Rovine

Part 8

Chapter 83,745 wordsPublic domain

Aveva saputo che doveva giungere in Roma sua moglie diretta a Napoli con un garzone parrucchiere. A quella notizia gli erano venuti in mente i litri bevuti ammirandola nel villaggio natìo, gli era venuto alla gola quanto essa era bella, bionda, lustra e morbida; ed aveva sentito una forza irresistibile, che lo spingeva a ricuperarla strappandola a quel _ludro scellerato_.

Forse avrebbe scacciato quella tentazione, se avesse avuto dinanzi il dovere di continuare la sua protezione a Pinotto, che se la fosse meritata. Ma, non vedendosi lì presente quel dovere, egli era scattato via.

XXXIX.

Mentre egli era sparito, Fido e Pinotto si guardarono negli occhi quasi dicendosi reciprocamente: — Adesso siamo noi due soli in ballo. Ebbene balliamo.

Il giovane condusse malinconicamente il cane nel proprio covo, essendo la stanzetta dell’usciere rimasta chiusa per la partenza di lui.

Questa partenza aveva data una stretta al cuore del povero giovane abbandonato, lo aveva annientato, lui, che credeva di sbizzarrirsi tuttavia sull’amicizia del Capitano, fondandovisi come sopra un frammento di famiglia.

Mancandogli quell’ultima base, egli si mise a piangere.

Fido voleva che cessasse dalle lacrime; perciò si arrampicava sulle sue ginocchia, e gagnolava per farsi sentire. Egli lo ributtò dicendogli: — Seccante! — ma poi guardandolo, lo trovò negli occhi così pieno di leale e devoto affetto, che non potè tenersi dal chinarsi per stringergli la testa. Allora il cane sembrava matto; gli abboccava la barba, i capelli, lo baciucchiava per tutta la faccia in un modo disordinato e commovente.

Rinfrancato dall’amore di Fido, egli ebbe un altro dirizzone di bontà.

Appena riscosso alle Ipoteche il suo stipendio mensile di settanta lire, egli pensò di estinguere a un cavurrino per volta i suoi piccoli ma numerosi debitucci verso i portieri e i suoi colleghi d’ufficio, considerando che erano anche essi poveri come Giobbe e per di più padri di famiglia.

In questa operazione egli incominciò ad impiegare una quarantina di lire.

— Con le altre trenta lire, — egli ragionava con Fido, — noi altri due viviamo; se non benissimo, pure viviamo. —

Quella testa singolare, non certo chiamata per le matematiche, aveva dimenticato che c’erano da impostare nel suo bilancio mensile le venticinque lire della piccionaja. Pagata la pigione, gli restarono appena cinque lire per vivere lui e il cane durante un mese. Quindi, come era troppo naturale, egli dovette tosto farsi prestare nuovi cavurrini da quasi tutti coloro, a cui li aveva restituiti.

Così seguitò negli altri mesi restituendo e poi ridomandando di lì a poco il restituito, senza estinguere mai definitivamente il suo piccolo consolidato, che mancomale procedeva innanzi senza interessi come le cattive _azioni_ di un canale sfavorevolmente conosciuto.

XL.

Quella povera vita, nutricata con poche diecine di lire al mese, in compagnia di un grosso cane, non mancava però di dolcezze e di beatitudini, essendo egli poco per volta riuscito a formarsi un quissimile di guanciale nella sua miseria a forza di dimorarvi sopra.

Per esempio egli provava una specie di gioja pitocca nel sentirsi libero, oscuro, non soggetto alle imperiose leggi dell’educazione, della pubblicità e della personalità conosciuta, non costretto a stillare un articolo faceto di giornale col male ai denti, o a finire i periodi con grammatica al Tribunale o alla Camera.

Qualche volta indicava a Fido un giovinotto elegante per metà e per metà con acconciatura di «me ne impipo.»

