Part 13
Appare il suo cranio largo e splendente, cinto di canizie; e tutta la faccia, simigliante nella quiete a una maschera corrosa, si raggrinza e vive nel movimento del prendere a bocca il clarinetto. Su le tempie, sotto la cavità delli occhi, lungo li orecchi, e poi d'in torno alle narici e alli angoli delle labbra mille grinze sottili e fitte si compongono e si scompongono a seconda dell'inspirazione ritmica del fiato nello stromento. Rimangono tesi e lucidi e salienti li zigomi, solcati da venature sanguigne simili a quelle che traspariscono in autunno nelle foglie della vite. E delli occhi, in fondo alle orbite, non si vede che il segno rossiccio della palpebra inferiore rivolta. E su tutte le scabrosità della pelle, su tutta quella meravigliosa opera d'incisione e di rilievo fatta dalla magrezza e dalla vecchiezza, e di tra i peli duri e corti d'una barba mal rasa, e nei cavi e nelle corde del collo lungo e rigido la luce si frange, sfugge, si divide quasi direi per stille, come una rugiada su una zucca piena di porri e di muffe, gioca in mille maniere, vibra, si spenge, esita, dà talvolta a quella umile testa inaspettate arie di nobiltà.
Dal clarino di bossolo, a seconda dei movimenti delle dita su le chiavette malferme, escono suoni. Lo stromento ha in sè quasi direi una vita e quella inesprimibile apparenza di umanità che acquistano le cose per l'assiduo uso in servigio dell'uomo. Il bossolo ha una lucentezza untuosa; i buchi, che nei mesi d'inverno divengono nidi di piccoli ragni, sono ancora occupati dalle tele o dalla polvere; le chiavette, lente, sono macchiate di verderame; e qua e là la cera vergine e la pece chiudono i guasti; e la carta e il filo stringono le commessure; e ancora si veggono in torno all'orlo li ornamenti della gioventù. Ma la voce è debole e incerta. Le dita del cieco si muovono macchinalmente, poichè non fanno che ricercare quel preludio e quell'interludio da gran tempo.
Le mani lunghe, deformate, con grossi nodi alla prima falange dell'anulare e del medio, con l'unghia del pollice depressa e violetta, somigliano le mani d'una scimmia decrepita; hanno su 'l dorso le tinte di certi frutti malsani, un misto di roseo, di giallognolo e di turchiniccio; su la palma hanno una laboriosa rete di solchi, e tra dito e dito la pelle escoriata.
Come il preludio finisce, Mungià prende a cantare il _Libera me Domine_ e il _Ne recorderis_, lentamente, su una modulazione di cinque sole note. Nel canto, le terminazioni latine si congiungono alle forme dell'idioma natale; di tratto in tratto, quasi con un ritorno metrico, passa un avverbio in _ente_ seguito da molte gravi rime; e la voce ha una momentanea elevazion di tono; poi l'onda si riabbassa e segue a battere le linee men faticose. Il nome di Gesù ricorre spesso nella rapsodia; e la Passione di Gesù è tutta narrata in strofe irregolari di settenari e di quinari, non senza un certo movimento drammatico.
I coloni in torno ascoltano con animo devoto, guardando il cantore nella bocca. Viene talvolta dai campi su 'l vento un coro di vendemmiatrici o di mietitori, secondo la stagione, a contendere con la pia laude; e l'albero al vento si fa tutto musicale. Mungià, che ha fioco l'udito, continua a cantare i misteri della morte. Le labbra gli stanno aderenti alle gengive deserte, e gli comincia a colar giù pe 'l mento la saliva. Egli imbocca il clarinetto, suona l'intermezzo; poi riprende le strofe. Così va sino alla fine. Sua ricompensa è una piccola misura di frumento, o una caraffa di mosto, o una resta di cipolle, o anche una gallina.
Egli s'alza dalla sedia. Ha una figura alta e macilenta, la schiena curva, i ginocchi volti un poco in dentro. Porta in capo una grande berretta verde e, in ogni stagione, su le spalle un mantello chiuso alla gola da due fermagli di ottone e cadente a mezza coscia. Cammina a fatica, talvolta soffermandosi per tossire.
