Rovine

Part 9

Chapter 93,625 wordsPublic domain

Questi sognava, e credendo di palpare le orecchie a Fido, borbottava: — Grazie, Fido!.... Eccellenza... —

Egli scorgeva luminosamente ed ampiamente l’apparizione che lo aveva seguitato da più giorni. Era la Madonna, e la Madonna era sempre sua madre. Era tutta santa, tutta augusta, tutta fulgida di stelle.... Lo riceveva e lo irradiava d’oro, d’amore e di sole....

Ed era stato Fido il parlamentario, che lo aveva presentato e fatto ricevere. Aveva cominciato a parlare con Glafir, e si erano scambiate alcune note. Glafir da principio era stato un po’ sostenuto e aveva risposto con certe frasi acidule e sardoniche sullo stile del cardinale Antonelli; ma poi la argomentazione ampia, cavurriana di Fido aveva vinto.... Ora Glafir stava presentando a Fido uno per uno tutti i membri della sua corte di cani.... Il monte Pincio era nel cortile dell’Università di Torino, dove lussureggiavano meravigliosi eucalipti con ciocche lunghe e splendide di foglie salutari.... la signora Placida incoronava suo figlio.... Lo felicitavano tutte le persone felici uscenti dai cartoni dell’Elenco spietato.... L’erbajuola Ortensia, riconciliata, rideva largamente dalla consolazione e ridendo faceva ballare la sua ciccia rossa....

Edoardo applaudiva freneticamente. Teodoro beveva, beveva pel legittimo contento.... Aurelio scappava come una spia.... Fido aveva un lungo colloquio sugli affari d’Oriente con l’onorevole Depretis, Presidente del Consiglio dei Ministri, e tutti i giornali politici di qualche importanza avevano un articolo di fondo intitolato: _L’Intervista di Fido_.... C’erano moltissime signore, c’erano mille faccini da figurini della moda che volevano ballare con Pinotto; fra tutte primeggiava la signorina del notajo Raffa. Poi Madonna.... Pincio.... Ortensia.... Università di Torino.... giornali.... signore.... signori.... signorine.... sparivano.... Restava Pinotto attaccato al collo di sua mamma, tutto irrigato di lagrime calde; mentre Fido e Glafir mangiavano nella stessa scodella.

XLVI.

Mentre Pinotto sognava gemendo di quando in quando, Fido si sentiva vieppiù agitato: correva a raspare indarno contra gli usci della sua scaletta, indarno, perchè quelli erano usci di legnaja, di magazzini, o usci annullati.

Il ministro della casa, che aveva affittata quella piccionaja senza saputa del padrone, dimorava lontano in un’altra ala della casa.

Fido deliberò di abbandonare la sua scaletta e di salirne un’altra per raspare contro un uscio, dietro cui ci fosse gente. — N’ebbe una crudele mestolata fra le gambe.

Rientrato nella sua cameretta, urlò da lupo.

XLVII.

La mattina seguente rientrava in Roma il Capitano; rientrava come Sganarello scornato e bastonato dall’amante della moglie. Infatti dopo molte, lunghe ed ostinate ricerche aveva scovato a Napoli la sua ostessa, e ne aveva avuto alcune moine. Ma essa se n’era stufata presto, e dopo avergli vuotato il portamonete lo aveva fatto pigliare fra due usci dal suo drudo.

Dice Brofferio: — «Non vedeste mai un gatto lussurioso nel mese di febbraio, dopo dieci o dodici giorni di soggiorno clandestino sopra le gronde o in fondo alla cantina, presentarsi tutto ad un tratto in casa col pelo ritto, colle orecchie coperte di ragnateli, magro, sottile, trasparente come una bestia immorale che ha fatta cattiva vita?»

Tale e quale era il reduce usciere.

Dopo essere passato a casa sua e aver trovato l’uscio chiuso, trottò verso la stanzetta di Pinotto.

Fido gli si fece incontro silenzioso; e silenzioso, aprendo la bocca come una pinza, gli diede una ganasciata così forte in una gamba, che gli lacerò i calzoni e la pelle, facendogli gocciolare del sangue. Così lo castigò meritamente della sua improvvida scappata.

