S. M. la Regina

Part 5

Chapter 53,962 wordsPublic domain

Il ferito a quel bacio aveva aperto gli occhi e gli era parso di vedere un fantasima che dileguasse. Quel po’ di sonno aveva dovuto ristorarne le forze perchè potè sollevarsi sul gomito e guardare intorno per la camera come chi voglia coordinare le idee. Vide sul comodino presso al letto un vassoio con un bicchiere ed una bottiglietta colma di un certo liquore: comprese esser quello un cordiale, e reputando inutile servirsi del bicchiere, prese la bottiglia e bevve.

— Ah! — disse con un sospiro di soddisfazione — doveva esser così il nettare degli dei: mi par che le forze mi tornino e che un’onda di benessere si spanda per tutto l’esser mio. Ma orizzontiamoci...

Si guardò di nuovo intorno.

— Curioso — disse poi — il quadro è sparito! Strani giochi della fantasia! Mi era parso di vedere là in fondo il ritratto di una Regina che non ci era prima e che non veggo più al suo posto. Nell’aprir gli occhi, mi era parso che l’immagine di quel quadro si fosse staccata, fosse venuta qui, mi avesse baciato in fronte e poi dileguasse. Ma che diavolo è accaduto? Ah, sì, sì, ora comprendo, ora ricordo. Fui ferito con un colpo di pistola da uno di coloro che volevano far violenza a quelle due donne mascherate... Ma posso stare in pace con la mia coscienza perchè dei buchi nella carne ne ho fatti anche io. Ma quelle due donne? Il palazzo reale è vicino al teatro; il tafferuglio avvenne in uno spiazzo presso il teatro. Avevo le spalle ad un muro... anzi no, ad una porticina in cui quelle due donne entrarono... anzi... ecco, ricordo bene, mi era parso di riconoscere in una di esse... Via, via, avevo di già perduto molto sangue forse e perciò avevo le traveggole. Poi caddi... Altri tre corpi giacevano a me vicino... Poi vidi due ombre che si chinarono, mi presero in braccio e mi portarono qui...

Stette un istante pensoso, poi:

— Qui? Ma questa stanza dovrebbe far parte del palazzo reale e...

Si interruppe dando in uno scroscio di risa.

— Me lo diceva zio Carmine che la lettura dei Reali di Francia mi avrebbe guastato il capo. Nel palazzo reale io? E quelle due donne dovrebbero esser per lo meno due dame della Corte! Veramente — continuò tornando a guardarsi intorno — se sono in casa di una di esse o di tutte e due, debbono essere assai ricche. Solo nel castello del duca di Fagnano vidi dei mobili come questi.

Il volto lieto fin allora si velò di malinconia.

— Folle, folle, che non so scacciar da me quell’immagine, e mi par di udir sempre quella voce! Ci ha colpa zio Carmine e quella fattucchiera di Geltrude, zio Carmine che pure non voleva avessi letto i Reali di Francia! Ricordo quando gli parlai la prima volta di... ah, che io sento di farle oltraggio chiamandola col suo nome... di Alma, dopo averle riportato la bella collana che aveva perduta... Quanti anni son passati? Otto anni forse... e zio Carmine mi ascoltava con un certo sorriso e con certi occhi, e giunse financo a dirmi serio e grave: Sarebbe una bella moglie per te; e Geltrude mi disse un giorno; Va alla guerra, torna generale ed il duca te la darà in isposa; e zio Carmine non mi sgridava punto allorchè tornavo tardi la notte per aver gironzato intorno al castello di lei, e zio Carmine sapeva che io andavo pei boschi in cerca di fiori silvestri per gettarli la notte sul balcone della duchessina e parve compiacersene anzi, e quasi quasi avrebbe preteso che ella, la quale al certo di nulla si era accorta, avesse incoraggiata quella mia follia! Ma io ebbi più senno di zio Carmine e... e partii soldato... per tornar generale!

