Rovine

Part 6

Chapter 63,683 wordsPublic domain

«Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi dà quasi fastidio. Guarda, guardati sopratutto, come dice anche il teologo, che non sia poi un impiego del Governo scomunicato e usurpatore in Roma della Santa Sede di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia che è sempre stata cristiana e non fare portar pena all’anima di tuo padre, che è morto in seno alla nostra Sacrosanta Religione e non già _sine crux e sine lux_, come le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto far niente e digiunare in orazione piuttosto che servire un governo ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella Cattolica di Domenica. Guardati, guardati ben bene. — Questo è un vero consiglio da madre, per salvarti. Sono, sono di nuovo tua affezionatissima madre, Placida.»

XXVIII.

Finita la lettura di questa lettera idiotica, crudele e bacchettona, Pinotto stette fermo e silenzioso, come chi aspetta un prorompimento di lagrime; ma poi vedendo che queste tardavano a venire, ne perdette persino la speranza, e fece sentire un verso ingratissimo, bestiale, come una voce mista di pappagallo, di struzzo e di maniaco.

Il capitano accorse a lui spaventato.

— Niente, niente, brav’uomo... Non posso piangere...

E in quel punto uscì in un fiotto di lagrime.

Rasciuttosi in un baleno:

— Niente, niente — ripetè — Sono stato un mammifero dell’ultima specie a credere a mia madre.... Fossi stato un cane... allora sì, mia mamma mi avrebbe perdonato, anche se gli avessi morsicchiata e ridotta tutta in pezzettini la sua veste di sposa... Ma suo figlio, oibò! —

Sentì nella bocca il ribaldo ribrezzo di avere assaggiato la pappa dei cani e torse orribilmente la figura.

— Si tranquillizzi, signor Pinotto — gli diceva l’usciere con un’aria un po’ inquieta. — Si tranquillizzi.

— Tranquillo...? Altro che tranquillo, Capitano. Ai suoi ordini, Capitano. (portando militarmente la mano destra all’ala del cappello).

Vi fu un minuto di silenzio straziante; per interrompere quello strazio e per tentare la sorte, chi sa? di una rivincita, l’usciere ripigliò:

— Guardi che ha ancora da leggere una lettera....

— Ah sì, è vero..... Che smemorato! Me ne dimenticavo.

— E guardi.... Uh! uh! come è spessa. Ci deve essere qualche mago lì dentro....

— Ah!... È il suo, il mio Edoardo che ci manda cento lire... Cento lire! — E fece scoppiare una formidabile risata. — Oh! come ti voglio bene, caro Edoardo. Grazie!... Ti mangerei vivo...

— La prego, si tranquillizzi, signor Pinotto si calmi...

— Tranquillo, tranquillissimo, signor Capitano, tranquillissimo.... Che cosa vuole di più tranquillo che così? Vuole che lo abbruci questo biglietto per accendere la pipa? Oppure vuole che lo adoperiamo per far cuocere un paia d’uova, come ha fatto quel principe o ban... chiere di.... di.... di.... di Barcellona.... Ma... bisognerebbe averne di più... Bisognerebbe.....

— Per carità, sia buono; mi ascolti.....

— Ah! signor Capitano! Lei ha paura di me.... Ebbene, se lo vuole, se lo pigli pure per lei il suo biglietto... Lo pigli, lo tenga...

— Io no, io..... Lo tenga per sè, è suo; ma dico.....

— Io sono tranquillo come un Battista, Capitano! Io canto, ballo, suono e rido..... Vuole che gli faccia vedere i ritratti degli inquisitori?... Eccoli qua; li ho comperati a Trieste... —

Aperse una scatoletta e sciorinò una filza di ritrattini ovali attaccati insieme, poi con la chioccata di un lampo li fece scomparire rinserrandoli nella scatoletta.

Qua e là gli scoppiettavano le idee nella testa, come sprizzano le faville, quando il martello stramazza sopra un ferro rovente.