Il povero usciere trovò il suo amico freddo cadavere. Gli fece fare la sepoltura, cui egli seguì dietro la bara, solo, al luogo dei parenti e in sembianza di reggere tutti lui gli invisibili cordoni del feretro; Fido, tenendo la coda e le orecchie basse in segno di cordoglio, gli camminava dappresso con quei passi che fanno i cavalli gualdrappati di nero nei funerali militari. Quando ritornò a casa, la povera bestia era tutta coperta di bioccoli di cera, come un fratello della Misericordia.

L’usciere si affrettò a scrivere alla signora Placida, che il figlio di lei era morto _nelle braccia_ del proprio cane, e mandò un analogo telegramma ad Edoardo.

XLVIII.

Quando Edoardo e gli altri amici ricevettero la notizia della morte di Pinotto, ne rimasero costernati.... Per un pezzo si sentirono lo spirito spento dal dolore e dallo stupore, e si maledissero in secreto, per non essere nati milionari, per non aver potuto custodire in un Eden quell’anima bella, fintantochè avesse potuto o voluto luccicare in faccia al mondo.

Riavutisi, si dissero: — è impossibile, che sia morto Pinotto!... Era così vivo.... —

E ne aspettarono per un po’ di tempo la risurrezione.

Ma vedendo che Pinotto, al pari degli altri estinti non risuscitava, presero a parlarne con tutti, come se si fosse trattato di una morte europea, telegrafata dall’Agenzia Stefani, per cui tutti fossero in diritto e in obbligo di commuoversi.

Quando sentivano lodare un letterato di prima pezza: — Che! Che! — prorompevano: — Pinotto avrebbe pigliato a scapaccioni lui, e altri della stessa risma, se ce ne fossero stati.

Per maggiore sfogo proposero di erigergli un busto con una lapide (solito pane, con cui si sfamano i letterati morti di fame) e di fare un pellegrinaggio apposito a Campo Varano, pubblicando contemporaneamente un volume di componimenti esequiali in suo onore. Tutta questa colluvie di progetti commemorativi, al solito, si condensò in un articolo necrologico, che comparve nel giornale di Edoardo.

Noi ne riporteremo poltronescamente la chiusa, a scanso di far noi tutta la morale del Racconto. Diceva:

. . . . . . .

... «E così si dileguò a ventott’anni al pari di un volgare disgraziato quell’indole fiera e singolare; e si portò via con sè i suoi fantasmi estetici e bisbetici, le folgori e i coltelli della sua satira, i tesori della sua mente e gli entusiasmi del suo cuore e quella forma orgogliosa e squisita, che egli aveva vagheggiato così lungamente e così caldamente, e che temette o sdegnò profanare, non avendo concesso neppure una riga di suo al pubblico, benchè non gli siano mancati i difficili inviti a dar fuori i propri scritti con profferte di sollievo alle sue strettezze.

«Certo egli disprezzava sovranamente il basso pubblico dei barbieri sfaccendati, di quei _travetti_, che con gli sbadigli scroccano la paga e degli altri _ignorantelli_ borghesi, che non posseggono altro motto o altro pensiero fuorchè quello dell’ultimo articolo letto, sono sprovvisti di grammatica, di ortografia ed eziandio di un vocabolario tascabile _Longhi e Menini_, sono muniti di albagia e di ottusità, eppure sotto la veste di assidui formano il gusto corrente e l’opinione pubblica dittatrice per la letteratura di parecchi giornali importanti d’Italia.

«I brutti scherzi, che Mefistofele voleva fare agli angioli del Padre Eterno e che i bambini fanno alle libellule, sono nulla in paragone dei martirii gaudiosi, che egli escogitò per umiliare quel pubblico poco rispettabile — altro che concedergli un alito di sè stesso!

. . . . . . .

«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatosi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia.

«Egli infine, ridotto al lumicino, lasciò la costosa adorazione degli idoli estetici, chi sa con quale orribile sacrifizio della sua anima di artista! e logorò acutamente gli ultimi anni della sua tisica vita nelle facchinerie più materiali, per il bello ed onesto proposito di rendere sereni gli occhi dei suoi cari e gloriosi di lui, posato finalmente sopra il solito piedestallo di un impiego, gioja pressochè unica di moltissime famiglie.