— Quello lì io lo conosco; ma egli non mi conosce o finge di non riconoscermi più; egli è meno proprietario di noi, ed ha più debiti di noi, mancandogli già qualche diecina di migliaia di lire, perchè si possa considerare nullatenente, come diceva Giulio Cesare: ma a differenza di noi egli non si abbasserebbe nemmeno per raccattare i quattrini, con cui egli dovesse pagare un creditore, ancora che questi fosse affamato o gli avesse prestato i denari della laurea. Eppure a lui non difettano mai i mezzi per vivere disonestamente bene. Due anni fa egli ha ricevuto ventimila lire da.... (e qui bisbigliò un nome proprio illustre, che a noi non è lecito ripetere) e le mangiò in quindici giorni. Quando alla mattina esce da casa sua o da una casa di gioco o da luogo peggiore, senza aver più un centesimo in tasca, egli con viso sicuro arriccia le nari per fiutare l’aria e interrogare sè stesso: — ho da andare di qui o di là? — e scommette tra sè e sè: — non vado lontano cinquanta passi, che ho cento lire in tasca. Infatti, movendosi verso una direzione qualsiasi, al primo senatore, o ministro, o monsignore, o grand’uomo, o personaggio venerando, che inciampa, ei gli mette famigliarmente e con protezione birrichina le mani sulle spalle: e gli dà del _tu_ e si fa dare le cento lire. Fido! Quello li è uno scroccone di spirito, ma non invidiamolo; deve essere una grande fatica pel cervello e anche per il senso morale l’essere di spirito tutti i giorni a quella maniera.

— Fido! adesso guarda questo qui, con quel peperone gonfio al posto del naso, con quella ciccia fosca, falsa e tremula come quella dei bevoni e dei cretini, con quei calamai intorno agli occhi, con quella bocca sdentata e con quell’andatura di oca balorda. La sua posizione ha poco da invidiare alla nostra. Guardalo nella faccia: Come è bucherellata! che macchie nere e sinistre da appestato! Eppure è una bella testa, e lavora; ma lavora in cose che non fruttano, in versi. Quello lì è scannato come noi, e per di più ha l’abitudine di ubbriacarsi mortalmente tutte le sere, ed ha una moglie, che è persino peggiore della sua abitudine. Non la vorresti nemmeno tu, che sei cane. Che tribolazione profonda ed estesa deve essere la sua vita! Noi consoliamoci, perchè non siamo come lui miserabili di genio.... —

Pinotto e Fido si sentivano contenti della loro sorte non solo nei colloqui e nelle apostrofi, che si comunicavano, ma eziandio nei soliloqui, che ciascuno faceva per suo conto, sebbene spesso si incontrassero.

Infatti gli stessi ricordi martellavano nei cervelli del cane e del giovanotto; erano ricordi del Piemonte, in cui erano ambidue compatriotti; ricordi del villaggio di Edoardo, dove Pinotto nei suoi tempi migliori, fulgido e bizzarro come era, aveva fatto da Satana e da Messia per quelle signore e signorine dei campi, — dove l’inserviente comunale lo aveva preconizzato con certezza matematica per un futuro grand’uomo politico e grandissimo oratore, — dove Fido con la sua indole facile alle entrature era divenuto intrinseco del padre di Edoardo, sindaco; lo accompagnava nelle adunanze della Giunta municipale, nei balli e al teatro, ed aveva oneste accoglienze da per tutto, persino in chiesa, tanto che era chiamato il vice-sindaco del paese.

XLI.

Il cane non abbandonava mai il nuovo padrone: si recava con lui alle Ipoteche, dove era tollerato in un canto.

Quando si avvicinava l’ora di uscire dall’Ufficio, Fido lo annunziava a tutti, raspando contro alle porte e ai banchi, e andando ad avvertire specialmente Pinotto con mille squittii d’impazienza; quindi precedendolo voleva mostrargli la strada d’uscita.

Quando poi egli usciva davvero, allora esso scavallava nella via sfolgorando, come divenisse sua la Città Eterna, e scorrazzava intorno al padroni con cerchi fulminei come un cavallo da corsa flagellato dal fantino.

Andavano insieme dal minestraro, dal cioccolattiere, all’osteria di cucina; si facevano mille complimenti. Il cane non voleva quasi mai mangiare ciò che gli offriva Pinotto, temendo che questi soffrisse qualche privazione per cagion sua; voleva provvedere esso stesso ai proprii bisogni, e se avesse potuto, avrebbe provvisto abbondantemente anche a quelli del compagno.

Portava sempre nella cameretta ossa abbondanti e ancora ricche di polpa. Una volta portò addirittura un intiero prosciutto, che avrebbe tentato l’appetito di chicchessia, non che dello stomaco vuoto di Pinotto. Ma questi per delicatezza non osava mai defraudare il cane del frutto delle sue fatiche.

