Part 3
E i due presero il largo, lasciando distesi sul lastrico i loro amici e il Calabrese in un lago di sangue col capo al gradino della porta.
Lo spiazzo rimase deserto; si udiva il chiasso della folla e le note vivaci dell’orchestra, pure nessun dubbio che il colpo di pistola fosse stato inteso, con le voci e il rumore della mischia, quantunque di breve durata; ma chi avrebbe osato di avventurarsi al buio in un’epoca in cui si era avvezzi alle scene di sangue e la notte si assassinava e si derubava impunemente anche nelle principali vie della città? Già i caduti, riavutisi alquanto, gemevano pel dolore delle ferite, ma lo spiazzo continuava ad esser deserto, mentre vibravano per l’aria tenebrosa le note musicali che si elevavano sul confuso vocio della folla data al piacere.
Capitan Riccardo nel rinvenire tentò di alzarsi, ma comprese che mal si sarebbe tenuto in gambe. Perdeva sangue da più ferite, però solo quella del petto gli pareva gravissima e per la quale era necessario un pronto soccorso. Pure sol per un istante il pensiero fermossi a considerane il suo stato e l’imbroglio in cui lo aveva messo quell’avventura, che ai suoi occhi, velati dallo sfinimento, si presentava l’immagine intravista nella penombra fra la porta socchiusa innanzi alla quale era caduto.
Era lei, proprio lei, Alma?
Quella voce che l’aveva fatto trasalire era la sua? La personcina che vagamente si delineava nelle larghe pieghe del domino di seta era proprio quella di colei da tanti anni nei suoi sogni che a lui pareva di contemplar da lontano, così lontano come una di quelle nuvole bianche che nei rosati tramonti van pel cielo e si dissolvono appena scende la notte? Ma era possibile, era possibile? Lei, la gemma più pura e più fulgida di una superba casa ducale custodita con cura gelosa come se anche il raggio del sole potesse affuscarne il limpido splendore; lei in un veglione tra la folla sfrenata, in una notte di piacere, nell’arruffio di un ballo in cui la follìa di un’ora faceva lecito ogni rilasciatezza; lei che aveva sol visto intorno a sè i vassalli in ginocchio i quali non osavano neanche baciarle il lembo della veste? Lei, così lontana, nel suo castello sui monti, in mezzo a un bosco; lei il cui nome di fanciulla egli mormorava sottovoce, tanto a lui pareva irreverente il non farlo precedere dal pomposo titolo che gli avi di quella nivea creatura avevano portato dalla Spagna?
No, no, non era possibile: era stata una allucinazione la sua, dovuta forse al supremo pericolo a cui si era esposto: il suo cuore l’aveva invocata come aveva fatto tante volte nella mischia, e ai suoi occhi era parso di vederla come tante altre volte l’avevano vista nell’affrontare la morte. Questa volta però la visione era stata più sensibile, più evidente da confondersi con la realtà. Ma la realtà vera era lui ferito, lui che aveva bisogno di un pronto soccorso, lui senza amici, senza conoscenti in quell’immensa città, che non sapeva neanche come dar notizia di sè ai compagni che l’avevan seguito dal fondo della Calabria e che stanchi di aspettarlo nel teatro e nel luogo che aveva loro indicato sarebbero andati via!
Ed il messo al quale doveva affidarsi, il messo dal quale sperava un po’ di fortuna? Certo aveva trovato i due compagni; ma come, come fargli sapere che lui era là ferito, a pochi passi dal teatro, che lui aveva bisogno di soccorso?
— Chi pensa a venir qui? — mormorò guardandosi intorno. — Senti che chiasso, senti che musica! Ma perchè mi lasciai indurre da quelle due donne? Ben mi sta adesso, ben mi sta! Pare che i miei avversari non stiano meglio di me: gemono come tortore ferite. Via, non facciamo imprudenze, che questa volta ne ha fatto già tante. Se mi veggono vivo, chi sa non mi vengano addosso tutte e tre per finirmi! Ho perduto anche il pugnale... dove diavolo è caduto? L’avventura è curiosa, come piacciono a me, pur rimettendoci l’unica mia speranza! Ma chi era quella donna contro la quale scagliavano tante ingiurie! In cinque contro una donna, vigliacchi! Ma l’altra, l’altra?...
