Part 8
Ma quale, quale sarebbe stata la sua nuova vita, quale il suo avvenire? La guerra, una guerra atroce, terribile, in cui forse sarebbe morto; ma non era questo che gli importava; ma vinto o vincitore, se il ferro e il piombo nemico l’avessero lasciato incolume, quale catastrofe o quale apoteosi l’attendeva? Dove l’avrebbe tratta la mano morbida di quella donna che la notte innanzi aveva inteso carezzevole fra i ricci dei suoi capelli e che adesso sentiva poderoso come se per gli stessi capelli l’avesse afferrato e lo tirasse dietro a sè. Dove? Nell’abisso in cui precipitano i delusi che non seppero padroneggiar la fortuna, o sulla vetta in cui giungono i forti e gli audaci?
— Ebbene sì — disse lui con una subita risoluzione: — O nello abisso o sulla vetta.
E gli occhi gli sfavillarono di ardimento, e il viso maschio e fiero si illuminò come se in quell’istante il giovane avesse ritrovato il nuovo sè stesso sorto dall’anima sua.
Chiuse la valigia che poi allacciò sulla sella del sauro il quale nitrì di piacere alle carezze del giovane: cinse la spada, infilò alla cintura la pistola, mentre impaziente guardava verso il luogo in cui i compagni erano a rifocillarsi. Poco dopo li vide venire.
Si accorse che lo guardavano con meraviglia tanto ad essi parve diverso da quello che era nello svegliarsi.
— Presto — disse — presto, che è tardi. Monterete a vicenda sull’altro cavallo. Del resto so che avete buone gambe. Fra quattro giorni dobbiamo essere in Calabria.
In ciò dire balzò in sella e prendendo la carabina che Pietro il Toro gli porgeva con aria un po’ ammusonita perchè aveva sperato che il giovane gli confidasse i suoi segreti:
— Via, su — disse con voce di comando. — Monti per primo Pietro, poi voi altri, man mano.
Si avviarono. In quel mentre il giovane che fissava l’occhio verso il mare lontano, vide le tre navi che eran giunte presso l’estrema curva dell’orizzonte e che apparivano come ali di alcioni nell’azzurro del mare e del cielo.
— Andiamo — mormorò Riccardo — verso l’amore, verso la fortuna, oppure — che importa? — verso la morte!
PARTE SECONDA.
I.
Nella casetta di Carmine, innanzi ad un buon fuoco, mentre fuori scrosciava la pioggia e rombava il tuono, sedeva la vecchia Geltrude insieme col suo vecchio amico che, a credere a quanto si diceva dai maligni era stato il suo amante.
Gli è che Geltrude quel giorno era salita dalla vallata in cui era il molino per alcune faccenduole che doveva sbrigare nel paesello, poi entrata nella casetta di Carmine per salutare l’amico si era indugiata innanzi al focolare chè la temperatura di quel giorno di gennaio era assai rigida: intanto era venuta giù la pioggia e in fondo alla vallata si sentiva minacciosamente rombare il torrente, sicchè Carmine aveva detto:
— Via, resta qui stasera; non odi che vento e che pioggia?
La vecchia aveva scrollato il capo con un certo lampo di malizia negli occhietti.
— Bravo — disse poi con un far lezioso — perchè si dica poi che....
— Che cosa? — chiese Carmine ingenuamente.
— Si rimettano in campo certe vecchie storie... certe calunnie...
E con le mani al fuoco, curva sulle ginocchia lo guardava sott’occhi mentre stringeva le labbra per non scoppiare a ridere.
Carmine, che non se l’aspettava, la guardò alla sua volta come stupito che tali idee le potessero venire in testa.
— Non far la sciocca, andiamo — le rispose. — Ti assicuro che adesso, dopo quaranta anni tu ne avevi venticinque ed io trenta, ricordati, non desteremmo scandalo neanche se ti trovassero seduta su i miei ginocchi...
Era stata al certo una bella donna quella vecchietta rugosa e bianca che l’età aveva stremata, e che pareva ancor memore dei bei tempi della giovinezza.
Stettero per poco in silenzio. L’uragano continuava.
— Ti farò un lettuccio presso a questo buon fuoco — disse Carmine che fumava raccolto in angolo della cassapanca. — Se dimani schiarirà, te ne andrai di buon mattino.
