Rovine

Part 7

Chapter 73,572 wordsPublic domain

«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e nipoti di una portinaia; hanno tutte l’ossame grosso con certe facce mascoline, che starebbero molto bene non già alle nove muse, ma ad altrettanti suonatori di tamburo della defunta Guardia Nazionale.

«Eppure esse formano una potenza di felicità.

«Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cui sono tutte impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare visibilmente per via la loro felicità terribile.

«È un mercato, una fiera luminosamente allegra che passa. Nessuno, che le guardi, commette il minimo peccato di desiderio per loro conto. Eppure esse si infischiano sovranamente di tutto e di tutti.

«Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal mattino alla sera, hanno costituito una rispettabile consorteria di pensieri e di buon umore, di gergo convenzionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e di occhiate assassine, a cui nulla resiste.

«Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgraziatamente davanti il loro casotto, sia egli un pezzente o un _pajno_, un capitano dei pompieri od un uomo di Stato, e lo colpiscono con mirabile divinazione nel suo lato debole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi esso nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente o negli stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano con una maestria di una felicità invidiabile, che meglio non potrebbe fare Vittorio Imbriani.»

——

«R., (si ommette _honestatis causa_).

——

«S. — Severina è una perla di ragazza, un colonnino di bellezza, di morbidezza e di dolcezza.

«Fu assassinata anzitutto da suo padre, che prima di morire ebbe cura di mangiarle disgraziatamente quattro quinti della sostanza lasciatale dalla defunta sua mamma. In seguito fu vieppiù assassinata dai preti, i quali continuano a rosicchiare le due vecchie cugine, con cui ella convive mantenendole del suo.

«Nessun giovinotto osò amarla, perchè la sua fortuna andò sempre liquefacendosi in modo viemmaggiormente riconoscibile, e anche perchè ella non diede mai una stretta di mano, che non fosse frigida e rigida.

«Oltre a ciò la poveretta non divide la terza parte delle credenze e delle pratiche religiose, in cui infuriano le vecchie beghine, alla cui compagnia si è condannata.

«Per tutti questi motivi, Severina avrebbe tutti i diritti di essere infelice: lei bella senza ricchezze; buona, senza amore; sempre in mezzo all’odore di sacristia, essa che ha il cervellino mezzo filosofico; per di più pare sia stato scritto per lei — _nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria!_ — Infatti se non fosse stato di certi se, in cui ella non ci ebbe proprio veruna colpa, insomma, se le cose fossero andate, come dovevano andare, ella avrebbe dovuto trovarsi al presente sfolgoratamente ricca e corteggiata.

«Eppure nonostante questi ottimi requisiti di infelicità, Severina è tutt’altro che infelice. Con la squisitezza del suo animo e l’elevatezza del suo ingegno si è fabbricata alcune massime, che mette rigorosamente in pratica, e della loro scoperta è gelosa e contentona, più che se avesse ottenuto da un Congresso Astronomico il permesso autentico di battezzare con il suo nome quattro nuovi pianeti e il relativo brevetto di invenzione dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio.

«Per esempio ella ha trovato, che le ragazze povere non devono mai amare, perchè glielo proibiscono l’interesse e soprattutto la dignità.

«Questa _trovata_ è una delle sue principali ricchezze. Ha poi scartato da sè, mediante un lunghissimo processo di analisi, quasi tutta la scoria degli atti del culto esterno, ed ha condensato la sua religione in un brodo consumato di ideale evangelico.

«Tutto questo preparato di chimica religiosa secondo lei è riuscito addirittura un capolavoro, cui ella va ogni giorno raffinando di più, mentre vi si affina lei stessa; per cui, oramai atrofizzatosi completamente il cuore con altre parti della vita animale, non solo si crede ma si _sente_ in diretta relazione con certe intelligenze e consolazioni di ordine sovranaturale; quindi giornalmente compie atti di eroismo domestico con la più felice ed eterea indifferenza.»

——

«T. (non si può inserire per la ragione detta alla lettera R).

——

«U. (Idem).

——

«V. (Idem).

——

«Z. è un dottorino lungo e rettilineo con la testa da rettile, nella quale si trova un cervellino microscopico, che brilla di una luce insistente, rabbiosa e ridicola come una scheggia di madreperla in un banco di sabbia.

