Part 9
— Ma va innanzi, va innanzi, chè adesso mi spiego tante, tante cose che mi parevano strane.
— Dunque il parroco celebrò il matrimonio, mentre il duca sempre pallido e grave a stento frenava il dolore, e la poveretta si struggeva in lagrime. Ho sempre nell’orecchio il suono di quella voce soffocata dai singhiozzi con la quale rispose al parroco quando questi le chiese se accettava per legittimo sposo il duca di Fagnano. E quando il parroco li benedì ed ella si gettò fra le braccia del duca, non solo io ma anche Pietro aveva i lucciconi negli occhi. Ah, sono scene che non si dimenticano se si campasse cento anni! Poi il parroco ci fece firmare in un suo certo libro, in cui tanto il duca che quella poveretta avevano apposto la loro firma. Pietro il Toro però fece un segno di croce...
— Ma dunque il figlio che poi nacque è il legittimo erede...
— Aspetta, aspetta che udrai cose da inorridire. Quando uscimmo dalla chiesa, il duca si rivolse a noi e ci disse: Grazie del servigio che ci avete reso. Io non posso per ora condur meco questo angelo di creatura che è adesso mia legittima moglie innanzi a Dio e innanzi agli uomini; ma presto farò in modo che possa raggiungermi. Voi, quantunque di umile condizione, siete due galantuomini, quindi a voi la raccomando, e se Dio un giorno mi farà trionfare dei miei nemici, oltre che da Lui, avrete da me il compenso adeguato alla vostra buona azione.
Pietro ed io non sapevamo che rispondere. Il duca di Fagnano raccomandava a noi la sua nobile sposa, a noi poveri diavoli? Quando ci rimettemmo dallo stupore e dalla emozione, i due sposi erano già andati via. E fu allora che Pietro, il quale ha le scarpe grosse, ma il cervello sottile mi disse: — Senti, compare Carmine, la testimonianza che abbiamo fatto stanotte ci attirerà dei guai addosso. Io del resto per pietà di quella povera creatura son disposto a prendere per il collo chiunque le volesse far male e il duca può star sicuro che non avrà parlato indarno a Pietro il Toro. E posso assicurarti, cara Geltrude, come ti dirò in prosieguo, che senza la mia prudenza Pietro ne avrebbe fatta qualcuna delle sue, che sarebbe riuscita assai dannosa a persona cui noi tutti vogliamo un gran bene.
— Ora sì che capisco perchè Pietro...
— Scorse un mese e nessuna nuova giunse a noi del duca: nel castello però continuavano i banchetti e la vita allegra per mostrare, faceva dire il cav. Silvestro, che egli rinnegava il fratello reo di tanto orrende infamie contro la religione e contro il Re di cui egli era uno dei primi sudditi. Si era saputo però che era giunto a fuggire dal carcere con l’aiuto dei frammassoni e che in contumacia era stato condannato alla pena di morte come reo convinto di sacrilegio, di stregoneria e di non so quali altri delitti; nello stesso tempo si seppe che il Re aveva investito del ducato di Fagnano il fratello del condannato e dato a lui tutti i beni confiscati a quest’ultimo. Allora nel paesello si incominciò a credere che chi aveva architettato le accuse, chi aveva denunciato il duca era stato il fratello sperando di succedergli come avvenne. Pietro ed io soli sapevamo che il duca aveva lasciato un erede il quale fra poco sarebbe venuto al mondo, ma benchè Pietro volesse fare del chiasso, pure io giunsi ad impedirlo. Poi, come sai, dovette rifugiarsi su i monti, dopo il guaio che gli capitò...
— Per aver sposato Rosaria, la più bella ragazza che avesse mai portato una tovagliuola bianca, lui così brutto! Ricordo che noi altre l’avevamo predetto, ma si credeva che parlassimo per invidia...
— Io dunque rimasi solo a custodire il segreto che mi era di un gran peso, perchè se fosse venuto a sua conoscenza il nuovo duca mi avrebbe fatto far la pelle, come è vero Dio.
— E di quella poveretta che era di buon diritto duchessa di Fagnano?