«Ma egli, che aveva attraversato a zig zag elettrici i fiori della vita, non potè raccoglierne, assaporarne nè farne assaporare neppure un frutto, egli che pure aveva ingegno, onestà, portatura, cavalleria, _chic_ e conoscenza di lingue straniere, per riuscire stupendamente e meritamente nella prosa del mondo, dove ingrassano, lustrano e spampanano a tradimento miriadi di fanulloni, di minchioni e di cialtroni.

«Povero giovane! Povero amico! Ma benchè finito misero e oscuro — noi dobbiamo altamente asserirlo: — Egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto o trasfuso nei loro lavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla, come egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.

«Povero perduto! a cui fecero guerra spietata le immagini del _Meglio_ e dell’_Ottimo_, nemici proverbiali del _Bene_ positivo, semplice e pratico.»

. . . . . . .

Il giornalista avrebbe potuto aggiungere ragionevolmente e coscienziosamente, che Pinotto, non ostante i suoi ideali troppo superlativi, sarebbe certo riuscito ad egregie cose, ove avesse trovato la direzione pratica del lavoro nel sorriso intelligente di sua madre.

XLIX.

Veniamo a lei nell’ultima scena. — Come nella prima: =Cani!=

La _madre dei cani_ in tutto questo tempo non aveva avuto nessun altro momento memorabile della sua vita, fuorchè i biglietti di visita, che aveva fatto litografare per Roma e Glafir, e la sua tentazione di far parte della Società Protettrice degli animali, tentazione che però il suo teologo confessore le aveva scacciato presto dicendole, che «anche quella era tutta framassoneria.» Quindi, a scanso di un’altra teologale proibizione, essa aveva taciuto tutto al confessore, quando disperata per aver smarrito uno dei tanti pronipoti di Glafir ne raccolse religiosamente i peli dal pettine dell’ultima strigliatura, e li portò, trascinando con se anche la figlia, al Gabinetto magnetico di un professore Filippa, dove invocò dalla chiaroveggenza della rinomata sonnambula l’itinerario arcano per rintracciare la bestiolina diletta.

Ora la povera mamma, all’annunzio mortuario datole dall’usciere, ebbe uno svenimento, e fece gli ululati di rito, con le strappate di capelli volute dalla Prammatica, recandosi a schiamazzare e versare lacrime da pazza presso la vicina del pianerottolo, mentre Carolina la accompagnava in tono minore.

Sfogato il dolore rituale, la signora Placida andò a consigliarsi dai suoi soliti consulenti legali, e saputo dall’avvocato classico, non che dall’ex-cancelliere e dal teologo avvocato Sturlimandi, che _acreditatis appellatio sine dubio continet etiam damnosam successionem_, essa in buon volgare non indugiò a rinunziare formalmente all’eredità dei debiti, quasi tutti alimentari, lasciatale da suo figlio e trascurò persino di rispondere all’usciere, sospettando che fosse anche lui uno dei _garibaldini_ che lo avevano pervertito.

Essa fece però cantare una messa solenne nella chiesa della Consolata per suffragare l’anima del figliuolo perduto; e mentre il prete uffiziava e i cantori strapazzavano per trenta soldi il _tuba mirum_ borbottando nel loro latino di sacristia _qualis pagatio, talis laboratio_, — la damigella Carolina correva dietro alla turba sguinzagliata dei suoi cagnolini, alcuni dei quali abbajavano persino sulla porta della chiesa, — e la signora Placida, sempre pregando con fervore, era intenta a coprire accuratamente col suo scialle la schiena al vecchio Glafir, acciocchè non gli si inasprisse la tosse.

AL DOTT. POMPEO GHERARDO MOLMENTI

VENEZIA.

_Caro Molmenti_,

Nel presentarti e mettere sotto l’ala del tuo nome questa creaturina mortuaria, non posso dissimularti la mia caritatevole intenzione, che tu riesca a vivificarla miracolosamente con la tua singolare abilità di intelletto succosamente o nervosamente critico, ma inspirato da un cuore gentile; tutto ciò, mancomale, all’opposto di quei cortesi Maramaldi, i quali, se potessero, vorrebbero incomodarsi a riuccidere la mia poca letteratura già sufficientemente defunta.

