Part 6
E ci era un altro che esser ne doveva consapevole, un amico di zio Carmine, ben noto a tutti i montanari della Sila per la sua rozza e grottesca figura e per la sua forza muscolare, per la quale aveva meritato di esser detto il Toro. Si chiamava Pietro, ed apparteneva a quella classe tra il borghese e il contadino che vive del proprio lavoro accudendo alla coltura di un poderetto o ad altri negozi. Se la vita di zio Carmine era scorsa tranquilla e monotona nel suo villaggio presso al castello dei duchi di Fagnano, non così quella del suo amico Pietro che aveva avuta una giovinezza assai burrascosa. Innamoratosi di una bella giovinetta, l’aveva sposata, non calcolando che la sua bruttezza lo avrebbe esposto a gravi pericoli e che la bellissima Rosaria più che lui aveva sposato la casuccia e il poderetto che Pietro il Toro aveva ereditati; se ne accorse un triste giorno in cui messo in sull’avviso dai vicini aveva trovato Rosaria in intimo colloquio con un guardaboschi. Pietro il Toro aveva di una sola stretta delle sue dita di ferro strozzato i due amanti, poi aveva preso il bosco per sottrarsi alla giustizia e si era unito con una banda non prendendo però parte a nessuna delle atrocità che essa commetteva, limitandosi soltanto a chiedere di che sostentarsi ai signori che avevano boschi e mandrie sulle montagne. Scendeva spesso nel suo paesello per riveder gli amici ed era da tutti stimato come un buon galantuomo, e per la bizzarria del suo carattere era bene accolto anche dai signori, che gli davano da vivere a patto che egli non ne danneggiasse i beni.
Pietro il Toro era stato dei primi ad accorrere sotto la bandiera del Cardinale Ruffo ed aveva fatto prodigi di valore negli assalti della città e nelle mischie coi repubblicani. Poi era tornato glorioso e trionfante nel paesello e si era rimesso a coltivare il poderetto sicuro che non lo avrebbero molestato nè nel doppio omicidio, nè per i dieci anni di vita brigantesca, che aveva, a parer suo, largamente scontato col combattere pel trionfo del trono e dell’altare. Ed invero se prima lo si stimava, dopo il ritorno dalla crociata lo si ammirava; e poichè aveva ben dimostrato che il coraggio in lui era pari alla forza muscolare, era divenuto un pezzo grosso per tutti i montanari silani che giungevano financo a non trovarlo poi tanto brutto.
Il giovane Riccardo aveva in lui più che un amico: spesso quando Pietro il Toro viveva da bandito andava a raggiungerlo sulla montagna ed era accolto con affettuosa compiacenza; e lo strano era questo, e che riusciva inesplicabile pel giovanotto: Pietro il Toro di modi burberi e scontrosi con tutti, era come lui quasi umile e gli parlava con una certa sommissione. Il giorno in cui seppe che il giovanotto era gravemente ammalato, passò più notti al capezzale di lui col rischio di farsi sorprendere dai gendarmi che avevano avuto l’ordine di arrestarlo. Al par dello stesso Carmine aveva a cuore l’avvenire del giovane che già aveva varcato i venti anni e mal volentieri si piegava ai lavori dei campi quantunque ben lo comprendesse, l’aiutare il vecchio Carmine che aveva preso a coltivare anche il poderetto di Pietro il Toro, fosse un obbligo per lui.
— L’inclinazione di questo nostro giovanotto è per le armi. Io ne farei un soldato — disse un giorno Pietro il Toro discorrendo col suo amico.
— Il duca di Fagnano ha bisogno di un armigero. Lo prenderebbe volentieri al suo servizio...
— Mai, no, mai! — esclamò Pietro il Toro guardando fisso il suo amico.
— Hai ragione, sì, hai ragione — mormorò questi — sono uno sciocco!
