S. M. la Regina

Part 12

Chapter 12988 wordsPublic domain

— Sì, dicendo a te che sei bello, dicendo a te che sei forte ed offrendomi a te. Io glielo dirò, e poichè tu non mi vuoi nella tua banda resterò nella sua, ma non sarò più la sua amante. Resterò nella sua banda, ma a patto che egli non ti affronti. Lo so, lo uccideresti perchè tu ci hai del sangue nel tuo sguardo dolce; ma fu lui il primo che mi fece sentire di esser donna e non voglio che muoia ucciso da te.

— E a noi non toccherà nulla di quel denaro? — diceva intanto il Ghiro a Pietro il Toro.

— Sta zitto, sta zitto — rispose questi facendo una smorfia. — Ho di che consolar te ed il Magaro che se ne sta lì mortificato. Ma non dite niente a Riccardo perchè non voglio s’immischi in certe faccende. Mentre andavo in giro per raccogliere questi signori ho saputo che fra quattro giorni passerà pel _Piano del Lago_ il procaccia che porta i denari delle truppe francesi. Sarà scortato da venti soldati... Dieci dei nostri basteranno... Hai capito?

— Ah Pietro, Pietro, che sii benedetto: tu mi letifichi l’anima!

Riccardo ascoltava pensoso la donna: quell’amore che gli si rivelava ad un tratto, violento e lampeggiante come un fulmine, gli evocava più angoscioso il ricordo di quella notte, di quella ignota, sulla quale aveva troppo fidato e che lo aveva esposto a una sì umiliante smentita! Da chi poi? dal padre di quella creatura che era stata per tanti anni nei suoi sogni e della quale ora doveva respingere l’immagine, sentendosi indegno di evocarla!

— Ebbene — disse Vittoria — sì, hai ragione, dividiamoci. Tu ami un’altra... Non respingeresti una donna come me se il tuo cuore non fosse gonfio di passione. Promettimi soltanto che se un giorno avrai bisogno di chi sappia impugnare una carabina e maneggiare un pugnale, di chi non ha contato mai i nemici nè evitato i pericoli, fossero pure stati immani, tu mi chiamerai a te vicino onde io combatta per te! Me lo prometti?

— Te lo prometto — rispose lui.

Ella si raddrizzò, fece uno sforzo e si diresse verso la porta ingombra da coloro che aspettavano d’esser chiamati per ricevere il denaro. Ivi giunta si rivolse e gridò al giovane:

— Ricordati!

— Sì, mi ricorderò — rispose lui.

In questa gli si avvicinò Pietro il Toro.

— Dunque siamo liberi? Meglio così. Non voglio sapere perchè noi che un’ora fa ci credevamo destinati a dominar su tutta quella gente, ora siamo stati posti in disparte. Dite un po’: ci entrasse per caso lo zampino di una femmina? Scusate, ma Pietro il Toro può permettersela questa domanda. Voglio avvertirvi che quando ci entra lo zampino di una femmina è peggio che se ci entrasse quello del diavolo. In quanto al duca... oggi o domani dovrà fare i conti con voi e con me: anche con me! San Francesco di Paola mi ha messo la mano sulla bocca, altrimenti gliel’avrei detto... quel che presto o tardi gli dovrò dire... Dunque che facciamo?

Riccardo parve riscuotersi dai suoi pensieri e si raddrizzò fieramente: strinse alla vita la cinta che sosteneva le pistole e la spada; poi voltosi a Pietro il Toro:

— Non hai tu detto che cinquanta gagliardi delle vecchie bande che tu hai visto al fuoco sono disposti a far la guerra sotto i miei ordini? Ebbene, raccoglili tutti e fra otto giorni voglio vederli armati ed equipaggiati. Occorre annunziarci con un colpo di mano da sbalordire tutta questa canaglia che ci sta intorno. Hai inteso?

— Ho inteso — disse Pietro il Toro con gli occhi sfavillanti di gioja.

— Ho trecento piastre per i primi bisogni. Il resto verrà poi. Intanto andiamo via.

Ciò detto si avvolse nel mantello ed uscì seguito dai suoi amici.

— Ah — diceva Pietro il Toro fregandosi le mani — ecco che il lupacchiotto si accinge a mostrare i denti. Andiamo, andiamo, che con quattro parole ho scongiurato la jettatura!

E così scoppiò quella guerra che per cinque anni durò feroce, quella guerra d’insidie, d’imboscate, di scontri senza tregua e senza quartiere che costò alla Francia tante giovani e valorose vite, tanta rovina a noi; che seminò tanti odî, che distrusse tante famiglie, che sparse il terrore nelle più amene e ricche provincie del Regno, ammiserendo l’agricoltura, arrestando i traffici, impedendo i commerci, e che tanto male produsse al nostro nome, divenuto sinonimo, per gli storici rivoluzionari, di gente barbara ed efferata, e che continua a produrci, perocchè pur essendo trascorso un secolo, risentiamo anche oggi gli effetti delle calunnie che si spacciarono sul nostro conto, poi continuate dalle diverse sette politiche, le quali con tali calunnie più che vilipendere noi intendevamo vilipendere i Borboni, ai quali facevano rimontare i nostri vizi e le nostre colpe!

Ma non è nostro compito scrivere diffusamente di quel tragico periodo che pure non ha ancora avuto uno storico imparziale ed esatto il quale non si sia fermato soltanto sugli effetti ma abbia anche indagato le cause che li produssero. Solo vogliam dire che non fu il Manhes a ridar la pace alle nostre contrade; l’opera di un solo uomo non sarebbe bastata a tanta impresa, nè la violenza, la ferocia delle repressioni, l’iniquità han mai fruttato effetti benefici. La sanguinosa guerra cessò quando s’incominciò a comprendere che il governo di Gioacchino Murat intendeva davvero al bene delle misere popolazioni; quando si costruirono strade, quando si promulgarono provvide leggi, quando si cercò di diffondere l’istruzione, quando finalmente il Re si mise in contatto diretto coi cittadini che ne compresero il cuore generoso, ne apprezzarono le virtù guerriere, lo trovarono affabile e buono; e finì allorchè la vera conduttrice di quella guerra, Carolina d’Austria, ebbe a combattere con nemici assai più insidiosi e più nefasti a lei, gl’Inglesi.

Ma ripeto, il nostro compito è ben altro. Ritorniamo quindi al personaggio principale di questa storia che ebbe tanta parte in quelli avvenimenti, a Capitan Riccardo.

FINE.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.