Però tu puoi credere agevolmente, che io vorrei proprio scrivere qualche volta cose _degne di vita_ per mandarle a te in segno di quella amicizia letteraria, da cui ci sentimmo legati, appena ci comunicammo tu, le incisioni critiche, ed io gli sgorbi tentati sul vero.

Saluggia, 23 giugno 1876.

_Tuo aff_. GIOVANNI FALDELLA.

DEGNA DI MORIRE

FIGURINA NERA.

I.

Il suo nome non era lezioso come Aurora, nè ridicolo come Bianca, quando dal fonte battesimale è imposto ad una merla, nè latteo e monacale come Candida; nè avvicinava miopemente i colori dell’alba o dell’albore, come Albina; era un nome di una bellezza pagana, ellenica: Elena.

Il suo cognome, se per inutili riguardi ad una famiglia dovessi lasciarvelo allo stato di sciarada, direi che aveva la dignità marinata di un doge e l’olezzo sottile di un cespuglio in primavera. Invece ve lo spiattellerò bravamente: era Floresin.

Quando l’ispettore delle scuole giunse nel villaggio di Villarbona con la canna di zucchero sotto il braccio, ed entrò col sindaco nella 2ª elementare femminile, fu colpito da una voce che fra quaranta intuonò il _riverisco_ nell’alzata elastica della scolaresca. Dicendo e accennando: _Sedete! Sedete pure!_ egli vagolò con lo sguardo sui banchi per cercare subito quella voce, e credette di non _pigliare erro_ attribuendola a una bambina dal mento lustro e vermiglio come una pesca nocciuola e dagli occhi che parevano due morselli di marmo nero bagnato e lucente, o meglio due cucchiaiate di rivo cristallino scivolante nell’ombra.

Il Regio Ispettore, sicuro di dar fuori un’invenzione poetica, non si potè frenare dal dire alla maestra che quella bambina aveva due occhi che secondo lui potevano passare per due pietre preziose. La interrogò subito per la prima.

— Elena Floresin!

Quale incantesimo di aritmetica! Un portento nella tavola pitagorica.... E come sfoderò nell’analisi logica e grammaticale!...

E che voce!...

L’Ispettore, con la canna di zucchero sotto le ascelle, non s’accorse, che la bambina aveva finito di recitare il suo capitolo di Storia Sacra: egli stava ancora attento ad ascoltarla, dopochè essa s’era già arrestata come un pelottone. Infatti, mentre essa aveva principiato a sfringuellare, di fuori un fringuello si era messo a recitare la sua Storia Sacra nell’orto dappresso, e il buon Ispettore, rapito, confuse le due armonie in un solo godimento mentale, e credette parlasse tuttavia la ragazza, allorchè non c’era più altri che il fringuello, il quale cantasse.

Egli andò via salutato da un tuono di _riverisco_; e venne accompagnato fino nel corridoio dagli inchini della maestra, a cui offrendo una presa di tabacco, disse: — temo che quell’angioletto non campi.

II.

Venne l’Arcivescovo a dare la Cresima a Villarbona, il vecchio e Santo Arcivescovo, Senatore del Regno, cugino del Re, — veemente come un apostolo, fiero come un templario, spargitore di carità come un pazzo ed umile come il Calasanzio, un uomo veramente grande nel suo posto, — al quale, quando morì, vero miracolo in questi tempi paterini, tutti gli ordini di una città liberale decretarono una statua.

Monsignore venne ricevuto dal sindaco, dai mortaletti, da sette archi trionfali, dal clero e popolo, da tutta la ragazzaglia in camice bianco e corona di fiori in testa. Egli si avanzava traballando con le ali larghe e benedicendo a mille cuori asserragliati, che picchiavano per lui di sacro entusiasmo.

Il parroco gli diede un pranzo monumentale, a cui collaborarono tutte le cuoche e tutti i guatteri della Vicaria, un pranzo preparato coi fondi di tre anni messi da parte per _quella tempesta_.

Dopo il pranzo si prese il caffè all’ombra nera del _nocciolajo_.

Sedevano pontificati ai lati dell’arcivescovo la trinata e nastrata vecchia marchesa, madrina della cresima, e il grigio conte ex-colonnello, padrino.

