S. M. la Regina

Part 4

Chapter 43,964 wordsPublic domain

— Amici miei — disse la Regina — il messo che vi ha invitato a venir qui fu mandato da me, ma era necessario, pel vostro meglio, che si ignorasse chi lo mandava. Voi avete dei nemici, anche fra coloro che sono nella mia Corte, i quali vi invidiano i servigi che avete prestati alla Monarchia. Se io non avessi vegliato su tutti voi, se io distratta dalle cure dello Stato avessi anche per poco trascurato di occuparmi di voi, non sareste qui a me dinanzi, ma o nel fondo di una galera o già da gran tempo nel carnaio in cui si gittano i corpi dei giustiziati.

Un fremito corse per gli astanti; alcuni, i più audaci si guardarono furtivamente tentennando il capo come per assentire.

— Voi, Francatrippa — continuò la Regina volgendo lo sguardo verso il luogo in cui si teneva immobile il nominato — avreste dovuto render conto di non so che assassinii e che incendii che i vostri nemici vi attribuivano: voi, Parafante, voi Panedigrano, voi Benincasa, voi Fra Diavolo, voi Spaccaforno siete stati denunciati alla giustizia come autori di delitti raccapriccianti. Lo so, sono calunnie, ma che vi avrebbero portato dritti alla forca. La vostra Regina che vegliava su voi le ha sventate.

— Grazie, Maestà, grazie, Maestà! — proruppero i nominati. — Sì, è vero, sono calunnie, noi siamo innocenti.

— Lo so, ma, ed ecco perchè vi ho invitato a venir qui, io son costretta per poco a lasciar questa Napoli e a seguire Sua Maestà il Re in Sicilia. Questo povero regno resterà di nuovo in balìa degli eretici scatenati dall’inferno contro la nostra corona che ci fu data da Dio e contro la santa religione, e i nostri nemici non potendo colpir noi, colpiranno i nostri fedeli, rievocheranno le calunnie sparse contro di voi e vi appresteranno quella galera e quella forca dalle quali io finora vi ho salvati!

Si interruppe per giudicare l’effetto delle sue parole. Un sordo mormorio era corso per gli astanti; alcuni visi erano impalliditi e altri apparivano accesi d’ira; coloro che erano in fondo alla sala subendo meno la suggezione della Regina, avevan fatto sentire alcune esclamazioni di minaccia.

— La mia carabina è ancora in buono stato!

— Il taglio del mio coltellaccio può servire ancora.

— Che vengano gli eretici, che vengano!

— Silenzio, amici miei, silenzio — ripigliò la Regina lieta in cuor suo di aver raggiunto l’intento. — La vostra causa è la mia ed io non vi abbandonerò: per questo vi ho voluto tutti intorno a me. Se voi fidate in me, io fido in voi. I Francesi, miei e vostri nemici, hanno inviato un esercito per invadere di nuovo il mio regno, ma i re miei alleati, che li hanno scacciati dai loro possedimenti, ne invieranno un altro assai più forte in nostro soccorso; così quei maledetti che vengono qui per devastare le nostre terre, rapire le vostre donne, oltraggiare i nostri santi e le nostre madonne, saranno presi fra due fuochi: le vostre infallibili carabine, e i fucili dei soldati dei re e degli imperatori miei congiunti. Volete voi prender parte a questa santa impresa? Volete voi mostrare di nuovo a cotesti vili stranieri, a cotesta gente uscita dallo inferno, che già avete visto fuggire a voi dinanzi, che basta un solo di voi a schiacciar dieci di essi?

— Sì, sì, sì! — gridò quella folla affascinata dalle parole e dalla regale bellezza di quella donna.

