S. M. la Regina

Part 10

Chapter 103,900 wordsPublic domain

E seguì la vecchia che traendolo per un braccio l’aveva condotto in fondo alla stanza.

— Io credo che sia proprio questa l’ora di dir tutto — disse la vecchia con aria pensosa.

— Tutto che cosa?

— Riccardo è tornato assai diverso da quello che è partito. Non vedi che magnificenza di abiti, di armi, e che gonfia valigia? Io credo dunque che sia giunta l’ora di svelargli la sua origine. Non conveniste con Pietro che gliene avreste parlato quando sarebbe stato in grado di poter sostenere le sue ragioni? Che aspettate dunque? Capisco, ai tempi che corrono le vesti, le armi, i cavalli, la valigia avrà potuto anche...

La vecchia esitava, ma Carmine l’interruppe dandole un pugno.

— Ah, vecchia strega, avrà potuto rubarli, vuoi dire, lui che quando tornò capitano non aveva che due o tre piastre in tasca ed un misero cavalluccio, e sì che molti se ne tornarono ricchi!

— No, non volevo dir questo; ma non eran con lui Pietro, e se Pietro non è capace, il Magaro e il Ghiro che ruberebbero l’ostia consacrata? Dunque, sta a sentire, se non dalle vesti vede dal viso che è tornato diverso da quello che partì. Guarda che aria grave, che aspetto severo, e non ti pare che parli seco stesso? Ora si potrebbe farle valere le sue ragioni! Se nella lettera di sua madre che tu conservi, vi son le prove della di lui legittimità...

— Va, va, non occuparti di cose che non ti riguardano. Già fui io uno sciocco nel metterti a parte di un segreto sì delicato. Appunto perchè adesso è così pensoso, così turbato come se gli incombesse chi sa che gran peso, non bisogna distrarlo con una rivelazione tanto penosa e che lo metterebbe forse in maggior orgasmo. Eppoi, Pietro che la sa lunga, quantunque di apparenza così ruvida, Pietro che forse sa ben più di me, gliene avrebbe parlato, e Pietro sostiene che la lettera è un sacro deposito che dovrà consegnar solo al duca se torna.

— E perchè tu vuoi che il merito sia tutto di Pietro? Infine tu lo raccogliesti, tu lo nutristi, a te la madre lo affidò, a te diede la lettera, tu l’hai conservata finora...

— Va via vecchia, va via! — gridò Carmine seccato.

— Che vuole la vecchia? — disse il Ghiro che incominciava a infastidirsi della musoneria in cui si era caduti.

— Nulla, nulla — rispose Carmine posando sulla mensa la bottiglia.

Poco dopo i tre eran tornati al focolare, e sdraiatisi sullo zoccolo con i piedi al riverbero delle braci ardenti si erano addormentati. Su tutti era sceso profondo il sonno, meno su Riccardo che si era messo a giacere sul suo antico letticciuolo.

