Rovine

Part 10

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Tutti se la disputavano, se la strappavano di mano, e coloro che non riuscivano ad ottenere da lei un intiero _ballabile_, si mettevano al varco, per mendicare ed ottenere in prestanza dal fortunato possessore un giro o un mezzo giro con lei.

Essa volava fervente e felicissima con gli uni e con gli altri; a quando a quando in riga o in danza si vedeva scrollare in fretta la gemmea testa ed era per iscuotere un bacio che le si era avventato come un calabrone.

IV.

Quando la manovella dell’organino, occhieggiata da tutti, stava per discendere il suo primo mezzo arco ad annunziare una nuova polca, sette ballerini già ronzanti o appostati strategicamente si slanciarono da sette parti per agguantare la _totina_ Elena; ma poi tutti si ritrassero rispettosamente, vedendo che il cavaliere Alfredo si era mosso per pigliarla lui.

Questo giovane artista e signore, che a trent’anni credeva ormai di avere perso il sapore della vita e di avere già logorato nelle sue fucine intellettuali tutti i mondi esistenti e possibili, ed era tornato in quell’autunno a Villarbona, nauseato a morte della istituzione femminina, delle donne spettacolo, delle corporature dense, delle maturità frenetiche che beatificano o galvanizzano i sardanapali cittadini, egli partito per quella polca provò una nuovissima ed insperata vertigine sentendo palpitare ed aderire fra le sue braccia il giunco della innocenza, lo stelo del fiore, il virgulto virgineo, la cartilagine bambinesca....

Gli pareva di essere avviluppato con una inebbriante leggerezza in una nuvola tutta pollini di rose e pollini di gigli, e di volare a strane nozze con una farfalla angelica, che lo infarinasse della sua cipria celestiale.

Nella prima sosta giuridica della polca, messosi in riga, trafelante, discese dalle alture dei suoi rapimenti e s’accorse che aveva daccanto quella graziosa bambina diventata feroce per la pura voluttà del moto come il vento.

Ed egli, che pur aveva fatto le più audaci, severe, capitali corti dei saloni, non sapeva che cosa dire a quel demonietto che gli balzava a lato; si vergognava, malediceva di essere quello ch’egli era, avrebbe voluto invece essere anche lui uno studentino, un quindicenne fattorino di caffè, conoscere la loro lingua, sapere i bei motti che essi adoperano per interessare quel genietto fisiologico della danza e forse per farsene amare.

Intanto rimaneva nella contemplazione più _oca_, quando lo scosse un colpicino di gomito. Era lei che con due occhi traforelli e con una pugnalata di voce da ladroncello che proponga un assalto al ciliegio altrui, gli disse: — rubiamo.

Egli non ebbe tempo di osservare che veramente alla sua età e alla sua condizione.... non n’ebbe il tempo; perchè essa, rapinandolo a braccetto, lo fece correre innanzi, calpestando i sacrosanti diritti di dodici coppie aspettanti, e lo ricacciò nella polca; lo fece rivolare più acremente di prima in un nembo tutto pollini di fiori e cipria farfallina, e quasi lo ridusse a svenire facendogli sentire stretta in braccio la leggerezza di un angelo.

Dopo quel giro, il cavaliere Alfredo condusse la sua ballerina nel salotto del buffet, e come avesse perso la testa, domandò dello sciampagna. Il garzone del servizio, non volendo dare a vedere che egli non teneva dello sciampagna e che anzi non sapeva nemmeno che cosa fosse, rispose: — Mi rincresce, signor cavaliere; se vuole, abbiamo ancora degli agnellotti ed un arrosto freddo. Il.... lo.... quello che ha detto lei, lo hanno già mangiato tutto. —

Il cavaliere sorridendo gli ordinò che gli desse in cambio della gazosa o meglio una bottiglia di Canelli.

Bevuto il néttare monferrino, egli ed essa dissero contemporaneamente: ho caldo; come dirà contemporaneamente per tutti i secoli ogni coppia di ballerini, che abbia volontà di discorrere senza testimoni sopra un balcone.

Andarono sul balcone; si strinsero le mani, dentro cui cominciarono a confluire i fiotti accesi e tumultanti del sangue.