Bevve ancora del contenuto della bottiglietta, e poi riprese:

— Del resto è la sola follìa della mia vita che ho portata meco attraverso l’avventurosa esistenza di questi otto anni, e per tale follìa di tanto in tanto, come stanotte, mi par di vedere l’immagine di lei e di sentirne la voce. Una illusione come quella che mi fece credere per poco vi fosse là in fondo un gran quadro col ritratto di una regina bella come una dea e con una corona sul capo come una Madonna. E mi parve financo che si staccasse dal quadro, si avvicinasse a me e mi baciasse in fronte!... Ma insomma — disse mutando di un tratto pensieri — deve esser ben tardi, sento le grida dei venditori, il rumore della folla per le vie, e le voci dei marinai lungo il lido. La finestra di questa stanza deve aprirsi sul mare. Ma qualcuno dovrà pure venire per veder se son morto o vivo. Ah, ecco un laccio, un laccio di seta, che deve pur servire a qualche cosa.

In così dire trasse a sè il laccio e immediatamente intese squillar lontano un campanello. Stette trepidante in attesa, certo che qualcuno sarebbe venuto.

Non attese invano. Poco dopo le ampie cortine della parete a destra del lettuccio si sollevarono, e un cameriere senza livrea apparve sul limitare dell’uscio.

— Appressatevi — disse capitan Riccardo.

Il cameriere si avanzò, fece un inchino e si tenne immobile.

— Mio caro — disse il giovane — voi sapete come io sia stato portato qui, sapete dunque in casa di chi mi trovi.

Il cameriere rimase impassibile.

— Al certo non siete muto — continuò il giovane un po’ stizzito — perchè non siete stato sordo al suono del campanello. Parlate dunque...

Non ne ottenne nessuna risposta: quell’uomo continuava a tenersi immobile senza battere palpebra.

— Sentite, amico — esclamò capitan Riccardo sollevandosi con visibile sforzo in mezzo al letto — io sono usato ad andar per le spicce, e vi prevengo che aborro dai misteri. Se non rispondete, scendo dal letto e saprò trovare bene io la via della porta di strada.

— Io non posso rispondere perchè nulla so — disse infine il cameriere. — Ho però l’ordine dal medico di avvisarlo appena Vostra Signoria si fosse svegliata.

— Ma chi ti ha dato un tale ordine?

— Il medico.

— Ma io non son certo in casa di un medico. Come si chiama dunque il vostro padrone o... la vostra padrona?

— Non so altro, glielo dirà il medico che aspetta nell’anticamera.

E senza più dire fece un inchino ed uscì dalla camera.

Il giovane non si era ancora rimesso dal suo stupore, quando vide entrare un ometto coi calzoni corti, le calze di seta nera e un giubbone di velluto. Aveva sotto il braccio il cappello a tricorno e la parrucca incipriata finiva in un lungo codino alla cui punta era annodato un nastro di seta.

— Siete voi il dottore? — chiese il giovane con accento aspro e breve.

— Proprio io; ma voi, mio caro signore, siete bene imprudente; eppure ho riscontrato sul vostro corpo diverse cicatrici, ciò vuol dire che non siete nuovo alle carezze dei colpi taglienti e perforanti. Come vi viene in mente di alzarvi a mezzo sul letto, col rischio di spostare il bendaggio?

In ciò dire avvicinatosi al giovine lo costrinse a rimettersi supino. Poi vedendo pressocchè vuoto la bottiglietta:

— Bravo, l’avete bevuto quasi tutto il cordiale. Vi faccio i miei complimenti, caro signore; vi trovo con una cera sorprendente, e sì che stamane sul luogo in cui cadeste c’era un lago di sangue. Immaginate i commenti! Anche gli altri feriti pare se la siano sgattaiolata e la polizia è in gran fermento. È stato dunque un duello come ne avvenivano sotto Enrico III? Vi siete battuti padrini e testimoni...

— Non fu un duello fu un’aggressione: io accompagnavo due signore mascherate a cui cinque mascalzoni volevano fare ingiuria...

— Ah, un’aggressione di cinque contro uno! — esclamò il dottore. — E voi solo contro quei cinque dei quali almeno tre a giudicare dalle tracce che han lasciato, feriste gravemente! Ma bravo, ma bravo, siete un eroe! E la polizia che si ostina a credere essere avvenuta in quel luogo una rissa fra alcuni calabresi che erano stati visti a teatro!

