San Pantaleone

Part 12

Chapter 123,759 wordsPublic domain

Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega gridò con una risata feroce:

"Posa l'osso!"

La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione, non seppe che rispondere.

Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente; giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:

"Ma che volete da me?"

Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della dignità sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di corno:

"Figlia mia, sedetevi."

Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le sue guance rugose avevano una palpitazion singolare.

"Dite, Don Sí."

"Voi siete stata ieri a riportà' la biancheria a Donna Cristina Lamonica?"

"Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per capo.... Non manca nulla. Che c'è, mo'?"

"Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria...."

Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per ghermire. E le labbra sottili le tremavano.

"C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na cucchiara.... Capite, figlia mia? L'avete presa voi.... pe' sbaglio?"

Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non aveva preso nulla, in verità.

"Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi m'ha vista? Mi faccio meraviglia di voi, Don Sí! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?..."

E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano.

"Dunque voi non l'avete presa?" interruppe Don Silla, ritirandosi in fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.

"Mi faccio meraviglia!" garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe braccia come due bastoni.

"Be', andate. Si vedrà."

Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta. Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si mise a singhiozzare su la soglia.

Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:

"Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente."

Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando, pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti li spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento che persuadesse li increduli.

Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da Donna Cristina.

Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si ritrasse con dignità.

Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo le prese l'animo. -- Che più fare! Che più dire!

III.

Donna Cristina Lamonica intanto mandò a chiamare la Cinigia, una femmina del volgo, che faceva professione di magia e di medicina empirica con molta fortuna. La Cinigia già qualche altra volta aveva scoperta la roba rubata; e si diceva ch'ella avesse segrete pratiche con i ladroncelli.

Donna Cristina le disse:

"Ritrovami la cucchiara, e ti darò 'na regalía forte."

La Cinigia rispose:

"Va bene. Mi bastano ventiquattr'ore."

E, dopo ventiquattr'ore, ella portò la risposta. -- Il cucchiaio si trovava in una buca, nel cortile, vicino al pozzo.

Donna Cristina e Maria discesero nel cortile, cercarono e trovarono, con grande meraviglia.

Rapidamente, la novella si sparse per Pescara.

Allora, trionfante, Candia Marcanda si diede a percorrere le vie. Ella pareva più alta; teneva la testa eretta: sorrideva, guardando tutti nelli occhi come per dire:

"Avete visto? Avete visto?"

La gente su le botteghe, vedendola passare, mormorava qualche parola e poi rompeva in uno sghignazzío significativo. Filippo La Selvi, che stava bevendo un bicchiere d'acquavite fine nel caffè d'Angeladea, chiamò Candia.

"'Nu bicchiere pe' Candia, di questo qua!"

La donna, che amava i liquori ardenti, fece con le labbra un atto di cupidigia.

Filippo La Selvi soggiunse:

"Te lo meriti, non c'è che di'."

Una torma di oziosi erasi ragunata innanzi al caffè. Tutti avevano su la faccia un'aria burlevole.

Filippo La Selvi, rivoltosi all'uditorio, mentre la donna beveva:

"L'ha saputa fa'; è vero? Volpe vecchia...."

E battè familiarmente la spalla ossuta della lavandaia.

Tutti risero.

Magnafave, un piccolo gobbo, scemo e bleso, unendo insieme l'indice della mano destra con quello della sinistra, in un'attitudine grottesca, e impuntandosi su le sillabe, disse:

"Ca... ca... ca... Candia... la... la... Cinigia..."

E seguitò a far de' gesti e a balbettare con un'aria furbesca, per indicare che Candia e la Cinigia erano comari. Tutti, a quella vista, si contorcevano nell'ilarità.

Candia rimase un momento smarrita, co 'l bicchiere in mano. Poi, d'un tratto, comprese. -- Non credevano alla sua innocenza. L'accusavano di aver riportato il cucchiaio d'argento segretamente, d'accordo con la strega, per non aver guai.

Un impeto cieco di collera allora la invase. Ella non trovava parole. Si gittò su 'l più debole, su 'l piccolo gobbo, a tempestarlo di pugni e di graffi. La gente, con una gioia crudele, in cospetto di quella lotta, schiamazzava a torno in cerchio, come dinanzi a un combattimento d'animali; ed aizzava le due parti con le voci e con le gesticolazioni.