— Nulla; non andava in chiesa, non si faceva vedere dalla finestra, nulla! Si diceva che il barone fosse infermo; io intanto facevo i conti ed ero sicuro che la duchessa, perchè a chi se non a lei spettava un tal titolo? esser doveva lì lì per mettere al mondo il frutto dei suoi poveri amori. Quando una notte, oh, non la dimenticherò mai quell’orribile notte! fui svegliato da ripetuti picchi alla porta di strada. Mi alzo e spaventato chiesi chi picchiasse. — Aprite! — rispose una voce aspra e minacciosa che mi fece agghiacciare il sangue nelle vene, tanto più che mi era parso di riconoscere la voce del barone di Pietrasanta. Apersi la porta con mano tremante, ed era proprio lui, il vecchio che pareva si reggesse in piedi solo per uno sforzo della volontà. Al lume della lucerna vidi che era livido e gli occhi gli sfolgoravano. Venite con me — mi disse con voce imperiosa; e sicuro che avrei ubbidito si diresse verso la casa del parroco, attigua alla chiesa ove era stato celebrato il matrimonio del duca con la figlia del barone. Giunti, il vecchio che pareva convulso picchiò a gran colpi come aveva fatto alla mia porta, finchè la serva del parroco non scese ad aprirci, immagina con quale spavento nel viso. Il barone salì di corsa le scale seguito da me e dalla serva atterriti, penetrò nella camera del parroco che era a letto e gridò con voce rotta dal furore. — Dove avete, dove avete il registro dei matrimoni? Il parroco sorpreso, sbigottito, non osò neanche di protestare e stese la mano additando un grosso librone su un tavolino presso al letto. Il barone vi si precipitò e si diede a sfogliarlo mentre la mano gli tremava e gli occhi pareva volessero schizzargli fuori dell’orbita. Infine urlò con una voce che ci fece sobbalzar tutti: Nulla, nulla, nulla! Ah, l’avevo detto io, l’avevo detto... non solo la rovina, ma anche il disonore... Poi avventandosi a me ed afferrandomi pel collo. — Avete fatto voi il testimone, voi a quella sciagurata e al suo ganzo? — Sì, risposi io più con un cenno della testa che con la voce, tanto ero sconvolto. — Ora dove è, dove è? — gridò il barone voltosi al parroco che per quanto era durata quella scena non aveva detto parola ed era pallido come un morto — dove è l’atto matrimoniale? — Ma che so io? — balbettò infine il parroco — non ricordo... non so di quale matrimonio intendete... — Diteglielo voi — urlò il barone rivolgendosi a me, diteglielo voi. — Io, sdegnato dalla esitanza del parroco riacquistai un po’ di coraggio e me gli rivolsi dicendogli: — Il barone intende parlare del matrimonio celebrato in una notte, or fan cinque o sei mesi, tra il duca di Fagnano, fuggito dalle carceri, e la baronessina di Pietrasanta, a cui Pietro il Toro ed io facemmo da testimoni. — Io non so nulla, io non so nulla! — gemette il parroco più morto che vivo. — A questo intesi un’onda di sdegno nel cuore: se Pietro il Toro fosse stato colà, certo il parroco non avrebbe detto più messa. — Dunque mia figlia è una vile baldracca — muggì il barone — o tu sei un mentitore. — In così dire era per avventarglisi contro, ma sopraffatto dal dolore stramazzò come colpito al capo. Io cercai di dargli aiuto, ma una voce parea mi dicesse: Va, corri da quella poveretta che forse ha più bisogno di te. Mi ricordai di quel che avevo promesso al duca: compresi che una ben terribile scena aveva dovuto avvenire in casa del barone, al quale forse la sventurata non aveva potuto più oltre nascondere il suo stato: e mentre il parroco e la serva cercavano di soccorrere l’infelice che giaceva come fulminato sul pavimento io fuggii da quella casa per accorrere in casa del barone.
— Ben fatto, ben fatto! — esclamò Geltrude — davvero che non ti avrei creduto capace di una simile risoluzione, perchè so bene quanto sei incerto nelle tue cose tu...
Carmine non rilevò la malignità contenuta nelle parole della sua amica, e commosso dai ricordi continuò nel suo racconto.