Ah, Pietro il Toro non aveva torto: come, come disciplinare quella gente senza un uomo che avesse saputo tenerla a freno e dirigerla ad uno scopo comune? Poteva esser lui un tale uomo, lui che aveva soltanto il prestigio del coraggio, della temerità fors’anco? Ma al par di lui valorosi, al par di lui temerari eran tutti i capi di quelle bande di cui però conosceva le funeste passioni ed i perversi istinti! Avrebbero combattuto è vero col nome di Dio e del Re sulle labbra, ma con l’intento di devastare, di uccidere, di rapinare travolgendo nella loro ferocia coi nemici de! Re e della Religione anche gli innocenti, e gli abitanti tutti dei villaggi e delle città abbandonati alla loro libidine di sangue e di distruzione. Chi sarebbe stato il capo di quella guerra, il condottiero supremo di quelle bande? Se non era valso il Cardinale, col doppio prestigio che gli veniva dal nome illustre e dalla porpora, ad impedire tante orribili nefandezze, sarebbe valso lui, povero avventuriere senza nome e senza fortuna se mai avesse vagheggiato di ambire qualche cosa di più di ciò che aveva ottenuto per caso e pel capriccio di una donna? Non poteva dubitare dell’autenticità della firma e del suggello reale in quella carta di riconoscimento in cui gli si dava il titolo di colonnello; ma colonnello di qual reggimento? Di quello stesso reggimento in cui il Cardinale l’aveva nominato capitano! Spensierato in apparenza e facile ad avventurarsi nelle imprese arrischiate, il giovane aveva per dir così l’istinto della realtà, vedeva le cose nel loro vero aspetto e perciò aveva potuto domare il folle sentimento che gli era sorto nel cuore per la figliuola del duca di Fagnano, domarlo e sentirne quasi vergogna, chè ben misurava l’insormontabile distanza che le condizioni sociali frapponevano fra lui e lei. Nato contadino, vissuto fra contadini, se ne sentiva diverso assai per indole e per aspirazioni sicchè talvolta, sapendosi un trovatello, gli era venuto il dubbio che sangue di signori scorresse nelle sue vene; ma poichè era quello il suo destino aveva cercato di acconciarsi a vivere come gli altri del suo stato frenando le ribellioni che di tanto in tanto gli fremevano nell’animo. Poteva egli dunque vagheggiare l’ambizione di divenir capo di tutta quella gente che già si apprestava ad insorgere non solo contro gli stranieri, ma anche contro i pacifici abitanti della città e dei villaggi? Non era questa, non era questa la guerra che avrebbe dovuto farsi! Aveva saputo il delirio destato dalle parole della Regina incitatrice alla strage, incitatrice allo sterminio, della Regina che lo aveva nominato suo emissario segreto col titolo di colonnello, ed era questo che lo spaventava, questo poichè chi sa quali ordini sarebbe stato costretto a trasmettere ai capi delle bande, ordini a cui forse la sua coscienza avrebbe dovuto ribellarsi.

Ah, perchè non era presente in quella notte! Non si sarebbe fatto imporre dal fasto e dal prestigio regale e avrebbe parlato non solo per evitare tanta rovina al reame che ancora risentiva degli orrori commessi dalle bande del Cardinale e di cui era stato testimone, ma anche nell’interesse della dinastia. La guerra, guerra ad oltranza, contro lo straniero invasore era santa e giusta, chè non la fratellanza, non la libertà muoveva i soldati di Francia contro il reame di Napoli, poichè si era ben visto quale caso le schiere dello Championnet avevan fatto della libertà e della fratellanza; ma brama di conquista, ma ambizione di dominio; pure a combattere i prepotenti invasori, e cacciarli dal regno non sarebbero valse le bande per quanto valorose se si sperperassero in sterili conati, di rovina alle popolazioni e di nessuna utilità all’intento supremo, mentre i Francesi uniti e compatti, che potevano far credere di combattere a difesa dei cittadini, avrebbero trovato in questi degli ausiliari potenti contro le bande devastatrici, che facevano della ferocia l’unica scienza della guerra. Questo avrebbe detto quella notte, e lui per il primo avrebbe riconosciuto come capo supremo il designato dalla regale volontà, lui per il primo avrebbe giurato di ubbidirgli e di non discuterne gli ordini.

Non che ei ne facesse un torto a quella donna, mentre i figli, il marito, i ministri si eran posti al sicuro in Sicilia, rimasta impavida contro l’uragano che si avanzava. Pur troppo aveva compreso dalle parole dei suoi compagni, i quali lungo il viaggio glielo avevan narrato, i particolari di quella notte del giuramento, che la Regina per non compromettere la sua dignità regia esposta alle grossolane intemperanze dei convenuti, aveva dovuto ritrarsi paga soltanto di averne acceso l’entusiasmo e comprendendo che non le sarebbe stato altrettanto facile di dirigerlo ad uno scopo che non fosse la vendetta, una atroce vendetta non solo sugli stranieri, ma anche sugli abitanti del misero reame. Lui lo sentiva, lui lo comprendeva, ma che doveva che poteva far lui che esser doveva emissario degli ordini regali?

Da questi pensieri, era solo sopraffatto appena calmatasi l’emozione per l’insperata fortuna, appena lo stupore aveva ceduto il luogo alla riflessione. Tali pensieri gli erano stati compagni per tutto il viaggio in cui aveva incominciato a veder chiaro nella missione sanguinosa che gli era affidata. Certo se quella donna non era la Regina, e che ella fosse gli pareva impossibile, molto poteva sull’anima di lei, forse la sua influenza avrebbe pesato assai sugli avvenimenti che si preparavano: non avrebbe potuto lui influire alla sua volta perchè quella guerra pur mirando al suo alto scopo, riuscisse meno dannosa alle popolazioni? Non avrebbe potuto mercè l’amore di quella donna, che era pur sempre una ignota per lui, frammettersi fra l’ira dell’offesa maestà regia e i popoli infelici che ne avrebbero inteso aspramente gli effetti sanguinosi?