«Egli è venuto al mondo con la sconfinata ambizione di signoreggiare la Società, mostrandole apertamente il proprio disprezzo; cómpito difficile e metodo fallacissimo, imperocchè la Società non concede i suoi favori se non a chi la piaggia vistosamente; padronissimo questi di sputarle contro, ma solo dopo essersi trincerato nel più stretto incognito.

«Quindi il dottorino Z., invece di riempire di sè cento volte al giorno, come neppure sarebbe bastato al suo desiderio, le Camere, la Stampa, la Scienza, l’Italia e il mondo, divenne dopo mille sforzi e rimase nel suo mestiere un oscurissimo specialista di malattie vergognose.

«La sua anima dovrebbe esserne afflitta e _ruggire_ continuamente, come lo _spirto d’abisso_, quando se ne parte _Vôta stringendo la terribil ugna_.

«Eppure l’altra settimana io ho riveduto il mio caro dottorino, con uno splendido cappello a cilindro che quasi mi abbarbagliò. — Quel cappello — dissi meco stesso, — è un indizio certo di sicurezza e di felicità interiore, perchè un’anima fiacca e malinconica fa il contrappelo al suo cilindro nel primo uscio, in cui scantoni. Quale sarà la ragione di questo fenomeno?

«La investigai.

«Mancando al Nostro qualsiasi supremazia esterna, egli si è cristallizzato poco per volta nel suo sè un sentimento di supremazia interna, per cui giunse a dire sul serio ad una allieva infermiera, che egli non si credeva inferiore ad Alessandro Magno.

«Il continuo esercizio di questo sentimento gli fece ammucchiare giorno per giorno un tesoro di prodigiosa imbecillità, che basterebbe a rendere felici quattordici generazioni di Accademici delle Scienze, non che un solo dottorino. Eccone due soli esempi:

«Il dottorino Z. l’altro giorno ricevette il diploma di _Italiano benemerito_ della Società Neo-latina sotto la presidenza onoraria del Principe Ereditario, con medaglia d’oro e mediante pagamento immediato di lire ventisei.

«Ebbene egli, l’antico scettico, lo ha accettato, mandando senza dilazione al Gran Maestro Creatore del nuovo ordine di iniziativa privata il desiderato vaglia postale di lire ventisei, e non solo ha fatto questo, ma scrivendo ad un mercante di campagna aggiunse alla sua firma con la litania degli altri titoli anche quello di _membro Italiano Benemerito della Società Neo-latina_ dimostrando l’evidente pretesa, che il campagnuolo rispondendogli riproducesse tutto quel carnevale di titoli sulla soprascritta.

«Un’altra più marchiana. — Ieri il dottorino Z. seminò in un vaso di fiori un pizzico di seme bachi da seta, presumendo, che avrebbero a spuntar come il trifoglio o il prezzemolo per la sola ragione che li seminava lui.

«Si teme che quest’eccesso di felicità lo abbia a far tradurre prestissimo al Manicomio Provinciale, locchè sarebbe per chicchessia la massima delle felicità terrene.»

——

«Insomma, ricapitolando, senza una capitale presunzione non si dà felicità a questo mondo, ed essa si può un’altra volta definire con una piccola variante: — La felicità è la supposta _privativa_ della infallibilità personale per parte della cocciutaggine, della imbecillità, e meglio della pazzia umana.

«Un immenso proverbio aveva già detto: — _chi si contenta, gode_.»

——

«Mi pare cosa certa, che oramai l’Arte si muta in mestiere, e l’Artista in artigiano.

«Nessuna persona ammodo ha il coraggio di leggere un libro che abbia fatto furore dieci anni fa, come niuna signora elegante ha il coraggio di mettersi in testa un cappellino, che sia stato di moda dieci anni prima.

«Si estendono agli artisti le regole degli artigiani, e prima di tutte quella di non fare nulla che possa eccedere le facoltà estetiche ed intellettuali, che sono normalmente comuni a tutti i _travetti_, a tutte le maestre elementari, a tutti i parrucchieri, a tutti i lavapiatti e a tutti gli _assidui_ dei giornali politici.