Egli si fece coraggio, e le domandò: — Elena, sono curioso; quanti anni hai? Scusa veh! se ti do ancora del tu.

— Vorrei vedere, che non mi desse più del tu, a una cittona come me.

— Dunque, quanti anni?

— Ne ho già tredici.

— Appena tredici? Bambina! sei ancora giovine come l’aglio.... Io sì, che sono già vecchio da ammazzare. Spaventati! ne ho già trenta.

— Oh, per un uomo non è mica niente....

— Taci tu, cittona, che ne hai tredici e non sarai ancora passata alla prima Comunione. Sei ancora una povera innocente. Tredici anni! Che bella età! Mi rallegro; (quindi con impeto): Ah! adesso capisco perchè tutti ti possono baciare senza far peccato..... Ebbene fammelo anche a me un bacio....

— No!

— Tanto lo sai, che non è peccato.

— Sì, che è peccato.

— Fammelo un po’....

— Mai più.

— E perchè non vuoi farmelo a me un bacio? Mi offendi. Perchè?

— Perchè.

— Perchè ti sembro vecchio come il cùculo!

— No! No! No! (come tre pistolettate; e poi con una scintilla improvvisa, inesprimibile): Perchè lei è bello, e glielo farei d’amore....

Dove è montata la sua testa? Essa sfacendosi gli diede a suggere un lungo ed ardente bacio.

Scintillarono le volgari stelle che fanno sempre da candeliere sopra tutti i balconi, in cui si becchino due tortore.

Alfredo si riscosse stremato da quel bacio; le serrò la fronte tra le proprie mani, e spingendola indietro lei disse con suprema amarezza: — Vai là, povera ragazzina! alla tua età, sei veramente degna di morire! — Quindi la ricondusse nella sala da ballo e la restituì ai suoi telegrafisti, e computisti, e studentini e fattorini. Egli, infilzato il pastrano, lasciò la festa e siccome aveva un’anima ragionevole, ragionò così:

V.

— Ho detto giusto a quella fanciulla che sarebbe benedetta da Dio, se partisse proprio adesso da questa valle di lagrime, come dice la _Salve Regina!_

Essa, perchè si sente un profumino alato, crede adesso di poter amare a cielo aperto come amano i fiori suoi fratelli e le farfalle sue sorelle; crede che i ballerini a cui si avvinghia abbiano una animula da garofano o da libellula come ha lei; non sa le laide osservazioni che fanno sul suo conto quegli scribi e strofinaccioli; non conosce la loro anima belluina, la loro sanità selvaggia e le loro malattie della civiltà infracidita; non sa perchè molte volte dell’anno portino nel taschino una cipolla in luogo dell’orologio e perchè studino certi annunzi sulla quarta pagina dei giornali.

Se vola via adesso, lo spiritello tredicenne andrà in un mondo migliore, in cui forse le bambine ameranno a cielo scoperto come le dalie e i parpaglioni; e se esiste il vecchio paradiso insegnato dalle nonne, i bei angeli grassocci e torniti si arroteranno giojosamente per riceverla, e scotendo le aluzze da scarabeo faranno piovere su lei un ineffabile zucchero pesto; e la Madonna, la più alta bellezza, che sia mai comparsa per i cieli e per le terre, la raccoglierà in grembo, ed essa la birichina incelata, col capottino riverso sulle sideree ginocchia della Mamma tutta santa, sentirà sotto la nuca la sofficità alma e profonda dell’oceano.

Se invece camperà.... già non avrà un soldo di dote, perchè suo padre liquiderebbe in vino ed altri liquori la proprietà di sette chiese, e sua madre convertirebbe un globo terracqueo di beni parafernali in gale e cravatte vistose e in ghiottonerie di ascosaglia.

Dunque Elenuccia non avrà un soldo di dote. Ancora giovanissima, le faranno sposare un veterano delle patrie battaglie, che le metterà su un’osteria, oppure la faranno maestra o levatrice comunale; ben detto comunale. Quante persecuzioni a quella povera bella, dai professori della scuola all’assessore anziano, dall’enorme cappellano ai direttori del libello quotidiano o del gazzettino didattico! e niuno saprà, vorrà, o potrà innalzarla a quelle stelle, in cui la donna cessa di esser donna per diventare Maria, e tutti la terranno con loro sulle spiaggie, in cui la donna cessa di esser donna per diventare Pasifae.