La sua atmosfera cerebrale si era fatta alida e satura di elettricità, come una sera di estate dopo una lunghissima asciutta.

— Capitano? vuole un pesce salato? Vado ad inforcare una salacca nella credenza... Aspetti...

— No, no, no!...

— Vuole due giuochi di prestigio?

— Ma no, m’ascolti.

— Non si inquieti, Capitano........ Anche avessi mia sorella, dove ci teneva le sue l’onorevole, il venerabile Pietro Aretino, scusi un signore, che noi non abbiamo avuto la fortuna di conoscere personalmente, anch’io, dico, (facendo la voce acuta e i gesti puntuti da ubbriaco) sarei tranquillo lo stesso... tutti mi leverebbero il cappello... Riverito, signor ingegnere, riverit..o! —

E si faceva da sè stesso delle profonde scappellate.

— Vuole che balliamo di nuovo, signor Capitano? Su, io lo sfido, sopra una gamba sola. —

E si mise a girare vorticosamente a piè zoppo, e con la lingua un palmo fuori dei denti. Spossato dall’asma, dal capogiro e dal sudore, egli ristette traballando. —

— Capitano? mi gira, qui non si può più respirare. —

Spalancò la finestra.

— Auff! Non c’è più aria..... Io soffoco.... Chi l’ha mangiata?... Io vado a cercarla..... —

Uscì furiosamente sbatacchiando l’uscio con fracasso. Fido si rizzò sulle due piote di dietro, alto come un cavallo, e si arrotò contro l’uscio guaendo lamentosamente per seguire quel forsennato.

XXIX.

L’aria fresca di fuori gli smorzò l’incandescenza del cervello; egli pensò tosto: — Se non uscivo, correvo rischio di diventar matto!... Ah, stupido!... e per una cosa, che è poi prestissimo spiegata.... Voglio dirla subito al capitano e a Fido che mi sono venuti dietro. Mia madre non mi capisce e io non posso farla capire. Non c’è vocabolario, non c’è crittografo fra noi. In questo squilibrio della società moderna ci sono membri in una stessa famiglia più distanti fra loro e più incapaci di comprendersi vicendevolmente che non siano una tartaruga e un elefante. Che farci? La colpa non è di nessuno; mia madre mi crede uno _scappa di casa_ ordinario, di quelli di una volta, che fuggivano dal collegio o derubavano dell’orologio la serva del professore, per andare a suonare l’organino nelle vie o per fare il trombetta in un reggimento spiantato. Essa ignora completamente la nuova varietà del mio tipo. Essa non ha torto.... Che farci?

XXX.

Queste cose egli disse press’a poco, sebbene in forma più popolare, al Capitano, quando fu raggiunto da costui e da Fido, il quale voleva persuadergli, chi sa che cosa, stampandogli le impronte delle sue zampe sul panciotto.

Ritornato a dormire nella cameretta del suo ospite, egli provò un estremo disagio per tutta la notte: sentiva emanare dalla compagnia di lui un odore caprino insopportabile, che egli non aveva mai avvertito prima di ricevere l’ultima scomunica materna.

Nel mattino seguente egli spifferò senza ambagi al suo benefattore: — Caro mio, io soffro a dormire nella stessa camera con altri; non sono assuefatto a questo, e ce ne andrebbe di mezzo la mia salute, se seguitassi; quindi io vi ringrazio e mi affitto una stanza da me. —

L’usciere restò quasi mortificato e anche pauroso, che il giovane avesse trovato quel pretesto per non incomodarlo maggiormente, dopo che aveva ricevuto quelle cento lire da Edoardo.

— Senta, signor ingegnere: tra noi non dobbiamo fare complimenti. Mi senta: è molto meglio, che rimanga con me.

— No, no, no! — rispose con fuoco Pinotto.

— Non si offenda, mio caro signore. Tra noi, veda, si farebbe più economia...

— Non voglio! — ribattè Pinotto con rabbia vivace. — ... E non mi secchi.