— Volete voi — continuò la Regina che aveva serbato per l’ultimo ciò che doveva accendere fino al delirio l’entusiasmo dei convenuti — farvi i giustizieri in mio nome e nel sacro nome del Re di tutti quei nostri sudditi che o per malvagità di animo o per losche ambizioni o perchè sedotti dagli spiriti infernali, parteggeranno con gli stranieri e prenderan le armi contro di voi sostenitori della Monarchia e della Fede? Io fin d’adesso vi abbandono le loro persone, le loro case, i loro beni, le loro donne: estirpate col ferro e col fuoco le male piante; uccidete, sterminate donne, vecchi fanciulli anche se avran cercato rifugio a piè degli altari. Sua Santità il Papa vi assolve di ogni peccato che potrete commettere pel trionfo della Fede, sia pure del sacrilegio più orrendo se compiuto per lo sterminio dei nostri nemici. Tutti i mezzi son buoni, tutti i mezzi son santi per scacciare lo straniero dal nostro regno e per punire i nostri sudditi fedifraghi; e voi, appena la grande impresa sarà compiuta, ne avrete da noi in premio condegno, che considereremo come legittimo acquisto, tutto ciò che avrete tolto ai nostri nemici, e il perdono da Dio che vedrà in voi i difensori della sua Fede e del suo altare. Dite, volete voi?

— Sì, sì, vogliamo. Viva la nostra Regina!

Fu un grido formidabile che proruppe da quei petti invasati dal delirio. Sarebbero tornati dunque i bei tempi? Tutto un miraggio di orge, di tripudî, di carneficine, di assalti, di rapine, di lauti banchetti, di libertà sconfinata si dispiegava innanzi agli occhi di quella gente a cui ogni legge era insopportabile, ogni civile disciplina nemica! Vi avrebbero lasciata la vita, ma che importava se per un anno o per un mese avrebbero vissuto appagando tutte le loro passioni? Meglio un anno toro che cento anni bue, era il detto dei loro padri: eppoi sarebbero morti con le armi in pugno nella pienezza della vita e forse del godimento, non sul misero giaciglio affranti dalla vecchiaia, dopo tutta una vita di stenti, di schiavitù, di lavoro mal retribuito, dopo una lunga agonia nella quale avrebbero inteso rodersi le carni, e avrebbero assistito al proprio disfacimento!

L’entusiasmo aveva vinto il ritegno: le esclamazioni esultanti si incrociavano: i vicini si davano dei vigorosi pugni per esprimere la loro gioia, i lontani gesticolavano per farsi intendere meglio dagli amici. Di tanto in tanto il grido di «Viva la Regina» tornava ad echeggiare per l’ampia sala che non aveva mai accolta gente così delirantemente gioiosa.

La Regina aveva un sorriso di benevola compiacenza e con occhio lieto guardava l’agitarsi di quella folla; ma la giovinetta che se ne stava immobile dietro a lei era divenuta vieppiù bianca in viso e aveva nello sguardo una espressione di ineffabile tristezza. I cortigiani rimasti in fondo della sala pur senza muoversi e senza che l’aspetto ne tradisse il pensiero, si scambiavano delle parole sommesse.

— Alma — disse la Regina volgendo il capo verso la giovinetta — appressati.

Ella si appressò, ma incerta guardando come sgomenta la folla rumoreggiante.

— Dio mio, come sei pallida! — le disse Carolina sottovoce — hai paura forse?

— Sì, ho paura... Che Vostra Maestà mi perdoni! — rispose la giovinetta.

— Scioccherella — continuò la Regina con un sorriso tra lo scherno e la pietà — di chi hai paura? Di cotesta gente? Ma essa ora ad un mio cenno darebbe fuoco a tutta questa Napoli e ne farebbe un bel falò. In essa è riposta la nostra salvezza, capisci? Che uomini, che uomini! Così li intendo io, deliberati a tutto, nel male e nel bene dritti come una spada! Del resto non son poi tutti così rudi, così barbari! Ce n’è uno, un bel giovane... non è vero che è un bel giovane? Ne faremo un bello e valoroso colonnello di cavalleria! Si è battuto contro cinque e ne ha ucciso o ferito tre... e infine per due sconosciute! Ciò per altro vuol dire che è sensibile un po’ troppo forse, alle preghiere delle donne. A proposito che ha detto don Leonardo, il mio medico? Per questo ti ho chiamato.

— Ha detto che la ferita è grave, ma non mortale — balbettò la giovinetta.

— Ah, respiro... Ne faremo, ripeto, un magnifico colonnello... Un bel giovane, non è vero, un bel giovane!

E la guardò in viso con un profondo sguardo di donna che sa penetrare addentro nei cuori. La giovinetta chinò gli occhi e non rispose.

