Part 7
Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal grave strumento.
Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue, allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nel cuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!
Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.
— Oh no! restate, signorina; — disse egli, tendendo le mani verso di lei in atto di preghiera; — proseguite pure; non vi sgomenti la presenza di un povero suonatore! —
Arrossì la fanciulla e balbettò alcune parole confuse, di quelle tali che, dette appena, non si ricordano più.
Ognuno che abbia amato e che siasi fatto la prima volta a parlare con la donna amata, sarà passato per questa filiera. Egli vi ha, sul cominciare di un primo colloquio, dieci o quindici parole, dette dall'uno o dall'altro dei due interlocutori, le quali non si trovano più, anco a volerle cercare col fuscellino. Sono nonnulla, frasi monche, brandelli di pensiero, i quali spesso non somigliano nè punto nè poco a quello che s'aveva in mente di dire; epperò io credo che, se pur si trovassero, e si potesse metterli sulla carta, farebbero ridere. Il loro gran pregio sta tutto quanto nello esser venuti sulle labbra, in aiuto alle angustie, alle trepidazioni dell'animo; e vi so dir io.... cioè, intendiamoci, io non ve ne so dir nulla, ma ho sentito dire dagli altri, che in quelle contingenze essi riescono più grati che una ottava dell'Ariosto, più splendidi che un canto della _Divina Comedia_.
Che cosa dissero i nostri giovani per entrare in discorso? io non lo so, e, a dirvela schietta, non mi curo nemmeno di saperlo. È probabile eziandio che abbiano taciuto, senza punto accorgersi che non dicevano nulla.
Ma, tacessero o parlassero, venne il momento che si entrò in materia, e fu Calisto che, bene o male, arrossendo e balbettando a sua volta, si bevve intiero quel calice.
— Signorina, — diss'egli, — eravate dunque voi?... Ieri mattina, sedendomi, dove voi siete adesso, sentii come un arcano profumo, del quale non ho saputo argomentare la cagione....
— Ah! — esclamò la fanciulla. — Era l'essenza di viole, che mi piace tanto e che porto sempre sulla persona.
— Non mi ero dunque ingannato; — soggiunse Calisto. — Ma come avrei potuto immaginare che quel delicato profumo mi derivasse da una così bella suonatrice? Ho tuttavia dato vicino al segno, pensando che fossero gli angeli.... Non vi dolga del paragone, signorina, e sopratutto non lo abbiate in conto di un complimento. Ho pensato davvero agli angeli. Se il canto dell'organo è la più bella forma di preghiera, perchè non verrebbero gli angeli a raccoglierla, a fine di portarla in cielo, come le altre? Ora per me, tra la venuta dell'angelo del cielo e quella dell'angelo della terra, non corre divario, imperocchè, tanto per la venuta dell'uno, come per quella dell'altro, io non ardirei più mettere le mie dita profane su quella tastiera. —
La contessina di Villa Cervia, che era rimasta un tal poco impacciata a sentir quelle parole pronunciate con dolce lentezza dal giovine Caselli, colse l'ultima frase come un appicco alla conversazione.
— Oh, perchè non suonereste più? — chiese ella. — Voi mi vorreste far pagare troppo caro un capriccio scolaresco. Fin dal primo giorno che vi udii a suonare, volli provarmi pur io sull'organo, per vedere che differenza ci fosse tra questo grave strumento ed il cembalo. Sulle prime non sapevo raccapezzarmi; ma a furia di picchiare, son pur venuta a capo di trarne fuori qualche cosa.
— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo, signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul pianoforte.
— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio passatempo nel convento, e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo debitrice al grande amore che gli porto.
— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il quale ha detto: _Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han fatto cercar lo tuo volume._
— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e pochissima scienza. —
Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini, Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto alla contessina.
Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse posta sbadatamente a toccar la tastiera, cavandone qualche suonata a mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali chiudere a tempo.
Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due. Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della cappella.
— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto. Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.
— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa, ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo allo spirito.
— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa, dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito, senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera, senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi trascorrimenti della mano? È quello un diletto che la lettura del più bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —
La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:
— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?
— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. — Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo di averla riscattata, appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.
— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —
A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di lagrime, le accennava di proseguire.
— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno parlato di lei come di una santa. È veramente una bella cosa lasciare tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli, consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io, l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle rassomigliare.
— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi piedi.
Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in quell'impeto di adorazione aveva afferrata.
— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne parlare, ma come certo non potevo aspettarmi che ne parlaste voi, di fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo, il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a rimuover la seggiola.
— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.
— I vecchi quadri del salone! — esclamò Calisto. — Ma sapete, signorina, che io li ho amati, come se portassero la effigie dei miei? Spesso mi avvenne di andarmi a raggomitolare in una gran sedia a bracciuoli, di rimpetto a quella bella gentildonna che sembra guardarvi in qualunque parte del salone vi siate, e che abbandona una mano alle carezze di un cagnolino.
— La contessa Giulia, la madre del mio bisnonno; — disse Cecilia.
— Sta bene; — rispose Calisto; — io non sapevo il suo nome, come nol so di nessun altro di quegli antichi; ma la bontà che le spirava dal volto, e quella sua aria pensierosa, mi facevano tenerezza, e stavo ore ed ore a contemplarla. Tutto, insomma, tutto, là dentro, ha un ricordo per me; e come volete che io possa rientrarvi senza sgomento?... —
La bionda fanciulla, che lo aveva ascoltato con molta attenzione fino a quel punto, stette un poco sovra pensieri; quindi, con un piglio di regina, gli disse:
— Volete voi obbedirmi?
— In che cosa?
— Ah, signor Caselli, badate! voi mettete delle condizioni....
— Nessuna, se così volete. Vi obbedirò in ogni cosa che a voi piaccia di comandarmi.
— Datemi la mano.
— Eccola!
— E adesso venite con me. —
Così dicendo, la fanciulla condusse Calisto fino alla scaletta a chiocciola dell'orchestra, e scesa dinanzi a lui, voltò a sinistra, presso l'altare dove era un usciolo aperto, il quale metteva alla tribuna del conte Emanuele. Di là, saliti due pianerottoli, si entrava, per un corridoio lungo lungo, nelle stanze del primo piano del castello.
Calisto aveva inteso fin da principio qual fosse il disegno della contessina; ma non era più tempo di ritirarsi, senza farle scortesia troppo grave. Però, tra il sì ed il no, ma fortemente turbato e tremante in cuor suo come un bambino, la seguì per tutti quei giri frettolosi che ella faceva.
Non pensate male, vi prego, della contessina di Villa Cervia. Io so tutte queste cose dallo stesso Calisto, il quale mi narrò per filo e per segno l'origine e il corso dei suoi mali, e mi fece scorgere quale delicatezza d'intendimenti la conducesse a voler vincere la sua ritrosia.
Ella, sicuramente, non era ardita come un'eroina da romanzo, e non è da credere neppure che avesse potuto formarsi un concetto del sentimento che le avevano destato in cuore la vista e i discorsi del giovine. La pietà fu detta sorella d'amore, e non a torto; chè l'una tira sempre l'altro con sè, e finisce col metterlo a regnare in sua vece. Ma la contessina non sapeva niente di ciò; e obbediva ad un sentimento che le pareva, e certamente era, purissimo di ogni lega.
Per dirvi alla breve quello che io ne penso, la contessina Cecilia era timida, ma non alla guisa di molte fanciulle, le quali si sgomentano alla presenza di un uomo, nè ardiscono con esso dir cosa, di cui parlano le mille volte liberamente tra amiche. Cuor nobile e generoso, anima forte ed immacolata, ella non istava a sofisticare sulle cose che la consuetudine faceva lecite o no ad una giovinetta sua pari. La vista di un uomo la turbò un tratto, come quella che le giungeva improvvisa in quel luogo, dov'era sola ed assorta nella sua occupazione; ma, conosciuto quell'uomo, lo trattò con quella cortese dimestichezza che non tutti al mondo son nati per intendere quanto valga e da quale nobiltà di mente derivi.
— Orsù, dunque, — disse ella, come fu in capo al corridoio, facendosi da un lato e accennandogli un uscio aperto sul salone, — entrate, signore, e siate il benvenuto. —
Ma a Calisto non diè l'animo di farsi più innanzi. Appuntò una mano allo stipite, e rimase col capo chino, in quella che il cuore gli balzava concitato nel petto.
— Animo, animo! — soggiunse Cecilia. — Vostra madre è sempre la padrona del castello, poichè tutto qui vi parla di lei, e nulla è mutato. —
Calisto diede uno sguardo di ineffabile affetto alla giovinetta ed entrò con passo deliberato e sollecito nel salone. Il suo primo pensiero fu di correre ad una delle finestre, di afferrare il lembo di una cortina, di baciarlo tre volte; poi guardò tutto intorno, e si lasciò cadere su d'una seggiola, dando in uno scoppio di pianto.
