Rovine

Part 11

Chapter 112,859 wordsPublic domain

La opprimeva, la affogava una crudele malinconia: una ressa di pianti non lagrimati: un desiderio spietato di cose sconosciute. Allora avrebbe voluto su due piedi, buttar via la sua allegra vesticina da educanda: assumere sul petto la piatta stola di una monaca e sulla stola un crocione; tagliare le sue ciocche e accartocciare la testa tosata fra le cornette aleggianti della suora di Carità; domandava a sè stessa un androne di ospedale, una fuga lunghissima di letti con lamenti lunghissimi di infermi; ed essa su, in un attimo, atteggiata a santa, a martire da oleografia ideale, versare parole, preghiere, balsami fra quei tribolati...; insomma tutto un castello, un grandioso castello di tarocchi, che bastava un soffio a buttar giù. Infatti spuntavano a un tratto, spuntavano, pullulavano da ogni parte, a turbarle l’incanto delle sue visioni, e si mescolavano nella sua testolina piccole apparizioni di demoni da ospedale e da ambulanze, ufficialetti feriti e studenti vividissimi coi labrucci spruzzati di battetti neri. Allora Sofia scrollava la sua testolina e le sue fantasie, e correva a imbrancarsi scarica e folleggiante fra le compagne; a riappiccare il fulgore delle gioie collegiali, come a dire la merenda, i quaderni e tutta la geografia per l’esame; ed allora era persino capace di arrampicarsi come una pica sulle spalle della madre superiora.

* * *

Dopo quattro anni di prigione, Sofia uscì col piantoriso dell’educandato, e rientrò nel borgo natío, in casa della nonna. Col suo ingegno sottile e concettoso, essa comprese subito, che il collegio da lei lasciato era un mondo piccino, una vignetta da _Giardino di devozione_, mentre il vero mondo era di fuori, il mondo degli avvocati, che procuravano giustizia, dei medici che procuravano salute, dei terrieri che facevano fruttificare la terra, delle mammine, che educavano le figliuole e delle figliuole faccenti, che rassettavano la casa.

Un giorno la nonna disse a quel sennino: — Sofia, sai, domani sera voglio condurti a ballare....

— Con chi devo ballare?

— Oh bella! Si balla coi ballerini.

— Come? Coi ballerini? Oh no! no! Ci ho da essere anch’io.... se hanno da farmi ballare coi ballerini.... E voglio vedere chi sarà quel giovinotto che avrà il coraggio di pigliarmi per le mani o per le spalle.... Piuttosto gli graffio la faccia.

La nonna rise saporitamente tergendosi gli occhiali con un guanto di pelle usato, e conchiuse: — Brava, la mia creaturina feroce! te lo aveva detto solamente per ridere.

Pure sopravvenne anche a Sofia il pentimento di quella volontaria ripulsa. Parve anche a lei che la vita delle fanciulle fosse una vita senza costrutto, se esse non andavano al ballo. L’uscita dalla messa grande, mentre i moscardini del paese le aspettavano in ordinanza, fuori della chiesa, con l’ala vistosa della pezzuola di seta rossa, che spuntava dal nido del taschino del loro farsetto, — la passeggiata sotto i viali nel pomeriggio della domenica, mentre gl’infaticabili moscardini andavano su e giù fumando il loro sigaro e mostrando due altri sigari nuovi che rizzavano il collo dallo stesso taschino della pezzuola rossa, tutto ciò era un bel nulla rimpetto ai diritti che secondo lei spettavano alle ragazze ammodo: ci voleva il ballo, il ballo, il ballo.

Sofia ne tempestava la nonna, la quale le rispondeva:

— Se non lo volevi tu....

— Io allora, nonna, non sapevo nemmanco che cosa dicessi, non ragionavo....

— Mia cara nipote, tu ragionavi meglio, quando non avevi l’uso della ragione.

E chiudeva il discorso chiudendo la tabacchiera.