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Quando, nell'ottobre, le vigne sono vendemmiate e le strade sono piene di fango o di ghiaia, egli si ritira in una soffitta; e là vive insieme con un sartore che ha la moglie paralitica e con uno spazzino che ha nove figliuoli afflitti dalla scrofola o dalla rachitide. Nei giorni sereni, egli si fa condurre sotto l'arco di Portanova; siede al sole, sopra un macigno; e si mette a cantare il _De profundis_, sommessamente, per esercizio della gola. Quasi sempre i mendicanti allora gli fanno cerchia. Uomini con le membra slogate, gobbi, storpi, epilettici, lebbrosi; vecchie piene di piaghe, o di croste, di cicatrici, senza denti, senza cigli, senza capelli; fanciulli verdognoli come locuste, scarni, con li occhi vivi delli uccelli di rapina, con la bocca già appassita, taciturni, che covano nel sangue un morbo ereditato; tutti quei mostri della povertà, tutti quei miserevoli avanzi d'una razza disfatta, quelle cenciose creature di Gesù, vengono a fermarsi in torno al cantore e gli parlano come a un eguale.
Allora Mungià solleva la voce, per benignità verso li ascoltanti. Giunge, trascinandosi a fatica per terra con l'aiuto delle palme munite d'un disco di cuoio, Chiachiù, il nativo di Silvi; e si ferma, tenendosi tra le mani il piede destro ritorto come una radice. Giunge la Cinigia, una figura ambigua, repugnante, di ermafrodito senile, che ha il collo pieno di forunculi vermigli, su le tempie alcuni riccioli grigi di cui ella par vana, e tutto l'occipite coperto di peluria come quello delli avvoltoi. Giungono i Mammalucchi, i tre fratelli idioti che paiono essere nati dall'accoppiamento di un uomo con una pecora, così manifeste ne' loro volti sono le fattezze ovine. -- Il maggiore ha i bulbi visivi sgorganti fuor delle orbite, degenerati, molli, d'un colore azzurrognolo, simili al sacco ovale di un polpo che sia prossimo a putrefarsi. Il minore ha il lobo di un'orecchia smisuratamente gonfio, e paonazzo, simile a un fico. Tutti e tre vanno in comune, con le bisacce di corda dietro la schiena.
Giunge l'Ossesso, un uomo scarno e serpentino, avente le palpebre arrovesciate come quelle dei piloti che navigano per mari ventosi, olivastro nella faccia, camuso, con un singolare aspetto di malizia e di fraudolenza palesante in lui l'origine zingaresca. Giunge la Catalana di Gissi, una femmina d'età incognita, con lunghi cernecchi rossicci, con su la pelle della fronte alcune macchie simili quasi a monete di rame, sfiancata come una cagna dopo il parto: la Venere dei mendicanti, l'amorosa fonte a cui va a dissetarsi chi patisce la sete. E giunge Jacobbe di Campli, il gran vecchio dal pelame verdastro come quello di certi artefici che lavorano l'ottone. Giunge l'industre Gargalà su 'l veicolo costrutto con rottami di barche ancora incatramati. Giunge Costantino di Corròpoli, il cinico, che, per una crescenza del labbro inferiore, pare tenga sempre fra i denti uno straccio di carne cruda. Altri giungono. Tutti gl'iloti che hanno emigrato lungo il corso del fiume, dalli altipiani al mare, si raccolgono in torno al rapsodo, sotto il comun sole.
Mungià canta allora con una più varia ricerca di modi, tentando altitudini insolite. Una specie di orgoglio, un'aura di gloria gl'invade l'animo, poichè egli allora esercita l'arte liberalmente, senza prender mercede. Sale dalla turba dei mendicanti, a tratti, un clamore di plauso ch'egli a pena ode.
Al termine del canto, come il dolcissimo sole abbandonando quel luogo ascende su per le colonne corintie dell'Arco, i mendicanti salutano il cieco e si sbandano per le terre vicine. Rimangono, per consuetudine, Chiachiù di Silvi, con il piede ritorto fra le mani, e i fratelli Mammalucchi. Costoro chiedono ad alta voce l'elemosina a chi passa; mentre Mungià taciturno forse ripensa i trionfi della giovinezza, quando Lucicappelle, il Golpo di Gasoli e Quattòrece erano vivi.