XV.
Con quel delicato accorgimento che è proprio della donna, la contessina Cecilia se ne andò via dal salone, e Calisto udì, senza neppur alzar la testa, il fruscìo della sua veste che sfiorava un uscio mezzo aperto poco lontano da lui. Essa aveva voluto lasciarlo solo un tratto coi suoi pensieri e con le sue lagrime.
Dicono che il veder piangere una donna sia la cosa più teneramente bella del mondo, perchè le lagrime adornano un ciglio di donna come le perle della rugiada i petali di un fiore. E sarà vero, ma il paragone non mi va più a' versi, dopo che un giardiniere mi ha detto, la rugiada non essere quella bella cosa che i poeti vogliono, imperocchè, al sopraggiungere del sole, ella si muti quasi in veleno per quelle povere piante che adorna.
Comunque sia, se le lagrime stanno bene al ciglio di una donna, fanno in quella vece brutto vedere negli occhi di un uomo. Il re del creato che piange, o si chiarisce spirito fiacco, o afferma la sua impotenza a vincere l'avversa fortuna; nel primo caso ti muove a sdegno, nel secondo a pietà.
Quelle di Calisto non erano tuttavia lagrime di spirito fiacco, nè di vanitoso impossente; sibbene apparivano un tributo della pietà di figlio alla memoria materna, uno sciogliersi improvviso di fantasie malinconiche, le quali facevano groppo intorno al cuore.
La contessina Cecilia aveva cionondimeno ben fatto a ritrarsi e lasciarlo piangere da solo. Che avrebbe potuto far ella? Il pianto di un uomo non lo può tergere che una madre, una sorella, o la donna a cui vi ha disposato l'affetto. E Cecilia non gli era nulla, lo aveva veduto per la prima volta in quel giorno, e non avrebbe potuto dargli che un conforto di volgari esortazioni, che un nobile cuore disdegna di offrire, o di ricevere.
Com'ebbe dato il primo sfogo a quel tumulto di affetti, Calisto si alzò, ribaciò il lembo della cortina, e andò a sedersi più in là, di rincontro al ritratto della contessa Giulia.
Era sempre al suo posto, la bella donna, ritta della persona, e tale era l'effetto della luce che giusta le pioveva sulla tela, da far credere che fosse sul punto di balzarne fuori. Il suo sguardo era mesto e profondamente affettuoso, come di donna che ha patito, e può dire come la regina di Cartagine: _Non ignara mali, miseris succurrere disco_; non son nuova al dolore, e ci ho imparato a compatire altrui. E come era splendida di naturalezza, quella mano, abbandonata, lungo le pieghe della veste di broccato, alle carezze di un povero levriero! Non era un concetto filosofico quello? Io credo di sì. La bella e pensierosa gentildonna guardava dinanzi a sè, ma non dimenticava l'umile creatura affettuosa che implorava le sue carezze e le lambiva la mano.
Calisto andava pensando a tutte queste cose, che, per l'età e per l'esperienza cresciuta, intendeva assai meglio di prima. E una cosa che potè riconoscere soltanto allora, si fu la somiglianza della contessa Giulia con la giovine castellana di Villa Cervia. Anche nel dipinto erano gli occhi neri e i capelli d'oro, e la stessa forma ovale del viso, il dolce sorriso della bocca, e perfino il collo, un filo più lungo del consueto, che aggiungeva leggiadria alla persona di Cecilia.
Donde vengono queste maravigliose rassomiglianze, e come si perpetuano nelle famiglie? Qual ragione arcana presiede alla riproduzione, or continua, ora interrotta e saltellante, dei medesimi tipi? E quale è il segreto di quella specie di affinità elettive che reggono la somiglianza, anche quando la celata intromissione di un nuovo sangue ha già spezzata più volte quella catena di esistenze che è detta la stirpe?
Quanti misteri ancora da esplorare, e quanti che non verremo forse mai a capo d'intendere! L'uomo invero è sommamente grande, se badiamo a tutto quanto egli ha fatto, dalla notte dei secoli in poi; se consideriamo come egli abbia diradato man mano quel gran buio dell'intelletto, ingentilendo il costume con ogni più svariata maniera di arti, scienze e speculazioni altissime; ma egli è altresì sommamente dappoco, se badiamo a tutto quanto gli rimane da fare, ai sempre nuovi problemi in cui si abbatte, a mano a mano che egli s'inoltra, alle sempre nuove serraglie nelle quali va a dar di cozzo il pensiero, povero vincitore che non può mai riportare gli onori del trionfo, e le cui vittorie sono ogni giorno messe in forse dalla necessità di una nuova battaglia.
