Part 9
— Signor conte, — proseguì Calisto, misurando le parole con solenne lentezza, — io so bene di non essere nulla ai vostri occhi; ma la ragione che voi mi avete addotta pur dianzi è troppo lieve in cosa di tanto grave momento. Scusate; io non intendo con ciò di recarvi offesa, nè di biasimare ciò che fate. Ma io amo vostra figlia di un amore ineffabile, immenso. Ora, se voi credete che questo sia un argomento non isfornito di pregio per la felicità della figlia vostra, datemi ascolto. Io diventerò uomo non indegno di voi, nè di lei. Sono povero; le quaranta mila lire che mi rimangono, io quasi non ardisco metterle in conto; ma mi restano ancora molti e sinceri amici in alto stato. Rimane una strada sulla quale io avevo già divisato di mettermi, e me ne distolse la morte dei miei parenti, il nessun pensiero che io avevo di me stesso dopo la rovina della mia famiglia; una strada nella quale un giovane della mia età, con la mia volontà e con quella virtù prepotente che gl'infonderebbe il desiderio di mostrarsi degno del vostro parentado, mi farebbero entrare, non senza decoro al mio nome ed al mio paese che andrei a servire altrove. Ho conforto di buoni studi; parecchie delle lingue d'Europa mi sono familiari. Ve lo giuro per l'anima mia, signor conte, diventerò un uomo! —
Dette queste cose con voce sicura e con piglio eloquente, il giovane Calisto si fermò, e stette con una mano appoggiata al parapetto, la fronte alta e lo sguardo sereno, ad aspettare la risposta del conte.
Questi era rimasto fortemente commosso dal discorso del giovane; ma se i suoi modi verso di lui potevano per avventura essersi più temperati, non si erano veramente mutati i propositi.
— Ve lo credo, amico mio; — egli disse. — Ma tutto questo potrebbe forse farvi.... —
E qui il conte fu molto impacciato a finire la frase.
— Proseguite! — soggiunse Calisto. — Non abbiate timore di offendermi. Io berrò questo calice fino all'ultima goccia.
— Orbene; non vi dolga la mia schiettezza; — ripigliò il conte Emanuele. — Ma tutto questo non potrebbe conferirvi quello stato che dànno solamente i natali. Non già che io creda gli uomini divisi in due caste, e venuti da diversa progenie. Me ne guardi il cielo. Io per me sono spregiudicato, e filosofo anzitutto; ma le consuetudini di famiglia.... le nostre parentele.... Come potrei sottrarmi io alle leggi dei miei pari? —
Non vi era più speranza, dopo quell'ultima argomentazione del conte di Villa Cervia, e ben lo intese Calisto, a cui vennero meno il coraggio e le forze.
— Signor conte, io non ho più nulla a dirvi. Il cielo vi guardi.
— Ve ne andate? — chiese il conte, in quella che si alzava da capo per accomiatarlo.
— Sì, e non troverete disdicevole, io spero, che io non torni più al castello.... —
Fu scosso il vecchio gentiluomo da quella generosa profferta del Caselli; ma, poichè gli niegava la mano di Cecilia, era pur naturale che lo pigliasse in parola.
— Che dite mai? — rispose egli. — Trovo giustissimo il vostro proposito. Dopo ciò che è avvenuto, è ben naturale che non abbiamo più a vederci.... almeno per un tratto di tempo. E permettetemi intanto che io vi dichiari degno della fiducia che avevo riposta in voi. Minor virtù di sacrificio io non mi aspettavo certamente da un animo come il vostro. Addio dunque, mio giovane amico, e perdonatemi. —
Calisto se ne partì precipitoso, senza neppur toccare la mano che il conte Emanuele era lì per offrirgli in atto di commiato. Gli scoppiava il cuore e non poteva mentire una serenità dalla quale era tanto lontano.
Giunse fino al salone, dove diede un ultimo sguardo di addio al ritratto della contessa Giulia e a tutte le sue memorie giovanili; quindi si avviò per le scale.
Colà si avvenne in Cecilia che era uscita sulla piazzetta, e risaliva, pallida anch'essa come una morta.
— Signorina, — disse egli, con accento disperato, — ho parlato con vostro padre....
— Orbene? — rispose Cecilia, guardandolo con ansietà.