Stette un istante pensoso:
— Si vede che invecchio: ne ho sparso tanto del sangue altravolta, eppure non ho avuto mai le traveggole! Come credere che lei, a quest’ora dormente nel suo palazzo custodito da cinquanta armigeri, si fosse esposta mascherata in un ballo pubblico?... Che vuol dir questo?... — gridò sorpreso.
Aveva visto aprirsi la porticina ed uscirne due uomini vestiti di nero, uno dei quali dopo essersi guardato intorno si avvicinò a lui, chinossi e sommessamente gli chiese:
— Siete voi il capitano Riccardo?
— Sì sono io — rispose il giovane. — Se siete venuti per soccorrermi, davvero fate cosa opportuna perchè mi sento venir meno... Credo non mi sia rimasta neanche una goccia di sangue nelle vene.
La voce gli si affiochiva sempreppiù, tentò di alzarsi, ma ricadde pesantemente.
— Meglio così — disse uno dei due uomini. — È svenuto, ma a giudicare del sangue sparso deve aver l’anima bene avviticchiata al corpo.
— Silenzio — fece l’altro.
Si chinarono entrambi, presero fra le braccia il giovane e sollevandolo entrarono nella porticina che rinchiusero.
Gli altri feriti gemevano sommessi. Il veglione continuava a rumoreggiare sordamente e le note allegre e vivaci dell’orchestra vibravano per l’aria tenebrosa.
II.
In quell’istessa notte, in una sala ampia e bassa, rischiarata dalle torce infisse nei candelieri di argento i quali si ergevano innanzi ad alcune specchiere fra i broccati che tappezzavano le pareti, erano entrati silenziosi e guardinghi degli uomini intabarrati, introdotti da un vecchietto vestito di una zimarra che gli dava l’aria di un ecclesiastico. Pareva che i convenuti fossero sorpresi e insieme intimiditi dalla severità e dalla ricchezza della sala, perchè, seduti sulle ampie poltrone disposte in triplice fila nel centro di essa, guardavano intorno, guardavano in alto come per darsi conto del luogo ove fossero, e si sbirciavano per riconoscersi, ben comprendendo di essere ivi convenuti per un proposito comune.
Chiaro però appariva che si sentivano a disagio fra quei broccati, quei ceri, quegli argenti sicchè si tenevano silenziosi tossendo di tanto in tanto per darsi un contegno, e voltandosi curiosi allo scalpiccio di un nuovo introdotto, cui l’uomo dalla zimarra additava senza far motto una delle poltrone e poscia tornava sull’uscio della sala ad attendere gli altri. Ma faceva caldo colà dentro onde i tabarri si aprivano scovrendo giacche di grosso panno coi grandi bottoni di argento e le verdi risvolte, i larghi colletti bianchi ripiegati sulle giacche, i panciotti rossi o verdi con le tasche alla cacciatora, e le else dei pugnali e delle pistole che uscivan fuori dalla larga cinta di cuoio.
Ma già alcuni dei convenuti avevan finito col riconoscerci.
— To, sei tu, Parafante?
— Sei tu, Benincasa?
— E come diavolo ti trovi qui, Francatrippa?
— Ci sei tu pure, Panedigrano?
— Ma insomma, sai tu perchè siamo qui? Di che si tratta?
— E tu come ci sei?
— Me ne stavo tranquillo sì, ma un po’ seccato nel mio paesello, vivacchiando alla meglio, già credendomi dimenticato, perchè, sai bene, quando il diavolo vuol l’anima ti accarezza, quando poi gliel’hai data finge di non averti mai conosciuto.
— Ma hai tu un’anima da dare al diavolo?
— Così non fosse, mio caro, non avrei certe volte delle paure, sì, proprio delle paure, caso mai davvero ci sia l’Inferno, perchè ne facemmo delle grosse sotto quel diavolo di Cardinale. Ti ricordi a Cotrone? Ti ricordi ad Andria? Ti ricordi il giorno in cui entrammo qui? Era il 13 Giugno, il giorno di Sant’Antonio. Allorchè chiudo gli occhi, nella notte specialmente, al buio, veggo le donne, veggo i fanciulli sgozzati, sento il crepitio delle fiamme nelle quali avevamo gittati ancor vivi tanti poveri disgraziati, e poi sangue, sangue, sangue in cui nuotavano i cadaveri di coloro che avevano difeso le loro case, le loro donne, e veggo il Cardinale con le vesti rosse che parevan tinte di quel sangue, alzar la croce e benedirci mentre noi continuavamo nella carneficina...