— Va, va — disse la Regina dopo averla contemplata per un istante in silenzio — Bisogna che me la sbrighi con cotesta gente.

Quando si rivolse per far cessare lo strepito che era andato sempreppiù crescendo e mentre la giovinetta si ritraeva al posto che le imponeva il cerimoniale, il viso della Regina era tornato austero e grave. La folla sotto lo sguardo acuto e freddo di lei cessò dallo schiamazzo, onde ella riprese:

— Il mio tesoriere vi darà il danaro pel ritorno. Raccogliete intanto intorno a voi gli antichi compagni e tutti i volenterosi: chi di voi ebbe il comando di una banda si consideri come capo di un reggimento e sia sollecito a raccogliere uomini ed armi. Un mio messo vi raggiungerà per provvedervi di quanto occorre all’entrata in campagna. Nessuno indugio: appena il nemico avrà invaso il regno, insorgerete sterminando per primi tutti coloro che potrebbero parteggiar per lui. Ma già, vi farò tenere al più presto le mie istruzioni. Che ognuno di voi destinato ad un comando giuri su questo crocefisso di esser fedele al Re e di morire se occorre per la difesa della Religione.

In così dire si rivolse e fece un cenno: un personaggio del seguito si avanzò e dopo essersi inchinato porse alla Regina un crocefisso d’argento.

La Regina stese il braccio e mostrando alla folla il crocefisso disse con voce solenne alzandosi in piedi sicchè tutta la magnifica persona si stagliava dal fondo luminoso della sala:

— Giurate voi di dar la vita per la difesa del trono e dell’altare?

— Lo giuriamo! — risposero gli astanti ad una voce.

— Giurate voi di non dar quartiere a chiunque paesano o forastiere sia nostro nemico?

— Lo giuriamo! — ripetè la folla.

E tutte le mani si stesero verso il crocefisso a conferma del giuramento.

— Ed ora — disse Carolina d’Austria trasfigurata e tutta raggiante di regale maestà che accresceva il fascino della stupenda bellezza — che l’Onnipotente vi benedica come io in nome del Re che sol da Dio ebbe il regno, vi benedico e in segno del mio regale favore vi do a baciare la mia mano.

— Viva la Regina! — gridarono tutti ad una voce precipitandosi per esser fra i primi a baciare quella mano bianca ed affusolata che ella aveva stesa verso la folla.

Nessuno però aveva gridato «Viva il Re».

Gli è che per quegli uomini rozzi, pressochè primitivi, la monarchia si impersonava in quella donna che era rimasta mentre gli altri erano fuggiti, che incitava alla resistenza mentre gli altri avevan ceduto senza combattere. Essa aveva il fascino della bellezza e della forza; sentivano che l’anima di quella donna era fatta di tutte le passioni che più prepotentemente vibravano nei loro cuori: l’odio, la vendetta, l’istinto della lotta; che era audace ed impulsiva e al par di essi di ferrea tenacità nei propositi. D’ora innanzi poteva ben contare sulla cieca devozione di quegli esaltati dall’inaudito onore di essere stati ammessi alla di lei presenza, di averne ascoltate le parole, di averne baciata la mano. Il Cardinale aveva trascinato dietro a sè tutta quella gente col fastigio del nome e della superstizione, con la promessa di un pingue bottino; ed aveva combattuto per sè ed anche per l’odio che alla gente primitiva ispirano gli stranieri: ora invece avrebbe combattuto, si sarebbe fatta uccidere per quella Regina che era scesa dalla sua immane altitudine per parlare ad essa e che ad essa si era mostrata in tutto il fasto, in tutto lo splendore della regalità.

Ben lo comprese Carolina d’Austria, che seguita dalla sua giovane amica, dopo avere accomiatato con un cenno i cortigiani, era entrata nel suo appartamento ove l’aspettavano alcune cameriste.

— Andate via — disse loro entrando — ha da lavorare; vi chiamerò quando avrò voglia di andare a letto.

Intanto si era fermata innanzi ad uno scrittoio ingombro di lettere che apriva distratta come se il suo pensiero fosse altrove. Di certo discorreva seco stessa perchè il viso si contraeva secondo i moti dell’animo; ma le labbra avevano un sorriso che si sarebbe detto feroce, e lo sguardo le balenava sinistramente.