La povera Sofia credeva ingiusti per lei il Signore, il cielo, la terra, la nonna, perchè non le era consentito di andare a ballare; e qualche volta, sola nella sua cameretta, si dilaniava secretamente dal dispetto, pestava i piedi, mordeva le cortine, e poi piangeva.... Piangeva e quindi si asciugava gli occhi con tratti di fazzoletto, che parevano colpi rabbiosi di spugna.

* * *

Finalmente si annunziò nel paese un ballo straordinario, un ballo di beneficenza.

— Questa volta, nonna, non puoi dirmi di no.

— Perchè?

— Ma se è per beneficenza!... per metter su un asilo infantile, per custodire i bambini, acciocchè non siano pestati dai buoi, non caschino nei pozzi, nelle fontane, non piglino raffreddori coi piedini nudi nelle pozzanghere....

— Basta, basta, demonietto! hai ragione.... Quest’asilo è fatto apposta per te e per gli altri bambini....

E annuì alle istanze della nipotina, lisciando l’ultimo fascicolo degli annali _De propaganda Fide_, sua lettura prelibata.

Chi può dire l’affanno di Sofia per l’acconciatura del primo ballo? Provossi e riprovossi cento volte al giorno davanti lo specchio; si mise una camelia bianca fra le trecce castagne, poi più su, e poi più giù.... fece sopra sè stessa cento tortuosità di serpentello; e poi scappava folleggiando ad abbracciare la nonna o un cuscinone.

* * *

Appena entrata nel ballo, Sofia si trovò rimpiccolita, disadorna, mortificata, scandalezzata dalle spalle e dalle turgidezze scoperte di certe signore; e col suo cervellino da aquilotto gentile capì subito che cosa era e che cosa sarà sempre un ballo di provincia; se ne inquadrò in testa la stereotipia. La quale stereotipia è composta dei seguenti caratteri:

Una ragazza, la più vecchia, la più piccina, la più snella e la più povera del villaggio, in preda alla speranza di conquistare il lanternone più giovane, più alto, più sciamannato e più ricco; il quale, poveraccio! dopo una tiritera di quasi mezzo secolo finirà col dirle a cinquant’anni, che non la può sposare per opposizione dei propri genitori, il fanciullino!

Una fanciullona dalle forme più ubertose e più irrompenti, che si possano trovare in un circondario, tutta susurri, con un gramo ragno sparutello, due esseri fra loro perdutamente.... impossibili, come la flogosi e l’etisia;

Due o tre zitelle, che recitano a un professore di letteratura, per accenderlo di loro, l’ultima poesia dell’_Emporio pittoresco_, intitolata _Voci di Gattina_, emesse da Alfeo Alfei, scolaretto ginnasiale, poesia che esse credono una lirica europea;

Una signora, con un cervello di gallina, che schiamazza dei _Come? Come?_ ai complimenti che le dirigono i cavalieri più consumati, e risacchiando sempre, vuole farseli ripetere forte forte, affinchè tutto il ballo li senta;

Quattordici giovinotti che dicono contemporaneamente la stessa cosa a quattordici ballerine: — _Si diverte la signorina? — Grazie! E lei? — Come ho da fare a non divertirmi, con una ballerina così.... come...;_

Due o tre cavalli da corsa, che sbuffano, sbuffano in modo da far pietà a un medico-veterinario;

Ecc., ecc.

Finito il ballo, Sofia ritornando a casa tutta rinfagottata, incontrò per istrada alcune vecchie contadine che andavano alla Messa prima, alcuni contadini, che recavano le loro secchie di latte alla cascina; passò davanti alla bocca infernale di una fornace, che aveva cotto mattoni per tutta la notte; ed essa Sofia si sentì disgustata, pentita, quasi vergognosa, senza sapere nemmanco qual cosa la vergognasse.

Come si trovò sola nella sua cameretta, aperta la finestra, davanti ai rimproveri del mattino che si affacciava fresco e pulito a compire il debito suo, essa stracca, impolverata, con le narici inaridite, stoppate, con la gola arsa, confessò a sè stessa che il ballo non le aveva dato un milionesimo delle gioie che si era ripromesse; e stette lì un pezzo, dinanzi ai rimproveri del mattino, aspettando, sognando una più vera soddisfazione, un nuovo Messia, una cosa che non sapeva essa medesima che cosa dovesse essere.