Fu allora che il cardinale Ruffo sbarcò in Calabria e chiamò intorno a sè tutti coloro i quali volessero combattere pel Re legittimo e per la Religione: e fu Pietro il Toro che indusse il giovane Riccardo a seguirlo. Il giovane se da una parte vedeva aprirsi un vasto orizzonte ad una certa confusa ambizione che covava nell’animo, dall’altra un sentimento che ancora non aveva nome per lui, un sentimento vago, senza propositi gli rendeva sordamente increscioso il doversi allontanare da quel luogo. A diciotto anni aveva trovato un giorno in un viale del castello del duca una collana d’oro con una bella crocetta tutta petruzze scintillanti: certo apparteneva alla figliuola del duca che allora allora era passata a cavallo con un seguito di armigeri: il giovanotto l’aveva raccolta, era andato al castello e per favore singolare era stato ammesso alla presenza della duchessina che piangeva pel gioiello disperso essendo esso una memoria di sua madre. Era stata tale la gioia che la giovinetta gli si era slanciata incontro e lo aveva ringraziato con una effusione pressochè sconveniente per una donna del suo grado. Poi rivoltasi alla governante, una vecchia signora dall’aria burbera ed altezzosa, le aveva detto mentre rimetteva al collo la collana di dare una buona mancia a quel contadinello.
Il contadinello aveva arrossito e senza attendere che la vecchia signora eseguisse l’ordine della duchessina era andato via.
Ma da quel giorno non sapeva bene qual sentimento nuovo, strano, imprecisabile ed ineffabile gli era nato nell’anima: dapprima celato a tutti, poi intravisto da pochi che avevan dimestichezza col giovanotto, e specialmente da una vecchia amica di zio Carmine, certa Geltrude, che viveva dei provventi di un mulino giù nella vallata e che accoglieva volentieri il giovanotto allorchè si recava da lei. E fu appunto essa che un giorno, vedendolo seguire con uno sguardo pensoso la duchessina che passava fra la consueta scorta degli armigeri, aveva detto ridendo al giovane:
— Ti piace, eh, ti piace? Non sei di cattivo gusto! Capperi, la figlia di una dei più grandi signori del Regno e per giunta bella e luminosa come un raggio di sole! Va fatti soldato, torna generale e tela daranno in isposa.
Il vecchio Carmine fece un gesto di stupore quando la sua amica Geltrude gli parlò di quello che le era parso di leggere nell’animo del giovane, ma non se ne mostrò sdegnato quasi che non gli fosse parso punto oltraggioso il qualsiasi sentimento del suo figliuolo adottivo verso quella superba figlia di uno dei più nobili signori del regno, come sarebbe parso agli altri di quel paesello, anzi un giorno in cui sorprese il giovanotto col naso in aria e gli occhi fissi sul lontano castello aveva detto: sarebbe una bella moglie per te! con un accento che aveva della ironia, ma aveva anche una certa tristezza.
E perciò Riccardo, il figlio adottivo di colui che era chiamato zio Carmine, pure anelando di uscir da quella solitudine in cui la sua gagliarda giovinezza si disfaceva, nel dividersi da zio Carmine e da Geltrude, che erano stati i soli suoi amici, nel cingere al fianco il coltellaccio e nel mettersi in ispalla la carabina che zio Carmine gli aveva regalato; sentì come se una acuta spinta gli pungesse il cuore. Ed era partito seguendo Pietro il Toro con una speranza nell’animo ingenuo e gonfio di illusioni, di tornar generale.
La bellezza della persona, l’ardire che gli si leggeva nello sguardo eran piaciuti al Cardinale che volendo metter su un reggimento di milizia regolare col nome _Real Calabria_ andava scegliendo fra i più prestanti di coloro che erano accorsi a lui, per farne un corpo disciplinato che fosse di nucleo agli altri. E il giovane Riccardo vi fu ammesso come soldato; ma nelle diverse fazioni era stato tale il suo valore, che salendo man mano di grado, era stato per la temerità dimostrata nell’assalto del forte di Vigliena promosso a capitano. Bisogna però dire che egli non aveva commesso nessuna di quelle nefandezze che disonorarono quell’eroica impresa: che era stato pietoso coi vinti, umano coi nemici e che più volte anzi aveva impedito che si commettessero quelle sceleraggini che il Cardinale pur volendo, pur deplorandole, non aveva saputo evitare.