— E dunque? se il Cardinale ci benediva vuol dire che ci aveva assolto. Io non ne ho di coteste minchionerie per la testa. Non hai altro da pensare? Di’ piuttosto che poi fummo dimenticati da coloro a cui riconquistammo il regno...
— Zitto, non dir queste cose... Chi sa non ci abbiano teso un tranello!...
— A quale scopo?
— Ma... per toglierci di mezzo. Sappiamo troppe cose noi...
— E perchè sei venuto?
— Incominciavo ad annoiarmi... Cercai di mettermi ad un lavoro, tanto per distrarmi, ma... io non son buono che a menar le mani... Eppoi vedevo di giorno in giorno ammancare quel gruzzoletto, poca cosa, che avevo serbato per la vecchiaia, e... ero sul punto di mettere insieme un po’ di gente, vecchi amici, che avesse voluto fare in piccolo quel che avevano fatto in grande, allorchè...
— Allorchè un signore che aveva l’aria di un pezzo grosso, venne a dirti che ti si voleva in Napoli!
— Proprio così...
— Ti diede cinquanta ducati per le spese del viaggio e l’incarico di raccogliere gli antichi sotto capi della tua banda disposti a seguirti...
— To! e come lo sai?
— Perchè quel signore, quel pezzo grosso venne anche da me, che mi annoiavo come tu ti annoiavi, che al par di te vedevo venir meno il gruzzoletto e al par di te avevo in animo di rimettermi negli affari per conto mio...
— Contro il re e la regina che avevamo rimesso sul trono?
— Anche contro il santissimo diavolo.
Mentre avveniva questo dialogo sottovoce tra i due vecchi amici che il caso aveva fatto sedere l’un vicino all’altro, la sala si era andata a poco a poco riempendo di gente che si era fermata esitante, e in sulle prime non aveva osato di sedere sulle ampie e soffici poltrone, e che si guardava intorno non meno maravigliata di coloro i quali l’avevano preceduta nel trovarsi in quella sala sfarzosa.
— Saran d’argento quei candelieri? — chiedeva un individuo barbuto dalla truce fisonomia che vestiva all’uso dei ricchi contadini di Terra di Lavoro.
— Di che vuoi che siano? — rispose il vicino, un vecchietto ancor rubizzo la cui faccia rugosa era attraversata dalla larga margina di una ferita.
— Capperi! in tal caso valgono quanto quelli della chiesa di Altamura; io potei averne un solo che ridussi in pezzi e vendei per trenta ducati, ma mi costò due cariche di polvere e due palle di piombo.
— Non molto però...
— Già; capirai, eravamo in venti; quando non ci furono più repubblicani da scannare, ci scannavamo fra di noi... eravamo in venti a dare il sacco a quella chiesa.
— Io veramente le chiese le ho sempre rispettate...
— Ma quella lì era scomunicata perchè i repubblicani vi si erano chiusi dentro, perciò... Eppoi era con noi il cappellano che ebbe anche lui la sua parte. Ah, quello lì con la pistola in una mano e il crocifisso nell’altra ne valeva quattro di noi. Bisognava vederlo! Bei tempi, non è vero?
— Torneranno! — disse l’altro con voce sicura, da uomo che la sa lunga.
— Come? Torneranno? Ne sei sicuro? — gridò il barbuto che ebbe come un lampo di gioia negli occhi.
— Zitto!... Sai tu dove siamo?
— Non lo so, ma vorrei saperlo. Quei candelieri valgono per lo meno cento ducati ciascuno.
— Siamo in una sala del palazzo reale! — disse il vecchietto con voce sommessa e chinandosi all’orecchio del vicino.
— Tu che madonna dici?
— Mi hanno fatto entrare per una porticina dell’Arsenale, mi hanno fatto scendere e salire, ma io non mi son punto lasciato fuorviare. Ti dico che siamo in una sala del palazzo reale, di quelle a pianterreno, che danno sul mare. Senti come romba!
— È vero. Ma... che vogliono da noi?
— Sta zitto: lo saprai presto.