— Mi diedi a correre a correre, certo che qualcosa di grave era avvenuto. Sapevo l’odio che il barone covava contro i duchi di Fagnano; sapevo che sopportava con fierezza le sue avversità, ma non si sarebbe acconciato al disonore che gli veniva poi dal suo peggiore nemico; certo la figliuola non potendo più occultare il suo stato aveva dovuto svelargli il matrimonio; certo qualche cosa di terribile era avvenuto. Mi ricordai della raccomandazione che ci aveva rivolta il duca: la poveretta aveva bisogno di aiuto, di soccorso, di un amico, mentre il padre l’aveva abbandonata, nè era in caso di giovarle in nulla. Con questi pensieri giunsi trafelato alla casa del barone; non ebbi bisogno di picchiare perchè la porta era aperta. Entro, e uno spettacolo miserando mi si offerse. La povera signora giaceva supina sul lettuccio così bianca che pareva non avesse più sangue nelle vene. A lei vicina era Giovanna, una vecchia contadina, unico avanzo della numerosa servitù di un tempo, la quale vinta dal dolore era impotente a prestarle aiuto. Al rumore che feci nell’entrare la giacente aprì gli occhi e mormorò con filo di voce. — Grazie d’esser venuto; è il buon Dio che vi manda.
Quando ecco intesi un vagito che mi fece trasalire. — È mio figlio, disse la disgraziata; portatelo via.. mio padre l’ucciderebbe... Ve l’affido chè io mi sento morire. — Così dicendo fece uno sforzo, si sollevò a mezzo il letto e mi porse un bimbo nato allora. Io stendevo le braccia, quando la poveretta che soffocava dai singhiozzi, si diede a baciarlo e a ribaciarlo gemendo. — Quale sarà la tua sorte, quale sarà la tua sorte, o figlio, o figlio mio?! — Io non so come mi tenevo in piedi; sentivo sconvolto il cervello e il cuore gonfio di angoscia. — Lo farete battezzare, disse infine la misera: lo chiamerete Riccardo come il fratellino che mi morì. Se mai il duca ritornerà gli darete questa lettera che gli farà riconoscere il figlio suo e ne avrà la prova sicura. — Io avevo preso tra le braccia il fanciullo che ravvolsi nel mantello e non potei rispondere che con cenni di assentimento così ero convulso; conservai la lettera suggellata e tornai a casa. A, tu piangi adesso, Geltrude, ora immagina qual cuore era il mio innanzi a quella madre che si separava dal nato delle sue viscere, sicura che non l’avrebbe mai più riveduto!
Invero la vecchia Geltrude ascoltava con gli occhi gonfi di lagrime.
— Come tornai a casa, non te lo so dire. La mia vita fin allora era scorsa tranquilla e serena: quel fanciullo che una morente mi aveva affidato, poichè io sentivo che la poveretta ne sarebbe morta, la sconvolgeva e forse mi sarebbe stato causa di dolori e di rovina. In quell’orgasmo mi si era fatto la luce sull’accaduto: il nuovo duca aveva imposto al parroco di lacerare l’atto matrimoniale per garentirsi d’ogni possibile pericolo, d’ogni rivendica dei titoli e dei beni usurpati. Le sue spie avevano dovuto avvisarlo delle nozze celebrate in quella notte, e se non ricorse allo espediente di sopprimere anche i testimoni gli è che di me non aveva paura perchè mi sapeva timido e amante del quieto vivere; di Pietro, risoluto e attaccabrighe, nemmeno perchè aveva dovuto prendere il bosco: e forse contava anche sul furore del barone quando avrebbe saputo il fallo della figliuola. Insomma io mi trovai in casa con un fanciulletto e passai tutta la notte a cullarlo finchè all’alba comprai un po’ di latte per sfamarlo, risoluto a tenerlo nascosto per un pezzo onde non attirar su me l’attenzione del duca.
— E del barone e di quella povera signora?
— Il barone colpito d’apoplessia fu portato a casa. Si disse che era andato dal parroco per confessarsi. Non riacquistò più i sensi e morì dopo tre giorni. La figliuola dopo pochi giorni lo seguì nel sepolcro, ed a me rimase il fanciullo che poi feci credere d’aver trovato nel bosco in un frattume.
— E che disse Pietro il Toro quando seppe l’accaduto? Gli parlasti della lettera suggellata?