E l’anima sua che fin allora aveva esultato sol perchè un vasto orizzonte non mai sognato, aprivasi a sè dinanzi, incominciò a vedere in quella misteriosa avventura qualcosa di più che una sua personale fortuna. Forse egli era predestinato a far di quella guerra provocata dall’odio e dalla vendetta di una donna, un’alta impresa di giustizia in nome di un diritto e di un sentimento di nobile patriottismo: forse, raccogliendo intorno a sè tutte le sparse forze, ottenendone la disciplina, l’obbedienza, il rispetto per le leggi umane e divine, avrebbe riabilitato le bande sanfediste che tanti errori avevan commesso. E perciò non aspettando altro avviso, aveva divisato di avvalersi della carta di riconoscimento firmata dalla Regina per intendersi coi più famigerati capibanda che Pietro il Ghiro e il Magaro avrebbero convocati in nome della Regina.

Ma che avrebbe detto l’ignota sua protettrice? Non avrebbe creduto che troppo presto, e senza alcuna autorizzazione, aveva abusato della fiducia in lui riposta? Non si voleva da lui che ciecamente ubbidisse e senza mai indagarne le ragioni agli ordini che gli sarebbero giunti? Aveva egli dunque il diritto di far cosa che forse contrastava con gli intendimenti di colei che aveva scritto la lettera trovata nella valigetta? Accettando i doni, le vesti, le armi, i cavalli, il danaro non aveva fatto intera dedizione di sè all’ignota protettrice, non aveva accettato i patti che ella gli imponeva?

Era questo, questo il pensiero angoscioso che lungo il viaggio lo aveva tenuto incerto e turbato, era questo il pensiero che aveva messo del ghiaccio nel bollore del suo entusiasmo. Dunque lui non avrebbe dovuto aver volontà alcuna? doveva come uno schiavo ubbidire, come uno schiavo seguir la catena secondo il capriccio della mano che lo traeva?

E perchè quella donna, chiunque fosse, si reputava in diritto di far di lui un cieco strumento d’odio e di vendetta ai servigi della Regina? Perchè ella lo amava, perchè in una notte di folle abbandono gli si era data come vinta da un desiderio lungo tempo covato! E dunque anche lui in nome dello stesso amore, che se ancora non avvinceva le anime, avvinceva ormai il corpo, poteva pretendere che ella ne subisse la volontà, una volontà volta al bene, intesa a risparmiare più che fosse possibile, il danno, la rovina, la morte alle popolazioni fra le quali la terribile guerra imminente sarebbe stata combattuta. Ella dunque avrebbe compreso quanta nobiltà e insieme quanta fierezza fosse in lui non accettando del tutto il patto impostogli.

Ma come ed in qual modo far noto tale suo divisamento a quella donna, di cui solo in confuso ricordava la figura pur sentendone inestinguibile sulle labbra il fuoco dei baci, pur sentendone ancora fra le braccia la calda e morbida persona, pur sentendone ancora nelle orecchie la voce ineffabilmente carezzosa talvolta, aspra, rude, imperiosa tal’altra? Dove era in quell’istante quella donna di cui non sapeva il nome, e che gli appariva come circondata di nebbia?

Ed erano questi i pensieri che durante il giorno, mentre si lasciava portare dal cavallo cui abbandonava le redini, lo tenevano assorto tanto che non prestava attenzione ai discorsi dei suoi compagni; e la notte quando essi riposavano dai disagi della lunga via, lo tenevan desto fino all’alba, mentre l’immagine di quella donna, che aveva giaciuto a lui vicino riversa sul lettuccio, bianca, col volto bellissimo sfumante nella penombra nel serico volume della bionda capellatura, gli era sempre dinanzi allorchè andava per via, gli giaceva accanto nelle notti smaniose.

II.