Magnafave, sbigottito da quella furia improvvisa, cercava di fuggire, sgambettando come uno scimmiotto; e, tenuto dalle mani terribili della lavandaia, girava con rapidità crescente, come un sasso nella fionda, sinchè cadde con gran veemenza bocconi.

Alcuni corsero a rialzarlo. Candia si allontanò tra i sibili; andò, a chiudersi in casa; si gittò a traverso il letto, singhiozzando e mordendosi le dita, pe 'l gran dolore. La nuova accusa le coceva più della prima, tanto più ch'ella si sentiva capace di quel sotterfugio. "Come discolparsi ora? Come chiarire la verità?" Ella si disperava, pensando di non poter addurre in discolpa difficoltà materiali che avessero potuto impedire l'esecuzione dell'inganno. L'accesso al cortile era facilissimo: una porta, non chiusa, corrispondeva al primo pianerottolo della scalinata grande; per togliere l'immondizie o per altre bisogne una quantità di gente entrava ed usciva liberamente da quella porta. Dunque ella non poteva chiudere la bocca alli accusatori dicendo: "Come avrei fatto ad entrare?" I mezzi per condurre a termine l'impresa erano molti ed agevoli; e su questa agevolezza si fondava la credenza popolare.

Candia allora cercò differenti argomenti di persuasione; aguzzò l'astuzia; imaginò tre, quattro, cinque casi diversi per spiegare come mai si trovasse il cucchiaio nella buca del cortile; ricorse ad artifizi e a cavilli d'ogni genere; sottilizzò con una ingegnosità singolare. Poi si mise a girare per le botteghe, per le case, cercando in tutti i modi di vincere l'incredulità delle persone. Le persone ascoltavano quei ragionamenti capziosi, dilettandosi. In ultimo dicevano:

"Va bene! Va bene!"

Ma con tal suono di voce che Candia rimaneva annichilita. -- Tutte le sue fatiche dunque erano inutili! Nessuno credeva! Nessuno credeva! -- Ella, con una pertinacia mirabile, tornava all'assalto. Passava le notti intere pensando sempre a trovar nuove ragioni, a costruire nuovi edifizi, a superare nuovi ostacoli. E a poco a poco, in questo continuo sforzo, la sua mente s'indeboliva, non sosteneva più altro pensiero che non fosse quello del cucchiaio, non avea quasi più coscienza delle cose della vita comune. Più tardi, per la crudeltà della gente, una vera manía prese il cervello della povera donna.

Ella, trascurando le sue bisogne, s'era ridotta quasi alla miseria. Lavava male i panni, li perdeva, li faceva strappare. Quando scendeva alla riva del fiume, sotto il ponte di ferro, dove erano raccolte le altre lavandaie, a volte si lasciava fuggir di mano le tele che rapiva per sempre la corrente. Parlava continuamente, senza stancarsi mai, della medesima cosa. Per non udirla, le lavandaie giovani si mettevano a cantare e la beffavano nei canti con rime improvvise. Ella gridava e gesticolava, come una pazza.

Nessuno più le dava lavoro. Per compassione le antiche clienti le mandavano qualche cosa da mangiare. A poco a poco ella si abituò a mendicare. Andava per le strade, tutta cenciosa, curva e disfatta. I monelli le gridavano dietro:

"Mo' dicci la storia de la cucchiara, che nun la sapemo, zi' Ca'!"

Ella fermava i passanti sconosciuti, talvolta, per raccontare la storia e per arzigogolare su la discolpa. I giovinastri la chiamavano e per un soldo le facevano fare tre, quattro volte la narrazione; sollevavano difficoltà contro li argomenti; ascoltavano sino alla fine, per poi ferirla con una sola parola. Ella scoteva il capo; passava oltre; si univa alle altre femmine mendicanti e ragionava con loro, sempre, sempre, infaticabile, invincibile. Prediligeva una femmina sorda, che aveva su la pelle una sorta di lebbra rossastra e zoppicava da un piede.

Nell'inverno del 1874 la colse un male. Fu assistita dalla femmina lebbrosa. Donna Cristina Lamonica le mandò un cordiale e un cassetto di brace.

L'inferma, distesa su 'l giaciglio, farneticava del cucchiaio; si levava su i gomiti, tentava di far de' gesti, per secondare la perorazione. La lebbrosa le prendeva le mani e la riadagiava pietosamente.