Parve di un tratto che si sovvenisse di alcuna cosa, gettò sul tavolo le lettere che aveva preso e di cui aveva letto sol poche linee e si rivolse dirigendosi verso l’uscio.

Si fermò di botto con un gesto di dispetto, dispetto che le si dipinse nel volto: aveva visto nel fondo della stanza la giovinetta, che con le braccia conserte se ne stava immobile.

— Che fate voi qui? — le chiese aspramente fissandola con uno sguardo scrutatore — avevo detto di volere restar sola.

— Credevo che un tale ordine non riguardasse me — rispose Alma con una lieve inflessione di alterezza nella voce dolcissima. La fisonomia della Regina si rischiarò e tornando benevola:

— Sì, sì, hai ragione, figlia mia — disse con un accento di affettuosa bonomia — ma son tanti, tanti i pensieri che mi van pel capo! Hai visto che bella accoglienza ho preparato ai signori Francesi, e che bella festa a tutti quei cialtroni che aspettano la loro venuta per ribellarsi apertamente a chi Dio volle padrone e signore di questo regno? Ma sei stanca, povera figliuola! Avrebbe dovuto essere una notte di svago questa per te, ci saremmo tanto divertite se avessimo potuto confonderci tra quella folla, e a te che sei così bellina non sarebbero mancate le avventure, di quelle che lusingano l’amor proprio di noi donne. Io intendo la vita in tutti i suoi doveri e in tutte le sue gioie. Certo che a te, povera colombella nata e vissuta nei boschi, dovè parerti ben temerario e, diciamolo pure, sconveniente per una Regina l’andare ad un veglione pubblico mascherata, e chi sa forse che avrai detto in cuor tuo!

— Io ho ubbidito agli ordini di Vostra Maestà — rispose la giovinetta impassibile.

— Di una Maestà che talvolta ha dei gusti di una capricciosa piccola borghese; ma ciò non toglie che se questa mano che ancor dicono bella, potesse stringere una spada, saprebbe ben difenderlo questo regno che gli uomini han lasciato in balia dei loro nemici! E se ti son parsa dimentica del mio decoro tra la folla che senza saper chi fossimo ci si stringeva attorno, ti sarò parsa ben diversa innanzi a quegli uomini che dovran difendere il trono dei miei figli.

— Io non mi arrogo il diritto di giudicare le azioni di Vostra Maestà — disse la giovinetta sostenendo serenamente lo sguardo scrutatore della Regina.

— Insomma — riprese la Regina — questa volta fu una serata sbagliata, mentre in tante altre mi divertii un mondo. Avevo delle amiche allora — continuò con un sospiro e con un accento di profonda amarezza — delle buone e leali amiche che sapevano darmi dei savi consigli tanto negli affari dello Stato, quanto in quelli del... piacere. Ah, senza quei marrani ci saremmo confuse tra la folla, e quanti bei giovanotti avresti avuto d’intorno non perchè tu sei la figlia del Duca di Fagnano, primo scudiero di Sua Maestà la Regina, ma perchè la tua bocca è un fiore, i tuoi capelli son raggi di sole, il tuo seno è il nido dell’amore, la tua personcina dello alabastro scolpito da Fidia... Ah, quante di coteste belle cose che fan così dolce piacere a sentirle, non mi intesi io ripetere quando in un veglione... o in altri siti, io non ero per la gente... che una donnetta allegra propensa a divertirsi!

Certo delle liete reminiscenze evocava in quell’istante l’animo della Regina che era rimasta immobile, con gli occhi fissi a sè dinanzi come se rivedesse dei fantasmi che le sorridessero ricordando le gioie di altri tempi.

— Vostra Maestà — disse Alma — vuole che mi ritiri anche io?

La voce della giovinetta trasse la Regina dal suo sogno: si passò la mano sulla fronte, trasse un sospiro, poi con viso che serbava ancora l’impronta di una vaga malinconia:

— Sei stanca, povera figliuola, va, va a dormire.

La giovinetta si inchinò profondamente e quindi si ritrasse.

— Ero così anche io alla sua età, ma guai guai se il cuore di quella ragazza sarà un giorno morso dalla passione!...