Era un vero idillio di pace e d’amore, tutto circondato da attenzioni di un galateo diplomatico.

Alla sera, nei caffè da due soldi, sopportavano insieme tutti e due per lunghe ore le occhiate dei fattorini, che volevano cacciarli via; così risparmiavano l’illuminazione a casa.

Era sì grande in Pinotto la soggezione del cane e la relativa inspirazione del bene, che un giorno essendogli comparsa nella cameretta la _quaglia_, per cui l’usciere quella volta non aveva potuto farsi da lui ricevere, la congedò per sempre.

XLII.

Quando si trovavano al Pincio, Pinotto faceva a Fido la spiegazione dei busti degli uomini illustri.

— Vedi, cane! questo qui è Brofferio. Dovrebbero ristampare in una collezione le sue arringhe forensi e i suoi discorsi parlamentari. Così, studiandoli, i nostri giovani imparerebbero a discorrere con chiarezza e con fuoco, e non farebbero il brodo lungo, torbido e scipito, che fanno gli avvocati e i deputati adesso.

— Questo qui, cane, è il busto di un minchione. — Così dicendo, per una recrudescenza del suo spirito beffardo, egli schiaffeggiava leggermente ma vistosamente le guance marmoree di quel grand’uomo, giudicato tale dal municipio, e da lui battezzato per un famoso minchione.

Alcune volte seduto sopra una panca pubblica, godendo le largizioni del _padre dei poveri_, come questi chiamano il sole, egli sentiva l’ultima felicità terrena, quella degli ammalati e degli accattoni, che a poco a poco si addomesticano alle loro piaghe, ai loro parassiti, al loro sucidume o al loro fetore, e finiscono per trovarvi una specie di gustosa occupazione di questa inesorabile vita, che è data a consumare agli uomini.

Ma certe altre volte, egli vedendo passare una carrozza, di cui il cocchiere davanti e il lacchè di dietro avevano l’alito affocato di salute e la pelle rossa come marrocchino, o vedendo dalla via traverso i vetri di un caffè una lunga tavola apparecchiata con quei filari di salviette bianche come oche e trascorrere un pettinatissimo fattorino, recando, con elegante agilità acrobatica, in palma di mano una larga guantiera, oppure leggendo in un giornale qualche bestialità straordinaria detta da un deputato o da un ministro, egli sentiva sprazzare via da sè velocissime tutte le acquiescenze e le pretese beatitudini dei poveri diavoli rifiniti come lui; egli risentiva allora nuove smanie e più acute di voler mangiar bene, vestir meglio, dormire ottimamente ed entrare cogli speroni nel Parlamento, nei giornali e nei ministeri, dare una presa di ciuchi a quei signori ed insegnar loro col frustino, come si fa e come si parla. Allora si sarebbe arrotato contro alle muraglie per torsi la ruggine dalla pelle; avrebbe mangiato il bottino di Fido vettovagliato nella sua stanzetta; allora si mordeva i pugni, scalpitava.

In uno di tali _ricorsi storici_, egli ebbe una vera ripresa di esplodente lepidezza, passando davanti a Montecitorio.

— Ah! se fossi mai ricco! — egli borbottò nella sua mente, rivolgendosi al cane: — Ah, se fossi mai ricco come il fu duca di Galliera, come Torlonia, come Telfener! Oh! non vorrei mica perder tempo nè aspettare che si introducesse qualche suffragio universale o scrutinio di lista a sciuparmi la propizia occasione. Vorrei tosto presentarmi candidato nelle prossime elezioni generali al suffragio ristretto di tutti i 508 collegi uninominali del Regno, e farmi nominare deputato proprio da tutti i cinquecento e otto, niuno eccettuato.... Ah! Ah!... (E così pensando, Pinotto gioiva febbrilmente:) Farei, sarei io solo, almeno per le prime sedute.... tutto Montecitorio, io solo.....; compilerei da me solo la risposta della Camera al discorso della Corona, mi verificherei da me stesso i poteri; mi nominerei presidente, vice-presidente, segretario, sotto-segretario, questore e bibliotecario; muoverei interpellanze e presenterei ordini del giorno; solleverei io solo, come un burattinajo nella baracca dei burattini, le più tempestose discussioni....