Nell'agonia, quando già li occhi ingranditi si velavano come per un'acqua torbida che vi salisse dall'interno, Candia balbettava:

"Non so' stata io, signó.... vedete.... perchè.... la cucchiara...."

I MARENGHI.

Passacantando entrò, sbattendo forte le vetrate malferme. Scosse rudemente dalle spalle le gocce di pioggia; poi si guardò in torno, togliendosi dalla bocca la pipa e lasciando andare contro il banco padronale un lungo getto di saliva, con un atto di noncuranza sprezzante.

Nella taverna il fumo del tabacco faceva come una gran nebbia turchiniccia, di mezzo a cui s'intravedevano le facce varie dei bevitori e delle male femmine. C'era Pachiò, il marinaro invalido, a cui una untuosa benda verde copriva l'occhio destro infermo d'una infermità ributtante. C'era Binchi-Banche, il servitore dei finanzieri, un omiciattolo dal viso giallognolo e rugoso come un limone senza succo, curvo nella schiena, con le magre gambe sprofondate nelli stivali fino ai ginocchi. C'era Magnasangue, il mezzano dei soldati, l'amico delli attori comici, dei giocolieri, dei saltimbanchi, delle sonnambule, dei domatori d'orsi, di tutta la gentaglia famelica e girovaga che si ferma nel paese per carpire alli oziosi un quattrino. E c'erano le belle del Fiorentino; tre o quattro femmine affloscite nel vizio, con le guance tinte di un color di mattone, li occhi bestiali, la bocca flaccida e quasi paonazza come un fico troppo maturo.

Passacantando attraversò la taverna e andò a sedersi su una panca, tra la Pica e Peppuccia, contro il muro segnato di figure e di scritture invereconde. Egli era un giovinastro lungo e smilzo, tutto dinoccolato, con una faccia pallidissima da cui sporgeva il naso grosso, rapace, piegato molto da una parte. Le orecchie gli si spandevano ai due lati come cartocci sinuosi, l'uno più grande dell'altro; le labbra, sporgenti, vermiglie, e d'una certa mollezza di forma, avevano sempre alli angoli alcune piccole bolle di saliva bianchicce. Un berretto che l'untuosità rendeva consistente e malleabile come la cera, gli copriva i capelli bene curati, di cui una ciocca foggiata ad uncino scendeva fin su la radice del naso ed un'altra arrotondavasi su la tempia. Una specie di oscenità e di lascivia naturale emanava da ogni attitudine, da ogni gesto, da ogni modulazion di voce, da ogni sguardo di costui.

"Ohe," gridò egli, "l'Africana, una fujetta!" percotendo il tavolo con la pipa d'argilla che al colpo s'infranse.

L'Africana, la padrona della taverna, si mosse dal banco verso il tavolo, barcollando per la sua corpulenza grave; e posò dinanzi a Passacantando il vaso di vetro colmo di vino. Ella guardava l'uomo con uno sguardo pieno di supplicazione amorosa.

Passacantando d'un tratto, dinanzi a lei, cinse co 'l braccio il collo di Peppuccia costringendola a bere, e quindi attaccò la bocca a quella bocca che ancora teneva il sorso del vino e fece atto di suggere. Peppuccia rideva, schermendosi; e per le risa il vino mal tracannato spruzzava la faccia del provocatore.

L'Africana divenne livida. Si ritrasse dietro il banco. Di mezzo al fumo denso del tabacco le giungevano li schiamazzi e le mozze parole di Peppuccia e della Pica.

Ma la vetrata si aprì. E comparve su la soglia il Fiorentino, tutto avvolto in un pastrano, come uno sbirro.

"Ehi, ragazze!" fece con la voce rauca. "È ora."

Peppuccia, la Pica, le altre si levarono di tra li uomini che le perseguitavano con le mani e con le parole; se ne uscirono, dietro il loro padrone, mentre pioveva e tutto il Bagno era un lago melmoso. Pachiò, Magnasangue, li altri anche se ne uscirono, a uno a uno. Binchi-Banche rimase disteso sotto un tavolo, immerso nel torpore dell'ebrietà. Il fumo nella taverna a poco a poco vaniva verso l'alto. Una tortora spennacchiata andava qua e là beccando le briciole del pane.