Onde dopo la sanguinosa campagna i due amici, Pietro il Toro e capitan Riccardo si trovarono insieme, non sapendo a qual partito appigliarsi. Il Cardinale si era dimesso; il Re era tornato dalla Sicilia e pareva del tutto dimentico di coloro che avevano sparso tanto sangue per rimetterlo sul trono: le bande si erano disciolte; i gradi conseguiti non eran riconosciuti: il vecchio bandito ed il giovane capitano si trovarono soli e come perduti nella immensa Napoli che avevano ritolta ai repubblicani per ridarla al re legittimo.
— Tu partisti per divenir generale, ritorni ora capitano — disse ridendo Pietro il Toro — più fortunato di me che torno quel che ero, ma con qualche piastra in tasca che tu non hai.
E i due amici fecero la via servendosi un po’ per uno del cavallo di capitan Riccardo, che il giovane aveva guadagnato in uno scontro coi repubblicani. Pure, mentre Pietro il Toro tornava alla coltura del suo poderello, il giovane che sdegnava di vivere in ozio, oramai però esperto del mondo, si era dato a negoziare di bestiame che trasportava in Sicilia per rivenderlo. Aveva ricacciato in fondo al cuore il qualsiasi sentimento che gli faceva vagheggiar l’immagine della figliuola del Duca, la quale aveva rivista non sapendo trattenere un sussulto dell’anima sua, e ne era stato per la prima volta guardato con una certa curiosità benevola, poichè si era sparso nel paesello la fama delle prodezze da lui compiute. Ma aveva vissuto pur troppo in quei sei mesi a contatto del mondo perchè potesse accarezzar nell’anima sua le ingenue illusioni della prima giovinezza e si era dato ai suoi commerci coi quali sperava di farsi uno stato modesto e tranquillo.
Quando un bel giorno un messo giunto da Napoli aveva chiesto di lui al vecchio Carmine; quel messo che non aveva voluto dire chi lo mandasse, lo invitava a recarsi a Napoli ove in un luogo che poi gli sarebbe indicato avrebbe visto raccolti tutti gli antichi capibanda delle milizie sanfediste: quel messo gli conferiva la facoltà di condurre a tal convegno coloro che si erano segnalati nell’impresa del Cardinale, e nel dir ciò porgeva al giovane una borsa con duecento piastre per la spesa del viaggio di lui e degli altri che avrebbe condotto seco. Ah, finalmente! era quella, quella la fortuna che da tanto aspettava, chè mai si era piegato a quella vita monotona e triste del mercante di bestiame. A ben altro si sentiva nato: sentiva di aver in sè un tesoro di energie: anelava alla lotta, ad una esistenza di perigli e di grandi imprese; quando si parlava delle guerre che altrove si combattevano, quando sentiva discorrere di coloro che nati poveri ed oscuri avevano conquistato sui campi di battaglia un nome famoso, un grado cospicuo, un titolo, ed alcuni erano giunti fino a cingere una corona; quando in qualche giornale capitato chi sa come in quel suo paesello leggeva il racconto delle fiere battaglie coi nomi di coloro che avevano in esse trionfato od anche che in esse erano gloriosamente od eroicamente morti, sentiva come una invidia ed insieme un dolore profondo che a lui fosse negato tanto di raggiungere la meta che la sua confusa ambizione gli additava, quanto di morire eroicamente e gloriosamente nello assalto di un ridotto o nella difesa di una trincea.
I cinque mesi della sanguinosa reazione che aveva fatto crollare la Repubblica partenopea erano stati i più belli della sua giovane vita: la prova che aveva dato di sè e che aveva attirato l’attenzione dello stesso Cardinale, lo avevano persuaso di esser nato per la guerra, non per quella combattuta sì ferocemente accanto a coloro che la consideravano un mezzo per appagare le più turpi passioni e per far bottino; non accomunato ai ladri ed agli assassini che avevano sparso intorno a sè il terrore e che avevano commesso tante inaudite nefandezze: non contro i suoi stessi concittadini devastando, incendiando, depredando, ma per quella combattuta lealmente contro gli eserciti stranieri sui campi di battaglia. Dopo quei cinque mesi, aveva dovuto soffocare le speranze e le ambizioni; aveva dovuto considerar come inutilmente sparso il suo sangue col quale aveva pure conquistato un grado: aveva dovuto tornare nella volgarità della vita paesana a vendere e rivendere pecore e buoi, rinunciando al proposito col quale si era votato di riparare all’oltraggio del destino col farsi un nome glorioso. Ma ecco che di nuovo la fortuna picchiava alla sua porta con la mano di quello ignoto messaggero, perchè era evidente che gravi avvenimenti maturavano e che si aveva bisogno ancora del braccio di coloro che, a parte l’indole malvagia e delittuosa di alcuni, avevan dato prova di tanto valore guerresco, e questa volta forse si sarebbe combattuto non contro i propri concittadini, ma contro lo straniero.