Quando poi sarà divenuta vecchia prima del tempo, scipata, diroccata, sorda, tanto che per farla sentire bisognerà parlarle dentro un corno acustico, — allora, se mai la vedranno comparire da un capo all’altro di una strada, sprezzeranno i suoi adoratori e consumatori della sua gioventù. Niuno proteggerà il suo diritto alla pensione, le sue cartelle e le sue scritture di credito, se ne avrà. E quando essa sarà morta, per dieci anni farà ancora sghignazzare le tavolate col ricordo del suo corno acustico.

Elenuccia, senti: va via da questo brutto mondo; va via, nella tua primavera sacra, mentre hai tredici anni, mentre sei innocente, sei fiore, sei farfalla; va allo spolverio inzuccherato degli angeli che ti attendono; va sulle ginocchia sconfinate della Madonna _consolatrix afflictorum._

Sei degna di morire. —

VI.

Qualcheduno non intese a sordo le paure del R. Ispettore, le preghiere del santo arcivescovo e il lungo soliloquio del cavaliere artista: e fu un personaggio coreografico che non parla, il Sole.

Questo pastore di mondi, cui regge, illumina e colorisce, sebbene di indole impassibile, qualche volta si degna fissare nel mare infinito degli esseri da lui dipendenti qualche pecorella prediletta, e specialmente qualche bella ragazza.

Un mattino di aprile, Elena Floresin sciorinava sul ballatoio la biancheria di bucato; si levava sulla punta dei piedi, tendeva le braccia, si torceva, si spenzolava, come volesse sciorinare tutta la sua forma al sole: girava il capo come volesse leccarlo, incoronarlo di raggi; gli si spiattellava innanzi come un ninfale elitropio.

E il sole le corrispondeva: faceva correre palpiti di calore crescente nel suo altoforno empireo: i suoi raggi cocenti fremitavano: e cremandola le artigliavano la testa come carezze di leone amoroso.

La mamma da basso gridava: Elena, vien giù.... Non hai ancora finito?...

— No, mamma.

— Che cosa fai?... A momenti vengo su io.... Non sembra vero.... Stare lì delle ore ad alloccare quei seminaspezie che tornano dalla scuola e che non valgono ancora tutti insieme un bottone nell’aria.... a costo di prenderti una solata.... vieni giù, dico.... ti comando di venir giù. —

In quel punto Elena si sentì crocchiare qualcosa nella testa, come uno schiaccia-nocciole le avesse fracassato la vôlta del cranio; e discese a basso con una encefalite.

Quattro giorni dopo, essa era distesa sopra un fianco nel suo letticciuolo con le braccia riverse fuori delle lenzuola in segno di eternale stanchezza. Pareva che le sue labbra sfarfallassero: dormo: non toccatemi in eterno. E niuno era ardito di toccarla in quel momento, salvo una mosca. Pareva che la morte l’avesse ridotta in marmo cogliendola nell’ascesa di un palpito, e conservando nel cadavere verginale tutte le tumide promesse di una splendida Eva.

Suo padre e sua madre ululavano; e furono trascinati in casa dei prossimi parenti.

Si fece la sepoltura a mezzogiorno. Le campane spandevano rimbombi, che incalzavano al cimitero tutto il villaggio.

Il sole glorioso rinfocava nel suo coperchio fiammante i suoi marosi di luce; e si univa alle campane per isferzare al cimitero le nuche dei sacerdoti, dei confratelli, delle consorelle e dei bimbi infiorati. Niuno poteva reggerne il riflesso. Erano obbligati a calare le palpebre, e così procedendo ad occhi chiusi vedevano le strane visioni dell’emorragia: laghi di pece, in cui guizzavano e si coagulavano raggi neri, iridi nere. Un’onda di suono, di sole, e di malinconia avvolgeva e conduceva al cimitero tutto il villaggio. Ed agli sguardi del campanaro che sbatacchiava dall’alto, il funerale pareva avanzarsi in un deserto immenso, svolgendosi come un bruco caldo, colle punte del dorso scintillanti.