Però stanchi di aspettare, tutti quegli uomini ivi convenuti da prima avevano bisbigliato coi vicini, poi man mano il vocio era andato divenendo più forte. Vinta la suggezione del luogo, familiarizzati con l’ambiente, alcuni si erano alzati e avendo riconosciuti dei vecchi amici qua e là per la sala, discorrevano a voce alta evocando ricordi come gente che da gran tempo si fosse perduta di vista.
— E di capitan Riccardo, che ne è di capitan Riccardo? — chiese colui che aveva risposto al nome di Parafante volgendosi ad un uomo già maturo negli anni seduto in fondo alla sala.
— Non so — rispose l’interrogato — da gran tempo non ne ho più nuove!
— È qui a Napoli e avrebbe dovuto esser con noi — rispose una voce.
I due si rivolsero a quella voce.
— To, Pietro il Toro! — esclamarono. — Ci sei anche tu?
— Come vedete: ci sono io, ci è il Magaro, ci è il Ghiro, ve li ricordate? Io vi ho riconosciuto subito. In verità credevo che non ci saremmo incontrati mai più. Son sei anni che non ci vediamo.
— Ma dunque perchè capitan Riccardo non è con noi?
— Che volete vi dica? Eravamo nel teatro con lui... anzi io ne feci una delle mie... sapete, quando mi va la mosca al naso!... Poi andai via perchè il capitano così volle e... lo dico senza vergognarmene... quel ragazzo lì fa di me ciò che vuole. Stanco d’aspettarlo fuori tornai in teatro... anzi non volevano farmi entrare, ma io entrai lo stesso... e seppi dal Magaro e dal Ghiro che era uscito con due donne. Poi venne un tale e ci condusse qui ove speravo di trovarlo... Ma... tira più un capello di donna che una corda di barca...
Strano contrasto tra quella gente in abito contadinesco, i cui volti fieri, alcuni truci, mostruosi in parecchi per larghe cicatrici, e quella sala tappezzata di broccato con le ampie terse specchiere che riflettevano la luce dei candelabri di argento! Ma vieppiù acuiva la curiosità dei convenuti il vedere dinanzi alle poltrone nelle quali essi sedevano, però discoste per circa un terzo dalla sala, tre poltrone dorate, una delle quali, quella di mezzo sovrastante alle altre, era sormontata dalla corona reale. Sentivano che in quella notte qualcosa di strano sarebbe accaduto; vagamente intuivano che si aveva bisogno di loro, che erano stati convocati per uno scopo supremo; quantunque non fosse giunta fino ad essi la notizia che un esercito francese si avanzava per deporre dal trono la monarchia borbonica, pure sentivano esserci per l’aria qualcosa di assai grave; ma non osavano aprir l’anima alla speranza che tornassero i lieti tempi in cui impunemente, anzi ricevendone lodi e compensi, avevano potuto abbandonarsi a tutte le loro perverse passioni. È vero però che alcuni di essi eran nati per la lotta; caratteri irrequieti, indoli proclivi alla violenza vaghe di imprese guerresche, generosi e pietosi dopo le stragi, ma nelle stragi feroci ed implacabili. Di cotesti uomini si era servito il Cardinale per schiacciare la Repubblica Partenopea, di cotesti uomini che sarebbero stati dei gloriosi capitani se in alte imprese avessero rivolto il loro coraggio e se avessero combattuto per un ideale nobile e puro.
Pochi di essi avevano avuto un adeguato compenso ai loro servigi: i Borboni, ingrati come tutti i re o meglio come tutti i beneficati, avevan posto in obblio quel che dovevano a quegli uomini, i quali per altro si tenevan paghi di tale obblio che involveva anche i loro delitti comuni e le nefandezze commesse per vendetta, per cupidigia o per malvagità di animo. Tornarono essi nei loro paeselli a godersi quella parte del bottino che era loro toccata; ma usati alla vita avventurosa ed alle emozioni violente, mal sopportavano lo starsene in ozio nella quiete sonnolenta di un solitario villaggio, e con occhi accesi di desiderio guatavan la vecchia carabina appesa al muro e l’arrugginito coltellaccio che forse serbava ancora le macchie del sangue rappreso. E quindi accolsero con esultanza l’invito di recarsi a Napoli, pur non sapendo che si volesse da loro, ma ciascuno aveva ricevuto del danaro per le spese del viaggio, ben lungo e disagevole; e la raccomandazione di recarvisi armati aveva fatto concepire la lieta speranza di un ritorno alla vita di un tempo. Il mistero dello invito, del luogo in cui dovevano raccogliersi, del nome di colui che a sè li aveva chiamati, il quale esser doveva ben ricco e potente se aveva potuto disporre di tanto danaro per pagare ad essi il viaggio teneva in fermento quelle accensibili fantasie, onde l’impazienza era al colmo, perchè già da parecchie ore aspettavano e la notte al certo era trascorsa di più di due terzi.