— Sta sicura — aveva detto sorridendo a Geltrude — che questa volta tornerò generale!
E aveva rivolto uno sguardo verso il castello con una espressione di tristezza e insieme di amara ironia, ma aveva visto cosa che assai lo fece meravigliare: il castello, di ordinario, così silenzioso, amando il Duca vivere nella quiete allorchè lasciando la Corte in cui teneva l’ufficio di primo scudiere della Regina, veniva per pochi giorni a visitare la sua unica figliuola Alma, era in una insolita animazione; e nello spiazzale gli armigeri a cavallo pareva aspettassero che le due lettighe, ferme presso la porta, si mettessero in via.
Geltrude seguendo la direzione dello sguardo di Riccardo, aveva detto:
— È il Duca che riparte. Non sapevi forse che era tornato da parecchi giorni?
Ah! la sua follìa, che di tanto in tanto lo sopraffaceva, non era del tutto dileguata, quantunque egli ben misurasse l’insormontabile distanza che lo divideva da quella giovanetta, tanto lontana da lui quanto una stella da una lucciola!
Non aveva mancato di partecipar l’invito a Pietro il Toro, il quale quantunque avesse di qualche anno varcato i cinquanta, pure anelava anche lui ad una vita avventurosa; al Ghiro, al Magaro che avevano fatto tanto buona prova sotto il Cardinale e a parecchi altri degli antichi commilitoni che non chiedevano nulla di meglio, quantunque ignorassero di che si trattasse; ma la vista delle duecento piastre li assicurava e li incoraggiava a seguire il giovane.
Così era partito con quei suoi compagni; così era giunto a Napoli, ove sul Ponte della Maddalena un uomo, fattoglisi incontro gli aveva dato un biglietto nel quale era scritto che coi suoi compagni avesse aspettato il messo nella sala del veglione al S. Carlo. Così gli era accaduto quella strana avventura, per la quale era stato ferito e si trovava ora quasi prigioniero sulla parola in una casa a lui ignota, ospite forse di quello sconosciuto che aveva protetto.
. . . . . . .
Tali ricordi lo avevano per un pezzo tenuto sveglio, col pensiero lontano da quel luogo, ma che a quel luogo era tornato e alle conseguenze di quell’avventura, conseguenze che rendevano inutile il suo viaggio a Napoli e quello dei suoi compagni. Che avrebbe detto ad essi? Come avrebbe giustificato il suo abbandono? avendolo visto uscire dal teatro con due donne, non avrebbero creduto che chi sa in quali bagordi avesse del tutto dimenticato i suoi amici? E pure che li avesse ritrovati come avrebbe provveduto ai loro bisogni poichè delle duecento piastre ben poche gli erano rimaste in tasca?
Poi, a poco a poco le pupille gli si velarono: i gravi e tristi pensieri avevano a lungo lottato col sonno che gli gravava le ciglie, poi si erano confusi, poi il sonno lo aveva vinto. La notte era già alta: la lampada spandeva un fioco chiarore per la stanzetta, ma il paralume che il giovane aveva spiegato innanzi ad esso lasciava nella penombra l’alcova in cui era il tettuccio.
Il silenzio era profondo.
Ma il silenzio profondo fu rotto da un lieve cigolìo: le cortine del fondo si aprirono, una donna apparve, che si inoltrò pian pianino, varcando il semicerchio di luce che spandeva la lampada. I magnifici capelli biondi disciolti per le bianche spalle che una nera vestaglia lasciava denudata, gli occhi accesi come per febbre, le labbra rosse e tremanti nel pallido viso, il seno magnifico che ansava facevano di quella regale bellezza una prepotente fascinatrice. Ella con gli occhi lampeggianti fisi sul giovane si accostò al tavolinetto accanto al tettuccio sul quale era un vassoio con un bicchiere ed una bottiglietta piena di un roseo liquore: l’aperse e vi lasciò cadere una polvere contenuta in una scatoletta d’oro. Poi...