— Via, via, dottore — disse il giovane, punto persuaso che il dottore, come voleva far parere, fosse ignaro dei particolari di quella ancor per lui misteriosa avventura — voi sapete le cose più di me e meglio di me.

— Io? — esclamò il dottore stupito.

— Ditemi dunque dove sono e come si chiama colei che mi ha fatto portar qui.

— Come? non lo sapete?

— Se lo domando a voi...

— Non lo sapete? Ma ciò è strano, strano assai — esclamò il dottore il cui viso esprimeva una grande meraviglia.

— Appena ferito mi sentii a poco a poco venir meno; ricordo solo in confuso che fui sollevato dal suolo, fui messo in un letto, ove vidi come un fantasima curvo su me, certo voi che operavate sulla ferita per estrarre la palla...

— E la estrassi trionfalmente con due colpi di bistori. Aveva urtato nella clavicola e aveva strisciato lungo i muscoli del braccio. La scappaste bella! Ora ne avrete per una diecina di giorni, a patto che vi manterrete quieto ed ubbidirete agli ordini del dottore.

— Ma io voglio sapere dove sono, voglio, intendete?

— E lo volete sapere da me?

— Sì, perchè voi non l’ignorate.

— Mio caro giovanotto, da me non saprete niente per una ragione semplicissima.

— Ed è?

— Che non lo so neanche io.

Il dottore pareva così sincero che il giovane rimase intontito.

— Possibile? — mormorò.

— Possibilissimo. Stanotte ero a letto e dormivo della grossa quando fui svegliato perchè un ferito aveva bisogno della mia cura. Sappiate che io non mi rifiuto mai, mai ad invito simile, onde mi vestii in fretta e seguii l’uomo, che era venuto a chiamarmi e che mi parve un cameriere di buona famiglia.

— Ebbene, io non le so le strade di questa immensa Napoli, perchè ci venni sei anni or sono col cardinale Ruffo e non vi dimorai che due giorni...

— Il gran Cardinale! — fece il dottore pel cui viso fin allora sorridente passò un’ombra di malinconia. — Ah, capisco adesso voi foste uno di quei valorosi che...

— Sì, sì — interruppe il giovane con un amaro sorriso — che dopo aver riacquistato il regno ai Borboni fummo da questi del tutto dimenticati.

Il dottore diede un balzo e si guardò attorno spaventato.

— Non dite così, non dite così — proruppe quasi volesse impedire al giovane di continuare. — I Borboni nostri amati sovrani non sono ingrati. Verrà la ricompensa, verrà quando meno l’aspettate.

Il giovane scrollò le spalle, ciò che gli fè dare un grido di dolore, poi:

— Son pronto a tornar da capo anche senza alcuna ricompensa... Ma non è di questo che si tratta adesso... Dunque io non so le strade, ma voi sì che dovete conoscerle, e perciò saprete per lo meno in qual via siamo.

Il dottore parve per poco imbarazzato, ma giunse a dominarsi e rispose con franchezza:

— Non so il nome della via, so soltanto che dà sul mare.

— Sapete almeno il nome di colui o di colei in casa del quale sono?

— Neanche, neanche, giovanotto mio; fui introdotto in questa casa, vi osservai, vi operai e nell’andar via mi fu dato dall’uomo che era venuto a chiamarmi il compenso di alcune monete... Ma io non so perchè dobbiate logorarvi il cervello per apprender cose di secondaria importanza. Siete alloggiato principescamente, con un servo alla porta pronto ad accorrere ad ogni vostro cenno; siete curato da un chirurgo che è annoverato fra i primari; avrete fra poco una delicata colazione, stasera un buon desinare: che cosa volete di più? Se chi ha tanta cura di voi vuol serbar l’incognito, vi è costretto al certo da gravi ragioni, forse dal vostro stesso interesse. L’insistere a voler saperne il nome potrebbe anche parere ingratitudine. Rassegnatevi dunque ad esser curato come un principe e ad esser trattato come un gran signore.

— Sì, sì, è vero — mormorò il giovane — ma gli è che io aspettavo un messo che ora ha perduto le mie tracce. Tutto il mio avvenire dipendeva da quello che mi avrebbe detto. Ecco, voi avete un viso che ispira fiducia ed io vo’ dirvi, caro dottore, quel che sarà di me dopo guarito; mi manderan via da questa casa ove fui curato come un principe e trattato da gran signore e mi troverò senza un soldo in tasca come un mendicante.