L’usciere rimase mortificato del tutto.

— Senta, signorino, io sono un contadino rispetto a lei, e non mi ricordo più nemmanco di essere stato militare, quando discorro con lei. Quindi mi scusi..... Quanto alla stanza, faccia pure come vuole..... poichè ella vuole assolutamente così. Io dicevo soltanto... perchè mi rincresce privarmi della sua compagnia..... dicevo.... —

Ma vedendo contro di sè una terribile morsicatura di baffi, cambiò discorso.

XXXI.

Sbalzato un’altra volta dall’orbita della famiglia, Pinotto ritornò nuovamente un individuo buono a nulla e vizioso come un somarello, dove poco prima fidando negli auspicii della mamma si era sentito capace di afferrare con dita di ferro la rettorica chioma della Fortuna, e il suo povero cuore era già divenuto tutta un’iride di magnifiche speranze.

D’allora in poi nel suo ufficio egli si adoperò non solo rimessamente ma poltronescamente. Quando dal piano superiore doveva trasportare qualche grosso volume ipotecario nel piano inferiore, egli anzichè recarselo in mano o sulle spalle, lo pigliava a calci per farlo rotolare giù dalle scale.

Egli si dimenticava persino di andare a trovare l’usciere suo salvatore. Un giorno questi, mosso dall’affetto e dalla puntura di non averlo visto da un pezzo, si recò a cercar lui. Trovò l’uscio chiuso; girò invano la maniglia, orecchiò e sentì bisbigliare dentro la cameretta la voce squarrata di una ragazzaccia che nella sua raucedine cronica, accusava le scollacciature dei veglioni. Dondolò la testa, come un bue offeso, e ritornò indietro borbottando!

— Questa poi mi dispiace veramente.... Brutto.... Mah! mah! —

Fido abbajò, come ci fossero stati i ladri.

XXXII.

Per mantenere sè stesso e i propri vizi, Pinotto mandava di nuovo lettere sopra lettere ai parenti e massimamente agli amici, da cui invocava continui soccorsi.

Però rattenuto da un certo sentimento misto di onta, di riserbo e di gratitudine, egli risparmiava Edoardo.

Fu questi il primo dopo un lungo silenzio a farsi vivo con lui, affrontando egli stesso il pericolo pecuniario, mediante la seguente lettera importantissima:

Milano, il ....

«Caro Pinotto,

«Ho rinunziato all’idea di un primato avvocatesco in una cittaduzza di provincia, e siccome sono nato vestito, mi sono presa la libertà calamitosa di venire a Milano per fondarvi un giornale letterario, intitolato _Il Guastatore_, di cui ti unisco il primo fascicolo.

«Il nome ti dice abbastanza il programma.

«È, salva la modestia, una specie di _Frusta Letteraria_ adattata ai giorni che corrono.

«Io veggo nella letteratura italiana contemporanea una specie di selva _aspra e forte_ con relative Maremme e paludi pontine. Bisogna diboscare, spianare, colmare, prosciugare, fognare, bonificare.... Ecco il perchè del mio _Guastatore Letterario_ e per giunta _Scientifico_ e _Artistico_.

«Tu mi sembri fatto per la quale.

«Con il tuo ingegno, con i tuoi studi, tu sei stampato apposta per godere la suprema voluttà di dare dell’asino a chi se lo meriti.

«Mi pare già di vederti abbarbicato come un rovo alla letteratura di chi so io.

«Ti creo quindi mio collaboratore con carta bianca.

«Non insisto però, affinchè tu faccia la polemica. Fa quello che vuoi; mandami quello che stimi meglio: racconti, bozzetti, poesie, epigrammi, schizzi di viaggi e di costumi; filosofia popolare, ecc., ecc., insomma tutto quello che ti pare e piace, purchè mi mandi qualche cosa.