III.

TUTTI E DUE INSIEME.

La cosa, il Messia, la vera felicità, che sta sopra la laurea, sopra il primo ballo, sopra tutti i pinacoli di aspirazioni, che si innalzino nei cervelli e nei cuori dei giovani d’ambo i sessi, è lo sposalizio, che con frase napoleonica si può chiamare il coronamento dell’edifizio, il matrimonio, cui il mondo pagano e il senatore Mantegazza elevarono alla dignità di Dio:

Hymen, o hymenæe — hymen ades o hymenæe!

Sofia ed Egidio si videro e si piacquero. Già varcarono lo scabro periodo dei dubbi, delle aspettazioni, delle notti insonni, angosciose, febbrili, degli affari legali, delle visite agli orefici e ai mercanti per le spese sacramentali.

Egidio non aveva più quell’aspetto di _cavaliere della triste figura_, che assumono d’ordinario i fidanzati; Sofia non aveva più quel fare impacciato, ingommato, proprio delle promesse spose.

Era spuntato il gran giorno. Le campane squillavano più argentine; cori di passeri e di allodole cantavano il duetto nuziale di Catullo; le allodole: _Ut flos in septis secretus nascitur hortis..._; — i passeri: _Ut vidua in nudo vitis quæ nascitur arvo..._; — e tutti insieme passeri e allodole: _Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe!_

Lo sposo era vestito di nero come un magistrato; la sposa era tutta bianca come l’immagine della Prima Comunione.

Entrarono nel palazzo municipale.

— Oh quanto scrive il segretario dello Stato Civile!

— Quale necessità di scriver tanto?

— Presto! Presto!

Gli sposi entrarono in chiesa.

— Come è lunga la messa!

— Grazie, arciprete, ella parla come il Cantico dei Cantici!

— Grazie! Noi l’abbiamo capito! Grazie! grazie!

Seguita un corteo, un circolo, una colazione. Tutto è pieno di complimenti, di strette di mano, che gli sposi non capiscono nemmanco donde vengano. Poi alla fin fine si è sul marciapiede della stazione. Giunge il convoglio.... Le signore piangono.... Gli sposi montano sulla predella di un carrozzone di prima classe... Dal marciapiede si protendono mani, sventolano fazzoletti.... Gli sposi si rinchiudono nel carrozzone.... Il treno fischia, parte.

Le signore del marciapiede singhiozzano; gli amici, i signori, ritornano indietro sorridendo, malignando, quasi ingrulliti.

A trovarsi sola per la prima volta in un convoglio con l’unica scorta di un giovinotto, Sofia ha l’aria di una tortorella fra gli artigli del nibbio. Negli occhi del nibbio si legge la contentezza della preda. Il fragore delle traverse e delle rotaje fa ribaltare nei due cuori giovanili i soliti versi di Catullo.... _Hymen ades o hymenæe...._

Poi una città sconosciuta, un albergo sconosciuto.

L’albergatore e i camerieri ricevono i due fuggiaschi con un inchino e un sorriso intelligente, che frena un leggiero desiderio di canzonatura, ma lascia tralucere chiaramente l’aumento speciale che essi faranno sulla nota, mezzo semplicissimo con cui anch’essi i buoni albergatori si degnano festeggiare i viaggetti della luna di miele.

Poi lo smorzare tragico di una candela.

_Quid faciant hostes capta crudelius urbe?_ _Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe._

Poi l’indomani la visita ai monumenti.

— Mia unica! Questa Certosa non vale un fico secco, rimpetto alla nostra contentezza.... È una imbecillità.

— Mio bello, questo Michelangelo non mi piace mica.... Andiamo via, piantiamolo senza dirgli nulla.... Disprezziamolo.

Poi l’entrata nel villaggio sconosciuto alla sposa, nella casa nuova, tutta piena di mobili nuovi.

— Qui tu sarai la regina.

— E tu sarai il re.

— Sì, mia sovrana, e niun governo costituzionale potrà fare la barba agli statuti della nostra famiglia bene ordinata.