— Credo anche io — rispose Geltrude — che sarebbe imprudenza tornare al molino. Ma ti avverto che non ho sonno e che tu devi mantenermi la promessa che mi facesti tante volte.
— Quale promessa?
— Di narrarmi tutta la storia dei due fratelli, dei due duchi di Fagnano... A proposito, hai avuto nuove di Riccardo?
Carmine trasalì e levandosi la pipa di bocca guardò la mugnaia.
— A proposito? A proposito di che? — chiese con evidente mal’umore.
— Via, via, siamo soli, non è vero? Nessun timore che si possa origliare all’uscio di strada: ognuno a quest’ora e con questo tempaccio se ne sta rintanato innanzi al focolare. Eppoi non hai compreso da certe mie parole che qualche cosa la so anche io? Quando ci accorgemmo che Riccardo aveva una certa idea che a nessuno nato come lui sarebbe venuta in testa: che egli da questa povera casuccia ove fu raccolto per carità, aveva osato alzar gli occhi tanto in alto, in alto sia pure per contemplar la stella che vi splendeva, nè tu nè io ce ne mostrammo sorpresi, come se ce l’aspettassimo, come se fosse una cosa naturale, ed invece in un altro come lui sarebbe stato una cosa da non potere esser pensata neanche dalla mente di un pazzo.
— Fanciullaggini! — disse Carmine tra una boccata e l’altra di fumo.
— È vero sì, fanciullaggini, alle quali non penserà più ora che per aver vissuto fra tanta gente, in paesi ove si diviene più pratici della vita, avrà compreso che in certi casi è da folle financo l’alzar gli occhi al cielo; ma perchè non ci sorpresero allora? Tu avresti dovuto accorgerti che io, per non esserne stupita dovevo sapere qualche cosa.
— Sai che ti dico, Geltrude, sai che ti dico? — rispose Carmine scrollando il capo. — Che volgono tristi tempi per noi, e assai più pel duca.
— Come? come? Perchè?
— Perchè ho inteso dire che i Francesi... te li ricordi? quegli stessi che sebbene in pochi furono qui da noi sei anni or sono dopo aver scacciato dal trono, orribile a dirsi, il Re e la Regina e che furono poi alla loro volta scacciati dal Cardinale sotto i cui ordini il nostro Riccardo fece prodigi di valore tanto da esser nominato capitano. Ora invece son molti, molti; si dice che la Corte sia di nuovo fuggita in Sicilia, e che si preparino brutti tempi perchè coloro che nell’ultimo anno dello scorso secolo presero le armi per riconquistare il trono, hanno avuto molti danari per assoldar gente a far la guerra ai Francesi e a tutti coloro che prenderan le loro parti.
— Gesù, Gesù, che mi conti! E Riccardo per questo è partito col Ghiro, col Magaro e con quel vecchiaccio impenitente di Pietro il Toro?
— Lo temo pur troppo, anzi ne son quasi sicuro. E vedremo ancora questi nostri monti disseminati di morti e bagnati di sangue, anche di sangue innocente!
— Sì, ma come c’entra il duca di Fagnano che, beato lui, ha tanti danari e già si è posto al sicuro con la figliuola?
— Ci entra perchè i Francesi l’hanno a morte con lui, e al certo ne sequestreranno i beni, ne saccheggeranno il castello, e forse chi sa, verranno a chiaro certe cose... Il duca ha nemici assai fra i suoi stessi parenti che l’odiano perchè essi son tutti frammassoni e quindi amici dei Francesi, mentre lui è, come dicono, borbonico e sanfedista.
— Frammassone! — disse la vecchia Geltrude in aria pensosa. — Intesi dire questa parola quando il fratello del duca fu messo in carcere più di venticinque anni or sono, donde pare che fosse fatto fuggire. E allora si disse che era stato il duca attuale a denunciarlo come eretico, come, che so io, repubblicano... Ci credi tu a queste voci? E credi tu che il vero duca, il primogenito, colui al quale spettava il maggiorasco con tutti gli immensi beni ereditati dallo zio, il marchese di Cerzeto, sia veramente morto?
— Ma — rispose Carmine — so quel che si disse, che era fuggito in Francia, donde il duca fece venire l’atto di morte.
— E parmi che era stato condannato.