— Eh, chi sa! — rispose il dottore con un risolino che gli errava tra labbro e labbro.

— Lo so io, lo so io, se non trovo quel messo! — rispose il giovane.

— Orsù — fece il medico che non pareva punto commosso — pensiamo al presente: lasciatemi osservare la ferita; per ora è questo l’importante.

E si diede a slacciare la fascia che aveva sovrapposto al piumaccio.

— Benissimo, benissimo, fra dieci giorni il braccio tornerà gagliardo come era iersera quando deste di quei colpi ai vostri avversarî. Vi occorre però del riposo, della tranquillità di spirito e della fede nella vostra stella.

— Ahimè, caro dottore, la mia stella è appena appena un lumicino che può esser spento da ogni alito di vento.

— Invece io la credo prossima a sfavillare di luce intensissima se... se saprete tenerne acceso il fuoco...

E il dottore scoppiò in una risata la quale al certo rispondeva come la sua frase, ad un segreto pensiero. Ma il giovane non vi badò: appariva incerto, imbarazzato, come chi voglia dir cosa per la quale non trovi le parole. Infine facendo uno sforzo:

— Mio caro dottore, io vi son riconoscente delle vostre cure, ma la mia lealtà mi obbliga a dirvi che non ho di che pagarvi, il messo che aspettavo avrebbe dovuto darmi un po’ di danaro, ma a chi rivolgermi ora? Capite bene, se son forzato ad accettare la ospitalità di un ignoto, non voglio che per di più paghi il medico e quindi...

— Sì, sì, voi siete degno di far fortuna — esclamò il dottore che fissava il giovane con occhio scrutatore — perchè siete anche nobile e fiero, ammenochè, appunto per questo, non sappiate trar profitto...

— Che dite, dottore?

— Nulla, nulla... Vado via per tornare stasera. Attenetevi dunque alla mia prescrizione: riposo, tranquillità di spirito e fede nel vostro avvenire.

Ciò detto fece un cenno di saluto e si diresse verso l’uscio, giunto al quale si rivolse per salutare di nuovo il giovane e poi andò via.

— Parola d’onore, non mi ci raccappezzo — mormorò il giovane — pure son certo che il dottore, una brava persona a quel che pare, la sappia più lunga di quando mi voglia far credere. Che mistero è questo? Io son di sicuro in casa di quella incognita che fu la prima a prendere il mio braccio, che io già avevo giudicato per una signora, forse anche una gran signora. Ella mi mostra così la sua riconoscenza, pure avendo potuto lasciarmi giacente sulla via. Sì, ma se mi fece raccogliere onde io non ne indovinassi il nome e per evitare uno scandalo? In tal caso la riconoscenza si chiamerebbe prudenza! Insomma, io debbo sapere, voglio sapere, anche perchè il mio ospite, uomo o donna, sappia che io non son uomo da seguire il consiglio molto pratico, ma punto delicato, del dottore.

E con una rapida risoluzione, fece di nuovo squillare il campanello ed attese con l’aria di chi abbia formato un disegno.

L’istesso cameriere apparve sull’uscio.

— Datemi i miei panni — gli disse con l’accento di chi è sicuro d’essere ubbidito — il dottore mi ha trovato in grado di alzarmi e di uscire.

— Lei non può uscire — rispose l’impassibile cameriere — se prima non avremo ricevuto l’ordine.

— Noi? chi noi?

— Noi dell’anticamera, i valletti della sala di entrata, il portinaio...

— Ma dunque son prigioniero?

Il cameriere fece un gesto come per dire che non ne sapeva nulla.

— Via, via, non mi fate andare in collera chè io son buono a gittar dalla finestra voi dell’anticamera, i valletti della sala di entrata e il portinaio. Dite il mio desiderio al vostro padrone, chè non voglio mostrarmi scortese usando la forza.

— Il nostro padrone è assente.

— Anche questo? E quando tornerà cotesto vostro padrone?