La neve copriva gli alti pini del Gariglione come una immensa tettoia bianca su un fosco edifizio di nere colonne l’una alle altre allacciata dai folti roveti. Nel mezzo del bosco si stendeva una radura, che per capriccio del caso formava un’ampia rotonda alla quale mettevan capo gli innumeri viottoli del bosco sol dai pochi conosciuti che avevano avuto l’ardire di avventurarsi in esso ove l’estate non penetrava raggio di sole e d’inverno fiocco di neve, così intricati e densi erano i rami dei pini secolari. Era quello un tempo la sacra foresta, nella immensa foresta abitata da esseri misteriosi e terribili che ne vietavano l’accesso ai mortali. I taglialegne e coloro che intendevano ad estrar la pece e la resina si arrestavano presso al sacro ed impenetrabile luogo, poichè i temerari che avevano osato mettervi il piede non erano più tornati ai loro tuguri.

All’epoca in cui si svolge questa storia se non si credeva più che vi abitassero gli Dei degli antichi Bruzi, si teneva per fermo che vi tenessero le loro tregende i demoni dell’inferno che non meno gelosamente ne custodivano l’accesso, e non meno ferocemente punivano i temerari che vi si avventurassero. Gli spregiudicati però che non temevano i demoni se ne tenevano lontano sapendolo ricettacolo di lupi feroci ed anche perchè ben difficile sarebbe stato il ritrovar la via del ritorno nel viluppo inestricabili dei roveti. All’epoca degli Spagnuoli, Marco Berardi, gentiluomo venuto in odio al Governatore perchè si era fieramente opposto al Tribunale della Sacra Inquisizione che ei voleva istituire nelle nostre provincie, e che si era già istituito col condannare al rogo due povere femminelle accusate di stregoneria, raccolti intorno a sè ben cinquecento montanari, accovatosi in quel bosco impenetrabile aveva tenuto in iscacco gli agguerriti reggimenti spagnuoli che non poterono mai domarlo e dovettero limitarsi a bloccarlo, onde egli preferì morire di fame con l’amante in una caverna di quel bosco anzichè arrendersi all’odiato straniero. Ora l’insipienza dei moderni reggitori ha permesso che la scure diradasse il sacro bosco, che le altre dominazioni reputate barbare avevano rispettato, e fra i tanti danni della presente dominazione bisogna annoverare anche un tal sacrilego disboscamento causa delle alluvioni incessanti.

In un angolo della radura si elevava un baraccato di vecchie tavole sconnesse che da secoli molti avevano resistito alle furie del vento ed all’imperversar delle lunghe nevicate. Fin dal mattino sbucando dal bosco, a brigatelle, a gruppi, alcuni a cavallo, ma tutti armati, più che un centinaio di montanari che l’abito diverso diceva appartenere a questa o a quella delle provincie del Regno si affollavano intorno al baraccato, e il bosco che da gran tempo al certo non aveva inteso parola umana, risuonava di voci, nelle quali si riconosceva il molle dialetto pugliese, l’aspro basilisco ed il reggino che aveva un marcato accento siciliano. L’aria era limpida; l’uragano degli scorsi giorni aveva spazzato le nubi e il sole sulle nevi del bosco ne traeva scintille che facevan lieto alla vista il paesaggio d’ordinario così cupo. Era una di quelle giornate in cui lo spirito si ricrea nella pace ammirando anche nelle cose la vita universale che ripullula dalla morte: i pini giganti che eran venuti su lentamente attraverso i secoli avevano la maestà della vecchiezza che ha visto l’avvicendarsi delle serenità e delle tempeste nella immutabilità del destino universale, mentre ai loro piedi la umana verminaia brulica punta dalle passioni che or su or giù la menano.

Ad ogni brigatella che usciva dal bosco se la folla riconosceva da lontano qualcuno in essa, eran grida ed urli e batter di mani, tanto più fragorosi quanto più i nuovi venuti avessero acquistato fama o nell’impresa del Cardinale o in qualche propria impresa. E che fisonomie truci ed ardite, che aria spavalda, che aspetti di uomini a cui finalmente sorrideva la fortuna! Ogni brigatella avea portato seco di che banchettare; nel fondo del baraccato alcuni volenterosi avevano improvvisata la cucina che consisteva in un largo fosso nel quale avevano ammucchiato della legna a cui avevan dato fuoco sicchè le fiamme si elevavano fumose mentre alcuni montanari attendevano a infarcir d’erbe alcune pecore e capre allora allora sgozzate che dovevano arrostir tutte intere in quel fosso dopo che se ne fosse stato estratta la brace, la quale poi si sarebbe accumulata sopra il terriccio che doveva chiudere il fosso. Ogni nuovo venuto metteva le sue provviste nel mucchio dei pani, dei formaggi, dei fiaschi col vino.