Quando sentirono il tonfo della piccola bara, i fiori circostanti mostrarono un tremolío di letizia come per un tocco farfallino, e ravvivarono i colori, per fare un complimento festoso alla nuova vicina.

VII.

Nel principio dell’inverno seguente il cavaliere Alfredo, già fatto deputato, si sentì stomacato della vita. Gli pareva che l’umanità in generale e l’Italia in particolare fossero carcasse fruste, e che i nostri scrittori e artisti più adulati d’adesso, succeduti immediatamente alle olimpiche, pelasgiche, e basilicali intelligenze di Canova, di Leopardi, di Gioberti e di Rossini fossero scarafaggi ischeletriti, mancanti dei due sacramenti fondamentali dell’arte, lo studio o l’intuizione dell’antico e l’osservazione o l’intuizione moderna, sbalzati dal polo della realtà, sbalzati dal polo della tradizione, — che uno di essi non avesse nerbo più appropriato di quello che ci vuole per dare la biacca a un centurino e un altro non avesse maggior cervello di quello che si richiede per combinare un giuoco di pazienza infantile; — che il resto del prossimo fosse bestiame di Sallustio; — e che intorno alla sua persona non si aggirasse più un solo cervello integro. E sentiva una smania prepotente di dare una presa di somaro a tutti, compreso il signor sè stesso.

Per lenire quel fastidio disperato, egli pensò di ricoverarsi nella solitudine della sua villa e di passarvi tutto l’inverno. Quivi giunto, venne assediato dalla neve che salì così alta da toccare le ginocchia a Giorgio Antenna, il più grandonaccio svivagnato di Villarbona.

Guardando dalla finestra, Alfredo vedeva soltanto guanciali, tumuli, baratri e basterne di bianco; nella corte, sul legname da ardere vedeva cinghiali squartati nel marmo.

In mezzo a quel silenzio, a quel freddo e a quegli albori scintillanti, il nobile artista sentì emergere nella sua fantasia l’immagine di una vergine borghese, di Elena Floresin. E si disse: — degna di morire, essa doveva vivere per la mia vita; solo il picchio vivido del suo sangue potrebbe snidarmi questo gelo scettico dalle ossa: farmi riamare il mio paese, il mio mondo e forse anche gli scrittori e gli artisti contemporanei. Come sarebbe bella questa neve immensa per noi due; trovarci prigionieri insieme, volerci bene tutto il giorno, rincorrerci con la scopa per la fuga delle stanze, baciarci dietro un uscio e poi scendere in cucina a fare le cialde! —

AL DOTT. PIER ANGELO FALDELLA

IN CASA.

_Caro Pietro_,

Tu sai, che da qualche anno ho preso l’usanza (dubito non troppo lodevole) di incomodare le nozze degli amici con una novelletta più o meno adatta all’occasione. Figurati, se volevo lasciare esente da questo disturbo te, che mi sei legato non solo della più tenera amicizia giovanile, ma da stretti, quanto soavi vincoli di parentela.

Mi rincresce soltanto che per una lunga dissuetudine letteraria, per le occupazioni forensi, per le recenti commozioni politiche elettorali, per la fretta e per tutte le ragioni delle cattive lavandaie, ti ho abboracciata una cosuccia assai scadente.

Non è però per nulla scadente l’affetto, con cui te l’offro, e ti prego di farla aggradire, anticipando, se ti è d’uopo, un imperioso sguardo maritale, alla gentile e colta cugina Clara, che domani assume il tuo nome e l’impresa della tua felicità nella vita.

Saluggia, 29 novembre 1876.

_Tuo aff. cugino_ GIOVANNI FALDELLA.

LA LAUREA DELL’AMORE

TRITTICO NUZIALE.

I.

LUI.

Egidio usciva nelle sere d’inverno dalla Biblioteca dell’Università di Torino, con un viso così turgido di felicità scientifica, che insultava le felicità di genere diverso, le quali uscivano dal teatro Regio. Egli non si fermava mai per istrada, ma studiava il passo verso la sua cameretta; e appena rientratovi, accendeva taciturno la sua lucernetta a petrolio; quindi apriva un librone, che rinserrava potentemente fra i due gomiti, mentre coi pugni ratteneva la testa preponderante sulla pagina letta.