— Ah, tu vuoi saper troppo adesso. Io ho potuto dirti quel che riguardava me, ma quel che riguarda Pietro il Toro non posso e non debbo. Ti basti il dire che fece.. quel che dovevo aspettarmi per la sua indole e quel che un giorno forse potrebbe riuscire assai utile a qualcuno. Intanto il duca era partito per Napoli, chè col titolo e con le ricchezze era cresciuta l’ambizione sua. In Napoli, ebbe un ufficio a Corte, sposò la figliuola di un gran signore, dalla quale ebbe un’unica figlia, che portò qui quando rimase vedovo e la giovinetta uscì dal convento ove si era educata. E si dice che non l’avesse voluta con sè a Napoli, perchè gli era d’imbarazzo continuando egli a vivere nei vizi e nella crapula. Però si assicura che quell’uomo il quale sacrificò il fratello alla sua ambizione, ami assai la figliuola, pure standone lontano; anzi lui dice che la tiene qui per sottrarla alla corruzione della Corte. Sarà poi vero che la tiene qui per questo?
— Ma ora l’ha ripresa con sè...
— Vuol dire che si preparano dei tristi tempi... Anche sei anni or sono la portò seco.
— Ma — disse Geltrude che non credeva di aver saputo abbastanza — nulla, nulla proprio faceste nè tu nè Pietro per rivendicare il nome, le ricchezze al figlio legittimo del duca di Fagnano? Io avrei dissuggellato quella lettera, tanto per sapere...
— Sei curiosa tu! E chi avrebbe dato retta a due poveri contadini come siamo noi? Sarebbe stato lo stesso che cozzar contro un muro, e chi cozza coi muri si rompe la testa. Prendersela col duca di Fagnano, che parla col re e con la regina nè più nè meno come io parlo con te; accusarlo di aver denunciato il fratello, e questo sarebbe niente, di aver lacerato o bruciato un atto matrimoniale, di aver rubato, i titoli, le ricchezze?... Eh, mia cara, per osar tanto Pietro ed io avremmo dovuto essere ben altro che due poveri contadini! Quindi decidemmo di non parlare neanche della lettera di sua madre a...
— A Riccardo — esclamò la vecchia — via, dillo... o che temi adesso dopo avermi narrato tutta la storia?
— È vero; ma, sai, mi par sempre di commettere un’imprudenza! Dunque decidemmo di non parlarne a Riccardo che quando e se sarà in grado di far valere i suoi dritti... Ma, via, non ti par che l’abbiamo fatta assai tardi? Ricordati però quel che mi hai promesso; neanche una parola ti esca di bocca di quel che ti ho narrato.
— Ma se te lo giurai sulla Madonna del Carmine — rispose la vecchia che intanto si era data attorno per acconciarsi un lettuccio sulla cassapanca. — Però devi dirmi sinceramente se credi che il duca, il vero, il legittimo, sia morto in Francia.
— Così ha detto il fratello, così han detto tutti coloro che frequentano il palazzo, così ho inteso dire dagli armigeri. Ma poi... chissà! È una storia assai vecchia, son ben ventotto anni ormai! Via, via, dormiamo che è tardi.
In breve il silenzio regnò nella casa. L’uragano continuava coi sibili del vento e i rombi del tuono.
Era scorsa appena una mezza ora quando la porta di strada risuonò di un picchio poderoso seguito da una voce che gridava impaziente:
— Vecchio Carmine, poltronaccio, dormiglione, alzati e vieni ad aprire. Ci vuoi far morire affogati?
— To’ — disse Carmine svegliandosi di soprassalto — sembra la voce di Pietro. Geltrude, Geltrude, hai tu inteso?
— Sì, ho inteso — disse Geltrude. — Mi ero appena appena addormentata.
— Ma insomma — continuava a dir la voce — vieni ad aprir sì o no?
— Vengo, vengo — gridò Carmine balzando dal letto e accendendo una lucernina.
— Tanto ci voleva? — esclamò Pietro il Toro, il primo ad affacciarsi sull’uscio. — Su presto, un buon fuoco, un gran fuoco, un paio di caraffe di vino, del pane e del salame...
— O del formaggio che val lo stesso — disse il Ghiro comparendo.
— E Riccardo, Riccardo? — chiese Carmine che ancora non si era rimesso dalla sorpresa.
— Attende col Magaro a mettere nella stalla i nostri cavalli... già, i nostri cavalli, due bestie che ti faranno sbarrar gli occhi dalla meraviglia. Ah, ma tu sei in buona compagnia! — disse poi Pietro il Toro vedendo Geltrude che seduta a mezzo il lettuccio badava a ricomporsi. — Ah, vecchio, impenitente!
— Sta zitto tu, mascherone di fontana, spaventa passeri — gridò Geltrude offesa.