Sant'Agostino, a parer mio, l'ha detta più giusta di tutti, quando affermò di essere giunto a sapere che nulla sapeva. Ma scusate; io qui mi ricordo un po' troppo di certe prediche, le quali non ho potuto mai spendere con questo gregge di montagna, e che mi rimangono chiuse nello scrittoio.
Torniamo a Calisto, che, raggomitolato nel seggiolone, stava contemplando il viso della contessa Giulia, ammirandovi, anzi adorandovi, i lineamenti leggiadri della giovine Cecilia. Egli, a furia di guardare e di almanaccare su quella testa, era venuto nel pensiero che fosse quello il ritratto della contessina, anzi lei in persona, che lo guardasse, con quegli occhi malinconici.
— O bella, o divina fanciulla, — diceva egli tra sè, — io ti ho veduta oggi appena, e già sento di amarti, come se il mio cuore fosse stato sempre il santuario della tua immagine. Soltanto nelle città, tra le mille cure, i mille sopraccapi della vita, e i mille ostacoli che mette la consuetudine al manifestarsi dell'anima di una donna, è costume naturale innamorarsi per gradi. Qui, all'aperto, tra il rigoglioso fiorir di ogni cosa, dove il sole, l'aria e il pensiero son liberi, l'eccezione è regolatrice suprema. Io però ti ho veduta, o bella; ho ammirato la grazia de' tuoi modi, la nobiltà del tuo spirito, e t'ho amata subito, con tutte le potenze dell'anima. Ma mi amerai tu? Potrai tu, vorrai forse intendere la subita e profonda adorazione dell'anima mia? —
Il giovine Caselli era tutto immerso in questi sogni, quando venne improvviso a distornelo uno stropiccìo di piedi, che si fe' udire nel salone; laonde si volse e balzò in piedi sollecito, tutto confuso, come un fanciullo colto in flagranti di qualche sua scappatella. Era il conte Emanuele, che gli veniva incontro, e dietro le sue spalle appariva il volto sorridente della contessina Cecilia.
Il vecchio gentiluomo aveva quella scioltezza di modi, o, per meglio esprimermi, quell'arte del dire e del fare che diventa come una seconda natura nella gente educata e vissuta lunga pezza con ogni ragion di persone, per la quale un uomo si sente anco lui meno impacciato a rispondere, e quasi di punto in bianco tirato ad usare di quella dimestichezza cortese che l'altro adopera, e che di solito non si acquista se non dopo un bel tratto di tempo.
— Finalmente! — esclamò il conte Emanuele, stendendo ambedue le mani a Calisto, per afferrare con piglio amorevole la sua, — noi vi abbiamo in casa nostra, signor Caselli. —
Il giovane rimase lì, tra confuso ed incerto, inchinando il capo, e senza risponder parola.
— Oh, non istate a credere, — soggiunse il conte, — che io ve lo ascriva a colpa. Il ciel me ne guardi! So molto bene come la pensiate rispetto a noi, e mi ero già capacitato di tutte le giuste ragioni della vostra ritrosia. Ora che siete finalmente venuto, io ringrazio il caso che vi ha condotto, e voi lo ringrazierete egualmente, perchè so anch'io di valer qualche cosa....
— Signor conte, che dite mai? — rispose Calisto. — Io ho sempre pensato che voi foste un perfetto gentiluomo, e la vostra cortese accoglienza mi fa oggi sentire più vivamente il rammarico di non essere venuto prima. Vedete? io non ho rossore di farvi scorgere che ho pianto assai, nell'entrare in queste sale. Tutte le antiche ricordanze mi hanno assalito ad un tratto, siccome io temevo, e mi hanno spremute queste lacrime che voi mi scuserete, perchè io ora mi sento più tranquillo, e penso di poter venire qualche volta al castello, per ringraziarvi delle vostre cortesie.
— Qualche volta! — interruppe il conte Emanuele. — Spesso, e non qualche volta, vogliamo vedervi al castello. Anzi, per suggellare il trattato, oggi starete a desinare da noi.
— Signor conte.... vi prego....