S. M. la Regina

Part 11

Chapter 113,995 wordsPublic domain

— Sai come andrà a finire? Che essi si scanneranno tra loro e noi tra noi.

— O che credi? Non sarebbe questa la migliore delle soluzioni? Tutti i pretendenti al comando supremo dovrebbero sostenere le loro ragioni con le armi in pugno. Guarda: questo luogo par fatto apposta per giocare alle pugnalate e alle pistolettate e noi faremmo da testimoni e da giudici.

— Zitto!... — fece il compaesano del Vizzarro.

— Che è stato?

— Non dire delle sciocchezze: faresti meglio a raccontarci la storia del Vizzarro: tu devi saperla, tu che sei de’ suoi paesi.

— Vedete un po’ chi viene...

— Un giovanotto, un bel giovanotto anche, a cavallo. Che ne faremo di costui?

— Costui non la cederebbe a dieci di noi. È una donna, nata di famiglia nobile e ricca, e per la quale il Vizzarro ha fatto scorrere fiumi di sangue. Le ha ucciso due fratelli, ha tagliato la testa al fidanzato, ha ferito il padre dopo averne incendiato il palazzo, ed ella lo segue come l’ombra del suo corpo.

Il giovanotto che aveva attirato l’attenzione del gruppo in cui era il compaesano del Vizzarro era balzato agilmente dal bianco cavallino che un contadino dal sinistro aspetto armato di scure e di carabina, teneva pel morso. Gettandogli le redini il giovanotto era passato vicino al gruppo che l’aveva seguito con lo sguardo. Le opulente forme muliebri nulla toglievano al vigore ed alla flessuosità del bel corpo che l’abito virile delineava nettamente. Dal cappello a cono di morbido velluto con ricchi nastri di seta usciva in riccioli la nera capellatura, nera come gli occhi che se nell’amore avevano sguardi di fiamma, non ne avevano mai avuto di dolcezza e di pietà. Era essa la degna compagna del giovane feroce che già da un anno imperava su i boschi ed i monti che si affacciano al Jonio lido.

Ella passò fiera e superba tra la folla ed entrò nel baraccato in cui i capi si eran raccolti.

— Perdio, che bella femmina! Ed è per giunta figlia di signori nobili e ricchi! Ma dunque può nascere una lupacchiotta in una mandra di pecore?

— La vedrete alla prova cotesta lupacchiotta! Non sapete che anche il Vizzarro, è tutto dire, cede quando quei magnifici occhi s’iniettano di sangue?

— Ma orsù, contaci la sua storia che è giunta a noi in confuso.

— Ve la dico in breve perchè non vorrei che ella venendo qui capisse che parlo di lei. Non vi avete visto lo sguardo che mi ha rivolto avendomi riconosciuto alle vesti che sono del suo paese? Dunque il padre di quella donna era assai ricco e teneva molti fittaiuoli al suo servizio. Uno di essi aveva raccolto un bimbo che era stato esposto su i gradini di una chiesa: il bimbo crebbe bello, forte e così irrequieto che poteva dirsi un diavolo incarnato. Il padrone lo volle al suo servizio e a poco a poco gli si affezionò tanto da trattarlo come uno di famiglia, a paro dei due figliuoli che esso aveva, oltre una ragazzetta che esser doveva quella donna da voi testè vista. Pare che il fanciullo non fosse stato neanche battezzato, perchè non aveva altro nome che quello di _Vizzarro_ per la stranezza del suo carattere e della sua indole. Nè meno strana era l’indole di Vittoria, la figliuola del padrone che si era abituata a considerare il Vizzarro come suo eguale, pure imponendogli tutti i suoi capricci. Ne nacque ciò che ne doveva nascere...

— Un figlio? — dissero alcuni degli ascoltanti.

— No, ma certo non per un loro peccato di omissione. Ne nacque che il padre e i fratelli di lei si accorsero della cosa, e una notte li colsero...

— Che dicevano le orazioni?

— Già di quelle che popolano il mondo. Allora lui non fu più il compagno dei giuochi e delle diavolerie dei figliuoli del padrone che lo avevano trattato come un loro eguale; diventò di un tratto il figlio di una malafemmina, una immondizia raccolta sulla via. Gli furon sopra, lo legarono fino a farlo sanguinare e lo rinchiusero nel porcile ove or l’uno or l’altro scendeva per seviziarlo. Gli davano da mangiare la broda dei majali tanto perchè non morisse di fame, e bastonate il giorno, bastonate la notte, bastonate mentre dormiva, e poi sulle piaghe spargevano sale e polvere di fucile: insomma lo ridussero che pareva un cane scorticato. Lui però non piangeva, non pregava; stringeva i denti e diceva ai carnefici: Battete, battete, ma pensate ad uccidermi, chè se potrò fuggire ne farò della salsiccia delle vostre carni.