«Insomma si dà come principale norma dell’Arte la _misura_, la quale fino a ieri è stata soltanto la norma dei sarti, dei calzolai e dei falegnami.

«Secondo me invece la principale norma dell’Arte non è già la _misura_, ma la _smisuratezza_.

«Per me il genio del vero artista è una specie di pazzo furioso, che dà delle enormi capate in cielo e ne stacca stelle e procelle a illuminare o interrorire la terra.

«Così mi è parso leggendo la Bibbia, Omero, Dante e Shakspeare.

«E la scienza del professore Lombroso è d’accordo con me nel GENIO E FOLLIA!»

XXXV.

Seguita il _Sillabo dei pensieri cattivi_ di Giuseppe Panezio, dai quali si pare a quale disperazione gelida e atroce dell’intelletto possa condurre più che la miseria l’abbandono di una madre.

——

. . . . . . .

«Sempre nuovi tormenti e nuovi tormentati.»

——

«La donna più onesta è la donna, che ha più cattivo cuore.

«Viceversa la donna disonesta è la donna di più buon cuore.»

——

«Ho sentito ieri dire da una popolana, che suo marito era soltanto geloso degli amanti poveri di lei.»

——

«_In demissa_ macheronicaque _latinitate, qua utimur_ larvandarum _liberarum idearum causa, — uxor infidelis est quædam mulier_ GENEROSA _sine permissione Quæstorisque taxatione_.»

——

«_Mulier occupatur difficilius, quae aliquam infirmitatem timet accipiendam._»

——

«Nell’aritmetica dei giovani celibi, la signora altrui equivale ognora ad una Taide gratuita. Essi dopo aver fatto ben bene il proprio conto, credono sempre più economico lo spendere una grossa somma di moralità, che non una piccola di denaro. — Però questo computo non torna quasi mai loro veritiero.»

——

«In nome della Verità, del Buon Senso e della Legge vorrei sbandire dal Vocabolario e dalle superstizioni dell’Umanità le parole _fanciulla sedotta_.

«Non ci è mai stata, e non ci sarà mai una ragazza sedotta. Lo si può calcolare con esattezza matematica valutando l’interesse che ha ciascuna delle parti a tirare a sè l’altra, e la posta che ciascuna mette in giuoco.

«La ragazza ha l’interesse del matrimonio, che è la sua dignità e la sua impunità in questo mondo, e mette in giuoco un nonnulla.

«L’uomo, il preteso seduttore, ha un piccolo interesse momentaneo, e mette in giuoco una immensità, la libertà personale e l’onore della sua vita, se casca nel baratro del matrimonio. Quindi è facile capire che è sempre la cosidetta ragazza sedotta quella che ha sedotto il suo calunniato seduttore.»

——

«L’uomo che meriti in qualche modo il titolo di seduttore, è l’uomo che siasi ammogliato appositamente, cioè siasi acconciato a perdere volontariamente la sua libertà e la sua dignità rispetto a una donna, per poter tradire con sicurezza di impunità tutte le altre.»

XXXVI.

Seguita ancora l’_Album atroce_ di Pinotto.

——

«L’amore per le donne è ciò che dicesi uno sciocco _convenzionalismo_.

«La stessa bellezza delle donne è un convenzionalismo.

«Può essere, cioè parere bella una donna, che si vegga fuggitivamente, con cui non si abbia parlato nè ballato mai.

«Allora la donna reale è bella, come la donna ideale che si trova nei libri e in altre opere d’arte, perchè ci lavora o ci ha lavorato intorno la fantasia.

«Ma si mangi il sale insieme e per un sol giorno con la più portentosa e più ammirata bellezza di donna che esista realmente, e poi riuscirà impossibile ad un osservatore coscienzioso di trovarla ancora bella, dopo che abbia potuto osservare minutamente a tempo debito le chiazze della sua epidermide sotto le occhiaje.

«Quindi io nego, nego recisamente l’assurdo dell’amore reale per l’umanità presente.

«Amare realmente e naturalmente è una cosa, che potranno fare tuttavia i fiori dei campi e gli uccelli del bosco, le cui generazioni si sono mantenute sane e illibate ai benefizi dell’aria libera e ai lavacri delle intemperie.