— Fra cinque o sei giorni, anzi, prevedendo che lei avrebbe voluto andar via, ci ha detto di pregarlo ad aver pazienza.

— Dunque lo vedrò finalmente cotesto mio ospite?

Il cameriere rispose con lo stesso gesto evasivo, poi riprese:

— Se vorrà vestirsi, troverà in quell’armadio degli abiti: i suoi furon portati via perchè macchiati di sangue... Ha da comandarmi altro?

Il giovane rispose con un cenno della testa che fu dal cameriere inteso come di commiato.

Rimasto solo, Riccardo si diede a riflettere ai casi suoi davvero assai strani. Se il suo ospite gli aveva fatto dire di attenderlo, aveva dunque in animo di rivelarglisi e quindi era suo obbligo di attenderlo. Sempreppiù si andava persuadendo che l’ospite fosse una donna, e proprio quella donna per la quale era stato ferito. Un ricordo inoltre sopravvenutogli di un tratto, lo aveva fatto decidere a rimanere: la donna mascherata nel sentire il suo nome non si era mostrata consapevole di molti episodi della vita di lui, ciò che l’aveva vivissimamente sorpreso? Come dunque li conosceva? chi glieli aveva detti? dove mai l’aveva conosciuto?

Lui era un povero avventuriere che se si era fatto notare per la sua intrepidezza, anzi per la sua temerarietà, in quel sanguinoso periodo della storia napoletana, non si lusingava punto che la sua fama si fosse sparsa così che al solo sentirne il nome la gente lo associasse all’assalto di Cotrone e alla scalata del forte di Vigliena. Chi era dunque quella donna così addentro nelle imprese da lui compiute?

E ricordava inoltre che i cinque contro i quali aveva difeso quella donna le avevano rivolto delle atroci ingiurie, l’avevan detta vile, fedifraga, adultera, e pur senza conoscerlo gli avevano rimproverato di prenderne la difesa, quasi quella creatura fosse indegna della protezione di qualsiasi onesto uomo. Come rinunciare dunque a scovrir un tal mistero? Rimanendo, non solo si sarebbe mostrato riconoscente alle cure che essa aveva avuto per lui, ma avrebbe al certo appagata la curiosità che andava divenendo in lui sempre più acuta. Però non sapeva spiegarsi, non bastando a dargliene una ragione ciò che egli diceva la sua follìa, come in tutto quello inestricabile viluppo si associasse l’idea e l’immagine di Alma! Non gli era parso di vederla nel fondo del palco reale mentre la Regina era per andar via dal teatro? non gli era parso di averne intesa la voce nelle parole del domino azzurro che era in compagnia di colei che gli aveva chiesto aiuto? Non gli era parso di vederne la figura ritta sotto l’arco di una porta mentre egli si accingeva a respingere gli aggressori delle due donne mascherate?

Ma a che logorarsi più oltre il cervello? Non gli restava dunque che di rassegnarsi ad attendere.

In capo a sette giorni la ferita poteva dirsi rimarginata, il giovane aveva ripreso le forze mercè anche i cibi succolenti e delicati insieme che gli erano serviti in vassoi di argento e i vini generosi. Alzatosi, si era vestito di un ricco abito tra il borghese ed il militare trovato nell’armadio con un mantello foderato di una ricca pelliccia. Nè mancavano le armi chè in una panoplia presso all’armadio aveva visto delle spade, delle pistole, dei pugnali di tempra finissima, come non mancavano libri in uno scaffale di ebano intarsiato, libri di amena lettura come i romanzi dell’abate Chiari, i melodrammi e le canzonette del Metastasio e i poemetti del Monti. Si era anche avvicinato alla finestra per aprirla, ma le massiccie imposte eran chiuse da catenaccio, onde non potè vedere attraverso i vetri che l’azzurra distesa del mare corsa da vele e da barche di pescatori.