— E a lei nulla fecero?

— Anche a lei battiture fino a romperle le ossa e torture di ogni genere. Infine un giorno, che è stato, che non è stato? Il Vizzarro aveva roso coi denti i cordami che da due mesi lo tenevano avvinto ed era fuggito.

— Bravo! — esclamarono gli ascoltanti il cui numero era andato man mano crescendo.

— Per due mesi non se ne seppe nulla — continuò il narratore. — Chi gli diede ricovero? Chi ne curò le piaghe? Chi provvide ai suoi bisogni? Chi poi lo fornì di abiti e di armi? Nessuno il seppe con certezza: corse però una voce, alla quale io non credo... che a farlo fuggire, a curarlo, a provvederlo di tutto fosse stata la madre della ragazza, la quale voleva provare anch’essa il frutto proibito che era tanto piaciuto alla figlia...

— Ma di’ un po’, Serrese — disse uno degli astanti — ci racconti tu _una romanza_?

— No, no, mio caro: racconto una storia. Dopo due mesi, dunque che è che non è? Il Vizzarro era divenuto il capo di una banda che scorazzava allora sui monti di Soriano, e ben presto fu tale e tanto il terrore che sparse a sè d’intorno che bastava si presentasse in un paesello perchè tutti gli abitanti gli cadessero innanzi in ginocchio.

— E dell’innamorata che era avvenuto?

— Il padre, i fratelli, la madre stessa, riversarono su lei, dal giorno in cui il Vizzarro era fuggito, quella parte di battiture e di tormenti che sarebbero toccati al suo amante, sicchè ne ebbe il doppio. Ma anche lei non pregava, anche lei minacciava, e dopo la fuga dell’amante era con la madre che vieppiù la ragazza infieriva.

— Da questo dunque la voce che la madre...

— Forse da questo; che so poi, io? Sentite ora. Una notte la casa della ragazza fu assalita dalla banda del Vizzarro. La mattina allo svegliarsi gli abitanti del villaggio videro penzolare dai ferri del balcone i cadaveri dei due fratelli e del padre con una scritta che diceva: «Pena di morte: nessuno osi toccar queste carogne». E nessuno le toccò: stettero appese finchè le carni non si spappolarono...

— E la madre?

— Ah, la madre? Una serva che era riescita a fuggire confidò ad una comare, poi a tutto il vicinato, che la figlia, appena l’amante la disciolse dai lacci, gli strappò il pugnale, corse nella stanza ove era la madre, si diede ad ingiuriarla coi più turpi nomi come se avesse compreso di avere in essa una rivale, e poi l’uccise con un colpo al cuore, e all’amante che sopraggiungeva disse, mostrando il cadavere della madre: «Bada, io verrò teco, ma se tu oserai alzar gli occhi in viso a un’altra femmina, fosse anche... e qui disse un nome che non oso ripetere... ti scannerò come ho fatto di mia madre!»

— Perdio! che femmina! — mormoravano gli astanti, impallidendo, quantunque nessun di essi fosse nuovo al sangue e alla strage.

Nel baraccato intanto continuavano i capi a discutere, cercando ognuno di accaparrarsi amici, caso mai si dovesse eleggere un generale supremo. Il Vizzarro se ne stava muto e sdegnoso fra i suoi, mentre Vittoria, l’amante, le cui vesti maschili non ne occultavano il sesso, era fatta segno alle cupide occhiate dei più arditi, come Parafante, Benincasa, Francatrippa, che sapevano d’essere i più famosi in quell’accolta di feroci, per essersi battuti in campo aperto a capo di numerose bande, e per quanto la fama del Vizzarro e degli altri fosse giunta fino a loro, pure non li reputavano degni di molta considerazione.

— Ma insomma che si aspetta? — chiese Benincasa.

— Cotesto capitan Riccardo che ci ha fatto invitare.

— No, si aspetta un pezzo grosso: un principe... un duca...

— Io ho inteso dire che sarebbe venuta Sua Maestà la Regina in persona...