— Sicuro, dalle leggi ecclesiastiche e dalle civili, dall’una come eretico e come stregone perchè quando lo arrestarono trovarono in camera sua teschi, stinchi, animali impagliati, fiale, libri stampati con caratteri strani, e moltissime lettere dei suoi amici di Francia che provavano come egli non credesse a Dio, sempre sia lodato, e congiurasse per fare quel che poi i Francesi fecero: uccidere i re, i signori, i preti, i frati e proclamare la Repubblica. Perciò fu condannato in contumaccia alla pena di morte.
— Ma era davvero un uomo così sanguinario, così invasato dal diavolo?
— Chi? lui? — esclamò Carmine con impeto. — Era il più buono, il più dolce, il più caritatevole signore che sia mai nato su questi monti. Era sempre proclive a consigliarci, ad aiutarci e non sdegnava lui, il potente duca di Fagnano, marchese di Cerzeto e grande di Spagna di prima classe che aveva il diritto di stare col cappello in testa innanzi al re, capisci? innanzi al re col cappello in testa, non isdegnava, poichè si intendeva di medicina, di entrar nelle umili casucce dei contadini se sapeva che alcuno fosse malato, per curarlo, provvedendolo insieme di medicine, di cibi e di vini generosi.
— Il fratello è tutt’altro uomo — disse Geltrude — superbo, avaro, non l’ho visto mai rispondere al nostro saluto. I pochi giorni dell’anno che dimora qui con la figliuola se ne sta sempre nel castello. Ma via, Carmine, so che tu ci entri per qualche cosa nella storia del fratello che fu condannato a morte come eretico e come cospiratore. Son cose oramai passate, che hai da temere infine? Ti confesso che muoio dalla voglia di sapere la verità. Ti giuro sulla Madonna del Carmine che non una parola mi uscirà di bocca. E poi, il duca ora è ben lontano; ha portato con sè la figliuola e si dice che non tornerà più... Che ci vuoi fare? È da tanto, da tanto che mi struggo dal desiderio di sapere come andò la faccenda.
— Quale faccenda?
— Del matrimonio. Perchè non credere che la cosa sia rimasta occulta. Il duca di Fagnano, il morto, sposò in piena regola la povera Rachele, la figlia del barone di Pietrasanta la quale poi morì di una morte sì strana. Ma dove, ma come, ma quando? Nessuno ne sa niente. Il barone di Pietrasanta, quando seppe che la figliuola era l’amante di un discendente di quei duchi di Fagnano coi quali i suoi per tanti secoli, si può dire, erano stati in lotta e che era finita dopo tanto sangue sparso da una parte e dall’altra con la rovina totale dei Pietrasanta, oppresso dalla miseria, dall’onta, dal dolore, morì quando la figliuola non potè più occultargli le conseguenze del suo fallo. Insomma, caro Carmine, vedi che è inutile il continuare a far con me l’inconsapevole. Andiamo, via; non sono stata un tempo la tua amica del cuore? non ti ho sempre voluto bene anche dopo che la vecchiaia ci ha raffreddato il sangue? Eppoi, chi sa, certe cose è sempre buono a saperle in due.
Il vecchio Carmine aveva ascoltato con un viso che rifletteva i vari sentimenti dell’anima. Infine parve convinto.
— Ebbene — disse levandosi la pipa di bocca — se mi prometti di esser prudente e ne comprenderai da te stessa la ragione; se, cosa ben difficile per voi donne, mi giurerai di tener per te i particolari della triste storia che ti narrerò, i quali se si sapessero potrebbero forse costare la vita a me e quel che più importa a persona anche a te molto cara: se dunque...
— Via, via, non la far più lunga — esclamò la vecchia — ho capito, ho capito: questa persona molto cara a me, è Riccardo, non è vero? Riccardo?
— Prometti dunque — disse Carmine — prometti di non dir mai a nessuno quel che ti narrerò.
— Se l’ho giurato sulla Madonna del Carmine!
— Ascolta dunque e saprai quel che può l’avarizia, l’ambizione nell’anima di un uomo.
L’uragano era cessato: il paesello taceva nelle tenebre. Ed ecco la storia che il vecchio Carmine si mise a narrare.
