fulmine a ciel sereno; la sua dimanda di matrimonio offendeva tutte le sue opinioni di nobile; ma non poteva scordarsi d'un tratto la sua amorevolezza per il giovane Caselli, la rispettosa amicizia di quest'ultimo, ed intendeva altresì quanto gravi dovevano essere le trafitture nel cuore dell'innamorato, per condurlo a quel disperato colloquio.

Però non seppe assumere quell'aria di dispregio che una simile domanda, fatta da un altro, gli avrebbe sicuramente inspirata; e, tra le ragioni che gli erano venute alle labbra, egli scelse quell'una, la quale, mentre pur rispondeva alla verità delle cose, non potesse offendere il delicato sentire del suo umile amico.

Sulla mente e sugli occhi di Calisto si distese una nube, che egli invano tentò di sgombrare, facendosi scorrer le mani sulla fronte, in quella che mormorava:

— Ah! lo avevo preveduto!... —

Il conte taceva, e stava aspettando, con rammarico ed impazienza, il fine di quella scena spiacevole.

— E la contessina lo sa? — chiese finalmente Calisto.

— No, — rispose il vecchio gentiluomo, — ma oggi stesso lo dirò a lei, presentandole il marchese di Cardiana come suo fidanzato.

— Come, signor conte? — gridò Calisto, il quale non poteva più contenersi. — E senza dirgliene nulla? senza chiederle innanzi se il suo cuore vi consente?... —

Qui il conte Emanuele apparve qual era nel fondo, il nobile e borioso castellano, per cui Calisto non era che il povero borghesuccio, o, come si dice da certa gente, il plebeo.

— Mia figlia, signor Caselli, — disse egli alzandosi in piedi, — è del sangue dei Villa Cervia, e quello che fa suo padre è ben fatto per lei. Mi duole d'esser costretto a ricordarvelo.

— Perdonate, signor conte, — ripigliò Calisto, a cui la gravità del colloquio conferiva le forze per sostenerlo. — Voi bene intendete che io metto in questo duro giuoco la mia ultima posta, la mia tranquillità, la mia vita. Ora che ho cominciato, siate cortese; compatitemi, lasciatemi finire. —

Il conte Emanuele fe' un cenno del capo, che voleva dire: accomodatevi, e si rimise frattanto a sedere.