Il giovane dormiva supino con la testa fiera e maschia affossata nei morbidi guanciali. Era sogno o era realtà? Sentiva sulla bocca una bocca ardente e due braccia che lo stringevano su un seno morbido e caldo.
Aperse gli occhi e diede un grido.
— Siete venuta, siete venuta? — disse lui discostando un poco quella donna da sè per contemplarne meglio le fattezze. — Come siete bella, come siete divinamente bella!
— Parlate sommesso — disse lei con un soffio di voce.
Capitan Riccardo non avrebbe saputo dire se fosse sveglio o se quello fosse un sogno, un sogno divino.
— Era il vostro ritratto dunque quello che vidi una notte e che fu poi tolto?
— No, no — affrettossi a rispondere lei.
— Come vi somiglia, come vi somiglia! Ma siete voi, dite, siete voi l’incognita che chiese il mio aiuto?
— Sì, sì, taci, taci! — mormorò lei.
— Ah, sì, ricordo che mi diceste di esser bella, ed io bella vi ho sognato... Ma la realtà supera il sogno... Oh, che vi guardi, che vi contempli...
E il giovane con le mani nel morbido viluppo della bionda capellatura di lei ne discostò vieppiù il volto dal suo e si diede a scorrere con lo sguardo fiammeggiante per tutte le bellezze di quella donna di cui respirava il profumo acre, ma pur soave.
— Voi siete la Regina...
— Io? — esclamò lei sollevandosi con un atto di sgomento.
— Sì, sì, la regina della bellezza, e se fossi morto per voi, purchè vi avessi per un istante vista in viso, mi sarei inteso compensato abbastanza. Ma perchè mi avete fatto aspettare tanto?
— Eravate ferito — mormorò lei chinandosi di nuovo sul giovane che l’aveva rassicurata con le sue parole. — Temetti che la mia presenza, una qualsiasi emozione potessero ritardare la guarigione...
— Ah, sì comprendo ora — fece il giovane che non si saziava di contemplar quelle bellezze alle quali la penombra conferiva una vaghezza di fantasima. — Ah, come dovete essere vieppiù divinamente bella al sole, e nello sfolgorar di cento ceri! E la vostra compagna, dite, la vostra compagna? Perchè eravate in due quella sera...
— Era la mia cameriera — rispose lei con accento brusco e reciso.
Il giovane fece un atto di meraviglia, ma poi sotto il fascino di quella donna, del mistero che la circondava, col cervello inebriato dei profumi, con gli occhi abbagliati, sentendo sempre per le vene una fiamma e ancor incerto se quello fosse un sogno, cinse con le braccia la vita della incognita attirandola a sè.
— Dimmi, dimmi chi tu sei, dimmi con qual nome debbo invocarti...
— Ti piaccio? — domandò lei con un sorriso che mise un bagliore di neve nella bocca rossa ed ardente.
— Sì, sì, assai! — esclamò lui fissandola estasiato nelle pupille.
— Ebbene, chiamami come vuoi tu, il piacere, la voluttà, l’amore, ed ecco quel che sono ora per te.
— Sì, sì, il piacere, la voluttà — mormorò lui.
— Perchè non dici anche l’amore? Ami forse un’altra donna tu?
E nel fargli questa domanda, il labbro inferiore, un po’ più pronunziato dell’altro, le tremava, gli occhi azzurrini che erano così dolci nei baci, ebbero un lampo ferino, e la voce ne era aspra e stridente.
— L’amore! — rispose lui allentando la stretta e ripiegando il capo come sorpreso da un pensiero o da un ricordo. — No, no, nessuna donna mi ha mai amato!
Sperò così di aver deluso la domanda per una certa diffidenza che pur nell’ebbrezza lo teneva guardingo, ed anche perchè in quel subito divampare del suo sangue, aveva ritegno di frammettere il nome e l’immagine di una fanciulla come temesse di farle oltraggio. Poi proseguì:
— Certo nella mia vita avventurosa a molte donne io piacqui, molte mi piacquero, ma nessuna nessuna lasciò di sè memoria nell’anima mia.