«Ma per l’Umanità, che discendendo per i secoli si è sempre più imputridita nei fetidi cubicoli della sua civiltà, l’amore è diventato bugiardo, benchè pochi si accorgano o vogliano ammettere, che sia tale.

«L’unico amore logico, vero e tuttavia possibile per un uomo sincero è l’amore platonico verso una donna quasi da lui sconosciuta.

«Quanto a me, il solo ricordo delle donne, che mi hanno dato un bacio, mi muove a stomaco.

«Sento invece, che amo furiosamente la figliuola del notaio Raffa, che ho vista una volta sola e nella penombra.

«L’amo tanto che morirei per lei.»

——

«Non saprei precisare, se la razza umana presentemente sia più vile o più convenzionale.

«Essa si mostra convenzionale anche nell’esercizio delle sue più importanti prerogative, per esempio nel suicidio.

«Di tanto in tanto un garzone parrucchiere disperato, perchè una modista invece di sposare lui ha accettato il solido _trattamento_ offertole da un banchiere, pone fine miseramente ai suoi giorni mediante asfissia, annegamento o salto mortale dal quinto piano; e si legge costantemente nella _Cronaca Nera_ dei giornali, che in mezzo ai pettini dell’infelice suicida, sul tavolino da notte, presso il braciere dell’asfissiato, o sulla ghiaja del fiume d’accosto alle scarpe dell’annegato, si trovarono aperte le inevitabili _Ultime lettere di Jacopo Ortis_.

«Or bene queste lettere, dinanzi al nostro modo di sentire odierno, secondo me, non sono più altro che una freddissima decorazione di malinconia patria ed amorosa, una decorazione materiale e posticcia, come quelle gramaglie listate di similoro, con cui i tappezzieri addobbano le porte delle chiese e gli usci di casa invitando il pubblico a pregare per l’anima della damigella X, Y o Z, deceduta nella verde età di anni settantacinque.

«La lettura dell’Jacopo Ortis, a chi abbia le sue facoltà naturali in equilibrio, può far nascere l’occasione di uno sbadiglio e l’idea di andare a bere un bicchierone di birra, ma non mai quella di ammazzarsi.

«Eppure, chi sa fino a quando nelle rispettabili corporazioni dei giovani parrucchieri, dei garzoni panattieri, sartine, ecc.; durerà questa benedetta usanza di darsi volontariamente la morte, facendola precedere dalla lettura dell’Jacopo Ortis?»

——

«Molto vile è l’uomo ammodo od anche di genio, quando a porte chiuse domanda ad una donna, che gli faccia la carità di quell’illusione che è l’amore. Egli allora si abbassa ad adorazioni ed abbiettezze verso una guattera o una squarquoja, con una procedura, la quale ripugnerebbe persino all’accattone, che per avere un soldo di elemosina disegna con la lingua una croce in terra.»

——

«Ma vilissimo, e molto superlativamente vilissimo, è poi il medesimo individuo, quando, fuori della _Camera charitatis_, — in pubblico caffè o passeggio sforza i suoi colleghi mascolini a sentire la litania dei suoi miracoli amorosi, millantando la propria superiorità facilissima sopra tutte le donne e sballando di aver ricevuto da fanciulle e da principesse certe cortesie esagerate, che forse gli rifiutarono le vecchie cuoche. Egli allora in seduta pubblica tenta innalzarsi sul sesso femminino, — davanti a cui poco prima, in seduta privata, si era inginocchiato e aveva piagnucolato miseramente — tenta innalzarsi come un pallone areostatico, ripieno di ridicolaggine, vanagloria e menzogna vergognosissime.»

——

«Uomini profondamente immorali, superbi, malefici, traditori, furfanti di cuore leggerissimo e senza un briciolo di coscienza, bricconi simpatici, farabutti invadenti e soverchiatori, trovano poi nella vita un istante di debolezza morale per diventare vittime ridicolissime di una serva o di un matrimonio.»

——

«La viltà della razza umana si dimostra eziandio nelle sue più umili manifestazioni, per esempio nella critica letteraria.

«Essa ha per iscopo patente di demolire il _vero merito_.