* * *

Il giovane dottore, confortato dall’affetto della sua sposa, si inabissa con entusiasmo negli studi e nelle opere per la salvezza del suo prossimo ammalato; fa delle miglia e delle miglia a piedi per recarsi nei cascinali lontani; lotta lunghe ore, intiere notti con gli unguenti, col sangue, con le bende, fra lacere e fetide lenzuola, in una impassibilità statuaria per non delirare di un filo, per ridonare alla formula della vita qualche muscolo, qualche fibrilla, qualche essere sviato.

Una volta ritornando a casa stanco, con un incomodissimo sentore di scompostezza negli abiti e nelle ossa, è assaltato per istrada dalla pioggia. Le risaje, le pozzanghere, il tempaccio lo circondano di un fastidio insopportabile. Egli allora solingo, tutto ammollato e grondante, ripensa la sua battaglia quotidiana ed ignorata contro la tortura del dubbio e della schifezza per resistenza altrui; domanda a sè stesso dove c’è maggiore e più sconfortata abnegazione della sua; fa il calcolo delle rimunerazioni che ne ritrae, fra cui il sogghigno delle megere medicastre e la gratitudine dei contadini, che per avere il pretesto di non pagarlo gli levano persino il saluto. Se la piglia con la società, che non si accorge nemmeno delle fatiche utili e oscure dei lavoratori semplici e onesti; gli sembra che il mondo conceda onoranze e innalzi statue soltanto ai macellai dell’umanità, ai pazzi e alle altre sue escrescenze destinate alla storia, mentre dimentica coloro, che senza solletico di trombe, di storie e di giornali, senza sorrisi di dame compiono il dovere loro quotidiano più necessario al mondo che il pane quotidiano. Conchiude che la sua vita è una solenne corbelleria, che deve anche lui lasciare il villaggio e i suoi _paesani quadri_, andare in città, spargere la sua chiacchera nelle gazzette e nei comizî, ammazzare il prossimo per occupazione spettacolosa del pubblico, squittire le sue freddure nei salotti, tuonare o sbadigliare nei caffè, perchè la patria innalzi anche lui ai primissimi posti.

D’altra parte la signora Sofia, lontana per sì lunghe ore dal suo sposo, avverte come i suoi giorni trascorrono monotoni; e rimettendo sul tavolo il pesante giornale d’Egidio che ha tentato invano di leggere, legge poi inavvertitamente con la coda dell’occhio, gli annunzi teatrali nella quarta pagina: _Teatro Regio, Aida..._ Ciò basta per recarle innanzi un’atmosfera che le avvampa la testa e il petto. È il tepore che molce le scollacciature nei palchetti all’opera.... Le smaglia addosso un fascino di perle, un biancheggiare di mussola da ballo prefettizio.

Ma ecco sente di fuori scrosciare la pioggia.

— Poverino! Chi sa, dove ora si trova?

E quando per la scala monta una pesta cara e conosciuta, essa con un sopprassalto apre l’uscio.

— Dio mio! Egidio! In quale stato! Povero martire!

E dandogli un bacio ed una tazza di caffè, gusta una gioia, una baldanza, con cui non possono neppure venire a paragone le opere di Verdi e i balli del Prefetto.

Egli mordendo il collo alla sua Sofia, perde ogni sdegno contra la società, e giura seco stesso di essere sempre un lavoratore oscuro ed onesto.

I due sposi sono davanti al fuoco. Egidio appinza e trasloca con le molle i carboni accesi.

— Egidio, che cosa hai che non parli?

— Ritorno studente di liceo e ripasso un capitolo di storia.

— Quale? Dimmelo....

— Non voglio annoiarti....

— Su.... via....

— .... Penso che è un vero miracolo che i grandi uomini non abbiano ancora distrutta l’umanità.

— Perchè non l’hanno distrutta?