— Il vecchio duca, il padre dei due fratelli Tommaso e Silvestro, prediligeva il primo che esser doveva l’erede dei suoi titoli e dei suoi beni, ed anche perchè più buono d’indole dell’altro che fin dalla prima giovinezza si era addimostrato superbo, arrogante, ipocrita e propenso solo ai bagordi, tanto che non aveva voluto darsi nè alla carriera delle armi, nè a quella del sacerdozio che era la carriera percorsa da tutti i cadetti della grande famiglia; e quantunque il duca avesse preso ai suoi servigi un dottissimo abate per l’educazione dei suoi figliuoli, mentre Tommaso studiava con passione, Silvestro a venti anni sapeva appena appena leggere. Tra i due fratelli non ci era punto buono accordo, e non certo per colpa del primogenito che dal minore si sentiva odiato ed invidiato pel grande affetto che meritatamente a lui portava il padre, al quale non aveva dato mai un dolore, mentre l’altro non ci era giorno che non gliene facesse una. Ora una madre, a cui Silvestro aveva sedotta la figliuola faceva risuonare di pianti e di grida il castello: ora un padre, cui Silvestro ubbriaco aveva ferito il figlio, chiedeva un risarcimento; ora un contadino ricorreva per un abuso, o un sopruso, o un danno prodottogli dalla malvagità del giovanotto; insomma il vecchio duca ne era disperato. Nè si può dire che fosse del tutto contento dell’altro, sebbene quieto, tranquillo, studioso, troppo anzi studioso per un giovane che per la sua nascita, era chiamato a ben altro che a viver la vita dello scenziato, onde l’avrebbe voluto meno timido, meno semplice di costumi, più incline al fasto. Insomma sarebbe stato ben lieto se l’uno con le sue virtù avesse avuto un po’ dei vizi dell’altro, e l’altro coi suoi vizi avesse avuto un po’ delle virtù dell’uno. Ora mentre Silvestro, il minore aveva fama di essere un gran scavezzacollo, l’altro incominciava ad acquistar nome di un grande scenziato, quantunque ancora giovanissimo, e si teneva in continua corrispondenza con gli altri scenziati, di Francia specialmente, i quali finirono col guastargli la testa.
Quando il vecchio duca venne a morire, i due fratelli, l’uno dei quali aveva ereditato col titolo tutti i beni, una fortuna colossale, mia cara, cui si aggiunse poi quella del marchese di Cerzeto, non ebbero più freno alle loro inclinazioni. Silvestro quantunque povero si diede a sfoggiarla facendo dei debiti, e quando non trovò più chi gli desse dei danari, ne chiese al fratello che in sulle prime non glieli negò, ma poi fu costretto a stringere i lacci della borsa onde l’odio si accrebbe del cadetto che non poteva più soddisfare le sue costose passioni. Da qui malumori, liti, scene violente, che avevan diviso il paesello in due parti, dell’una parte la gente seria, dall’altra tutti gli amiconi, i compagni d’orgia del cavaliere Silvestro. Però anche la gente seria non poteva trattenersi dal rimproverare al nuovo duca l’abbandono dei suoi vasti poderi, abbandono che danneggiava anche i poveri contadini ai quali mancava il lavoro e col lavoro la pur miseria mercede.
Così stavano le cose quando incominciò a parlarsi vagamente di un amoretto del duca, il quale fin allora non aveva voluto prender moglie, non solo, ma non aveva voluto mai aver che fare con donne, neanche a svago giovanile. Indovina mo’ chi aveva fatto il miracolo di innamorarlo? La figlia di un acerrimo nemico di casa Fagnano, una giovanetta bella come un sole, pura e buona come una santa, la quale aveva un padre di testa sì dura, di cuore così impregnato d’odio per quella famiglia la quale aveva rovinato la sua che avrebbe dato più volentieri la figliuola al diavolo o al più pezzente dei taglialegna della Sila anzicchè ad un discendente di quei duchi di Fagnano, uno dei quali gli aveva ucciso il nonno, un altro aveva ferito il padre e rimontando a ritroso dei secoli ad ogni generazione si sarebbe trovato un barone di Pietrasanta ucciso da uno dei duchi di Fagnano, e uno dei duchi di Fagnano ucciso da uno dei baroni di Pietrasanta.