Per quale strana associazione di idee tali parole evocarono l’immagine del ferito che da due dei suoi più fidi familiari aveva fatto portare in una delle stanze più riposte del palazzo?

— Bello, fiero, valoroso come un paladino! — mormorò. — Le note biografiche che avevo letto nella lista dei capibanda non mentono. Del resto egli può considerarsi come ufficiale dell’esercito. Non era sergente del _Real Calabria_ prima che il Cardinale gli affidasse il comando di una banda? Tali uomini mi occorrono, e saprò bene io farli schiavi di un mio cenno!

Stette incerta un istante come se lottasse con un pensiero sovraggiuntole; infine parve decisa:

— Non gli debbo la vita, e forse più della vita? — mormorò. — E la riconoscenza non dovrebbe essere la prima virtù dei Sovrani?

Nel dir ciò sorrideva, forse perchè la coscienza dava un altro nome al suo interessamento.

Non aveva deposta nè la corona regale, nè la magnifica collana che ne cingeva il collo bellissimo cadendole sul seno, il quale stretto dal nero velluto aveva fulgori di neve. Prese da un tavolinetto una lanternina di argento, l’accese a uno dei candelabri ed uscì dalla camera, dirigendosi verso un’ala del palazzo che era immersa nel buio.

III.

Quando capitan Riccardo venuto meno per la perdita del sangue, riacquistò i sensi, si trovò disteso su un soffice lettuccio con la coperta di seta e sormontato da un baldacchino di seta anche esso. Una lampada d’argento scendeva dal mezzo del soffitto e spandeva una blanda luce per la cameretta che agli occhi del giovane velati dallo sfinimento parve come un nido tutto morbido di stoffe con suppellettili quali non aveva visto che poche volte e di una foggia bizzarra come non aveva visto mai. Di alcuni mobili non comprendeva l’uso, degli altri sparsi qua e là non pareva a lui che dovessero usarsi nei quotidiani bisogni tanto eran belli e lucenti quasi fossero usciti allora allora dalle mani dell’artefice. Divanetti, poltroncine, tappeti e colonnine con fregi di bronzo e di argento, e tavolini con coppe e con vassoi da cui la rosea luce della lampada traeva scintille, lo stupivano, e non gli pareva vero di trovarsi fra tante ricchezze.

— Ma dove sono, dove sono? — mormorava nel guardare d’intorno.

Ricordava in confuso l’accaduto: le idee e le immagini si confondevano nella sua mente; solo le figure delle due donne mascherate che l’avevano indotto ad accompagnarle gli eran rimaste ben delineate nella memoria; pel resto era tutto un confuso succedersi di ricordi senza alcuna concatenazione. Era stato assalito, si era difeso, aveva ferito, era stato ferito, ma quelle due donne, che ne era avvenuto di quelle due donne? Ad una di esse gli assalitori avevano rivolte delle ingiurie, degli oltraggi, poi lui era caduto, infine aveva visti come due fantasmi dai quali era stato preso in braccio e quindi più nulla; senonchè aveva come una confusa reminiscenza di un uomo curvo su lui giacente col petto denudato in quel lettuccio; di un gran dolore che aveva inteso mentre quel fantasima armeggiava con alcuni ferri... poi più nulla, più nulla! Da poco si era destato, ma era ancora in preda ad uno intontimento, nè aveva forza di affissarsi in una idea e di seguirla.

Però di tanto in tanto, quasi quel pensiero surnuotasse su gli altri, balbettava:

— Il messo non mi avrà trovato... che avrà detto? Come dargli nuove di me? E i miei compagni di cui ero la guida?

Ma a poco a poco tornò ad addormirsi, non cessando nel sonno di dir parole sconnesse.

Era già l’alba; alcune voci, alcuni rumori indicavano che la città incominciava a destarsi, ma nella camera in cui il giovane giaceva regnava il silenzio, la blanda luce della lampada continuava a spandersi come se ancora fosse notte profonda. In questo una porticina nascosta dall’ampia tappezzeria si aperse e la Regina comparve. Stette un istante immobile, così immobile che pareva una dipinta immagine staccatasi dalla cornice. In quell’istante il giovane aperse gli occhi.

— Ah, il bel quadro — mormorò cercando, ma invano, di sollevar la testa dall’origliere — l’immagine di una regina...