Dopo avere urlato sul mio seggio di rappresentante universale del popolo, salterei sul seggiolone del Presidente, e griderei a me stesso: facciano silenzio, onorevoli colleghi!... Scampanellerei, come per l’arrivo di un piroscafo; e nei casi estremi, afferrato il cappello, me lo calcherei sulla testa, per sedare il tumulto di me medesimo; avrei per me solo gli sguardi delle bellezze brevettate della tribuna diplomatica e di quelle della Presidenza, le sonnolenze della tribuna dei senatori, le attenzioni delle altre tribune pubbliche o riservate, mascoline o femminine, civili o militari; si farebbe per me solo il resoconto magro e sbagliato dei giornalisti appollajati nella loro colombaja, _a cui non giunge la voce bassa dell’oratore_ e quello sovrabbondante, riveduto e corretto dagli stenografi.

Farei e riscuoterei da me solo gli _applausi_, i _vivi applausi_, quelli _generali e prolungati_, i semplici _segni di approvazione_, l’_ilarità_, le _risa ironiche_ e anche i _mormorii_, non esclusi nemmeno i _movimenti in senso diverso_; quindi, in fine della mia sudata eloquenza, mi affollerei a stringere da me stesso la mano all’.... oratore.

Insomma vorrei pigliarmi tanti e tali spassi da empirne e disgradarne un romanzo di Giulio Verne; e dopo averne fatte più che Bertoldo, non mi degnerei poi nemmeno di optare per verun collegio; li rinunzierei tutti 508 a cinquecento e otto uomini di buona volontà. Quindi noi, Fido, avanti, in marcia! Andremmo in un altro paese mezzo costituzionale, ad acquistarvi la cittadinanza e ripetervi le stesse scenate di gusto milionario.

D’ordinario quelle smanie dolorose o gaudiose, erano terminate da un colpo di tosse, a cui non tardò ad unirsi lo sputo di sangue, che venne da lui salutato come un cortese amico.

XLIII.

Chi finiva poi per consolarlo completamente era sempre Fido. Con lo sfregacciolare il proprio muso e le tempia contro gli stinchi di lui, col fargli sentire sulle mani l’incrinatura dei suoi baffi, col rizzarsi sulle gambe posteriori a far la manovra dell’orso e della scimmia o gli esercizi del soldato, e con lo stare attento per pigliare al volo ogni battito delle palpebre di lui; col pedinarlo da per tutto, esso gli diceva continuamente: — Pinotto, tu non sei solo; tu hai in me un fedele amico, servitore e protettore. —

E Pinotto ciò ben intendeva, ed amava veracemente quel cane; lo amava e lo trovava bello nelle sue mattie e nella sua gravità; — quando si riversava poco decentemente per terra e quando si acciambellava pulitamente sopra una seggiola, tutta riempiendola; — quando incedeva glorioso con un osso in bocca e quando camminava a randa dei suoi piedi, il muso dimesso e la coda in mezzo alle gambe; — quando ringhiava contra qualche canucciaccio maleducato, che gli si avvicinava, e quando fremitava, scalpitava e brillava di luce amorosa rizzando le orecchie in piegature metalliche davanti a qualche leggiadra e indulgente cagnolina; — quando si discostava quasi per fargli la celia di tradirlo e poi ritornava a lui fragorosamente, quasi per portargli la buona novella, — e quando, da lui minacciato di esser chiuso in casa, protestava graffiando, zufolando, mugulando e sputava via persino i grummoli di zucchero, con cui si cercava di abbonirlo. Pinotto lo amava Fido, lo amava appassionatamente e liricamente.

Allorchè egli pensava a Glafir, origine della sua prima maledizione materna, e guardava Fido, di cui si sentiva ogni giorno più innamorato;

— Ah! la vita — diceva — è proprio piena di compensazioni! Sì, Fido, tu cane, mio unico consorte, sei pure il mio riparatore. —

XLIV.

Ma oramai poco tenacemente egli poteva pensare. Il suo cervello già così gagliardo, così prepotente e fino all’estremo motteggiatore del cielo e della ferra, sotto la calca delle disgrazie si era oramai rammollito come il cervelluzzo di una villanella cretina, che nelle sue estasi vede apparire la Madonna sopra il ciliegio del giardino del prevosto.