«Credo bene aggiungerti che anche in Italia i giornali letterarii hanno presa la lodevole consuetudine di pagare. Pagano poco, ma pagano qualche cosa per ora.... e pagheranno finchè potranno. Il mio _Guastatore_ dà L. 2 e 50 cent. al colonnino.... È nulla, ma sono i sigari.

«Appena riceverò un tuo manoscritto, te lo conteggierò e te ne spedirò l’importo a volta di corriere.

«A te farò buone anche le interlinee, la firma e l’intestazione e ti lascierò andare a capo e mettere tanti asterischi, quanti e finchè vorrai.

«Non ti pago anticipato, perchè voglio costringerti, non solo a scrivere, ma altresì a pubblicare.

«È mia ambizione quella di essere il primo a farti rompere il ghiaccio con il signor Pubblico.

«Addio — manda — e credimi

«Tuo aff.mo ecc.»

Appena letta questa lettera, Pinotto corse a prendere il suo _Volar di fiori_, che era già diligentemente copiato, un bel manoscrittone, che ridotto in istampa avrebbe occupato per lo meno cento colonne del _Guastatore_. Cento colonne! 250 lire! Che bazza!

Il povero giovane nel rivolgere il suo scartafaccio fra le mani, ebbe malauguratamente una sensazione complessa, più che quadernaria, una di quelle sensazioni, che costituiscono il pensare velocissimo dei genii e dei pazzi. Egli sentì nello stesso punto la sua alterezza e la sua impotenza artistica, il suo sovrano disprezzo per il pubblico e la sua vergogna di divertire per paga con la penna, chicchessia: il ladro, il prete, il porco, il commendatore, la marchesa, la cortigiana, la tabaccaja, la signorina, la fame e l’indigestione, insomma qualsiasi galantuomo o malandrino possessore di un soldo.... A un tempo sentì echeggiare caninamente nelle orecchie la voce di sua sorella che abbaiava smascellando dalla risa: _Bo..jno_! _Bo..jno_! — e sentì scolpitamente la voce secca di sua madre, che aggiungeva: _faresti meglio a studiare d’aritmetica e a imparare a servire la messa_. Più che tutto vide stampata davanti a sè l’ultima lettera di lei...

Alzò sulla testa il manoscritto, e poi lo sfracellò per terra, rovesciandogli sopra il motto di Cambronne con una grossa bestemmia contro alla Divinità innocente. Quindi, raccattatolo, fece fare la fine più turpe al suo povero ed eccelso _Volar di fiori_.

Così distrutto ignominiosamente il suo ultimo lavoro letterario, quello che gli aveva dato maggiori contentezze e maggiori speranze, egli si credette più grande di Dante — si credette un glorioso Vergine e Martire dell’Arte, degno di sedere in paradiso più vicino di tutti al trono di Dio, perchè riporterebbe intatti all’Eterno i fiori del suo genio.

XXXIII.

Così ricacciato del tutto, e per colpa principale di sua madre, nella più deplorevole superbia artistica e ristrettezza pecuniaria — egli, dopo avere rifiutato la retribuzione, seguitò a ricorrere alla elemosina, tanto che una sera di domenica, in una famiglia di Torino dove si facevano giuochi di società e si tagliavano i fogli al _Guastatore_, tre amici poterono combinare lo scherzo di estrarre nello stesso tempo di tasca e leggere la stessa lettera circolare diretta a ciascuno di loro dallo stesso Pinotto:

— Mio carissimo!

— Mio carissimo!

— Mio carissimo!

— Nuovamente piombato...

— Nuovamente piombato...

— Nuovamente piombato...

Poi il terzetto così seguitava: — «Nuovamente piombato nella più profonda miseria, ti scongiuro di inviarmi al più presto, che ti sarà possibile, la piccola somma di cento lire. Ti assicuro di restituirle sull’onor mio a dieci per mese. Saprai comprendere le mie dolorose necessità, senza che io ti rattristi ad enumerartele. Fammi quest’ultimo favore, che è per me di una suprema importanza: questione di vita o di morte. Prometto di non domandarti più nulla per l’avvenire. Nel restituirti la somma, terrò calcolo degli interessi.