Un secolare litigio per una certa eredità, già in possesso di quest’ultimo, era stato vinto dai primi, onde al barone di Pietrasanta non era rimasto che il titolo nobiliare e la miseria per compagni: la miseria dei signori è più tetra, più triste, più angosciosa della miseria di coloro che in essa son nati! Ora, dirai, tu se il duca si era innamorato della figliuola del barone, il matrimonio, non avrebbe posto fine alla secolare inimicizia e i danni apportati dall’una all’altra famiglia non sarebbero stati riparati? E questo avrei detto anche io; ma chi, chi avrebbe potuto persuadere il barone, superbo più del diavolo, iroso, cocciuto, accecato dall’odio? Neanche la figliuola, quantunque fosse l’unico essere da lui amato, neanche la figliuola, che dopo la morte di lui sarebbe rimasta povera e sola, lo avrebbe indotto ad accettare per genero il nuovo capo della aborrita famiglia.
I giovani dunque si erano incontrati non so dove e si erano intesi non so come, ma sai bene che l’amore, quando vuole rendere infelici due cuori sa bene come fare, e non ci son mura abbastanza massicce, nè porte abbastanza ferrate ed inchiavardate, nè condizioni sociali, nè lontananza ad impedire che si compia quel che ha decretato; so soltanto che si amarono con tutto l’impeto e la giovanile spensieratezza, di cui poi la poveretta dovè subire le tristi conseguenze. La casuccia nella quale il barone di Pietrasanta, dopo la totale rovina della sua famiglia, si era ridotto a vivere era posta in fondo al villaggio: il giovane duca fu anche da me incontrato parecchie notti quando vi ronzava intorno, anzi una volta io mi appiattai per accertarmi se fosse vero quel che si buccinava che quando il barone se ne andava a letto, ella aprisse la porta all’amante e dovetti convincermi che si era detto il vero e che il duca entrava per uscirne all’alba.
Egli però tutto il giorno se ne stava chiuso nella sua biblioteca; ma intanto altre e ben gravi voci correvano sul suo conto, propalate dagli amici del fratello; che il duca attendesse ad opera di stregoneria; che manipolasse non so quali filtri col sangue dei fanciulli rubati da alcuni suoi fidi alle madri: che facesse rubare i morti dalle loro fosse per farne non so qual diabolico uso; e si diceva inoltre che egli era in segreta corrispondenza coi rivoluzionari della Francia che congiuravano per uccidere i re, e per mettere sugli altari, invece di Dio, il Diavolo: che nel castello andavano spesso di notte alcuni sconosciuti detti frammassoni, appartenenti ad una setta nemica del re e della religione! E che davvero una o due volte al mese degli uomini che giungevano a cavallo da molto lontano, andassero al castello me ne accertai anche io; ma se davvero sgozzassero dei fanciulli, se un prete celebrasse la messa sul grembo nudo di una donna e bevesse del sangue umano, invece del vino consacrato, questo poi non so, ma anche questo si diceva. Nè il fratello del duca smentiva tali voci, anzi col suo contegno incerto, con la sua aria imbarazzata quando qualcuno gliene parlava riusciva a confermarle.
Un bel giorno, che è, che non è, si veggono arrivare molti soldati con gli uscieri e un giudice, i quali circondarono il castello. Immagina i commenti, immagina quante se ne contavano: si faceva a chi la dicesse più grossa. Il giovane duca quantunque buono, caritatevole, generoso, non aveva nè amici nè nemici, all’incontro del fratello il quale era spalleggiato da tutti i suoi compagni di crapula. La sera con grande stupore si vide il duca salire in una carrozza col giudice il quale aveva un aspetto assai arcigno e severo. In breve corse la voce che il duca era stato arrestato, confermato dal cavalier Silvestro, il cui volto era atteggiato a dolore mentre rispondeva: Gliel’avevo detto io, glielo avevo detto io! a chi gliene domandava.
Ed il cavalier Silvestro rimase padrone e signore del castello.
Qui Carmine si interruppe: riaccese la pipa e si diede a fumare in silenzio.
— E il cavalier Silvestro è l’attuale duca di Fagnano! — disse Geltrude che aveva ascoltato attenta e raccolta.
— Nè più nè meno — rispose Carmine — il cavalier Silvestro è l’attuale duca di Fagnano!
— Che, se ho ben compreso, denunciò suo fratello...
— Non ho detto questo — rispose Carmine con aria sorniona.