In questo si notò una certa agitazione in coloro che erano assembrati innanzi la porta del baraccato: una voce corse fra i capi che avevan fatto qua e là dei capannelli.

— Eccolo, eccolo il capitan Riccardo. Capperi! è vestito come un signore!

Il giovane comparve nel vano della porta e mosse intorno lo sguardo sicuro e tranquillo. Vestiva un giubbone di velluto azzurro e un panciotto della stessa stoffa e brache nere che si stringevano al ginocchio. Dei lunghi stivaloni fino alle ginocchia ed era armato delle armi che gli aveva regalato l’incognita. Seguito da Pietro il Toro, dal Ghiro e dal Magaro si fece largo tra la folla silenziosa e giunse presso un impalcato che si elevava dal suolo. Ivi salì, e rivolgendosi alla folla disse:

— Ho tardato a venire perchè ho una brutta nuova da darvi. Alcuni reggimenti francesi son giunti tra noi: han fatto di Monteleone il lor quartier generale, e già han diramato delle truppe per convergere su questi monti. Bisogna affrettarsi, ma prima fa d’uopo intenderci per un’azione comune.

Un mormorio accolse le parole del giovane: un mormorio di spavento in alcuni, di rabbia in altri.

— Siam dunque colti in trappola — gridaron parecchi. — Bel servigio che ci avete reso!

— No — disse il giovane a cui eran giunte quelle voci — perchè nessuno vi conosce ancora, e potete tornare indisturbati ai vostri paesi. Vi ho detto dell’arrivo dei Francesi perchè comprendiate che non havvi tempo da perdere. Bisogna insorgere prima che il nemico si fortifichi nei suoi quartieri, studi le sue posizioni e sappia le nostre, e prima ancora che si procuri delle guide.

— Guide non ne troverà! — disse Parafante. — Vorrei vedere chi dei nostri compaesani avesse una tale audacia. Voi, giovanotto mio, calunniate la nostra gente!

— È vero, è vero! — gridarono parecchi, invidi già del bello aspetto del giovane, e più delle vesti e delle armi ricchissime.

— Io non calunnio nessuno. Solo ricordo a chi ha parlato che sei anni or sono non furono solo i Francesi che si opposero alla nostra marcia, ma molti degli stessi nostri compaesani, dagli spiriti infernali aizzati contro il nostro Re e la nostra Religione.

— E noi li sterminammo! — gridarono alcune voci.

— Non tutti, non tutti — continuò il giovane. — Rimasero i figli, i nipoti, gli stessi avanzi di quei Repubblicani che si battettero contro di noi, quelli che ebbero incendiate le case, disonorate le mogli e le figlie, depredati gli averi, devastati i campi e che ora, forti dell’esercito straniero, invocano vendetta contro di noi. Sapete che ci dissero briganti, allora, ladri, sanguinari, demoni usciti dall’Inferno? ed ora si avvalgono di quelle nostre colpe per dichiararci fuori d’ogni legge e mettere a prezzo il nostro capo!

— Non ce ne importa nulla — gridarono i capi delle antiche bande sanfediste. — Siam disposti a tornar da capo. Ne abbiamo abbastanza di questa vita da femminucce che viviamo da sei anni.

— No, amici, no — continuò il giovane — non prestiamo ascolto alle nostre ire, alle nostre bizze: confessiamo che di peccati sulla coscienza ne abbiamo parecchi e che se riuscimmo formidabili agli stranieri, vieppiù nefasti fummo pei nostri fratelli, perchè innanzi allo straniero dobbiamo dimenticare i nostri odi e le nostre passioni...

— Io non dimentico nulla — gridò Benincasa — e di cotesti consigli non so che farne...

Il giovane si mantenne imperturbabile e proseguì:

— La nostra dev’esser guerra allo straniero in nome di ciò che abbiamo di più caro: la patria, il Re, la famiglia. Se i fratelli, a qualunque partito appartengano, vedran che noi scendiamo in campo con quest’unico intento nel cuore, e che il nostro braccio pugnerà unicamente per la difesa del nostro dritto, tutti saran con noi, tutti intorno a noi, e lo straniero, per quanto valoroso dovrà tornarsene disfatto, avvilito, decimato dalle nostre armi, e riconoscere che noi indipendenti siamo nati e indipendenti vogliamo morire!

— Ma che ci fa la predica costui? — chiesero alcune voci.