— Tutto è finito, signorina.
— Ah! — esclamò la contessina, e fu costretta ad appoggiarsi contro il muro, per non cadere sui gradini.
— Ricordatevi di me, Cecilia! Non ci vedremo mai più. —
E fuggì frettoloso, perchè la piena del dolore lo soffocava.
A piè della scala si volse. La contessina Cecilia era rimasta al medesimo posto, con gli occhi fissi a terra, le braccia prosciolte lungo le pieghe della veste.
Allora risalì a furia; le afferrò la mano, la strinse e vi impresse un bacio, il primo bacio d'amore che turbasse il sangue a quella gentil creatura, e fuggì.
In capo alla piazzetta gli era riserbato un nuovo rammarico.
Giovanni, il vecchio servitore, che veniva su per l'erta, lo fermò con la sua dimestichezza consueta, per chiedergli sue nuove.
— Giovanni, lasciami andare! — gli gridò Calisto, che non ne poteva più.
Allora Giovanni, stupito, lo guardò in viso; e dallo stupore passò allo spavento.
— Potenza del cielo! — gridò egli, giungendo le palme, — come ha visto scombuiato! Che le è mai accaduto, signorino?
— Giovanni, lasciami andare! Ho la morte nell'anima. Non ci vedremo più!
— Che? come? — gridò il vecchio servitore. — Ah! il torinese.... sposa la contessina? —
Calisto, che era già per muovere il passo, si rattenne, ed afferrando il braccio del vecchio, gli disse:
— Come? tu lo sapevi?...
— Io no, signorino; ma il cuore mi diceva che nella venuta del marchese di Cardiana c'era un grosso perchè. La tristezza della padroncina, quella di Vossignoria, mi dicevano molto. Ora, vederla partire così a precipizio, udire quelle sue rotte parole.... che cosa debbo pensarne, mio Dio?...
— Te ne duole, Giovanni? Tu dunque non avresti veduto di mal occhio che Calisto Caselli, un plebeo, sposasse la castellana di Villa Cervia?
— Io!... — gridò il povero vecchio, con gli occhi imbambolati. — Se c'è cuor nobile al mondo, degno dell'amore della contessina Cecilia, è il suo, senz'altro, signor Calisto, è il suo. Oh, la non dubiti, io li conosco i veri gentiluomini; sono vecchio e me ne intendo un poco. I veri gentiluomini, quelli del vecchio stampo, sono fatti come Vossignoria.
— Grazie, Giovanni, grazie! qua la mano, e addio. Ricordati del tuo giovane amico! —
E giù a furia per la discesa, lasciando il povero servitore tutto lagrimoso e tremante.
Quando fu al Castagneto, si chiuse nella sua camera, e per tutto quel giorno, fino al mattino seguente, non vide nessuno; non volle cibo, nè altro.
I contadini che gli stavano presso, lo udirono singhiozzare e passeggiare concitato per la camera; verso sera si pose allo scrittoio, ed essi, per tutta la notte, non udirono altro che lo stridere convulso della penna sulla carta.
XVIII.
Alla dimane, sul mezzogiorno, il suo fittaiuolo Gerolamo venne a cercarmi nel paesello, per dirmi che il signorino desiderava vedermi.
Corsi al Castagneto senza indugio, e lo trovai nella sua camera, sparuto e pallido come un morto, con gli occhi rossi e i capelli rabbuffati, ma tranquillo, o, per meglio dire, spossato.
Mi ringraziò della sollecitudine con la quale ero corso al suo invito, e, fattomi sedere, mi raccontò tutto: come avesse speranza di essere riamato dalla contessina; come la improvvisa venuta del giovine marchese di Cardiana lo avesse posto in tali distrette, dalle quali aveva voluto uscir nobilmente, mercè un colloquio col conte Emanuele.
Io già sapevo, come vi ho detto, dell'amor suo per la giovinetta; un amore, del resto, che non era ignoto ad alcuno, tranne al conte, che avrebbe pur dovuto essere il primo ad avvedersene. La catastrofe, che egli mi narrò, mi commosse fortemente, sebbene non fosse a prevedersi diversa.