----

Allora, come Passacantando fece per alzarsi, l'Africana gli mosse in contro, lentamente, con la persona deforme atteggiata a una lusinghevole mollezza d'amore. Il gran seno le ondeggiava da una parte all'altra; ed una smorfia grottesca le rincrespava la faccia plenilunare. Su la faccia ella aveva due o tre piccoli ciuffi di peli crescenti dai nei; una lanugine densa le copriva il labbro superiore e le guance; i capelli corti, crespi e duri le formavano su 'l capo una specie di casco; le sopracciglia le si riunivano alla radice del naso camuso folte; cosicchè ella pareva non so qual mostruoso ermafrodito affetto di elefanzia o di idrope.

Quando fu presso all'uomo, ella gli prese la mano per trattenerlo.

"Oh, Giuvà!"

"Che volete?"

"I' che t'hajie fatte?"

"Voi? Niende."

"E allora pecche me dai pene e turmende?"

"Io? Me facce meravijia.... Bona sere! Nen tenghe tembe da perde, mo."

E l'uomo, con un moto brutale, fece per andarsene. Ma l'Africana gli si gettò alla persona, stringendogli le braccia, e mettendogli il volto contro il volto, ed opprimendolo con tutta la mole delle carni, per un impeto di passione e di gelosia così terribilmente incomposto che Passacantando ne rimase atterrito.

"Che vuo'? Che vuo'? Dimmele! Che vuo'? Che te serve? Tutte te denghe; ma statte' nghe me, statte' nghe me. Nen me fa muri di passijone.... nen me fa ì 'n pazzía.... Che te serve? Viene! Píjiate tutte quelle che truove...." Ed ella lo trasse verso il banco; aprì il cassetto; gli offerse tutto, con un gesto solo.

Nel cassetto, lucido di untume, erano sparse alcune monete di rame tra cui luccicavano tre o quattro piccole monete d'argento. Potevano essere, insieme, cinque lire.

Passacantando, senza dir nulla, raccolse le monete e si mise a contarle su 'l banco, lentamente, tenendo la bocca atteggiata al dispregio. L'Africana guardava ora le monete, ora la faccia dell'uomo, ansando come una bestia stracca. Si udiva il tintinno del rame, il russare aspro di Binchi-Banche, il saltellare della tortora, in mezzo al continuo rumore della pioggia e del fiume giù per il Bagno e per la Bandiera.

"Nen m'abbaste," disse finalmente Passacantando. "Ce vo' l'autre. Cacce l'autre, se no i' me ne vajie."

Egli s'era schiacciato il berretto su la nuca. Il ciuffo rotondo gli copriva la fronte, e sotto il ciuffo li occhi bianchicci, pieni d'impudenza e d'avarizia, guardavano l'Africana intentamente, involgendo quella femmina in una specie di fascinazione malefica.

"I' nen tenghe chiù niende. Tu mi siè spujate. Quelle che truove, pijiatele...." balbettava l'Africana, supplichevole, carezzevole, mentre la pappagorgia e le labbra le tremavano, e le lagrime le sgorgavano dalli occhietti porcini.

"'Mbé," fece Passacantando, a voce bassa, chinandosi verso di lei. "'Mbé, e t'acride che i' nen sacce che maritete tene li marenghe d'ore?"

"Oh, Giuvanne.... E coma facce pover'ammè?"

"Tu, mo, súbbito, vall'a pijà. I' t'aspett'a qua. Maritete dorme. Quest'è lu momende. Va; se no nen m'arvide chiù, pe' Sant'Andonie!"

"Oh, Giuvanne.... I' tenghe pahure."

"Che pahure e nen pahure!" strillò Passacantando. "Mo ce venghe pure i'. 'Jame!"

L'Africana si mise a tremare. Indicò Binchi-Banche che stava ancora disteso sotto la tavola, nel sonno pesante.

"Chiudème prime la porte," ella consigliò, con sommessione. Passacantando destò con un calcio Binchi-Banche, che per lo spavento improvviso cominciò a urlare e a dimenarsi entro i suoi stivali finchè non fu quasi trascinato fuori, nella mota e nelle pozzanghere. La porta si chiuse. La lanterna rossa, che stava appiccata ad una delle imposte, illuminò la taverna d'un rossore sudicio; li archi massicci si disegnarono in ombra profonda; la scala nell'angolo divenne misteriosa; tutta l'architettura prese un'apparenza di scenario romantico ove dovesse rappresentarsi un qualche dramma feroce.

