Part 14
Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete vi s'accordò. Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile; e quando furono da presso, Ciávola diede la voce:
"Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!"
La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero. E tutti e quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva ad intervalli. E il Ristabilito fece:
"O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?"
In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare li avventori. Alle voci, si mosse in fatti il paliscalmo e venne per l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di starnutazioni.
Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, li amici moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi, brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva agevolmente nel gorgozzúle.
"'N'atra carráfe!" ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l desco.
Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto li occhi e di gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con li occhi già natanti nella favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse. Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.
Era buona ora di notte quando li amici ripassarono il fiume, alla luna occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra la melma, tanto egli avea le gambe malferme e la vista torbida.
Disse il Ristabilito:
"Facéme 'n'ópera bbone. Arpurtéme a la case custù."
E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia. Balbettava l'ebbro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:
"Uh, quanta frate duminicane!..."
E Ciávola:
"Vann'a la cerche pe' sant'Antuone."
E l'ebro, dopo un poco:
"O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme?"
Giunti all'uscio di casa, i tre congiuratori se ne andarono. Mastro Peppe salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e del sale. Poi, senza rammemorarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi rimase.
Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante di stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine. I due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in quell'occorrenza si esercitavano.
Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguíto dall'altro. Ambedue, al fievolissimo lume che entrava pe' i vetri, scorsero subito la forma vaga del porco in su 'l tavolo. Con infinita cautela sollevarono il peso e pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi in ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle aie, consecutivamente.
Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su le spalle, ridendo d'un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del prete alenanti.
III.
La mattina Mastro Peppe, avendo digerito il vino, si risvegliò; e stette su 'l letto un poco ad allungar le membra e ad ascoltare le campane che salutavan la vigilia di Sant'Antonio. Egli già, in mezzo alla confusione del primo risvegliarsi, sentiva nell'animo espandersi la contentezza del possesso, e pregustava il diletto di veder Lepruccio mettere in pezzi e coprir con sale le pingui carni suine.
Spinto da questo pensiero, egli si levò; e con sollecitudine uscì su 'l pianerottolo, stropicciandosi li occhi per meglio guardare. Su 'l tavolo non rimaneva che qualche macchia sanguigna, e sopra vi rideva il sole virginalmente.
"Lu porche? Addó sta lu porche?" gridò, con una voce rauca, il derubato.
Una furibonda agitazione l'invase. Egli discese le scale, vide l'uscio aperto, si percosse la fronte, irruppe fuori urlando, chiamando in torno a sè i lavoratori, chiedendo a tutti se avevano visto il porco, se l'avevano preso. Egli moltiplicava le querele, sollevava ognora più le voci; e il doloroso schiamazzo, risonando per tutta la riviera, giunse fino alli orecchi di Ciávola e del Ristabilito.
Se ne vennero dunque costoro placidamente, in accordo, per godersi lo spettacolo e per continuar la beffa. E come furono giunti in vista, Mastro Peppe, rivolgendosi a loro, tutto dolente e lacrimante, esclamò:
"Uh, pover'a me! Me l'hann'arrubbate lu porche! Uh, pover'a me! E coma facce mo? E coma facce?"
Biagio Quaglia stette un poco a considerare l'aspetto dell'infelicissimo, con socchiusi li occhi tra la canzonatura e l'ammirazione, con china la testa verso una spalla, quasi in atto di giudicare un effetto d'arte mimetica. Poi, accostatosi, fece:
"Eh, sì, sì.... nen ze po' di' de no.... Tu le fi' bbone la parte."
Peppe, non comprendendo, levò la faccia tutta solcata di gocciole.
"Eh, sì, sì.... sta vote li si fatte propie da furbe," seguitò il Ristabilito, con una cert'aria di confidenza amichevole.
Peppe, non comprendendo ancora, levò di nuovo la faccia; e le lacrime nelli occhi pieni di stupore gli si arrestarono.
"Ma, pe' di' la veretà, accuscì maleziose nen te credeve," riprese a dire il Ristabilito. "Brave! brave! Me rallegre!"
"Ma tu che dice?" dimandò tra i singhiozzi La Bravetta. "Ma tu che dice? Uh, pover'a me! E coma facce mo a rijì a la case?"
"Brave! brave! Bena!" incalzava il Ristabilito. "Dajie mo! Strilla forte! Piagne forte! Tírete li capille! Fatte sentì! Accuscì! Falle créde'."
E Peppe, piangendo:
"Ma i' diche addavére ca me se l'hann'arrubbate. Uh die! Pover'a me!"
"Dajie! Dajie! Nen te fermà. Quante chiù tu strille, chiù te nome créde. Dajie! Angore! Angore!"