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Oh gloriosa _paranzella_ di Mungià!
La piccola orchestra aveva conquistata, in quasi tutta la valle inferiore della Pescara, una inclita fama.
Sonava la viola ad arco il Golpo di Cásoli, un omuncolo tutto grigiastro come le lucertole dei tetti, con la pelle del volto e del collo tutta rugosa e membranosa come i tegumenti d'una testuggine cotta nell'acqua. Egli portava una specie di berretto frigio che per due ali aderiva alli orecchi; giocava d'arco con gesti rapidi, premendo su 'l piè della viola il mento aguzzo, martellando le corde con le dita contratte, ostentando un visibile sforzo nell'azione del sonare, come fanno i macacchi dei saltimbanchi nòmadi.
Dopo di lui, Quattòrece veniva co 'l violone appeso in su 'l ventre per mezzo d'una correggia di pelle d'asino. Lungo e smilzo come una candela di cera, Quattòrece aveva in tutta la persona un singolar predominio dei colori aranciati. Pareva una di quelle figure monocromatiche dipinte, su certi rustici vasi castellesi, in attitudini rigide. Ne' suoi occhi, come in quelli dei cani da pastore, brillava una trasparenza tra castanea ed aurea; la cartilagine delle sue grandi orecchie, aperte come quelle dei vipistrelli, contro la luce tingevasi d'un giallo roseo; le sue vesti erano di quel panno color tabacco chiaro, che per solito adoperano i cacciatori; e il vecchio violone, ornato di penne, di fili d'argento, di fiocchi, d'imaginette, di medaglie, di conterie, aveva l'aspetto di non so quale artifizioso stromento barbarico d'onde dovessero escire novissimi suoni.
Ma Lucicappelle, tenendo a traverso il petto la sua immane chitarra a due corde accordate in diapente, veniva ultimo con un passo di danza e e di baldanza, come un Figaro rusticale. Egli era il giocondo spirito della _paranzella_, il più verde d'anni e di forze, il più mobile, il più arguto. Un gran ciuffo di capelli crespi gli sporgeva su la fronte, di sotto a una specie di tòcco scarlatto; gli brillavano alli orecchi femminilmente due cerchi d'argento: le linee della sua faccia formavano un natural componimento di riso. Egli amava il vino, i brindisi in musica, le serenate in onor della bellezza, le danze all'aperto, i conviti larghi e clamorosi.
Ovunque si celebrasse uno sposalizio, un battesimo, una festa votiva, un funerale, un triduo, correva la _paranzella_ di Mungià, desiderata, acclamata. Precedeva i cortei nuziali, per le vie tutte sparse di fiori di giunco e d'erbe odorifere, tra le salve di gioia e le salutazioni. Cinque mule inghirlandate recavano i doni. Un carro, tratto da due paia di bovi con le corna avvolte di nastri e con i dorsi coperti di gualdrappe, recava _la soma_. Le caldaie, le conche, i vasellami di rame tintinnivano alli scotimenti dell'incedere; li scanni, le tavole, le arche, tutte quelle rudi forme antiche delle suppellettili casalinghe, oscillavano scricchiolando; le coperte di damasco, le gonne ricche di fiorami, i busti trapunti, i grembiali di seta, tutte quelle fogge di vestimenta muliebri risplendevano al sole in un miscuglio di gaiezza; e una conocchia, simbolo delle virtù famigliari, eretta su 'l culmine, carica di lino, pareva su 'l cielo azzurro una mazza d'oro.
Le donne della parentela, con su 'l capo un canestro di grano e su 'l grano un pane e su 'l pane un fiore, si avanzavano per ordine, tutte in una stessa attitudine semplice e quasi jeratica, simili alle canèfore dei bassorilievi ateniesi, cantando. Come giungevano alla casa, presso il talamo, si toglievano il canestro da 'l capo, prendevano un pugno di grano e, a una a una, lo spargevano su la sposa, pronunziando una formola d'augurio rituale in cui la fecondità e l'abbondanza erano invocate. Anche la madre compiva la cerimonia frumentaria, fra molte lacrime; e con un panello toccava alla figlia il petto, la fronte, le spalle, dicendole parole di dolente amore.