"'Jame!" ripetè Passacantando all'Africana che ancora tremava.

----

Ambedue salirono adagio per la scala di mattoni che sorgeva nell'angolo più oscuro, la femmina innanzi, l'uomo indietro. In cima alla scala era una stanza bassa, impalcata di travature. Sopra una parete era incrostata una madonna di maiolica azzurrognola; e davanti le ardeva in un bicchiere pieno d'acqua e d'olio un lume, per voto. Le altre pareti copriva, come una lebbra multicolore, una quantità d'imagini di carta in brandelli. L'odore della miseria, l'odore del calore umano nei cenci, empiva la stanza.

I due ladri si avanzavano verso il letto cautamente.

Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante con una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a traverso il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di sbieco sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a un taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi e ingialliti dal tabacco; e uno delli orecchi visibile rassomigliava all'orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo, scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici. La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.

Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo due marenghi avuti in lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti; ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli nel prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in sè crescere la passione dell'avarizia e la voluttà del possesso.

L'Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale un rumore. Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del letto maritale. Ma come ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito, l'uomo con un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la soffocò.

"Ci sta?" chiese all'Africana.

"Sì, ci sta, sott'a lu cuscine...." rispose quella mentre insinuava sotto il guanciale la mano.

Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed apparve tra le sue palpebre un po' del bianco delli occhi. Poi ricadde nell'ottusità del sopore senile.

L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace; spinse la mano d'un tratto, afferrò la tabacchiera; e, con un moto di fuga, si rivolse verso le scale; discese seguita da Passacantando.

"O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!..." balbettava, abbandonandosi addosso all'uomo.

Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la tabacchiera, a cercare fra il tabacco, le monete d'oro. L'acuto aroma saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l'eccitazione a starnutire, furono invasi d'improvviso da un impeto d'ilarità. E, soffocando il rumore delli sternuti barcollavano e si sospingevano. Al gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva. Ella amava d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua e là percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava nella sua bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio indistinto e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio comparve in cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna, magro scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli. Guardava in giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come un'anima dannata:

"Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!"

MUNGIÀ.

In tutto il contado pescarese, e a San Silvestro, a Fontanella, a San Rocco, perfino a Spoltore e nelle fattorie di Vallelonga oltre l'Alento e più specialmente nei piccoli borghi dei marinai presso la foce del fiume e in tutte quelle case di creta e di canne, dove si accende il fuoco con i rifiuti del mare, fiorisce da gran tempo la fama di un rapsodo cattolico che ha un nome di pirata barbaresco ed è cieco a simiglianza dell'antico Omero.

Mungià comincia le sue peregrinazioni su i principii della primavera e le termina nel mese di ottobre, ai primi rigori. Va per le campagne, guidato da una femmina o da un fanciullo. Tra la grandezza e la forte serenità della coltivazione, reca ora i lamentevoli canti cristiani, le antifone, li invitatorii, i responsorii, i salmi dell'officio pe' i defunti. Come la sua figura a tutti è familiare, i cani dell'aia non latrano contro di lui. Egli dà l'annunzio con un trillo del clarinetto; ed al segnale ben noto le vecchie madri escono in su la soglia, accolgono onestamente il cantore, gli pongono una sedia all'ombra di qualche albero, gli chiedono le nuove della salute. Tutti i coloni cessano dal lavoro e si dispongono in cerchia, ancora alenanti, tergendosi il sudore con un gesto semplice della mano. Rimangono fermi, in attitudini di reverenza, tenendo li stromenti dell'agricultura. Nelle braccia, nelle gambe, nei piedi ignudi essi hanno la deformità che le fatiche lente e pazienti danno alle membra esercitate. I loro corpi nodosi, di cui la pelle assume il color delle glebe, sorgendo dal suolo nella luce del giorno paiono quasi avere comuni con li alberi le radici.

Spandesi allora dall'uomo cieco su quella gente e su le cose in torno una solennità di religione. Non il sole, non i presenti frutti della terra, non la letizia dell'opera alimentaria, non le canzoni dei cori lontani bastano a difendere li animi dal raccoglimento e dalla tristezza della religione. Una delle madri indica il nome del parente morto a cui ella offre i cantici in suffragio. Mungià si scopre il capo.