— Che ci conta di fratelli, che ci conta d’indipendenza? Noi faremo la guerra a tutti, forastieri e paesani che saran nostri nemici — dicevano tra loro i capibanda.

Nel mormorio generale d’insoddisfazione si udivano qua e là delle grida, delle bestemmie, delle ingiurie. Il linguaggio del giovane pareva a tutti, più che nuovo, strano: egli però si teneva diritto ed immobile, punto sorpreso dell’agitazione che aveva provocato. Dei tre che erano entrati con lui solo Pietro il Toro pareva che approvasse ciò che il giovane aveva detto, mentre il Ghiro ed il Magaro, quantunque si tenessero in un certo riserbo, scambiavano occhiate coi vicini, e si stringevano nelle spalle come se rinnegassero ogni solidarietà con colui che aveva parlato alla folla.

— Io voglio dirvi questo, o amici — continuò il giovane — su noi pesa un’infame calunnia che ora è tempo di smentire, il nostro valore è detto ferocia; il nostro patriottismo, pel quale siam pronti a riprendere le armi, è detto ipocrisia per legittimare la violenza, il furto, la rapina; la nostra religione ci si rimprovera come un avanzo di barbarie, la nostra fede al legittimo Re che Dio ci ha dato è detta cecità di spiriti nati al servaggio. Smentiamo queste calunnie; mostriamo che la ribellione allo straniero invasore è dignità di uomini che non vogliono piegarsi sotto il giogo di coloro che coi mentiti nomi di fratellanza e di libertà vengon da noi per sedurre le nostre donne, per vilipendere la nostra religione, per balzar dal trono il nostro Re. Bisogna per vincere combatter compatti, rispettando gli averi, la vita, l’onore degl’innocenti: combattere da soldati, non da predoni; da guerrieri, non da briganti!

— Ma insomma — chiesero alcune voci — chi dà a costui il diritto di parlarci in tal modo?

— Facciamolo zittire, facciamolo zittire — dissero ad una voce Francatrippa, Parafante e Taccone che si sentivano presi di mira dalle parole del giovane.

— Aspettate — disse il Vizzarro che fin allora aveva taciuto — andrò io a turargli la bocca.

Si fece largo tra la folla e avvicinatosi all’impalcato su cui era il giovane, disse a questo con voce breve e accompagnando le parole col gesto:

— Scendi, orsù, che ne abbiamo abbastanza.

Il giovane lo guardò sorpreso.

— Io mi chiamo il Vizzarro, hai capito? E quando il Vizzarro dà un ordine, nessuno l’ha finora trasgredito.

— Ed io mi chiamo il colonnello Riccardo — rispose il giovane con voce calma e guardando negli occhi il suo interlocutore — emissario di S. M. la Regina. Ma mi chiamassi anche Riccardo semplicemente, non ubbidirei certo a un mascalzone tuo pari.

— A me mascalzone! — urlò il Vizzarro. E di un salto si slanciò sul giovane; ma, e al certo con sua gran meraviglia, questi lo prese pel petto, lo squassò, lo trasse a sè e poi lo scaraventò nel mezzo del baraccato, tornando senza scomporsi a rivolgersi alla folla ammutolita per la sorpresa.

Ma gli amici del Vizzarro tratti i coltelli si erano precipitati per accorrere in difesa del loro capo, quando si trovarono dinanzi un omicciattolo che sbarrò loro la via.

— Miei cari — disse Pietro il Toro con voce tranquilla — finora lasciai fare perchè si trattava di uno contro uno; del resto, se fossero stati anche dieci, so che il capitano... o il colonnello Riccardo basterebbe a sbrigarsela; ma voi dovete far i conti con me, voi altri.

E con un viso che l’ira aveva incominciato a sconvolgere tanto da mutarne in orridezza il grottesco, si fece innanzi con la mano all’elsa della pistola.

— Basta, basta: vogliamo finirla in una carneficina? — gridarono alcune voci, mentre i più autorevoli dei capibanda circondavano il Vizzarro, i cui occhi iniettati di sangue mandavano baleni.

Riccardo fece un segno, e la folla tacque, soggiogata suo malgrado.

— Sono io per il primo — disse con voce tranquilla — a deplorare l’accaduto. Non fui io l’aggressore; io mi limitai a difendermi. Ma non è questo il luogo per le nostre bizze private. Qui ci siamo raccolti per intenderci sul piano da adottare. E anzitutto volete che si elegga un capo supremo, al quale tutti, io pel primo, dobbiam giurare cieca obbedienza? Chi assente, alzi la mano.