La fiamma del petrolio sembrava si allargasse pavoneggiandosi, o ristesse immobile per corrispondere alla grande attenzione del giovane studente.

Scoccavano le ore piccine, quando egli entrava in letto, sentendosi dolere le gambe irrigidite dal freddo. Lo aveva assorbito l’anatomia. Allorchè egli studiava l’orecchio dell’uomo, gli pareva che tutta l’umanità e tutto il mondo consistessero in un orecchio, e che fossero per lo meno inutili le botteghe che si aprivano e i Consigli comunali che si radunavano, perchè non servivano a studiare l’orecchio dell’uomo. Lo stesso gli succedeva man mano che prendeva a notomizzare gli altri organi.

Dopo tanta biblioteca, dopo tante veglie e tanta anatomia, egli vedeva come una terra promessa la laurea da dottore:

La laurea, titolo di nobiltà borghese, per cui il pizzicagnolo, quando il conte si serve nella bottega di lui, spendendo meno dell’avvocato, dice: quello là si chiama nobile? Nobile è l’avvocato che ha guadagnato con lo studio sacrosanto il suo bravo titolo, che canta, mentre il conte, il conte che cosa conta?... (non è nemmeno capace di prendere un metro di salsiccia per volta);

La laurea, valore commerciale nei matrimoni, per cui molte damigelle di fittajuoli e di negozianti disprezzano onesti ed utili partiti in abito di colore, per aspettare un laureato in abito nero;

La laurea, per cui Egidio avrebbe avuta la visita del clero locale, nel giorno successivo ai suo ritorno nel paese natío;

La laurea, per cui il cugino materno, il canonico Cornacchia avrebbe grattato un sonetto dalla sua cetra scordata, che nel giornale della provincia è sempre detta la _chiara, feconda, robusta ed erudita cetra del canonico Cornacchia_;

La laurea, per cui il campanaro del paese avrebbe suonato a festa per un bicchiere di vino;

La laurea, la laurea, la laurea....

* * *

Venne il tempo della laurea. Il segretario, il bidello della Facoltà e i portieri dell’Università si degnavano sorridere ad Egidio e rivolgergli il discorso.

— Ah!... Lei è casalasco.... Di Casale abbiamo laureato....

— No, sono di Alessandria.

— Ah! È alessandrino.... di Alessandria abbiamo laureato Rattazzi.

Egli provò l’emozione di ordinare al sarto il suo primo giubbino nero a coda di rondine e di comperare la prima cravatta bianca col primo _cilindro_ a schiaccia.

Eccolo sul pulpito nell’aula magna del Regio Ateneo. Gli sta davanti il tribunale dei professori. Alle prime obbiezioni, che fece alla sua tesi un dottore collegiato cominciando col mellifluo: _Onorevole candidato_! di prammatica, egli sentì una strana possanza; gli parve d’essere armato di un cannone rigato contra nemici armati di quegli schioppetti fanciulleschi, che lanciano chicchi di meliga. Infatti lo scibile umano si è allargato tanto, che un giovane laureando, toccato il fondo a tutto l’universo della biblioteca sopra un punto di scienza e ciò nei giorni prossimi alla laurea, ha molti vantaggi contro ai vecchi professori, la cui memoria può essere lontana dagli studi speciali su quel punto scientifico, ed è gala, se voga sulla superficie generale della scienza.

Dopo la prima risposta, egli credette di avere sfondato il tribunale dei suoi Minossi; e gli parve che gli altri _onorevoli contraddittori_ divagassero innalzandosi come allodole, per non essere a tiro del suo cannone rigato.

Quando il Preside della Facoltà suonò il campanello e gli ruppe le parole in bocca con un basta! accompagnato da un sorridente cenno di approvazione, Egidio si trovò lì sulla bigoncia, mozzo, non sazio del suo combattimento, mentre tutta l’aula magna zittiva inorecchita, e dal secreto camerino dappresso si sentivano le pallottole dei voti discendere nel bossolo.