Il vocio cresceva sempreppiù; già alcuni avevano espresso il proposito di andarsene, ma nessuno rispondeva alla loro protesta come se coloro che li avevano introdotti colà dentro li avessero del tutto dimenticati; neanche quell’uomo in veste ecclesiastica, il quale aveva a ciascuno indicato il posto da occupare, era ricomparso.
— Almeno ci avessero dato da mangiare e da bere! — disse il Ghiro voltosi a Pietro il Toro.
— Io vorrei sapere — rispose questo che durante tutta la notte aveva rivolto impaziente gli occhi alla porta — dove sia capitan Riccardo.
— Starà al certo meglio di noi — rispose il Magaro. — Quelle due donnette a giudicare da ciò che appariva, dovevano essere bellocce, per tutti i gusti, l’una con una paio di spalle...
— Via via, non è uomo da dimenticare i suoi amici che si trovano qui solo per lui, da dimenticarli in grazia delle leziosaggini di due smorfiose. Non son tranquillo, no, non sono tranquillo! Se sapessi le vie, me ne andrei per rintracciarlo; ma chi ci si raccapezza? Se non ne avrò notizia neanche dimani, metterò sossopra la città, dovessi presentarmi al re ed alla regina.
— Va là, va là, che a quest’ora se la gode, mentre noi siamo qui come tanti imbecilli.
— Io me ne vado, non ne posso più...
— Ti impediranno d’uscire.
— A chi? A me? Vorrei veder questo! Da gran tempo sento il bisogno di sgranchirmi un po’ le braccia.
— Io ti seguo se vai via. Ci tratta con troppa disinvoltura cotesto signore che ci ha invitato.
— Dev’essere un burlone... Glie la darò io la burla...
— Ma che burla! Per una burla avrebbe speso tanti danari?
— Amici — disse una voce che pareva usa al comando. — Voglio comunicarvi un mio sospetto: ascoltatemi perchè forse si tratta della vita di tutti.
Ognuno tacque e si rivolse a colui che aveva parlato, il quale si era drizzato in piedi; e poi per sovrastare a tutta quella folla era salito sulla poltrona.
— Sì, sì, parli Parafante, parli Parafante!... — si gridò a coro.
Il famoso capobanda aveva nello aspetto ciò che occorre per dominar una folla come quella alla quale non ne erano ignote le gesta. I suoi occhi profondi nell’orbita e coperti da folte ciglia scintillavano come carbonchi: la barba incolta e le folte fedine gli coprivano metà del volto: in tutta la membruta persona ci era qualcosa di rude, che imponeva a quella gente la quale non stimava e non ammirava che la forza fisica ed il coraggio irriflessivo.
— Ecco qui, amici miei, io mi vo persuadendo che ci abbiano teso un tranello.
— Chi, chi ci ha teso un tranello? — urlarono alcune voci.
— Chi? La polizia.
Un fremito corse per gli astanti che si guardarono in volto impallidendo.
— Perchè nasconderlo, amici miei? — continuò Parafante. — Ognuno di noi ha sulla coscienza diversi peccatuzzi: inezie, non dico di no, qualche schioppettata ad un nemico, una donnetta schifiltosa portata via al marito, qualche catapecchia a cui in una notte d’inverno si pose fuoco per scaldarci le mani; un po’ di roba, qualche miserabile pugno di monete preso qua e là pei nostri bisogni più urgenti... Inezie, ripeto, ciocchè non tolse che si ricorresse a noi allorquando la nostra santa religione e il nostro venerato monarca vollero abbattere i loro nemici. Ora però, non si ha più bisogno di noi, e perchè non si dica che si chiude un occhio su i nostri peccati, ci han raccolti qui o per fucilarci o per mandarci in galera.