«Ma c’è un vero _merito_, grasso, lustro, felicemente e completamente riuscito, riconosciuto da tutti, ben voluto da tutti, perchè non va mai a contrappelo di niuna convenienza o convenzione sociale, — un _vero merito_ costituito in così floride condizioni di salute o sopra una così solida piattaforma, che sarebbe non pure cosa innocente, ma sarebbe un bello e coraggioso esercizio ginnastico il giostrarvi contro.

«Eppure state sicuri, che questo _vero merito_ fortunato nessuno lo toccherà.

«Invece vi è un altro _vero merito_, forse di portata maggiore del primo, ma tuttavia incipiente o ammalato od osteggiato da numerosi nemici per la sua audacia di novità o funestato dalla miseria o dalla moglie impudica.

«Ebbene questo _vero merito_ disgraziato sono quasi tutti d’accordo nel dilaniarlo e nel cercare di ammazzarlo.»

XXXVII.

Ultime note tristi e bizzarre di Giuseppe Panezio:

. . . . . . .

«Se io dovessi pubblicare un libro, vi metterei come prefazione _la verità, tutta la verità_, NIENT’ALTRO CHE LA VERITÀ, (art. 297 del Codice di Proc. Penale).

«Vorrei poi fare stampare il mio libro su carta nera con inchiostro bianco. Così darei ai miei lettori un magnifico effetto di ossicini intagliati nelle tenebre di una cassa da morto; e farei del bene alla vista del prossimo, come mi assicura un professore di ottica.»

——

«Ma quale è la vera causa della voga e fortuna straordinaria di certi capi di letteratura industriale?

«Senza essere una Commissione d’Inchiesta, rispondo, che ciò dipende non già dal valore intrinseco dell’autore o della merce, ma da circostanze estrinseche.

«Per esempio il _Libro di lettura per le scuole, ecc._, dell’abate Gineprai è un libro pieno di sugo, e vale per lo meno un milione di volte più di quello dell’abate Zuccheroni, il quale è pieno di sgrammaticature e di minchionerie (rubate per soprammercato) e non vale proprio niente.

Eppure l’ab. Zuccheroni con lo spaccio dei _libri di lettura_, Sillabarii, Aritmetiche, Grammatichette, ecc., ha già potuto farsi fabbricare una magnifica villeggiatura sui colli, mentre l’abate Gineprai, dopo l’aumento di tariffa nei tabacchi, non può più nemmanco fornire al suo naso del rapato a petizione.

«Il motivo si è che quel lecchino dello Zuccheroni è entrato nelle grazie del Consiglio Superiore dell’Istruzione Pubblica e di quasi tutti i Consigli Provinciali Scolastici, ecc.; mentre quest’istrice del Gineprai si è fatto prendere nel sedere da tutti i magnati.

Ciò che dicemmo dei libri scolastici si può benissimo intendere delle opere di letteratura amena. Anche per queste c’è il Consiglio Superiore e sopratutto ci sono i Consigli Provinciali scolastici delle signore.»

——

«Saggio di eloquenza, chiarezza, proprietà ed eleganza forense-burocratica: — Voi, Corte dei Conti, prima di interinare il cennato decreto in discorso, onde difendere ogni ulteriore rimarco, dovevate rendervi edotta, che non si era dato competente evacuo a tutti gli incumbenti che di ragione per l’emarginato rilievo.»

——

«L’umorismo è un ferro tagliente, che attraversa un argomento e ne svescia gli umori, come da un tumore.

——

«La coreografia è il bagliore superficiale e muto dei prospetti e dei contorni.

«Certi scrittori, braccati d’oggi dì, sono semplici coreografi di sentimenti.»

——

«Se io dovessi _partecipare_ il mio prossimo matrimonio farei imprimere nell’intestazione della lettera listata di nero una grossa croce nerissima coll’urna mortuaria e relativo salice piangente e terminerei l’annunzio con

«UNA PRECE!»

——

«In moltissimi uomini la Bontà non è altro, che l’impotenza di essere cattivi.»

. . . . . . .

——

«La disonestà è la maggior ricchezza delle fanciulle povere e il miglior mezzo per maritarle.»

——

«Ultima e vera sentenza sulla felicità relativa data da un povero diavolo, mentre si sentiva stilettato profondamente dal male dei denti: — L’uomo felice è quegli, che non ha male ai denti.»