Attorno, ritti, una cornice di preti, che annuivano e applaudivano ridendo riverentemente ad ogni parola dell’arcivescovo, ed inchinandosi come pertiche rotte.

A un tratto, si sentì uno squittío di fanciulli domato da scappellotti. Monsignore si alzò impetuoso, facendo lesti e ripetuti cenni ai suoi seguaci, perchè s’arrestassero, e si avviò balenando verso il vice-parroco, che rintuzzava la ragazzaglia rampichina, che a momenti scavalcava il muricciuolo.

— _Sinite! parvulos venire ad me!_ — egli tonò giocondamente al vice-parroco, e fece atto di voler aprire egli stesso il rastrello. In un subito il giardino del parroco fu invaso e riempito da tutta la bambineria e monelleria della Villa. E il canonico penitenziere spiegando la cosa alla marchesa, al conte e ai preti del paese: — è come un fanciullo, loro disse, è come un fanciullo.

Infatti quei bambini indovinarono tosto che era una anima loro affine quell’immagine alta da Sant’Agostino e da San Grato, quel naso tabaccoso, quella grossa croce d’oro splendente su quel largo petto violaceo, quel grand’uomo dello Stato, cui il Re venerava.

E si misero subito a scherzargli intorno fiduciosamente, come fosse sempre stato loro compagno.

Ed egli, l’alto arcivescovo, già beatificato dal cuore di quanti lo conoscevano, in mezzo a quei conigli, che gli si rizzavano dattorno ai piedi, esultava, folleggiava dal contento.

A un tratto fece una faccia da rinoceronte, e disse con voce cupa:

— Bambini! io sono cattivo, sapete.

— Non è vero, non è vero! strillarono i bambini....

— Sono cattivo; — egli, fingendo di non sentirli, riprese con voce vieppiù cavernosa: — e sono venuto qui per ispiumarvi.... Ne avete dei soldi?...

— Non ne abbiamo, non ne abbiamo; — guairono i bambini...

— Allora, egli continuò con voce sempre più truce: andrete dalle vostre madri, e direte loro che vi diano un soldo per ciascheduno. Quindi li porterete a me, che ne ho bisogno per far indorare il mio campanile.... Avete capito?... li porterete a me... che avrò un bossolo in mano... Voi altri metterete il vostro soldo dentro il mio bossolo. Ed io farò indorare il campanile coi vostri soldi (e faceva l’atto di chi fa entrare una moneta in un salvadenari). Vediamo un po’, se mi avete compreso: che cosa direte a vostra mamma, quando le domanderete un soldo, ed a chi lo darete quel soldo, quando me lo porterete a me, e lo metterete così, dentro il mio bossolo?

I bambini tacevano curiosi, birichinescamente titubanti, e i loro volti splendevano come specchietti. In mezzo a quella luce si levò una voce limpida:

— Monsignore, quando andrò a casa.... dirò a mia mamma, che mi dia un soldo.

— Bene.... E quando te lo avrà dato....

— Quando me lo avrà dato....

— Ebbene, rantolò l’arcivescovo, con viso sempre più rinchiuso, ripetendo l’atto di una mano che lasci cascare un soldo in un bossolo... — Ebbene.... quando te lo avrà dato....

— Andrò a comperarmi delle castagne per me; — rispose quella voce limpida con una smorfietta da piccolo e gentile magnano.

L’arcivescovo, ingrondato come un mago, si recò le due palme delle mani alla bocca, per farne imbuto e oricalco, e suonò: — Hai capito un corno....

Quindi non ne potè più: cacciò via apertamente, luminosamente la burletta. Si levò in braccio la fanciulla, che gli aveva risposto così, le stampò due bacioni sulla fronte; e poi calatala in terra, la benedisse quella bella e cara impertinente.

Era la piccola Elena Floresin.

Allora, chiamato il canonico limosiniere, egli si fece portare un sacchetto di soldi spiccioli, e si diede a distribuirli, e sparnazzarli fra quei bambini, con una furia e con un godimento coriandoleschi. A molti ne toccarono due, tre, quattro, a certuni persino cinque soldi.

A tutti diceva: andate a comperarvi delle castagne, e andate dalle fruttajuole più vecchie e più povere.