Quindi spesso lo riassalivano entusiami infantili di moralità, impeti collegiali di sacrifizio patriottico, di martirio religioso, e di intolleranza ingenua, come se fosse stato ammesso appena ai palpiti della prima comunione. Allora rabbrividiva nel vedere due giovani persone di sesso diverso, sebbene fossero stati sposi, che passeggiassero insieme a braccetto. Allora dentro la sua rigidezza allobroga facendo un morboso intruglio delle ultime idee bollitegli in testa e dell’ultimo _comunicato_ letto sui giornali, desiderava e si figurava pazzamente di riuscire un mistico eucalipto, che producesse nella Città maggior bene di quello aspettato dal vero eucalipto nella campagna romana; cioè prosciugasse ad ogni minuto nella imporrita razza prelatizia l’umido per dieci tanti del volume del proprio corpo.

Ma quelle fantasie gli svanivano, ed egli si trovava tosto, come trasportato di punto in bianco nella più assaettata, affamata e desolata realtà.

Un giorno, spinto sconsideratamente da una ghiottoneria elaborata dal digiuno, e dimentico di ciò che era in quel tempo, cioè un mendico, e fidente forse di essere tuttavia il giovane elegante e ricco di una volta, entrò senza avvedersene nella trattoria di Spilmann.

Rimase subito spaventato a quell’atmosfera calda, a quegli atomi impregnati di squisita cucina, a quell’acciottolío di porcellana, a quel tintinnío di posate d’argento, a quel nero luccicore dei cappelli a cilindro, a quei bianchi sparati di camicia dei _pajni_ e dei diplomatici. Egli, che quattro mesi prima scrivendo a sua madre si era confessato ancora superbo come Lucifero, egli tremolò di paura davanti al bel cameriere, che compariva al suo cospetto.

Aveva tratto istintivamente di tasca un pane per accompagnare una scodella di trippe, che voleva domandare; invece rispose al cameriere:

— Scusi... mi sono sbagliato di portina. —

Il cameriere con un inchino gli aprì la portiera; ed egli appena toccò le lastre della via, si trovò libero e contento, come se fosse uscito di prigione; e disse seco stesso con una bonarietà religiosa e rispettosa da vecchio organista del villaggio: — Che bravo signorino è quello là! Come mi ha trattato gentilmente!

Quella sera però non potè tenersi dall’entrare in una osteria e consumarvi voracemente due lire.

— Domani faremo economia; — egli disse a Fido, e fece un’atroce economia. Comperò soltanto due soldi di pane per totale nutrimento di ambidue, ed abolì la candela di sevo, che soleva piantare dentro il collo della bottiglia nera, borbottando: — Fido, dobbiamo d’ora innanzi coricarci al bujo. —

Intanto fra la solitudine e l’inedia gli si rammolliva sempre più il cervello; e, oltre al cane, lo accompagnava sempre un’apparizione, che navigava come una luna nella nebulosa della sua testa.

Di lì a quattro giorni egli non potè rattenersi dall’entrare nella trattoria della Rosetta, dove comandò una costoletta alla milanese. Gli piacevano tanto siffatte costolette ed era da tanto tempo, che non ne aveva più assaggiate!

Pure, essa gli apparve come un delitto di gola, quando se la vide dinanzi. Credette di divorarla... Folle! Non era più capace nemmanco di mandarla giù tutta.

— Fido, ne vuoi?

Fido gli fece cenno di no.

— Come sono debole!...

Venne il cameriere a domandargli: — Comanda altro?

Egli fu vergognoso di avere comandato soltanto una costoletta in quel luogo, e domandò ancora una minestra di cappelletti al brodo, una crostata di visciola, un mandarino e un pezzo di formaggio lodigiano con mezzo litro di vino bianco asciutto. Egli rintuzzava il rimorso che lo ingombrava per quel rialto così lussurioso, dicendo seco stesso e a Fido: Eppure, anche io ho diritto di vivere! non è vero?

Si sforzò a spilluzzicare più che poteva, ma non riuscì ad ingollare gran cosa.

Richiese il conto, e senti che faceva 4 lire e 25 centesimi. Ne rimase costernato e fu lì lì per piangere. Gli parve di udire sua madre, che gli dicesse con ragione: Ah! tu che hai gettato i denari dalla finestra, oh! se tu li avessi adesso quei denari là! come ti farebbero buon pro’!