Poi sopraffatto dall’ebbrezza, trasse a sè di nuovo quella donna che si piegò e fissandolo con uno sguardo acuto da penetrargli nel fondo del cuore, gli disse:
— Sì, sì, ma mi amerai sempre, per la vita e per la morte?
— Sì, sempre! — rispose lui anelante — per la vita e per la morte!
— Bada — continuò a dir lei dominandosi come se volesse anzi tutto svelargli l’animo suo — bada: il mio amore è di quelli che uccidono o è di quelli che esaltano fin dove l’ambizione di un uomo può giungere. Esso è come il sole, o brucia o feconda: esso è come il torrente, o devasta, o...
— Sia morte, sia vita, sia inferno, sia paradiso, che importa? — esclamò lui.
— Così ti voglio, così ti ho sognato, così — rispose lei fremente!
Quante ore trascorsero? Non essi l’avrebbero potuto dire. Le ore che conta l’ebbrezza sono istanti, quelle che conta il dolore son secoli! Nel silenzio profondo si sentiva il delirio di quella giovinezza e di quella beltà.
— Ho sete! — disse lui nel destarsi da quel delirio.
Egli si era sollevato sul gomito e la contemplava. Era una magnifica statua calda e palpitante d’amore, con gli occhi languenti di dolcezza e le labbra roride di voluttà.
— Hai sete? Non ho che lo squisito liquore di questa bottiglietta. Vino da imperatori.... che tu hai bevuto ogni giorno.
— Se mi veniva da te, nettare degli Dei! — disse lui per continuare nello scherzo.
Ella rispose seria e grave:
— No, sul serio, vino da imperatori... del Tokai. Mescine nel bicchiere.
Egli si rivolse, sturò la bottiglia e riempì il bicchiere che le porse.
— Bevi tu — disse lei.
— No, no, mia dolce signora...
— Bevi, così voglio! — esclamò con voce imperiosa.
— Non andare in collera, via. Vai presto in collera tu! — rispose Riccardo un po’ sorpreso. — Ma bada, veh, che anche io vo in collera talvolta, e in tal caso, so essere uomo, comprendi?
— Ah, sai esser uomo! — esclamò lei col viso sfavillante di gioia. — Sì, sì, lo credo. Hai avuto un gesto superbo di orgoglio e un accento reciso di dominatore. Perdona sai. Gli è che finora io ho vissuta fra femminucce in calzoni. Sei un uomo tu! È vero, è vero: me ne accorgo dal lampo che hai nello sguardo. Se avessi ubbidito alla mia voce, ti avrei stimato meno. Sei bello, sei prode, e sai volere! Ah, se il re che è fuggito fosse stato prode, e avesse avuto negli occhi quel tuo sguardo di fiera volontà...
— Che importa del re a noi, in questa ora? — disse lui scrollando le spalle.
— È vero che importa a noi del re che è fuggito vigliaccamente?...
— Via, non facciamo della politica: lasciamo in pace quel povero re, pel quale ho pure sparso il mio sangue.
— E della Regina... non parli tu della Regina?
— Ne ho inteso dir tanto male, ma.. non importa, io sento che è una grande anima, fiera, risoluta, imperterrita nell’odio come nell’amore, tremenda nella lotta e superba anche nella disfatta.
— Proprio così, proprio così proruppe lei — e a cui finora mancò un uomo!
— Ma insomma bevi se hai sete — disse il giovane porgendole il bicchiere.
— No — fece lei raccogliendosi tutta in lui che la teneva stretta con un braccio. — No... vedi, ora prego... bevi tu, bevi, mio bel cavaliere. Sii docile al capriccio della tua donna...
— Così, berrei la morte — rispose lui galantemente.
Vuotò di un fiato il bicchiere, poi riempiendolo lo porse a lei.
Ella lo prese, vi bagnò le labbra, e cogliendo un istante in cui il giovane si era ripiegato verso la sponda opposta, lasciò cadere il bicchiere che si ruppe.
— La sgarbata che sono — disse lei.
Non gli diè tempo di rispondere e lo strinse fremente fra le braccia.
IV.
Un tepido sole di gennaio sfavillava su quel mare che si stendeva immobile con una lieve frangia di argento lungo la curva del lido e delineando le città e i villaggi che si specchiano nel golfo incantevole.