— Mi par d’essere tornato fanciulletto, allorchè andavo a scuola dal parroco. Facevamo così la scialatella — disse un barbuto omaccione che non aveva deposto le armi e se ne stava a contemplare coloro che attendevano alla cucina.

— A quale scuola sei mai tu andato, a quella degli arraffatutto? — gli rispose un bel giovanotto, che il frigio berretto posto di sghembo indicava per abitante della marina. Però i capi delle diverse brigatelle, che eran venuti quasi tutti a cavallo, smontati e lasciando all’aperto i seguaci erano entrati nella baracca dal punto opposto in cui ardeva il fuoco, visibilmente soddisfatti dell’accoglienza che tutta quella gente aveva lor fatto; e raccolti in crocchio si eran messi a confabulare, interrotti di tanto in tanto dalle grida e dai battimani che annunziavano un nuovo venuto.

— Ci siam tutti? — disse infine Parafante voltosi agli altri che già quella notte erano convenuti nella riunione indetta dalla Regina.

— Dei nostri parmi non manchi nessuno, ma veggo anche delle fisonomie nuove — rispose Benincasa.

— Son quelli che lavorano per loro conto: ho visto Taccone di Basilicata, il Boia, il Caporale, che mentre noi facevamo alle schioppettate insieme coi Turchi e coi Russi, facevano i loro affari comodamente.

— Pare dunque che si sia fatto d’ogni erba fascio?

— Pare anche a me.

— Io non ne voglio di codesta gente al mio comando — disse Francatrippa. Poi soggiunse, come se la cosa non potesse essere discussa. — Credo che mi tocchi il grado di generale!

— Diavolo, lo credo anch’io — rispose Spaccaforno che si era unito al capannello. — Io, del resto, me lo son preso da me.

— E per conferire i gradi ci han qui raccolti? Certo non per altro. I Francesi son già entrati a Napoli e già due reggimenti si son messi in marcia per le Calabrie.

— Bisogna dunque non perder tempo.

— Io ho già la mia gente raccolta: con me ho portato soltanto i sottocapi.

— Bisognerebbe dunque nominare il generale supremo — disse Parafante con aria sbadata — che assuma la direzione della guerra.

— È quello che ho detto anche io: un generale in capo che abbia autorità su tutti gli altri generali.

E Francatrippa in ciò dire guardò negli occhi i compagni, ciascuno dei quali pareva covasse un suo segreto pensiero.

— E regolasse specialmente la divisione del... come si dice?... del bottino di guerra — aggiunse Spaccaforno. — E perciò bisogna che il generale supremo sia non solo un valoroso che abbia fatto le sue prove, ma anche uno che sia noto per galantuomo.

— Galantuomini siam tutti! — osservò gravemente Benincasa.

— Sì, ma — ripigliò l’altro — occorre anche che sappia leggere, scrivere e far dei conti. Diceva il mio maestro a me che se avessi seguitato negli studi sarei adesso per lo meno un avvocato... dicevo dunque che chi non sa leggere e scrivere non è buono a nulla.

— Io non so nè leggere nè scrivere — fece Parafante con un’aria altezzosa — ma a trecento passi uccido un fringuello con una palla della mia carabina. Ed è questo l’importante.

— L’importante è che il generale supremo, nol dico per me, deve essere.. chi dev’essere.

— Dev’essere chi non ha mai ubbidito, ma ha sempre comandato! — sentenziò Francatrippa.

— Meno all’epoca del Cardinale...

— Il Cardinale non era il capo supremo, era il Vicario del Vicario di Gesù Cristo. Pure io feci sempre il piacer mio. Egli diceva: Non saccheggiate quella città, ed io la saccheggiavo. Perciò la mia gente si sarebbe fatta fare a pezzi per me...