«Tuo, ecc.»

Nel leggere queste parole, i tre amici davano a divedere di sentire nelle medesime più l’alito dello scrocco che quello della disgrazia; e commentavano più malignamente con gli occhi che con la voce.

— Mi sembra che potrebbe bastare... Ogni cosa deve avere un termine...

— Sull’onor mio! Magra garanzia!... e quella continua ostentazione degli interessi?

— E quel perpetuo annunzio dell’ultima rappresentazione delle sue domande? —

Una signorina butirrosa, che in altri tempi era stata molto perseguitata da Pinotto, su cui però essa aveva fondate grandissime speranze, — ora volendo ingraziarsi i nuovi amici, fece trasparire dagli occhi la maggiore volontà di mostrarsi spiritosamente ingenua e domandò: — Ma se è sempre nella miseria, perchè non si ammazza quel birrichino?

Un’altra signorina dal collo molto lungo, e che aveva letto _Notre Dame_ di Vittor Hugo, allungò ancora di più il collo e rispose con grande pretesa di malignità: — Ah! egli non si ammazza, perchè ammazzando sè stesso avrebbe paura di ammazzare un grand’uomo.

XXXIV.

Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva, trattava così crudelmente Pinotto, questi non trattava meno crudelmente il mondo da lui conosciuto; prova ne siano gli _appunti ed aforismi_, che egli scriveva sul suo taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone alcuni tratti spietati, o volgari, o semplicemente barocchi, o addirittura infami:

——

«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità umana, e ne ottenni i seguenti risultati:

«Detta felicità non consiste, come taluni credono, nel _lavoro_; imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l’uomo felice, bisogna sia una esplicazione di forze geniali, quanto dire, sia già determinato da un sentimento di felicità.

«Del resto, che razza di felicità è mai il _lavoro?!_

«Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a copiare un estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo punto mi venne una vertigine, ed ebbi uno sforzo di vomito, come dopo il mio tentativo di mangiare gli avanzi di Glafir.»

——

«Neppure la tranquillità della propria coscienza costituisce la vera felicità umana.

«Ammetto, che, quando taluno stia per partire da questo mondo, provi un certo gusto nel volgersi indietro, e trovare, che non abbia mai commesso una viltà o altra azione cattiva. È una cara soddisfazione, che ho provata io stesso molte volte.

«Ma questa non è la felicità, nè l’igiene della vita; è la felicità, l’igiene della morte.»

——

«Adunque la vera felicità secondo me consiste nella illusione, nella presunzione o nella ferma persuasione di essere felici, dettata dall’amor proprio, più o meno coadiuvato da una malattia o anche da una sanità del cervello.»

——

«In prova facciamo la rassegna alfabetica degli uomini felici.

«A., mio capo ufficio, è un uomo che ha l’incrollabile convinzione di avere una bella voce. Tutti coloro, che ebbero la disgrazia di sentirlo a cantare, riconoscono invece unanimamente, che la sua voce è molto inferiore di pregi a quella della foca, _di questo vitello marino, che allatta anche i nostri figliuoli, preso dal celebre capitano Carbone Kock, nei deserti della rabbia_, come diceva stamattina colui, che faceva la spiegazione nel Baraccone di Piazza di Termini.

«Eppure nè il Collegio de’ Cavalieri dell’Annunziata, nè il Presidente del Senato, nè il sommo Pontefice, nè altre autorevoli persone e nemmanco suo padre, se tornasse dall’altro mondo, potrebbero diminuire di un atomo la persuasione ferrea del signor A., di avere una voce stupenda.

«Il mondo, d’ordinario, quando vede in qualcheduno una stima invincibile di sè stesso, la rispetta, si tratti di qualsiasi materia, anche più importante della musica e della politica. Quindi il signor A. è lasciato nel pieno e pacifico possesso della sua immaginazione, ed è per sopprappiù mantenuto giuridicamente nel medesimo dalla giurisprudenza delle Corti di Cassazione di Firenze e di Torino, che accordano l’azione _De Reintegranda_ contro chi tentasse uno spoglio violento e clandestino di qualsiasi possesso d’immaginativa.