Peppe, fuor di sè pe 'l dispetto e pe 'l dolore, sacramentava ripetendo:
"I' diche addavére. Che me pozza murì, mo, súbbite, se lu porche nen me se l'hann'arrubbate!"
"Uh, povere 'nnucende!" squittì per ischerno Ciávola. "Mettéteje lu ditucce 'mmocche. Coma putéme fa' a crédete, se jere avéme viste lu porche a là? Sant'Andonie j'ha date li 'scelle pe' vulà?"
"Sant'Andonie bbenedette! È coma diche i'."
"Ma po' esse?".
"Accuscì è."
"Ma nen è cuscì."
"È cuscì."
"No."
"Uh, uh, uh! È cuscì! È cuscì! I' so' mmorte. I' nen sacce coma pozze fa' a rijì a la case. Pelagge nen me crede", e se ppure me crede, nen me dà chiù pace.... I' so' mmorte!"
"'Mbé, ce vuléme créde," concluse il Ristabilito. "Ma bbade, Pe', ca Ciávule a jere t'ha 'nzegnate lu juchette. E i' nen vulesse ca tu gabbísse a Pelagge e a nu, tutte 'na vote. Tu fusse capace...."
Allora La Bravetta ricominciò a piangere, a gridare, a disperarsi con una così pazza irruzion di dolore, che il Ristabilito per pietà soggiunse:
"'Mbè, statte zitte. Te credéme. Ma, se è vere su fatte, s'ha da truvà 'na maniere pe' armedià."
"Quala maniere?" dimandò subito, rasserenandosi tra le lacrime, La Bravetta, nel cui animo la speranza risorgeva.
"Ecc'a qua," propose Biagio Quaglia. "Certe, une di quille che stanne pe' qua attorne ha avute da esse; pecché certe n'hanne vinute dall'India bbasse a pijarse lu porche a te. No, Pe'?"
"Va bbone, va bbone," assentì l'uomo, che stava trepido a udire, co 'l naso in alto tutto ancor pieno d'umor lacrimale.
"Mo dunque (statte attende)," continuò il Ristabilito che a quella credula attenzione prendeva diletto, "mo dunque se nisciune ha vinute dall'India bbasse pe' venirte a rubbà, cert'è che quaccune di quille che stanne pe' qua attorno ha avute da esse lu latro. No, Pe'?"
"Va bbone, va bbone."
"Mo che s'ha da fa'? S'ha da raunà tutte sti cafune e s'ha da sprementà cacche fatture pe' scuprì lu latro. Scuperte lu latre, scuperte lu porche."
Li occhi di Mastro Peppe brillarono di desiderio; ed egli si fece più da presso, poichè l'accenno alla fattura aveva risvegliate in lui le native superstizioni.
"Tu le sié; ce stanne tre specie de maggíe: la bianche, la rosce e la nere, e ce stanne, tu le sié, a lu paese tre femmene dell'arte: Rosa Schiavona, Rusaria Pajara e la Ciniscia. Sta a te a scejie."
Peppe stette un momento in forse. Poi si decise per Rosaria Pajara che aveva gran fama d'incantatrice e aveva operato in altri tempi cose mirabili.
"'Mbè, su," concluse il Ristabilito, "nen ce sta tembe da pérde. I' pe' te, propie pe' farte nu piacere, vajie sine a lu paese a pijà quelle che ce serve. Parle 'nghe Rusarie, me facce da' tutte cose, e me n'arvenghe, dentr'a sta matine. Damme li quatrine."
Peppe si tolse dalla tasca del panciotto tre carlini ed esitando li porse.
"Tre carline?" gridò l'altro, rifiutandoli. "Tre carline? Ma ce ne vo' pe' lu mene diece."
A sentir questo il marito di Pelagia ebbe quasi uno sbigottimento.
"Come? Pe' na fatture, diece carline?", balbettò egli cercandosi con le dita tremule nella tasca. "Ècchetene otte. Nen ne tenghe chiù."
Disse il Ristabilito, secco:
"Va bbone. Quelle che posse fa' facce. Viene pure tu, Cià?"
I due compagni s'incamminarono verso Pescara, di buon passo, pe 'l sentiero delli alberi, l'uno innanzi, l'altro dietro. E Ciávola picchiava de' gran colpi di pugno su la schiena del Ristabilito, per dimostrare la sua allegrezza. Come essi giunsero al paese, si recarono nella bottega di un tal Don Daniele Pacentro speziale con cui erano in familiarità; ed ivi comperarono certi aròmati e droghe, facendone quindi comporre pallottole a guisa di pillole grosse come noci, ben coperte di zucchero, sciloppate e cotte. Subito che lo speziale ebbe compiuta l'operazione, Biagio Quaglia (il quale nel frattempo era stato assente) tornò con una carta piena d'escrementi secchi di cane; e di quelli escrementi volle che lo speziale componesse due belle pillole, in tutto simili alle altre per la forma, se non che confettate prima in áloe e poi coperte leggermente di zucchero. Così lo speziale fece; e, perchè queste dalle altre si riconoscessero, vi mise, per consiglio del Ristabilito, un piccolo segno.