——

«Le assolute disgrazie in famiglia sono: — cani e letteratura inedita.»

XXXVIII.

Non meno feroce di quello che fosse verso l’uman genere in genere mostravasi Pinotto verso i suoi creditori in particolare, ai quali non si sentiva legato da niun vincolo di riconoscenza. Anzi, per uso e consumo della sua beffa, se ne era formata in mente una gerarchia feudale, o meglio un cielo astronomico: c’erano i vassalli o meglio i pianeti, che avanzavano da lui mille lire, c’erano quelli da cinquecento, quelli da cento; ce n’era una lunghissima tratta da venti a cinquanta; quelli da cinque, da dieci e da due lire, erano numerosi come i pulcini; e fra essi c’erano persino gli uscieri del suo ufficio.

Quando egli era sovrappreso dal malumore, si consolava tosto, immaginandosi di convocare tutti i suoi creditori in un _meeting_ al Colosseo. Quivi avrebbe voluto farli svenire tutti recitando loro un’orazione di sette ore, e poi bagnarli persino nelle tasche manovrando una immane tromba da giardiniere.

In quei momenti estrosi di beffarda superbia, egli passeggiava vigoroso fra la folla di Roma come un robusto e nero serpentello. Allora si doleva di essere piccino di statura; onde avrebbe voluto salire sopra un alto cavallo e allargare spropositamente le gambe, quasi tanto da raschiare le muraglie dalle due parti della via o per lo meno forbire con la punta degli stivali il naso dei passanti, precisamente come faceva quel cavaliere Adimari, a cui Dante fece rincarare la condanna per contravvenzione al Regolamento di edilizia municipale.

O meglio avrebbe voluto essere un grandazzone della posta di quel gonfiagote, spauracchio dei bambini e delle signore torinesi, che sotto l’ala tremenda di un cappellone calabrese, svolgendo al vento un nastro d’occhialino largo mezzo metro, camminava normalmente a passi da tiranno di teatro diurno, — colla giubba superbamente spaccata e le rivolte spedite indietro, — ora col pollice uncinato all’imboccattra della sottoveste, agitando il ventaglio delle altre dita, ora affondando le falangi dell’indice e del medio nel taschino dello stesso panciotto, — spingendo alternativamente le spalle, quasi tragiche catapulte, come avesse voluto con l’una far indietreggiare un popolo di calessi e con l’altra crollare un muro maestro, — sornacchiando fragorosamente all’appressarsi di qualcheduno, — ed esalava da tutta la persona la più sublime prepotenza e il più profondo disprezzo verso l’umanità restante, a cui sbuffava in faccia il fumo del suo sigaro, facendone poi cascare a grammi la cenere sul cappello dei cittadini più umili.

Pinotto invidiava il ricordo di quel gigante di monomania orgogliosa; o avrebbe voluto giullarescamente demolirlo, forandolo con l’ago del nano Papiol.

Mentre egli così si infischiava di tutti e specialmente dei suoi amici e benefattori, questi finirono collo stufarsi definitivamente delle sue continue richieste, a cui risposero da ultimo con quella congiura, di cui si lagnano ordinariamente gli scrittori, la congiura del silenzio.

Ad Edoardo non osò più scrivere, nè questi dopo il gran rifiuto scrisse più a lui.

Allora inaridita affatto la sorgente delle solite sovvenzioni, Pinotto ritrovandosi con il corto da piede, si degnò di andare a ricercare il Capitano.

Quando fu davanti alla porta di costui, eccolo sbucare e quasi balzargli sul petto coll’impeto di un gatto furioso. Dopo lui ecco Fido.

Il capitano stralunato seguitava a correre, non avendo avvertito chi veniva a cercarlo.

Il cane rimase un po’ di tempo in tentenne: se dovesse seguitare l’usciere o restare con l’amico sopraggiunto.

_Si si starebbe un agno intra duo brame_ _Di fieri lupi, igualmente temendo;_ _Si si starebbe un cane intra duo dame._

Finalmente esso pensò: — Quello là corre, perchè ha buon tempo: questo qui invece sembra abbia bisogno della mia assistenza: oh, sì! — e rimase con Pinotto.

Ecco che cosa era capitato all’usciere.