— Qui, — mi disse il giovine Calisto, mettendo la mano su d'un libro manoscritto, che era ancora aperto sullo scrittoio, — c'è tutto il mio povero romanzo, che doveva finir così male! Ho notato tutto, dal mio ritorno tra queste montagne fino al colloquio di ieri e alla deliberazione che ho presa stanotte.
Egli pronunciò queste ultime parole con un'aria così cupa, che io tremai tutto, e mi affrettai a prendergli la mano tra le mie, lasciando trapelare l'ansietà dell'animo e il desiderio di rimproverarlo.
— Non temete, don Luigi, — soggiunse egli, sorridendo malinconicamente, — non ho nessuna voglia di uccidermi. Le mie opinioni intorno al suicidio saranno certamente alquanto disformi dalle vostre, imperocchè io non nego all'uomo il diritto di levarsi la vita, quando questa gli sia divenuta increscevole. Avrò il torto; ma la è una quistione cotesta che non ho avuto ancor tempo nè agio a studiare per bene, e i miei giudizi, comunque vi paiano, sono a quel punto che vi ho detto. Per contro, se diverso è il pensare tra noi due, io convengo nella vostra sentenza riguardo al fatto, e sono avverso al suicidio, perchè non voglio far ridere gli stolti, nè muovere a pietà i buoni che vedono sempre in quest'atto, o la rovina degli averi, o un amore sfortunato, o finalmente un ramo di pazzia. Da queste tre argomentazioni non si esce, a sentire la gente; il perchè, se uno si uccide, ha da rassegnarsi in anticipazione ad una di queste varianti, appiastrate alla sua riputazione, come una lapide infame nel luogo ove era edificata la casa di qualche celebre disgraziato, compianto dagli uni, maledetto dagli altri, sempre mal giudicato da tutti. No, don Luigi, non mi ucciderò, ve lo giuro; non ho in animo di lasciare eredità di mestizia agli onesti, argomento di ciarle assassine all'universo. —
Mi sentii raffidato da quelle parole; intanto egli proseguì:
— Ho divisato di andarmene da questo paese. A Torino troverò modo di vendere il Castagneto, o pigliarvi su denari ad imprestito, e poscia me ne andrò lontano lontano, che l'aria nol sappia neppur essa. In qualche angolo della terra troverò pure il modo di proseguire onoratamente la vita, o levarmene il tedio, senza disonore, o viltà. Ed ora, buon amico, che avete compassione di me, eccovi il mio libro. Voi siete un uomo di cuore; lo screzio delle opinioni che corre tra noi non mi ha punto impedito di amarvi, e di cattivarmi la vostra amicizia. Eccovelo dunque, il testimone eloquente dei miei affetti sconsolati; voi lo terrete come un ricordo di me. Anche iersera, dopo averne sfogliate alcune pagine, che m'ero fatto a leggere con amara voluttà, fui sul punto di consegnarlo alle fiamme. Ma, dissi a me stesso, quella divina creatura, di cui esso è la glorificazione quotidiana, non mi ha fatto nulla; innocente cagione dei miei mali, essa ne avrà rammarico, se non così forte come il mio, certo assai somigliante. Ho in quella vece deliberato di finirlo, scrivendo la storia dolorosa di questi ultimi giorni, e di consegnarlo a voi. Lo leggerete; vedrete i miei pensamenti, tutte quelle sfumature di concetti che rispondono ai fatti più minuti della vita, e vi servirà per dire un po' di bene di me, quando altri forse addenterà la mia fama. —
Povero giovane! Così la storia del suo amore si fosse fermata a quel punto! Così fosse egli morto davvero, come egli chiedeva con tanta sincerità di desiderio.
Io accettai il manoscritto e gli promisi che non mi sarei scordato di lui.
In mia presenza diede sesto a tutte le sue cose, e dopo aver preso un po' di cibo con me, col cuore gonfio di amarezza, ma tranquillo negli atti e nel portamento, partì alla volta di Torino, sulla via di Mondovì, dopo aver detto ai suoi fittaiuoli che andava per un viaggio di pochi giorni.
La gente a Dego ne fu molto meravigliata; se ne fecero i gran ragionari per case e botteghe; e vi lascio immaginare quanta confusione di parole e di lingue ci fosse, dopo che si era detto e creduto generalmente che l'orso del Castagneto era stato addomesticato dalla schifiltosa castellana di Villa Cervia, e che si dovevano tra breve far le denunzie in chiesa.