Poi, nella corte, sotto un'ampia stuoia di canne o sotto un tetto di rami, incominciava il convito. Mungià, a cui non anche la virtù visiva era venuta meno nè eran sopraggiunti i mali della vecchiezza, diritto nella magnificenza di una sua zimarra verde, e tutto sudante e fiammante e soffiante entro il clarinetto la maggior forza dei pulmoni, incitava i compagni con battere di piedi su 'l terreno. Il Golpo di Cásoli fustigava la viola irosamente; Quattòrece con fatica teneva dietro alla crescente furia della moresca, sentendosi aspri traverso il ventre passar li stridori dell'arco e delle corde. Lucicappelle, erto la testa in aria, stringendo con la sinistra in alto le chiavi della chitarra e con la destra pizzicando le due forti corde metalliche, sogguardava le femmine che ridevano luminose al fondo in tra la letizia delle fioriture.
Allora il _Mastro delle cerimonie_ recava le vivande in amplissimi piatti dipinti; i vapori salivano come una nebbia disperdendosi nel fogliame; i vasi del vino, dalle anse bene usate, passavano d'uomo in uomo; le braccia allungandosi e intrecciandosi su la mensa, tra i pani cosparsi d'anice e i formaggi più tondi che il disco della luna, prendevano aranci, mandorle, olive; li odori delle spezie si mescevano ai freschi effluvi vegetali; e di qua, di là, entro bicchieri di liquori limpidi i commensali offerivano alla sposa piccoli gioielli o collane dai grossi acini avvolte come grappoli d'oro. Su 'l finire, nelli animi una gran gioia bacchica si accendeva; i clamori crescevano; fin che Mungià, avanzandosi, a capo scoperto, con in mano un bicchiere colmo, cantava il bel distico rituale che nei conviti della patria suol dischiudere ai brindisi le bocche amiche:
Quistu vino è dòlige e galante; A la saluta de tutti quante!
LA FATTURA.
Quando nella piazza comunale strepitavano consecutivamente i sette starnuti di Mastro Peppe De Sieri, detto La Bravetta, tutti li abitanti di Pescara sedevano alle mense e incominciavano il pasto. Subito dopo, la maggiore campana vibrava i tocchi del mezzodì. Un'ilarità unanime propagavasi nelle case.
Per molti anni La Bravetta diede al popolo pescarese questo giocondo segnale cotidiano; e la fama delle sue meravigliose starnutazioni si sparse per il contado in torno e per le terre finitime. Ancora tra il buon volgo la memoria n'è viva e fermata in un proverbio, durerà lungamente nei tempi a venire.
I.
Mastro Peppe La Bravetta era un plebeo di qualche corpulenza, tozzo, con la faccia piena di una prospera stupidezza, con li occhi simili a quelli d'un vitello poppante, con mani e piedi di straordinaria espansione. E come aveva un naso molto lungo e carnoso e singolarmente mobile, e come aveva le mascelle forti, egli nel ridere e nello starnutire pareva una di quelle foche a proboscide, che in conseguenza della pinguedine tremano tutte come una gelatina, secondo narrano i marinai. Anche di quelle foche egli aveva la pigrizia, la lentezza dei movimenti, la ridicolezza delle attitudini, l'amore del sonno. Non poteva passare dall'ombra al sole o dal sole all'ombra, senza che un irresistibile impeto d'aria gli rompesse per la bocca e per le narici. Lo strepito, in ispecie nelle ore tranquille, udivasi a gran distanza; e poichè si produceva in periodi determinati, serviva d'orario a quasi tutti i cittadini.
Mastro Peppe nella sua gioventù aveva tenuto negozio di maccheroni; ed era cresciuto in una dolce balordaggine, tra le belle frange di pasta, tra il romore eguale dei buratti e delle ruote, fra il tepore dell'aria invasa dal polverío delle farine. Nella maturità egli s'era legato in nozze con una tal Donna Pelagia, del comune dei Castelli, e da allora, abbandonato il mestiere alimentario, aveva preso a rivendere stoviglie di maiolica e di terracotta, orci, piatti, boccali, tutto lo schietto vasellame fiorito di cui li artefici castellesi allietano le mense della terra d'Abruzzi. Tra la rusticità e quasi direi la religiosità di quelle forme immutate da secoli e immutabili, egli viveva molto semplicemente, starnutando. E come la moglie era avara, a poco a poco l'avarizia conquistava e avviluppava anche l'animo di lui.