Guardò nel portabiglietti; non c’era tutto il bisognevole; ma razzolando i soldi e i soldoni nel taschino del panciotto potè fare le 4 lire e i 25 centesimi, a cui aggiunse altri 5 centesimi per la mancia, restandogli ancora 3 soldi per il vitto del giorno successivo.

Egli, uscendo dalla trattoria, si malediceva da sè stesso: — Sono proprio sempre stato uno spensierato; ma tu, Fido, dovevi correggermi, non dovevi lasciarmi entrare, dovevi mordermi! —

Ritornando a casa, egli guardava amoreggiando le finestre degli ospedali.

Il giorno dopo, portò un ludibrio di fagotto al Monte di Pietà, ritraendone pochi centesimi.

Passati tre altri giorni, non aveva più un soldo in tasca per il pane quotidiano. Voleva domandare qualche cosa al Capo Ufficio, ma quel giorno questi era di cattivo umore inaccessibile. Il rigiro dei cavurrini restituiti e poi ridomandati egli lo aveva già fatto.

Dopo avere titubato per tutta la giornata, una lunga giornata della proverbiale lunghezza, che dà l’angoscia dell’esser senza pane, finalmente, prima d’uscire dall’Ufficio, abbordò un suo collega:

— Scusi, ho dimenticato a casa il portabiglietti.... Vorrebbe favorirmi per pochi giorni cinque o sei lire?

— Mi rincresce! non ne ho; — gli rispose l’altro asciuttamente.

E Pinotto imperterrito: — Allora favorisca prestarmi un soldo, per comperare la _Capitale_ da basso.

— Prenda! — e il collega glielo diede con la mala grazia di un Istituto Bancario verso un patriota illustre ma non solvente. Certamente pensò: Ah sì! comprerà la _Capitale_ per involgervi dentro l’ultima camicia, che ha indosso e portarla al Pietoso Monte!

Ma Pinotto trionfava; lo aveva il soldo: il suo cuore gli batteva forte: — Ah! è giusto il proverbio, che non si muore di fame.

Andò a comperare un pane, e si sentì la forza di aspettare ancora qualche ora prima di addentarlo. Passeggiò. Nel cielo stagnavano nubi sanguigne. Egli guardava in su: vedeva la sua solita apparizione, una Madonna. Era sua madre.

— Viene, viene! — borbottava fra sè.

Il cane non poteva farsi guardare da lui, per quanto vi si adoperasse; gli correva fra le gambe come una fiondata a rischio di stramazzarlo, gli addentava le falde dell’abito e le tibie, gli era sempre tra i piedi, ma tutto inutilmente.

Pinotto guardava sempre in su.

Finalmente egli risolvette di tornare a casa.

Il sole tramontava sinistramente. Rientrato nella sua piccionaja, egli fu offeso da un giallore di pessimo augurio, che vagolava sul pavimento, sulle colonne sverniciate del letto e sull’attaccapanni tarlato, ed entrava persino a illuminare il vuoto completo dell’armadio aperto: senza una ciabatta! Se avesse potuto, egli lo avrebbe smorzato quel giallore!

XLV.

Si sedette; estrasse il pane di tasca; — tossì.

Aveva una fame che gli rodeva le viscere. Quel panetto lo fumerà in un flato. Si provò ad addentarlo, — Dio mio! Non ne aveva nè la forza, nè il coraggio. Ne esibì al cane: — Fido, prendi; anche tu avrai fame. —

E il cane aveva fame davvero; imperocchè, preoccupato in tutto quel giorno a tener d’occhio il padrone per l’inquietudine che gli destava il suo aspetto — esso aveva trascurato di fare la solita provvista delle ossa; pure temendo di recare il minimo torto a lui, rifiutò l’offerta.

Pinotto volle ficcargli forzatamente un boccone fra i denti; ma non riuscì ad aprire quella rastrelliera sprangata.

Allora estenuato lasciò andare le mani spossate; chiuse gli occhi, tossi più forte e si senti nella bocca il sapore plumbeo del sangue caldo, mentre gli girava addosso il senso di un freddo marmoreo.

Credeva di avere sulle ginocchia il muso di Fido, il quale invece dimorava là lontano, tutto turbato per lo stato di lui; ogni po’ usciva sul ripiano, per vedere, se c’era qualcheduno da avvertire, e poi rientrava e stava lì con quei suoi occhioni aperti, quasi volesse medicare il padrone con le guardate amorose.