— Andiamo, andiamo, non dirò nulla di tanto scandalo se vi affrettate a mettere una o due fascine al fuoco. Se aveste tanta acqua addosso quanta ne ho avuta io, vi sarebbe passata la voglia di far gli sposini!
Carmine però non si moveva dalla porta e guardava nel buio per veder giungere Riccardo: dall’allegria dei due compari aveva compreso che ci era qualcosa di buono in aria.
— Capperi! — esclamò quando vide entrar Riccardo.
— Buonanotte, zio Carmine, buonanotte. Ti abbiamo svegliato a mezzo il sonno — disse questi entrando e deponendo una valigetta sul lettuccio.
Il giovane aveva aperto il ricco mantello, e la esclamazione di Carmine era giustificata dal vederlo vestito come uno dei signori che eran venuti parecchie volte a far visita al duca. Stentava quasi a riconoscere in lui il giovane che aveva visto venir su come uno dei tanti diseredati dalla fortuna costretti a logorar la vita negli stenti. Non mentiva il sangue, non mentiva! Come gli si attagliavano bene quelle vesti che conferivano alla singolare bellezza di lui un’aria signorile, e che egli portava con la disinvoltura di chi vi è usato!
— Basterebbe vederlo — disse tra sè e sè Carmine — per convincersi che è lui il vero duca di Fagnano.
Anche Geltrude era rimasta ammirata; e subendo il fascino che la ricchezza delle vesti esercita su i contadini, non aveva osato volger la parola a quel giovane che pure aveva vissuto con lei in tanta dimestichezza. La guardava come se lo vedesse per la prima volta; non era più per lei il misero trovatello, del quale incerta fin allora le era l’origine: sapeva bene adesso che era lui il signore legittimo, il padrone vero di quelle ricchezze che facevano dei duchi di Fagnano i più cospicui signori del regno, e sentiva come una confusa soggezione di trovarsi insieme in quella casuccia.
Intanto ardeva sul focolare una gran fiammata innanzi alla quale i tre compagni di Riccardo si eran seduti e con le gambe aperte, le mani al fuoco si ristoravano dalla stanchezza, mentre Carmine aiutato da Geltrude attendeva a preparare un po’ di cena. Riccardo si era seduto anche esso e pareva pensoso con un’ombra di tristezza nel viso che discordava con l’allegria dei suoi tre compagni.
— Lui non mi par molto soddisfatto — disse Geltrude sottovoce a Carmine mentre mesceva del vino nelle bottiglie — invece gli altri sembra che abbiano toccato il cielo con le dita.
— Me ne sono accorto anche io — rispose Carmine. — Pure non hai visto che armi, che vesti proprio degne di chi è nato duca?! E quella valigia con borchie ed ornamenti che sembrano d’argento?
— E saran forse d’argento! — fece Geltrude che indugiava nell’andare attorno per poter con l’aiuto di Carmine penetrare nel mistero.
Riccardo intanto si era scosso dai suoi pensieri e fattosi presso ai compagni che s’erano chinati verso lui per intender meglio:
— Il luogo dunque sarà la radura del Gariglione. Tu, Pietro andrai in Basilicata da Taccone e da Quagliarello...
— Li vidi in quella notte — borbottò Toro — gente di fegato, ma anche ladri e sanguinari.
— Lo so — rispose Riccardo abbuiandosi vieppiù — lo so; ma su essi bisogna contare, visto che i galantuomini sono in lega con coloro che vengono per far da padroni nelle nostre case. Tu, Magaro, avviserai Povonese, Marotti ed il Vizzarro che troverai nei boschi di S. Eufemia e dell’Aspromonte: tu Ghiro, andrai in cerca di Parafante, del Giurale, del Boia e di Benincasa. Bisogna intenderci per organizzare la difesa, per disciplinarla...
— Disciplinarla? — esclamò Pietro con tale una smorfia della sua grottesca fisonomia che gli altri scoppiarono a ridere. — E sarà possibile? A stenti e in qualche modo soltanto ci riuscì il Cardinale che pure dovè chiudere un occhio, e talvolta tutti e due...
— Non far lo scrupoloso Pietro — disse il Magaro scrollando le spalle — che anche tu all’occorrenza...