Rientrò il bidello con una curva di testa e un allargamento di braccia, che dicevano nella più untuosa unzione da San Grisostomo: _Optime! Adprobatus!_ Il preside della Facoltà lesse una sentenza, con cui giudicava Egidio dottore in tre o quattro scienze. Egli, balbettate due o tre parole di ringraziamento, si trovò senza saperlo, nelle braccia e fra i baci dei suoi cari, dei suoi amici e persino di lontani conoscenti, genitori e genitrici di ragazze speronate da marito. In quelle strette uscì dall’aula così intontito, che si sarebbe dimenticato di dare la mancia al bidello e ai portieri, se questi coi loro strisciapiedi non gli avessero pestato un callo.

Sotto i portici fu mortificato di trovarsi col domenicale addosso in un giorno di lavoro, con la cravatta bianca, coi guanti bianchissimi, che gli pareva toccassero terra, mentre passavano tante casacche e tanti _gianduja_ borghesi, che avviati alle loro faccende guardavano trasognati lui in quello stato. Gli pareva di essere un cane sapiente e gualdrappato seguitato dalla folla.

Entrato in un caffè con la comitiva, corse pericolo che un avventore gli comandasse un giornale, scambiandolo per un fattorino, a cagione di quelle maledette falde a coda di rondine.

Dopo il pranzo di gala, Egidio si svincolò dai suoi cari, dai suoi amici, dai lontani conoscenti, vecchi genitori e genitrici di speronate ragazze da marito, e spogliatosi della bardatura solenne volle girar solo per la città.

La sognata, la promessa, la biblica laurea non lo aveva soddisfatto quanto si era aspettato. Egli anzi si sentiva da meno di prima, perchè privo di quella aspettazione, che dianzi lo riempiva; e se la pigliava rabbiosamente col Governo, che gli aveva fatto consumare sì grande quantità di fosforo per dargli quello straccio di diploma, e poi per compenso dei suoi studi non gli dava nemmanco per giunta un sigaro dicendogli: va e fuma alla mia salute sotto i portici di Po.

Libero del _basto_ della laurea, egli si aggirava leggero per le vie e fra la calca, come un monello, come un ladroncello, e sentiva una voglia acre di assaltare qualcheduno, di conquistare qualche cosa, che non sapeva nemmanco egli che cosa fosse.

II.

LEI.

Sofia era stata messa da piccina in uno dei più rinomati collegi della Germania. Ancora giovanissima, avea pianto la perdita di una pesca, di un orecchino e dei suoi cari sopra il petto spianato e crocifisso della madre superiora; aveva pianto lacrime di sangue, perchè negli ultimi giorni di carnevale le sue compagne ballavano fra loro nella foresteria, mentre suor Dorotea suonava la fisarmonica e suor Giolitta con il garbo di un sacco le guidava in danza; sì! le proterve osavano ballare, quando Gesù Cristo era morto in croce per la salvezza delle loro anime.

Aveva sofferto una terribile paura di avere offeso per sempre san Vincenzo, perchè un giorno le era capitato di bagnare un biscotto di più nel caffè e latte.

Poi a poco per volta le erano svanite le infantili morsicature e ubbie religiose. Si era acconciata a ballare con le compagne alla musica di suor Dorotea e colla guida di suor Giolitta. Aveva provato anch’essa le gioje profane dell’educandato, come a dire: la venuta mattutina del garzonetto della panetteria col corbello pieno di pane fresco, che mandava un alito caldo di appetito; le prime ciliege; il quaderno di calligrafia lussureggiante pel nastro di seta verdissimo, e splendido pei caratteri gotici e inglesi nell’azzurro più metallico; poi l’esame, lo straordinario esame, la cui aspettazione occupava l’intiero collegio da sette mesi, dovendo venire apposta per esso un monsignore da Roma; e poi la visita di un fratello di suor Giolitta, un ufficialetto di cavalleria, il luccichìo dei cui bottoni lampeggiò e lo strascichìo della cui sciabola echeggiò per due mesi nei cuoricini di tutte le educande.

Ma in certe meditazioni, nella strombatura di una finestra acuta, davanti l’uggia del tempo autunnale, in certe corse pel giardino, di primavera, in certe soste presso una siepe che odorava in piena fioritura, a certi frizzi e schiaffi di vento favonio, essa si sentiva vuota di tutte le dolcezze collegiali.