I due ciurmadori ripresero la via della campagna, e furono alla casa di Mastro Peppe in su l'ora di mezzodì. Mastro Peppe stava con molto affanno aspettando. A pena vide sbucare di tra le alberelle il corpo lungo e sottile di Ciávola, gridò:
"'Mbé?"
"Tutte è all'ordene," rispose in suon di trionfo il Ristabilito, mostrando il cofano delle confetture incantate. "Mo tu, già che ogge è la viggilie de Sant'Andonie e li cafune fanne feste, arhunisce tutte quante all'are per dajie a beve. Tu hi da tené na certe butticelle de Montepulciane. Mitte mane a quelle pe' ogge! E quande tutte stanne bene arhunite, penze i' a fa' e a dice tutte quelle che s'ha da fa' e s'ha da di'."
IV.
Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno, avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi di paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro; quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare; li odori dello stabbio giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando di bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con nelle vesti rinnovate una manifesta cura d'amore.
Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in una mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti si mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.
"Bon'uómmene!" disse, "nisciune de vu, certe, sa pecché propie Mastre Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...."
Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le bocche delli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in una inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore:
"Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagna de me, ve vojie dice de che se tratte, prime de fa' la spirienze."
Li ascoltanti si guardavano l'un l'altro nelli occhi, con un'aria smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al cofanetto che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il Ristabilito faceva pausa per considerare l'effetto delle parole, esclamò impaziente:
"Ebbè?"
"Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecché nisciune venéve dall'India bbasse p'arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!"
Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire. I villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse, sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse nelli animi, a quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito continuò, sempre grave:
"Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciano viecchie che j' ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre, appone se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare, accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó, arspunnéte!"
"Nu vuléme magnà e beve," risposero quasi in coro li adunati. E un movimento corse fra quella gente semplice. Ognuno, guardando il compagno, aveva nelli occhi una punta d'investigazione. Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di spontaneità.
Disse Ciávola:
"V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté nnascónne."
Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri, apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.
Mastro Peppe, che fin allora era stato con grandissimi occhi intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso li occhi, li angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.
"Ohe, Mastre Pé, tu che ccazze fiè?" garrì Tulespre dei Passeri, un vecchio capraro verdastro e pelloso come una tartaruga di palude.
Si rivòlse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi, disse con suon di benevolenza:
"'Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ècchene n'áutre. 'Nglutte, Peppe!"
E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.
Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi li occhi maligni e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza; non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'aloe si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse gli cominciarono a sgorgare dal cavo delli occhi e a rimbalzar, come perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.
"Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè?" garrì di nuovo il capraro, mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. "Ohe, e queste mo che signífeche?" Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta: alcuni con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una tempesta di contumelie.
"Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettà la cólepe a une de nu 'nghe 'na fatture fánze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatta male li cunde! Latre, bbuciarde, naso, fijie de cane, fijie de p...! A nu vu cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate 'n cocce. Fijie de p...! Sangue de Criste, tu!"
E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le ultime ingiurie di tra i pioppi.
Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il palato ancora morso dalla perversità dell'aloe, non poteva profferire parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo il terreno con la punta del piede poggiato in su 'l tacco, scotendo per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di dileggio:
"Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicco nu poche: quante ci si' fatte? Diece ducate?"
IL MARTIRIO DI GIALLUCA.
Il trabaccolo _Trinità_, carico di fromento, salpò alla volta della Dalmazia, verso sera. Navigò lungo il fiume tranquillo, fra le paranze di Ortona ancorate in fila, mentre su la riva si accendevano fuochi e i marinai reduci cantavano. Passando quindi pianamente la foce angusta, uscì nel mare.
Il tempo era benigno. Nel cielo di ottobre, quasi a fior delle acque, la luna piena pendeva come una dolce lampada rosea. Le montagne e le colline, dietro, avevano forma di donne adagiate. In alto, passavano le oche selvatiche, senza gridare, e si dileguavano.
I sei uomini e il mozzo prima manovrarono d'accordo per prendere il vento. Poi come le vele si gonfiarono nell'aria tutte colorate in rosso e segnate di figure rudi, i sei uomini si misero a sedere e cominciarono a fumare tranquillamente. Il mozzo prese a cantarellare una canzone della patria, a cavalcioni su la prua.
Disse Talamonte maggiore, gittando un lungo sprazzo di saliva su l'acqua e rimettendosi in bocca la pipa gloriosa:
"Lu tembe n'n ze mandéne."