Ma non istette molto a farsi strada la verità, sebbene sformata a capriccio nei particolari; e una settimana dopo, tutti sapevano che la contessina Cecilia andava sposa al giovane marchese Alberto di Cardiana, quel damerino attillato che passava tutte le mattine a cavallo per la via principale del paese, e (Dio mi perdoni) faceva l'occhiolino a tutte le femmine che stavano al davanzale.
Ora mi è necessario narrarvi brevemente quello che avvenne al castello, dopo la partenza di Calisto.
Il conte Emanuele, tutto pieno di mal umore per il colloquio avuto col giovane, deliberò di andar tosto dalla figliuola e chiarirle il suo divisamento sui due piedi. Ma non gli venne fatto, imperocchè la trovò mezzo svenuta nelle braccia della sua dama di compagnia, buona donna che non sapeva nulla, e non intendeva nulla, tranne il suo francese, il suo inglese, i suoi ricami e i romanzi innocenti di Anna Radcliffe.
Costei attribuiva il male improvviso della contessina ad un colpo di sole; e il conte, sebbene quella ridicola spiegazione lo facesse borbottare un tal poco, non disse nulla di quello che egli ne pensava, e si ritirò, lasciando alla figliuola il tempo di riaversi.
La contessina si sentiva tuttavia così debole, che fu necessario metterla a letto, dove stette cinque giorni, con un po' di febbre e in uno stato di fiacchezza che il medico battezzò non saprei più dirvi con qual nome. Questo nome e la spiegazione trovata dalla dama di compagnia servirono intanto, al conte Emanuele, per dare al suo ospite una ragione dello stato di Cecilia o scusarne la breve assenza dalla loro compagnia.
Ma appena si fu alzata dal letto ed uscì dalla sua camera, il conte ebbe con lei un lungo colloquio, in cui le disse dei suoi disegni, e in modo da farle capire come egli fosse irremovibile nei propositi.
La povera fanciulla non intendeva come una figlia potesse ribellarsi alla volontà di un padre. Pianse molto in segreto, ma, dopo aver pianto, accettò la mano del giovane marchese.
Ottenuta quella vittoria sull'animo di lei, si mandò innanzi il negozio con grande sollecitudine. Fu anzitutto deliberato che le nozze si sarebbero fatte a Torino. Il marchesino partì, e quindici giorni dopo giungeva il vecchio marchese di Cardiana in persona, a salutare la futura sua nuora e accompagnarla insieme col conte Emanuele alla capitale.
Nel paese di Dego si riseppe poco dopo che la contessina Cecilia era divenuta marchesa di Cardiana e che era partita col marito alla volta di Parigi, dove la felice coppia doveva passare l'inverno.
Il conte non rimase a Torino. Fatte le nozze, egli se ne era ritornato al castello, dove visse solitario e malinconico; e il vecchio Giovanni più malinconico, più aggrondato di lui.
Non andava più alla Villa Cervia che il parroco don Bernardo, a perdere, secondo l'uso, la sua partita a scacchi. La messa nella cappella fu abrogata di fatto, poichè non se ne parlò più, e il conte pigliò subito, dopo il suo ritorno, il costume di andare egli stesso alla chiesa parrocchiale.
Il castello era come deserto, e la povera gente dei dintorni rammemorava più che mai i Caselli, associando tuttavia al ricordo dell'angelica madre di Calisto, quello della bionda contessina, la quale (dicevano) nel suo partire alla volta di Torino non ci aveva un'aria molto contenta.
Non è da tacersi qui che, innanzi d'andarsene, ella aveva fatto molti donativi a tutte quelle povere famiglie di contadini. Si seppe inoltre che, accompagnata dal vecchio Giovanni, ella era andata fino al Castagneto, dove non l'avevano mai veduta a giungere, e, dopo aver chiesto amorevolmente a que' fittaiuoli della loro salute e del loro stato, aveva regalato un bel gruzzolo di monete.