— Ah, per Gesù Cristo! — gridarono alcune voci. — Sì, sì, deve esser proprio così!
— Se è così... beh, se è così — esclamò il barbuto contadino di Terra di Lavoro — stacchiamo quei candelieri e diamo fuoco alla casa.
— Sì, sì, diamo fuoco alla casa.
— Silenzio, silenzio! — urlò una voce — ora parlo io, tocca a me. Ascoltatemi e vi dimostrerò che tutti quanti siete, non escluso cotesto famoso Parafante, non siete che dei conigli...
Ed il vecchietto, la cui faccia rugosa era attraversata dalla cicatrice di una larga ferita, salito anche esso su una sedia, volse attorno gli occhietti lucenti come per confermare con lo sguardo quel che aveva detto con la parola.
— A me coniglio, a me? — urlò Parafante.
Poi dando in uno scoppio di risa:
— Sai tu il sapore della carne umana, vecchietto mio, lo sai?
Il vecchietto era per rispondere, quando di un tratto la porta in fondo si spalancò e apparvero alcuni servi in livrea che sostenevano, tenendosi ritti in piedi ed immobili in doppia fila, dei candelabri accesi. Poi una voce gridò:
— Sua Maestà la Regina!
Lo stupore fu così grande che ognuno rimase come fulminato nell’atteggiamento in cui era stato sorpreso da un tal grido. Per incanto si era fatto un silenzio profondo prodotto non soltanto dalla stupefazione, ma anche dalla paura. La Regina, di cui avevano inteso discorrere, ma che non avevano mai veduto, nè credevano che potesse esser visibile ai loro occhi, era un essere sovrumano per quelle menti rudi ed ingenue per le quali la regalità era sinonimo di divinità, una divinità più immediata e quindi più temibile, padrona ed arbitra assoluta della vita di tutti. Istintivamente le teste e i dorsi si curvarono appena lo stupore diè luogo alla riflessione; coloro che erano seduti si alzarono. Nei volti si leggeva la meraviglia e la trepidanza, negli occhi la curiosità intensa.
Finalmente la Regina apparve incedendo con regale maestà nella luce dei doppieri che ne facevano scintillare le gemme della corona posata sulle dorate chiome, anche esse un’aureola al viso di scultoria bellezza, e della collana che cingendole il collo eburneo cadeva sul seno a metà discoperto. Vestiva un abito di nero velluto che lasciava nude le braccia e si appuntava agli omeri per mezzo di due borchie gemmate. Dietro a lei, che si era fermata presso la poltrona di mezzo sovrastante alle altre si teneva immobile una giovinetta vestita di candidi veli, con le bionde chiome ricciolute fluenti per le spalle e un viso delicato e bianco di una mistica soavità; a qualche passo di là dalla giovinetta tra la doppia fila degli immobili valletti che sostenevano gli accesi candelabri, apparivano i personaggi del seguito regale dalle magnifiche divise e ricami d’oro, col petto costellato di croci e di stelle fiammeggianti.
— Gesù, Giuseppe e Maria! — mormorò Pietro il Toro quando ebbe riacquistato la parola — ma questo è il paradiso, il paradiso!
— In ginocchio tutti, in ginocchio tutti! — esclamò sommessa una voce che nel profondo silenzio fu intesa come un ordine.
E quei fieri capibanda del truce aspetto, ladri ed assassini la maggior parte, ognuno dei quali aveva commesso i più orrendi delitti, sentirono che le ginocchia si piegavano e caddero prostrati a capo chino innanzi alla maestà regale.
Carolina d’Austria ebbe un lampo di gioia e di trionfo insieme negli occhi cerulei che sapevano esser feroci nell’odio e carezzevoli ardentemente nell’amore. Stette immobile ed in silenzio un buon tratto scorrendo con lo sguardo per quegli uomini prostrati che ella dominava dall’alto dello zoccolo dorato e di tutta la magnifica persona: poi sedette e con voce che era insieme di comando e di compiacenza disse:
— Alzatevi.
Ma poichè non ubbidivano sia per non avere inteso, sia perchè non osavano, ella ripetè imperiosamente:
— Vi comando di alzarvi!
Le teste si sollevarono, i dorsi si raddrizzarono, tutta quella gente come un solo uomo si alzò in piedi.
Il silenzio continuava profondo; pareva che quegli uomini trattenessero il respiro.