— A parer tuo, dunque, noi dovremmo ubbidire ai tuoi ordini?

— E se fosse, che ci vedresti di male?

— Ah, così la intendi?

— Così...

— Via, via — disse Benincasa vedendo che l’ira già sopraffaceva i suoi compagni e le mani macchinalmente brancicavano l’elsa dei pugnali. — Non è il caso di scaldarci il fegato per ora. Piuttosto ditemi voi come sia venuto in testa ad un giovinastro senza seguito alcuno quale è capitan Riccardo...

— Capitano? Colonnello addirittura!

— Questo non importa, anzi è da lodarsi perchè si è attribuito un grado meno del nostro... come dunque gli sia venuto in mente di convocarci in nome della Regina! Io avrei voluto rispondere con un paio di calci a quel Pietro il Toro che venne in suo nome.

— E non l’hai fatto! — disse Parafante con aria convinta. — Meglio per te.

— Meglio per me? Che vuoi dire?

— Che ebbi Pietro il Toro a caporale nella mia banda, e l’ho visto in una rissa prendere due dei miei più robusti armigeri e scaraventarli venti passi lontano.

— Io ho sempre due palle incatenate per questi tali. Ma, ripeto, non scaldiamoci il fegato per adesso. Dunque come gli è venuto in mente di mandarci ordini in nome di Sua Maestà? Ma se lui non ci era in quella riunione! E Sua Maestà ci avrebbe fatto il torto di servirsi di uno sbarbatello simile per comunicare i suoi ordini a uomini come noi?

— Io non ci credo, ma, se fosse, sarebbe un capriccio di Regina...

— E noi dovremmo subirlo?

— Ma mi pare, generale Benincasa, scusa sai, che tu non abbia compreso bene di che si tratti.

Il generale Benincasa, lusingato dal titolo, sorrise. Era noto il coraggio di quell’uomo e lo stoicismo nell’affrontare la morte che poi dimostrò sul patibolo, ma era nota anche la sua puerile vanità.

— Non ho compreso bene?

— No. Il trasmettere un ordine è un ufficio ben umile, quanto quello di un cameriere.

— Lo conosco io, lo conosco — disse Spaccaforno scuotendo il capo. — Quel giovane non l’avrebbe accettato perchè ha tanto di superbia quanto di audacia. Quello lì andrà lontano, ve lo dico io. È un bel giovane, ed è già qualche cosa in una guerra in cui comandano le femmine; inoltre sa leggere e scrivere, ciò che, come vi dicevo, è indispensabile per poter essere qualche cosa.

Gli altri erano per rispondere quando s’intesero degli evviva ed un gridar festoso.

— Che è stato? — chiese Francatrippa volgendosi verso la porta. — Chi è giunto?

— Il Vizzarro, il famoso Vizzarro. Capperi, come è equipaggiato!

Colui che è rimasto celebre nella storia di quel burrascoso periodo e che fu tolto a soggetto financo di un poema e che si ricorda ancora in tutte le canzoni che si cantano nei boschi della Mongiana e di Serra S. Bruno, era giunto a cavallo di un bel polledro tutto fettucce, nastri, trine d’oro e di argento nella bardatura e seguito da una banda di dieci montanari. Era giovane di circa trent’anni, e sarebbe stato anche bello se nel viso e nello sguardo non avesse portato l’impronta della ferocia. Da una larga fascia rossa che gli cingeva i fianchi usciva fuori il calcio delle pistole e l’elsa di un coltellaccio. Balzò dal polledro, e con una mossa della spalla rimandando in dietro la carabina che portava ad armacollo entrò nella baracca, volgendo attorno lo sguardo per riconoscere qualcuno tra i convenuti.

— Ma infine costui non è che un brigante; non ha combattuto per il Re e per la Regina, come noi! — disse Benincasa, facendo una smorfia di disprezzo.

— Ha però le setole nel cuore — rispose Francatrippa.

— O che noi ci abbiamo delle piume? Se sarò io il generale supremo vedrai come lo metterò a posto.

Fuori intanto, fra i sottocapi delle milizie che dovevano contendere, come per cinque anni contesero, la conquista del Reame agl’invasori, si commentava i! probabile risultato di quella riunione.

— Se si son riuniti per scegliere il generale supremo, è meglio tornarsene a casa fin d’adesso.