— Che cosa anche io all’occorrenza? Ho forse sgozzato dei vecchi, dei fanciulli, delle donne nelle chiese ove si erano rifugiati? Ho forse appiccato il fuoco alle case dopo averle saccheggiate e avervi rinchiuso gli abitanti, sol perchè qualche loro nemico li aveva qualificati per rivoluzionari? Ho forse commesso nefandezze su i gradini degli altari, di quegli altari che insorgemmo per difendere?
— Non dico questo, ma...
— Ma si capisce, quando si rischia ogni giorno di aver la pelle bucata da una palla o da una punta di baionetta, si capisce che la sera ci vuole un po’ di svago come un buon fiasco di vino e delle femmine allegre sulle ginocchia; e che se si trova un gruzzoletto di piastre, un oggettuzzo d’oro o di argento non si mena il bando per sapere chi l’ha perduto e non si lascia a chi ha meno scrupoli; e quando il sangue è montato alla testa e si danno colpi e se ne ricevono nel furore di una lotta a corpo a corpo, non si bada a nulla. Ma la ferocia a sangue freddo, la crudeltà...
— Smetti via, smetti Pietro — disse Riccardo che pur pareva dell’avviso del suo vecchio compagno. — Dunque, rifocillatevi ora, riposate questa notte e tutto domani per poi mettervi in cammino. Io tenterò di dare un certo organismo a quel che si vuol fare perchè solo convergendo tutte le forze a un intento comune si può riuscire...
— Ma — disse Pietro, testardo sempre nelle sue idee — un tale organismo, come voi dite, avrebbe dovuto darlo quella notte colei che ci fece giurare di difenderla: Sua Maestà la Regina.
— Ed a nome di lei che vi parlo e in nome di lei andrete dove io vi ho detto — rispose Riccardo assumendo tale autorità nell’aspetto che gli altri ammutolendo lo guardarono con un’aria di stupore come se uno sprazzo di luce fosse di un tratto balenato nella loro mente.
Invero per tutto il viaggio durato otto giorni, il giovane aveva evitato di alludere al come aveva trascorso il tempo della sua dimora in Napoli, e aveva stornato il discorso quando alcuno dei tre, Pietro specialmente, aveva accennato al ricco equipaggio del giovane e al contenuto della valigetta che la notte nei fondachi e nelle locande in cui prendevano alloggio serviva di guanciale al suo possessore, finchè delusi nelle loro speranze non avevan più tentato di appurare il mistero. Il contegno del giovane non era punto mutato e continuava con essi nella dimestichezza; però talvolta si abbandonava ai suoi pensieri, e pareva a giudicar dalla fisonomia che qualche cosa di ben grave lo turbasse, ciò che era molto strano perchè d’ordinario l’umore del giovane era spensierato e lieto. Ecco dunque che di un tratto il mistero si diradava in parte pur restando ancora insoluto. Ma erano bastate quelle parole perchè agli occhi dei tre avventurieri il giovane assumesse un aspetto insolito, cui conferiva maggior prestigio quella subita luce che si era riverberata su lui al nome della Regina.
Si guardarono muti, mentre il giovane ricadeva nelle sue riflessioni.
— Orsù, a cena — disse in fine Carmine — e scusate se sorpreso così a mezzo della notte non posso offrirvi che ben poco.
Si alzaron tutti e sedettero intorno alla mensa rischiarata da un candeliere che Carmine accendeva solo nelle grandi occasioni. Riccardo non si era mosso.
— Non ho fame — disse — ma sbrigatevi perchè ho sonno invece e Carmine avrà un cantuccio in cui poter sdraiarmi.
— Il tuo letticciuolo, Riccardo, è sempre là, l’ho rifatto ogni sera, perchè ogni sera ti aspettavo.
Il giovane scorse un dolce rimprovero nelle parole di Carmine e si affrettò a rispondere:
— Sì, sì, hai ragione, buon Carmine, scusami sai...
Gli altri cenavano discorrendo sommesso, mentre Geltrude seduta a loro vicino aguzzava le orecchie per pescare qualche parola dalla quale potesse intendere il resto. Ma, poichè non giungeva a rannodare il filo del discorso, si alzò di un tratto come se un’idea improvvisa le fosse balenata in mente.
— Ho da dirti qualcosa, Carmine — disse sottovoce avvicinandosi al suo vecchio amico.
— Parla — rispose questo che era intento a rimettere del vino in una bottiglia...
— Andiamo in disparte... ho una idea... vorrei parlarne anche a Pietro.
— Parlane a me per ora. Di che si tratta?