— No, no, ognuno per sè, ognuno per sè — urlò la folla.

— Ed io, invece, io dico che ha ragione, che ci è bisogno d’un capo supremo, e che nessuno è più degno di comandare a noi tutti di questo uomo, innanzi al quale siete ora divenuti tante pecore.

In ciò dire il bel giovanotto, nel quale era stata riconosciuta l’amante del Vizzaro, salì sull’impalcato, volgendo uno sguardo di sfida alla folla sorpresa di tanta audacia.

— Sì — continuò la giovane donna. — Io sono del suo avviso. Lo so, voi siete tutti stupiti che io, io proprio, l’amante del Vizzarro, la quale per essere libera rinunciò al nobile ed onorato nome dei padri suoi, e come una vil femmina si diede alla campagna, trovi giusto che se si ha da far guerra allo straniero, bisogna scegliere un capo supremo che valga più di noi tutti. Ebbene, io vi propongo per capo colui che ha osato sfidarci, dicendoci in faccia esser noi dei briganti assetati di sangue e di rapina. Quale prova maggiore di audacia? Ed ha provato altresì che come ha franca la lingua ha impavido il cuore respingendo il suo assalitore. Sia lui dunque il capo, e io per la prima giuro di ubbidire ciecamente ai suoi ordini.

Gli astanti si guardarono muti e incerti. Ma il più stupido di tutti era il Vizzarro che non credeva ai suoi occhi. Lei, lei si dichiarava pronta a ubbidire a chi egli considerava ormai come il suo mortale nemico? Lei, che aveva sempre fatto suoi gli odî, i rancori, le inimicizie di lui? Lei si sarebbe sottoposta ad un capo, lei che non riconosceva neanche l’autorità dell’uomo pel quale aveva posto in oblio patria, onore, famiglia; lei che aveva rinunciato a quanto una donna ha di più caro per seguirlo nei boschi, gli si ribellava ora, si schierava contro di lui e in favore di uno sconosciuto che innanzi a tanta gente non solo aveva mostrato di non temerlo, ma anche ne aveva respinto vittoriosamente l’aggressione?... Trattenuto da alcuni dei capibanda, si contorceva ruggendo di rabbia.

— Calmati, calmati — gli dicevano i capibanda — avrai tempo per fare le tue vendette. Ma è una matta quella tua amica. Come le è venuto in testa? Già, quel caporale o quel colonnello è un bel giovanotto, bisogna convenirne, e ne ha del coraggio. Ma le femmine son tutte ad un modo... E poi non vedete come è ben vestito?

— Io me ne berrò il sangue, dell’uno e dell’altra — disse il Vizzarro che si mordeva le dita, mentre cercava di svincolarsi da coloro che lo trattenevano.

Intanto il resto della folla pareva quasi convinto che fosse necessario si eleggesse un capo. Già si udivano voci di approvazione e il mormorio cresceva, soffocando le proteste dei pochi. La maschia e fiera bellezza del giovane, la ricchezza delle vesti, l’essersi annunziato per emissario della Regina, la prova di coraggio e di forza che aveva dato respingendo l’aggressione del terribile e temuto Vizzarro, l’intervento di quella donna così bella in viso ma così torva nello sguardo avevano soggiogato i due terzi dei convenuti.

Il giovane, con le braccia conserte e immobile aspettava che si venisse ad una decisione. Senza mostrarsene lusingato, però compiaciuto dell’intervento di quel garzoncello, nel quale aveva riconosciuto una donna, l’aveva salutata con un cenno della testa e poi era tornato nel primo atteggiamento, fiero ma non spavaldo.

— Ebbene sì, — gridarono finalmente alcune voci — nominiamo un capo supremo, che stabilisca un disegno e...

— Il capo supremo è Sua Maestà il Re, nostro legittimo sovrano: — gridò una voce dall’uscio.

Tutti si volsero meravigliati. Fermo sull’uscio era un signore in su i sessant’anni, di aspetto altero, vestito di un soprabito grigio che aveva sbottonato perchè apparissero le gemmate decorazioni onde aveva cosparso il petto. Dietro a lui alcuni scudieri vestiti alla militare reggevano per freno i cavalli, mentre altri, armati di carabina, si tenevano in fondo.