Il conte Emanuele cansava ogni occasione di nominare Calisto. Una sola volta a don Bernardo, che sbadatamente ne aveva fatte le lodi e gliene chiedeva novelle, rispose secco:
— L'ho visto a Torino. Era venuto a San Giovanni quando fu celebrato il matrimonio. Io l'ho riconosciuto, ed egli se n'è andato subito via. —
Infatti Calisto era a Torino, da dove mi scrisse tre o quattro lettere. Stava appunto per pigliare una somma di denaro ad imprestito, quando giunsero gli sposi alla capitale. Egli volle assistere dal fondo d'una navata alla cerimonia, e fu male per lui; poichè nel suo cuore riarse la fiamma più viva che mai, e tutti i suoi proponimenti andarono in fumo.
Nell'ultima sua lettera egli mi annunziò che andava a Parigi. A che farci, poichè sapeva del viaggio degli sposi a quella volta? A soffrire maggiormente, non visto? A far soffrire altrui, se ravvisato nella moltitudine?
Ma il cuore non ragiona; e d'altra parte il destino disponeva le fila.
XIX.
Da quel giorno in poi, Calisto non mi scrisse più verbo; nè di lui ebbi nuova più oltre, salvo che egli doveva trovarsi in male acque, poichè un anno dopo il podere del Castagneto era stato venduto.
Al castello si menava sempre la stessa vita monotona. Il conte Emanuele usciva di rado, e non si faceva vedere che alla domenica nel paesello, dove la sua aria grave e lo sguardo accigliato lo avrebbero fatto sembrare uno spauracchio da bambini, se non fosse stato conosciuto da tutti per quel degno gentiluomo che era. Il vecchio Giovanni che lo seguiva, era anche lui duro come un piuolo, ed era inoltre diventato severo e muto come una tomba.
Appena giunse l'estate, la marchesa di Cardiana venne col marito a dimorare nel castello.
Era molto mutata da quella contessina Cecilia che avevamo conosciuta un anno prima. Il volto aveva sereno, ma pallido, e una cert'aria pensierosa e il tardo muovere degli occhi, che usava tener quasi sempre socchiusi in atto di chi si raccoglie nelle sue interne meditazioni, davano a credere che su quel biondo capo si fossero addensate già molte procelle.
Io non so se sia vero del tutto; ma pare a me che le persone, le quali hanno patito, s'abbia a conoscerle a prima giunta. Stanno bene come voi; sono in carne come voi, sorridono come voi, nel giro di una amichevole e gaia conversazione; ma un nonnulla sul loro viso, un certo modo di volgere gli occhi senza guardar nulla, una grinza leggera e quasi invisibile, vi mutano a un tratto quella figura. Avete dinanzi agli occhi lo stesso volto, ma non è più la medesima fisonomia.
La grand'arte dei valenti pittori sta nel saperli cogliere, questi momenti, e di lumeggiarne la testa con un semplice tocco di pennello. I grami, i dozzinali, non badano a questi gravissimi nonnulla, e vi fanno un ritratto nel quale ci sono tutti i lineamenti, spesso fedelmente copiati, ma guasti da quelle smorfie ed atteggiamenti d'uso che arieggiano la fotografia.
Questa sì davvero è l'ultima ragione dell'arte. Vi riproduce con quella materiale fedeltà, che io direi piuttosto infedele, di un dato momento, dopo avervi composte le membra e comandato il piglio che sembri più acconcio. Cerca di farvi più bello e non vi fa più vero; perciò vediamo persone gravi per natura, le quali sorridono sulla cartolina come altrettanti babbei, stolidi che vi assumono un'aria di malinconia soave da innamorare i sassi.
Poichè sono venuto a parlare della fotografia, lasciatemi dire una cosa, la quale a voi, che volete darvi allo scrivere dei costumi del tempo nostro, non tornerà forse inutile del tutto. Voi vedrete, anzi non vedrete nulla, ma lo vedranno i nostri nepoti, che il tipo della società civile del secolo nostro andrà sepolto insieme con noi. E mi spiego.
Qual è ai dì nostri la casa che non abbia i suoi vecchi ritratti a olio, siano eredità di famiglia, o compere fatte dal rigattiere? Sono gravi magistrati con la zazzera lunga e pendente in ordinati cincinni sulle spalle; guerrieri con la corazza di acciaio, le brache di raso e gli stivaloni di marocchino giallo; gentildonne incipriate con un fiorellino tra le dita; professori con l'abito nero tagliato a coda di rondine, i ciondoli al panciotto e una lettera in mano colla sua brava soprascritta in mostra; tutta gente di cui non sapete il più delle volte neanche il nome, ma che siete avvezzo a vedere, e che vi rappresentano il tipo di uno o due secoli fa; riscontro utilissimo di una generazione con l'altra.