Alla profezia, tutti guardarono verso il largo; e non parlarono, Erano marinai forti e indurati alle vicende del mare. Avevano altre volte navigato alle isole dalmate, a Zara, a Trieste, a Spálatro; e sapevano la via. Alcuni anche rammentavano con dolcezza il vino di Dignano, che ha il profumo delle rose, e i frutti delle isole.
Comandava il trabaccolo Ferrante La Selvi. I due fratelli Talamonte, Cirù, Massacese e Gialluca formavano l'equipaggio, tutti nativi di Pescara. Nazareno era il mozzo.
Essendo il plenilunio, indugiarono su 'l ponte. Il mare era sparso di paranze che pescavano. Ogni tanto una coppia di paranze passava a canto al trabaccolo; e i marinai si scambiavano voci, familiarmente. La pesca pareva fortunata. Quando le barche si allontanarono e le acque ridivennero deserte, Ferrante e i Talamonte discesero sotto coperta per riposare. Massacese e Gialluca, poi ch'ebbero finito di fumare, seguirono l'esempio. Cirù rimase di guardia.
Prima di scendere, Gialluca, mostrando al compagno una parte del collo, disse:
"Guarda che tenghe a qua."
Massacese guardò e disse:
"'Na cosa da niente. N'n ce penzà."
C'era un rossore simile a quello che produce la puntura di un insetto, e in mezzo al rossore un piccolo nodo.
Gialluca soggiunse:
"Me dole."
Nella notte si mutò il vento; e il mare cominciò ad ingrossare. Il trabaccolo si mise a ballare sopra le onde, trascinato a levante, perdendo cammino. Gialluca, nella manovra, gittava ogni tanto un piccolo grido, perchè ad ogni movimento brusco del capo sentiva dolore.
Ferrante La Selvi gli domandò:
"Che tieni?"
Gialluca, alla luce dell'alba, mostrò il suo male. Su la cute il rossore era cresciuto, ed un piccolo tumore aguzzo appariva nel mezzo.
Ferrante, dopo avere osservato, disse anche lui:
"'Na cosa da niente. N'n ce penzà."
Gialluca prese un fazzoletto e si fasciò il collo. Poi si mise a fumare.
Il trabaccolo, scosso dai cavalloni e trascinato dal vento contrario, fuggiva ancora verso levante. Il romore del mare copriva le voci. Qualche ondata si spezzava sul ponte, ad intervalli, con un suono sordo.
Verso sera la burrasca si placò; e la luna emerse come una cupola di fuoco. Ma poichè il vento cadde, il trabaccolo rimase quasi fermo nella bonaccia; le vele si afflosciarono. Di tanto in tanto sopravveniva un soffio passeggiero.
Gialluca si lamentava del dolore. Nell'ozio, i compagni cominciarono ad occuparsi del suo male. Ciascuno suggeriva un rimedio differente. Cirù, ch'era il più anziano, si fece innanzi e suggerì un empiastro di mele e di farina. Egli aveva qualche vaga cognizione medica, perchè la moglie sua in terra esercitava la medicina insieme con l'arte magica e guariva i mali con i farmachi e con le cabale. Ma la farina e le mele mancavano. La galletta non poteva essere efficace.
Allora Cirù prese una cipolla e un pugno di grano; pestò il grano, tagliuzzò la cipolla, e compose l'empiastro. Al contatto di quella materia, Gialluca sentì crescere il dolore. Dopo un'ora si strappò dal collo la fasciatura e gittò ogni cosa in mare, invaso da un'impazienza irosa. Per vincere il fastidio, si mise al timone e resse la sbarra lungo tempo. S'era levato il vento, e le vele palpitavano gioiosamente. Nella chiara notte un'isoletta, che doveva essere Pelagosa, apparve in lontananza come una nuvola posata su l'acqua.
Alla mattina Cirù, che omai aveva impreso a curare il male, volle osservare il tumore. La gonfiezza erasi dilatata occupando gran parte del collo ed aveva assunta una nuova forma ed un colore più cupo che su l'apice diveniva violetto.
"E che è quesse?" egli esclamò, perplesso, con un suono di voce che fece trasalire l'infermo. E chiamò Ferrante, i due Talamonte, li altri.
Le opinioni furono varie. Ferrante imaginò un male terribile da cui Gialluca poteva rimanere soffocato. Gialluca, con li occhi aperti straordinariamente, un po' pallido, ascoltava i prognostici. Come il cielo era coperto di vapori e il mare appariva cupo e stormi di gabbiani si precipitavano verso la costa gridando, una specie di terrore scese nell'animo di lui.
Alla fine Talamonte minore sentenziò:
"È 'na fava maligna."
Li altri assentirono:
"Eh, po ésse'."