Ciò fatto, egli si ritrasse nella sua camera, fatta imbiancare e tappezzare apposta per la sua venuta. Quivi s’inginocchiò, e si mise a piangere e a pregare. Il suo torace largo, che pareva una corazza da templario, sussultava come il petto di un bambino: e gli scappò detto al guercio, suo cameriere fidato, soprannominato la spia del vescovo: — Augusto!... Se mi riesce, voglio fare tutto il possibile per andare in paradiso, per trovarmi sempre con quella innocente bambinaglia, e quella là voglio tenermela sempre sulle mie ginocchia, quella santa monella! Hai visto, Augusto?... Sembra che le spuntino già le ali per volare in su.... Va via, non ho bisogno di nulla. Lasciami pregare.... Augusto.... —

III.

La piccola Elena fu presto condotta ai balli dalla mamma, adoratrice delle cene; ma benchè questa la profferisse a tutti in corrispettivo della sua pensione di riposo, pochi volevano prenderla a danzare, perchè tuttavia rigida; e dicevano: Noi altri non vogliamo saperne di questa roba cruda.

Finalmente il commissario delle contribuzioni dirette, un vecchio peccatore, un satiro sboccato, per cui tutte le ballerine erano sempre anticipatamente impegnate con altri, la fece saltare per un intiero ballo; e il giorno dopo, palesò in piazza la sua scoperta che l’Elena s’era snodata benissimo, e che oramai era un fior di corpicino.

La scoperta divulgata fu trovata giusta: e d’allora in poi nei balli l’angioletto della scuola e della cresima andava a ruba.

Quei balli erano veglioni del contado, dove ad ogni piè sospinto si doveva scansare il mento precipite di un ubbriaco, si ingozzavano mattoni in polvere, ed in ogni canto si stiaffava uno schiamazzo, uno sghignazzo, o una piattonata nella schiena.

Un giorno saltò il ticchio di parteciparvi al cavaliere Alfredo, il giovane feudatario della villeggiatura autunnale, un artista che coi suoi dipinti pieni di realtà pensosa contribuì a rendere illustre la pittura piemontese in Italia, e a far conoscere l’arte italiana dei nostri giorni a Parigi.

Era un volto d’un pallore bruno, fatto vieppiù risaltare dall’orlo di una barba castana, dentro cui spiccava eziandio la bianchezza smaltata dei denti. Come tutti i giovani artisti rosi dal _realismo psicologico_, egli si sentiva rinvecchignito: tanto che ad alcuni terrazzani, i quali gli avevano annunziato con intenzione deputatesca la sua _età politica_, egli aveva risposto: Brava gente, voi vi siete accorti che io ho trenta anni; granchè! io v’assicuro che sento di averne perlomeno trecento: lasciatemi in pace, che sono più vecchio del _dixit_.

Adunque egli si presentò ad uno di quei veglioni; e si presentò in cravatta rossa e giacchettina di velluto, con un’acconciatura così spigliata e con una potatura così divinata alla misura altrui, che egli, il cavaliere, l’artista di grido, il promesso deputato, in mezzo a quei rumorosi e vittoriosi telegrafisti, scrivani di cancelleria, studentini, soldati in permesso, fattorini di caffè venuti da Torino a spaccarla in paese da marchesini, — trippaj, i fabbro-ferrai e simili, quasi non istonava punto.

Egli osservò tosto, come in quella _Società_ non imperava niun regolamento di pubblica sicurezza in favore del buon costume: ma per lo contrario si custodiva gelosamente e ferocemente l’ordine delle danze. Contro allo sventurato ballerino che avesse osato tentare un giro o un passo di più del suo buon diritto, si annidava negli occhi di tutti gli altri la minaccia di uno sgrugnone, fors’anche di una coltellata.

Però per unica eccezione a quelle misure draconiane, una ballerina salterellava qua e là, eslege, come una cavalletta: trascinava essa stessa per un braccio il compagno al rubarizio; nella sala delle danze si vedeva sempre la sua testolina splendere come una gemma su qualche spalla di _frac_ o di cacciatora. Sembrava la scorribanda di un gelsomino, di una stella bianca.

Era mancomale Elena Floresin.