A que' tempi ogni famiglia aveva i suoi ritratti e passavano all'erede insieme col rispettivo gruzzolo di doppie. La moneta si spendeva, ma le vecchie e venerande figure restavano; correvano di casa in casa, passavano per mille vicende fortunose, ma restavano.
Oggi, che cosa c'è in ricambio? La fugace fotografia, merce da albo, che costa poco e dura anche meno. I grand'uomini, poi, sono tutti in litografia. Io li vorrei aspettar tutti fra cent'anni, e vedere che cosa rimarrà, quale ricordo efficace della nostra generazione e del suo tipo particolare. Passeremo come tante ombre; i futuri si ricorderanno dei nostri vecchi, i quali affidavano la loro immagine alla tela, non già di noi. E sarà forse il meglio!
La marchesa di Cardiana aveva portato alla dimora paterna il suo ritratto, magnifica opera di un francese, certo Delaroche; il quale doveva essere un pittore de' buoni, poichè nel suo dipinto ci si vedevano tutte quelle cose che generalmente non intendono i dozzinali dei quali vi ho detto. La rassomiglianza della giovane Cecilia col ritratto della contessa Giulia s'era fatta più spiccata, dopo il suo matrimonio, e il quadro del francese le aveva dato la stessa malinconia dello sguardo, lo stesso atteggiamento sereno e severo che si notavano nel vecchio dipinto dell'antenata.
Il nuovo quadro fu appeso nel salone, a riscontro col vecchio, e la giovine e l'antica castellana di Villa Cervia parevano due sorelle; argomento di continua ammirazione e di lunghe estasi per il vecchio Giovanni, che amava tanto la sua nobile padroncina.
La marchesa non usciva quasi mai, e nelle sue rare passeggiate non si dilungava mai dal castello. In paese non si lasciava vedere che le domeniche alla messa. Il marito in quella vece era sempre attorno, e quasi ogni giorno alla caccia, accompagnato da molti terrazzani, perchè i dintorni non erano molto sicuri, a cagione di una banda di malandrini, comparsa fin dall'inverno su quelle montagne.
Costoro erano renitenti alla leva e gente perduta, che dopo essere sguisciati dalle branche della giustizia si davano alla macchia. Li comandava allora un certo furfante detto il _Bruno_, che aveva ucciso padre e madre, ferocissimo uomo, come potete argomentare.
I carabinieri, sebbene vi si mettessero con le mani e coi piedi, non erano anche venuti a capo di snidarli. Erano avvisati che il Bruno s'avesse a trovare in un casale; correvano, e vattel'a pesca, il Bruno non c'era; alla dimane risapevano di un malefizio perpetrato quindici miglia discosto. Oggi era un povero carrettiere spogliato delle sue doppie; domani una casa messa a sacco; un altro giorno una donna rubata alla sua famiglia, e giù di questo passo.
Nei pressi del nostro paesello la banda aveva fatto poche comparse; ma il Bruno era venuto a ronzarvi, per pigliar lingua, ed aveva perfino trincato coi tutori dell'ordine pubblico, i quali lo avevano tolto in cambio di un rispettabile mercante di maiali che andasse alla fiera.
Il castello di Villa Cervia, sebbene un po' fuori di mano, non aveva molto a temere dalle imprese di que' galantuomini. Alteramente bastionato sui due lati, non aveva alle spalle che una ripida costiera piantata di roveri, su per la quale uno poteva inerpicarsi benissimo, ma senza trovare una finestra, un buco, intorno a cui lavorar di piccone. La piazzetta non sarebbe stata neppur essa un luogo acconcio ai tentativi di quei ribaldi, imperocchè il portone e l'uscio della cappella erano rivestiti di ferro; e nel castello dimoravano sempre otto o dieci persone.
— Vengano pure! — diceva il conte Emanuele, che si ricordava d'essere stato colonnello di cavalleria. — Vengano pure e sentiranno che musica! — Ma i malandrini non tennero l'invito, e dopo parecchi mesi di ciarle sul conto loro, non se ne fece più motto.