Ora, possedeva egli su la destra riva del fiume un podere con una casa rurale, proprio in quel punto dove la corrente rivolgesi formando quasi un verde anfiteatro lacustre. Ivi il terreno irriguo rendeva, più che uve e cereali, gran copia d'erbaggi; il frutteto si moltiplicava; e un porco si impinguava annualmente, sotto una quercia ricca di ghiande. In ogni gennaio La Bravetta andava insieme con la moglie al podere, trattenendovisi co 'l favore di sant'Antonio, per assistere all'occisione e alla salatura del porco.
Avvenne una volta che, essendo la moglie alquanto inferma, La Bravetta andò solo ad invigilare il supplicio.
Sopra una tavola ampia l'animale, tenuto da due o tre coloni, fu scannato con un coltello forbitissimo. Risonarono i grugniti per tutta la solitudine fluviatile; poi subitamente divennero fiochi, si persero nel gorgogliare caldo e vermiglio del sangue che sgorgava dalla ferita slabbrante, mentre il gran corpo dava li ultimi tratti. Il sole del novello anno beveva dalla riviera e dalle terre umide la nebbia. La Bravetta guardava, con una sorta di dilettosa ferocia, l'occisor Lepruccio bruciare con un ferro rovente li occhi del porco profondati nel grasso; e gioiva, udendo stridere i bulbi, al pensiero del molto lardo e del molto prosciutto futuro.
L'ucciso fu sollevato, a forza di braccia, sino all'uncino d'una sorta di forca rusticale, e rimase pèndulo con la testa in basso. Ivi con fasci di canne accese i coloni arsero tutte le setole; le fiamme crepitavano quasi invisibili alla maggior luce del giorno. Lepruccio in ultimo con una lama lucida si diede a raschiar quel corpo nerastro che un altr'uomo intanto aspergeva d'acqua bollente. La pelle, a mano a mano divenendo netta e tutta di un dubbio pallor roseo, fumigava nel sole. E Lepruccio, che aveva una faccia rugosa e untuosa di vecchia femmina con le campanelle d'oro alli orecchi, stringeva le labbra nella bisogna, allungandosi ed accorciandosi, giocando su i ginocchi.
Quando l'opera fu fornita, Mastro Peppe ordinò che i coloni deponessero il porco in un luogo coperto. Mai, nelli altri anni, più meravigliosa mole di carni egli aveva veduto; e si rammaricava in cuor suo che la moglie non ivi fosse a rallegrarsene.
Allora (cadeva il pomeriggio) sopraggiunsero Matteo Puriello e Biagio Quaglia, amici, i quali venivano dalla prossima casa di Don Bergamino Camplone, prete dato alla mercatura. Erano costoro gente di gaia vita, ricchi di consiglio, dediti alla crapula, vaghi d'ogni sollazzo; e, poichè avean saputo l'occisione del porco e l'assenza di Donna Pelagia, sperando in una qualche bella avventura venivano a tentar La Bravetta.
Matteo Puriello, detto Ciávola, era un uomo in su i quarant'anni; cacciatore clandestino; alto e segaligno, con i capelli biondastri, la pelle del viso giallognola, i baffi duri e tagliati come una spazzola, tutta la testa avente l'aspetto di una effige di legno su cui fosse rimasta una traccia lievissima dell'antica doratura. I suoi occhi, tondi, vivi e mobili quasi per inquietudine come quelli delle bestie corritrici, lucevano simili a due monete nuove. In tutta la persona, vestita quasi sempre di un certo panno di color terrigno, egli aveva le attitudini, i movimenti, il passo dondolante di quei lunghi cani barbareschi che pigliano le lepri a corsa per le pianure.
Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in vece di statura mediocre, d'alcuni anni più giovine, rubicondo nella faccia e tutto gemmante come un mandorlo a primavera. Egli aveva una singolar virtù scimiatica di muovere indipendentemente li orecchi e la pelle della fronte e la pelle del cranio, per non so che vivacità di muscoli: e aveva una tale versatilità di aspetti e una tal felice potenza vocale di contraffazioni e così prontamente sapeva cogliere il lato ridevole delli uomini e delle cose e in un sol gesto o in un sol motto rappresentarlo che tutte le brigate pescaresi per amor di allegria lo chiamavano e convitavano. Egli, in questa dolce vita parassitica, prosperava, sonando la chitarra alle mense nuziali e alle pompe dei battesimi. I suoi occhi brillavano come quelli d'un furetto. Il suo cranio era coperto d'una sorta di lanugine simile a quella del corpo spiumato di un'oca grassa che ancora sia da abbrustolire.
Or dunque La Bravetta, come vide i due amici, li accolse con cera festevole, dicendo loro:
"Qualu vente ve porte?"
E quindi, poi che le accoglienze oneste e liete furono iterate, egli traendoli nella stanza dove su una tavola giaceva il mirabile porco, soggiunse:
"Che dicete de 'sta bellezze? Eh? Mo che ve pare?"
I due amici contemplavano il porco con una silenziosa meraviglia; e il Ristabilito faceva un cotal suo romore con la lingua contro il palato. Ciávola chiese:
"E che ce ne vuo' fa'?"
"Le vuojie salà," rispose La Bravetta con una voce in cui sentivasi fremere tutta la ghiotta gioia per le future delizie della gola.
"Le vuo' salà?" gridò d'improvviso il Ristabilito. "Le vuo' salà? Ma, o Cià, si viste ma' 'n'ommene chiù stupide di custù? A farse scappà l'uccasïone!"
La Bravetta, stupito, guardava con i suoi occhi vitulini ora l'uno ora l'altro delli interlocutori.
"Donna Pelagge t'ha sempre tenute assuggette," continuò il Ristabilito. "Sta vote che esse nen te guarde, vínnete lu porche; e magnémece li quatrine."
"Ma Pelagge? Ma Pelagge?" balbettava La Bravetta, a cui il fantasma della moglie irata dava già uno sbigottimento immenso.
"E tu dijie ca lu porche te se l'hanne arrubbate," fece il biondo Ciávola, con un vivo gesto d'impazienza.
La Bravetta inorridì.
"E coma facce a riì a la case nghe sa nutizie? Pelagge nen me crede; me cacce, me mene.... Vu nen le sapete chi è Pelagge?"
"Uh, Pelagge! Uh, uh, Donna Pelagge!" squittirono in coro motteggiando i due insidiatori. E il Ristabilito, subito, imitando la voce piagnucolosa di Peppe e la voce acuta e stridula della donna, rappresentò una scena di commedia in cui Peppe era garrito e sculacciato come un bamboletto.
Ciávola rideva sgambettando in torno al porco, senza potersi reggere. Il beffato, preso da un violento impeto di sternuti, agitava le braccia verso l'atto, volendo forse interrompere. Al frastuono i vetri della finestra tremavano. I fuochi dell'occaso percotevano i tre diversi volti umani.
Come il Ristabilito tacque, Ciávola disse:
"'Mbè, jamocénne!"
"Se vulete cenà nghe me...," offerse, a bocca stretta, Mastro Peppe.
"No, no, bello mio," interruppe Ciávola, volgendosi verso l'uscio. "Tu súghete Pelagge e sálate lu porche."
II.
Camminarono li amici lungo la riva del fiume.
In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità delle acque.
Disse il Ristabilito a Ciávola, soffermandosi:
"Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?"
Disse Ciávola:
"Eccome?"
Disse il Ristabilito:
"Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'averne viste."
Disse Ciávola:
"Embé, facémele! Ma, dapù?"
Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece, laconico:
"Le sacce i'."
Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Campione, nero in tra la pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò sorridendo:
"Che me dicéte de bbelle?"
Comunicarono li amici in brevi parole il lor proposito a Don Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito soggiunse, a bassa voce:
"Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe, da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbé, jémele a pijà e purtémele a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e paghete sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa' mejie l'affare nuostre...."