— Perchè ci furono sempre gli oscuri galantuomini a conservarla.... Certe volte, come nell’eccidio di Gerusalemme, nel sacco di Roma, o nell’incendio di Parigi, l’umanità ulula, sembra ferita a morte; perchè niuno potrebbe allora dichiarare al pretore che la ferita sia guaribile nè in venti nè in mille giorni. Eppure l’umanità si conserva sempre e progredisce....

— Perchè?

— Perchè vi sono delle brave sposine come te....

— E dei cattivi mariti come te....

Il fuoco del camino manda una laurea, una aureola d’amore su quelle due teste umili e contente.

* * *

Poi viene il massimo dì, in cui la più mignola mammina diventa veneranda come sant’Anna e in cui il giovane più prosaico si trasumana di contentezza, — il giorno in cui un esile vagito, che saluta la luce, riempie una casa del più musico scampanío di festa.

Poi vengono le cure delle piccole cuffiette, dei piccoli vestitini, delle piccole scarpettine che sembrano destinate a raccogliere la rugiada.

Poi non bisogna dimenticare di mettere la basta agli abiti nuovi, perchè questi benedetti ragazzi crescono su a occhiate; poi bisogna adattare i calzoni del maggiorino al minorello. Poi il Collegio, la distribuzione dei premi; poi l’alterezza di avere un figliuolo, che si addottora in legge o in matematica, ma non in medicina sotto pena della diseredazione; poi amori e imenei anche per i nuovi giovani; insomma tutto quanto l’ordine divino e perpetuo della famiglia, mediante la quale l’umanità si conserva e progredisce, non ostante l’eccidio di Gerusalemme, il sacco di Roma e l’incendio di Parigi.

* * *

Pensando a tutto questo avvenire di belle cose, un _congiunto dello sposo_, giovane studente di lettere, che aveva fatto il suo bravo _sonetto per le auspicate nozze_ del dottor Egidio e della gentile signorina Sofia, perdette la bussola, come la perdette notoriamente il sindaco Benevasio Zuccotti nel 1859, quando si recò alla stazione per salutare in nome del municipio il re Vittorio Emanuele e l’imperatore Napoleone III, che si recavano alla guerra:

— Maestà! — disse loro il dabben sindaco: — Maestà! — e poi restato in tronco, perchè il discorso imparato a memoria gli scappava via come il vento: — Maestà! riprese — per incarico del Consiglio comunale io vi impartisco la santa benedizione.

Così il giovane studente, piantato davanti allo sportello della vettura di prima classe, mezzo scusato dal _sacerdozio delle muse_, piccato di fare il suo novantanovesimo complimento alla felice coppia, si concentrò per un mezzo minuto nel vuoto come il tamarindi di Brera e poi proruppe: — in nome di tutti i parenti e di tutti gli amici, in nome di questo inclito borgo, che voi lasciate, o felici sposi, ancora una volta.... — qui voleva dire _vi saluto_, ma impaperandosi pronunciò un grosso _vi benedisco_, — facendo risuonare l’elegantissimo _isco_ in mezzo alla ilare attenzione generale.

La vaporiera sibilò la sua impazienza contra l’oratore.

— Grazie, sindaco!

— Grazie, prevosto!

Risposero allo studente, mentre i vagoni si urtavano per pigliare le mosse, due gaie voci vibrate da gentilezza scherzosa.

FINE.

INDICE

Pag.

Rovine, racconto biografico 5 Degna di morire, figurina nera 167 La laurea dell’amore, trittico nuziale 193

Dello stesso Autore:

=A Vienna=, _Gita con il lapis_. Torino, libreria Beuf, 1874 L. 2 — =Figurine=: _Carluccio — Lord Spleen — Dies — Galline bianche e galline nere — Sull’organo — High life contadina — I fumajuoli — Gioberti e Radeschi — La figliuola di latte — Un amore in composta — Gentilina — La vita nell’aja._ Milano, Tip. Edit. Lombarda, 1875 » 2 — =Narrazioni=: _Le conquiste — Il male dell’arte — Variazioni sul tema_. Milano, libreria editrice G. Brigola, 1876 » 2 50

Di prossima pubblicazione:

=Geromino a Roma=, _Note di viaggio_. Torino, Francesco Casanova, libraio-editore.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.