— Non l’hai detto, ma tu ne sei convinto.
— Oramai ne son convinti tutti! — mormorò Carmine.
— Prosegui dunque, prosegui, chè al certo ora verrà la parte più interessante.
— Passarono due o tre mesi — continuò Carmine — in cui noi altri nulla sapevamo della sorte toccata al duca, sapevamo soltanto, che al castello ci era tavola imbandita ogni sera e suoni e canti e... tu intendi il resto. Il cavalier Silvestro si era circondato di ben cinquecento armigeri, scelti fra i più temuti malfattori sfuggiti alla giustizia e se la godeva senza scrupoli in un libertinaggio sfacciato. Una sera io era tornato allora allora dalla montagna e, stanco come era, mi accingevo ad andare a letto, quando intesi picchiare alla porta di strada. Chi poteva picchiare a quell’ora? Apersi e vidi un uomo che non riconobbi non solo perchè era buio fitto, ma anche perchè nascondeva il viso nella falda del mantello. — Chi siete e che volete? — dimandai. — Lo sconosciuto entrò, si tolse il mantello e alla luce della lanterna chi vidi? Il duca di Fagnano, quello che avevano arrestato, proprio lui. — So che siete uno dei pochi galantuomini di questo paese, mi disse, e perciò son venuto a chiedervi un gran servigio. — Io ero sbalordito: lo sapevo in carcere; era dunque libero? era dunque fuggito? Il duca lesse lo stupore nel mio viso e si affrettò a dirmi: — Sono evaso stanotte. Mi occorrono due testimoni nel mio matrimonio con la baronessa di Pietrasanta. Il parroco è stato avvertito e ci aspetta in chiesa. Volete essere uno dei miei testimoni? — Potevo rifiutare? Ero così stupito che non seppi dire nè si nè no. Uscimmo. Fuori vidi un uomo in attesa: era l’altro testimone, nel quale riconobbi Pietro il Toro.
— Ah! — esclamò Geltrude — ora comprendo perchè...
Carmine non la lasciò proseguire e continuò:
— Tutti e tre in silenzio scendemmo per la stradicciuola che conduce fuori il paese. Giunti presso la casa del barone di Pietrasanta il duca ci accennò di sostare poi fece sentire un sibilo leggiero, dopo il quale la porta della casa si aperse e io vidi una figura di donna avvolta in un mantello, la quale prese il braccio del duca. Tremava a verghe come se avesse la febbre, mentre il duca con dolci parole la veniva rincorando. Infine fummo nella chiesa che era deserta e buia: solo in fondo due ceri ardevano innanzi all’altar maggiore ove il parroco in cotta e stola aspettava in compagnia di un chierico. — Signor Parroco — disse il duca — come vedete io non sono un eretico; io credo alla nostra sacrosanta religione; se biasimo ciò che gli uomini han voluto farne, ho sempre riconosciuto le sublimi verità contenute nel Vangelo, Perseguitato dalle calunnie degli uomini, io nato duca e signore di questa contrada, son costretto a venir come un fuggiasco ed un colpevole innanzi a voi perchè col vostro ministero santifichiate l’amore che lega l’anima mia a quella di questa povera creatura. In così dire tolse il mantello che tutto avvolgeva la figliuola del barone di Pietrasanta ed io vidi quella poveretta, bella come una Madonna, una Madonna addolorata, che a stenti frenava i singhiozzi mentre si stringeva al braccio del duca che era pallido e tremante anche esso per la commozione. E fu allora che mi accorsi con uno stringimento ineffabile di cuore che quella poveretta era incinta.
— E pensare — esclamò Geltrude scrollando il capo — che l’uomo era il duca di Fagnano e l’altra la baronessa di Pietrasanta, due signori così ricchi e potenti!!
— Eh, cara mia, che ci vuoi fare? È questo il conforto di noi poveretti bistrattati dalla fortuna, il vedere che essa talvolta sceglie le sue vittime anche fra coloro che ci destano invidia. E commosso al par di me era Pietro il Toro. Te lo immagini tu Pietro il Toro commosso? Quello lì ha molti peccati sulla coscienza: ha vissuto dieci anni nei boschi in compagnia di gente della peggiore specie, e pure quello lì ha un buon cuore; in quella sua figura grottesca ci è un’anima capace d’ogni nobile sentimento.