— Il duca di Fagnano! — gridò Pietro il Toro. E i suoi occhietti si volgevano ora al nuovo venuto, ora a Riccardo che si era fatto pallido in viso, perocchè le parole del padre di Alma erano una smentita alle sue parole.

— Chi è costui? — chiese Vittoria, l’amante del Vizzarro, che si era tenuta fin allora vicino al giovane. — Che viene a far qui costui?

Intanto il duca si era avanzato tra la folla, e giunto presso all’impalcato vi salì.

— Noi — disse — sapevamo che in questo giorno i fedeli del nostro Re, coloro che han giurato di spargere il loro sangue pel sostegno del trono, si sarebbero qui raccolti dietro invito non so di chi, ma certo voglio sperare, voglio credere, di un suddito che non da ambizione personale fu mosso a convocarvi per scegliere un capo, ma da un nobile e leale interessamento. Io non so in nome di chi ha parlato; io, invece, io duca di Fagnano e primo scudiere di S. M. la Regina, parlo in nome del Re nostro signore. La guerra che imprendiamo non ha bisogno di capi supremi: un capo supremo potrebbe anzi riescir pericoloso, perchè noi sappiamo che i nostri perfidi nemici sanno avvalersi di qualunque mezzo, e se non possono vincere con le armi, cercan di vincere col tradimento, con le insidie e con la corruzione. Nessun capo dunque, ma ognuno sia capo nell’ambito del territorio che è chiamato a difendere.

— Bene, bravo, evviva il Re!... Sì, sì, nessun capo — gridò la folla e, più di tutti, coloro che temevano di dover riconoscere un’autorità suprema.

— Io ho già — continuò il duca spiegando una carta — ben determinati gli ordini da comunicarvi con la designazione dei luoghi nei quali ciascun di voi dovrà agire per non dar pace al nemico e per costringerlo a sgombrare da queste terre di cui il Re Ferdinando ha ricevuto da Dio l’assoluto dominio. A voi, Taccone e Quagliarella, i monti della Basilicata; a voi Marsico e Carmine Antonio le montagne del Pollino, i piani di Castrovillari e di Campotenese; a voi Parafante, Benincasa, il Boia, questi altipiani fino al bosco di S. Eufemia; a voi Vizzaro, Paranese, Mariotti le macchie e le montagne che declinano verso Squillace e verso Stilo; a voi Francatrippa l’Aspromonte e le foreste di Rosarno. Ciascuno di voi avrà mille piastre per equipaggiare i suoi uomini. Fuori vi sarà contato il denaro. Ed ora do a voi la buona novella che il nostro Santo Padre ha mandato la benedizione alle vostre armi, e dieci anni d’indulgenza per tutti i vostri peccati.

Fu un delirio. Le grida, gli urli, avevano qualche cosa di selvaggio. Le mille piastre giungevano opportune, sicchè tutti si affollarono alla porta per accertarsi coi propri occhi che il denaro fosse lì.

Riccardo intanto si era tenuto in disparte; con le braccia conserte, il capo ripiegato sul petto, guardava pensoso quella folla di urlanti, quasi pazzi per la gioia.

Il duca pareva non badasse a lui: uno del seguito aveva attraversato la folla e gli si era avvicinato per parlargli. Egli si ritrasse in un angolo col suo familiare e si diede a parlare sottovoce.

— E tu che farai? — chiese Vittoria al giovane.

Questi non rispose: rispose Pietro il Toro in sua vece:

— Che farà? Sarà a capo della più gagliarda banda che avrà fatto mai alle schioppettate. Io ho già sulle dita cinquanta uomini ognuno dei quali giuoca con le palle di fucile come se fossero confetti.

— Mi vuoi nella tua banda, dì, mi vuoi? — disse Vittoria sollevando gli occhi in viso al giovane.

Egli la guardò, poi scosse la testa.

— No — disse — no. Non dispiacerti. So che vali dieci uomini ma sarebbe un tradire il tuo amico.

— Tu sei più bello, tu sei più forte! — rispose la donna con un lampo di selvaggia passione negli occhi.

— No. Dividiamoci così come ci siamo incontrati. Vedi, ci è là il tuo amante che mi aspetta non per vendicarsi dell’averlo io mandato ruzzoloni, ma delle parole che tu hai detto e dello sguardo che mi hai rivolto.

— Egli non è più il mio amante, perchè io l’ho tradito.

— L’hai tradito, tu?