Poi chiuse gli occhi di nuovo, in quel dormiveglia delle febbri di esaurimento in cui la realtà sfuma nel sogno.

La regina si avvicinò al lettuccio e si diede a contemplare il ferito che giaceva supino con mezzo il busto fuori dalla coltre di seta e la testa maschia e fiera affondata nei guanciali di piume. Il petto ampio e robusto era sollevato lenemente dal respiro; dal collo bruno e muscoloso che appariva tra il colletto slacciato pendeva una catenella d’oro con un medaglioncino, il quale posava sulla striscia di tela che copriva la ferita e che aveva nel mezzo una macchia di sangue.

— È il mio buon genio che me lo manda — mormorò la Regina. — Nella lotta che ho impresa avevo bisogno di un uomo devoto fino alla morte, incurante dei pericoli, prode e gagliardo come un cavaliere crociato, e ambizioso anche. È il mio buon genio che me lo manda!... Per giunta, un bel giovane, troppo bello e troppo giovane forse — aggiunse con un sospiro.

Ma un sorriso di superba fiducia in sè stessa le sfiorò il labbro.

— A novanta anni Ninon de Lenclos, dicono le cronache di Francia, faceva ancora delle conquiste; a sessantacinque destò delle fiere passioni nei cavalieri più belli e più prediletti dalle dame della Corte... Io ho di poco varcati i cinquanta, e se i cortigiani me ne dan trenta, i miei nemici mi dicono una formidabile seduttrice... Eppoi, son qualcosa di più che non era Ninon de Lenclos: son Regina di Napoli, e figlia e sorella di imperatori.

In questo le labbra del ferito si agitarono come se bisbigliassero delle parole. Ella si chinò trattenendo il respiro per intender meglio.

— Alma — mormorò il giovane.

— Alma? — chiese a sè stessa la Regina — Ha detto Alma? Un nome di donna o la metà di una parola di cui non ho inteso il principio?

Si chinò vieppiù raccogliendo tutte le sue facoltà nell’udito, ma le labbra del giovane rimasero mute.

Ella si alzò colpita da un ricordo.

— Alma? Ma si chiama così la mia giovane lettrice, la figliuola del duca di Fagnano! Si conoscono dunque? Ma lui che non l’ha vista in viso non poteva sapere che ella fosse una delle due incognite che lo richiesero di aiuto. Lei però potè vederlo allorchè si tolse la maschera...

Stette un istante pensosa, cupa in viso, punta da un’angoscia della quale non avrebbe saputo dire la causa. Poi a poco a poco si rasserenò.

— Ho certo inteso male. So che quella ragazza non ha mai messo il piede fuori dal castello di suo padre ove era gelosamente custodita, e questo giovane, come dicono le note, dopo il nostro ritorno dalla Sicilia ha vissuto una vita raminga. Non ha parenti, non ha amici, non ha stabile dimora; solo di tanto in tanto va a passar qualche giorno in casa di un vecchio nella quale trascorse l’adolescenza. Eppoi le note stesse lo dipingono per un giovane allegro, spensierato, proclive un po’ troppo alle avventure rischiose per impetuosità di carattere e per esuberanza di virile energia. Via, via, lasciamo all’abate Chiari far dei romanzi sentimentali. Del resto, quando sarà in grado di rispondere alle mie domande, saprò bene io strappargli dal cuore il suo segreto, se ne ha uno. Tenterò prima con lei. Quella lì è più furba di quanto la sua arietta lasci supporre...

Un lieve picchio alla porta la fece trasalire.

— Il sole deve essere già apparso; quegli imbecilli di generali e di ministri che si son lasciati sorprendere impreparati mi aspettano — disse avendo compreso il significato di quel picchio discreto. — Andiamo, andiamo a dir loro che come io ho saputo riacquistare il regno, così anche questa volta saprò difenderlo.

E si mosse per andar via volgendo un ultimo sguardo al ferito. Poi, come vinta da un bisogno irresistibile, si chinò e lo baciò in fronte.

— Certo, più bello, più prode, più degno di tutti coloro che ebbi il torto di elevare insino a me, dei quali il mio amore non riuscì a far grande l’animo meschino!

E dopo aver detto ciò disparve dietro la tappezzeria che nascondeva la porticina.