Il dottore era venuto ogni giorno, ma nulla aveva potuto apprendere da lui: chiacchierava volentieri; ma appena il giovane accennava al suo ospite si chiudeva in un riserbo che avrebbe esasperato il recluso se essendo ormai trascorsi alquanti giorni non fosse stato certo che il mistero fra poco gli sarebbe stato svelato. Perchè perdere il merito della paziente attesa con una ribellione tardiva? Certo delle gravi ragioni avevano imposto al suo ospite di esser cauto; d’altra parte di che poteva lagnarsi lui? bene è vero che l’ozio incominciava a pesargli; uomo di azione, vissuto fin allora nella libertà dei grandi boschi e nelle vicissitudini di una vita avventurosa sempre incerta del domani; costretto ora a raggirarsi tutto il giorno per quell’angusta cameretta incominciava a sentire acuto il bisogno di uscirne. Nè la lettura bastava a distrarlo, e la vista del mare faceva più vivo in lui il desiderio dei grandi orizzonti e della libera vita sotto il sole, all’aperto.

Erano scorsi già sette giorni di tale vita solitaria e monotona alla quale però nulla mancava pel benessere del corpo, chè anzi i cibi succolenti, i vini generosi ne avevano ringagliardito le fibre ed acceso il sangue da fargli sentire vieppiù penosa la strana prigionia. La ferita era del tutto rimarginata, il dottore non era più venuto: il giovane dunque si trovava solo, solo col mistero sul quale convergeva ogni suo pensiero, preoccupato anche dalla incertezza del domani, quantunque tanto la donna mascherata, quanto il dottore gli avessero raccomandato di aver fede. In lotta seco stesso, chè incominciava a sentir vergogna di quella sua inazione, e di quella ospitalità sontuosa la quale lo umigliava, aggiravasi per l’angusta cameretta ora risoluto di andar via a qualunque costo, or cedendo al vivo desiderio di conoscere il mistero dal quale si sentiva avvolto e nel quale spesso si approfondiva senza venirne a capo.

— Domani, domani andrò via, andrò via! Tornerò da zio Carmine a cui certo quel tale che mi invitò a venir qui si sarà rivolto per aver mie nuove.

Questo aveva detto a se stesso quasi ogni sera nell’andare a letto, e questo ripeteva a se stesso la sera di quel giorno, dopo che il cameriere avendo acceso la lampada lo lasciò solo.

— Chiunque sia il mio ospite avrebbe bene il diritto di giudicare male di me se mi credesse così vile da essermi acconciato a questa esistenza da parassita.

Si coricò dopo disposto il paralume in modo che l’alcova in cui era il lettuccio fosse nella penombra; e aspettando che il sonno scendesse sulle pupille si diede a riflettere ai casi della sua vita e ad evocarne i ricordi.

Sapeva pur troppo di esser solo al mondo: il vecchio zio Carmine quando il giovinetto, dotato di una precoce intelligenza che accoppiava ad un ardire e ad una forza di animo di molto superiore alla sua età, fu da lui reputato in grado di conoscere il vero, non gli nascose che l’aveva raccolto nel bosco ove colei che l’aveva partorito l’aveva esposto forse per occultare la colpa commessa nel generarlo. Egli era dunque un povero trovatello che sarebbe morto di fame e di freddo senza la pietà di quell’uomo che egli amava come un padre e che continuò ad amare con filiale devozione anche quando venne a sapere che non era stretto a lui da alcun vincolo, se non dalla gratitudine. Ed invero zio Carmine aveva avuto per lui le cure più affettuose, e se perchè povero, vivendo del provento di un poderuccio, non gli aveva potuto dare uno stato, ne aveva curato l’educazione per quanto era nelle sue forze, tenendolo a scuola fin presso ai diciotto anni, sicchè fra i giovanotti di quella montana contrada Riccardo di zio Carmine, come veniva chiamato, poteva dirsi uno dei più istruiti, notevole anche per una innata gentilezza di animo, e ciò faceva dire a parecchi che certo scorreva sangue di signori per le vene di quel trovatello. Il giovanetto invero si sentiva diverso dagli altri suoi compagni, dando ragione a quel che la gente diceva di lui non solo a proposito dei modi, ma anche della figura la quale, pure essendo maschio e robusta, aveva qualche cosa di delicato e di signorile che persuadeva a farlo credere non di sangue contadinesco. Zio Carmine d’altra parte si faceva scuro in viso quando qualcuno accennava all’origine di Riccardo, ed il giovane era convinto che il mistero della sua nascita non doveva essere ignoto al suo benefattore.