«In questo stato di cose, egli non può più stare nella pelle dal contento. Tanto è vero, che avendo affittato alcuni giorni sono un villino nella campagna di Frosinone, e avendo sentito suonare un pianoforte nella palazzina limitrofa, volle curiosamente informarsene; e seppe, che lo suonavano due signorine da lui sconosciute, le quali ogni mattina ad una data ora andavano ad _abbeverarsi_ ad una certa fontana magnesiaca.

«Si trovò anch’egli all’ora fissa presso la fontana magnesiaca, si levò il cappello, aprì le braccia con uno slancio rapido, che fece fare al cappello una graziosa curva di un metro e mezzo e si presentò da sè stesso alle signorine con questa magnifica ed inaudita autopresentazione: — Sono loro, signorine, che suonano così bene il pianoforte? me ne rallegro... (quindi con un accento inesprimibile) Ed io sono.... Sono baritono!

«Oh, uomo (più che baritono) felice!»

——

«B., altro mio superiore di ufficio, ha comperato parecchi ettolitri di vino siciliano scelleratissimo, che dà al palato il gusto preciso dell’inchiostro. Eppure nessuno potrebbe togliere dalla testa al signor B., che quel vino, perchè l’ha comperato lui, non sia ottimo, e che il vinattiere, vendendoglielo, non abbia per lo meno rimesse del suo cinque lire ogni ettolitro per la sua bella faccia. Ed egli è tanto contento di questa sua persuasione, che contro la sua abitudine di bere annacquato, giunto alla frutta, si permette di versarsi nel bicchiere un dito puro della sua _nuova compera_; e lo centellina con tanto gusto, che pare ascolti la propria ammirazione; poi dice a sua moglie: — Ah! non c’è nessuno che sappia e che possa comperare del vino buono, come noi!»

——

«C., mestierante di letteratura, benchè di complessione atletica, è nello scrivere molto più snervato dell’Abate Chiari di evirata buesca memoria; eppure egli ha l’intima convinzione di essere uno scrittore colossale come la sua corporatura e di dare il suo nome per lo meno a un quarto di secolo.

«Questa credenza non gli è inspirata dal consenso universale delle serve e delle signore, che gli manca, ma dalla superba fiducia in sè stesso; ed egli ne dimostra la relativa felicità con la lunghezza e la nerezza del frac, e con la maniera grave di sbottonarlo, quando ha da pagare il vermout: frac e maniera copiati dai ritratti in rame dei più celebri scrittori francesi contemporanei.»

——

«D., è un altro negoziante di carta sporca, sebbene anch’egli abbia pochissimi compratori della sua merce. In fondo, egli è certamente un ottimo ragazzo, ma di _dottrina scarsa e menna_; come il Bonghi diceva del compianto Rattazzi. Quando io volgo lo sguardo alla sua cultura, provo una sensazione penosa, come se dovessi passeggiare a piedi nudi sul pavimento di una bottega da rigattiere o peggio in un campo seminato di bicchieri rotti.

«Eppure il signor D., trincerato rigidamente nel suo castelletto di quattro idee fisse, è completamente soddisfatto di sè stesso, perchè egli è fortemente persuaso che quel poco, che egli sa, sia tutto ciò che un cervello acuto e assegnato come il suo debba sapere, e che quel moltissimo che egli non sa, non meriti per verun conto che una creatura ragionevole lo sappia.»

——

«E., ha una moglie brutta come la notte, nojosa come il male di pancia, e cattiva come i debiti per le persone timorate.

«La peggiore non se l’è sognata Simonide scrivendo la sua satira contro alle donne. Io preferirei alla medesima un reggimento di cimici.

«Eppure il signor E. crede di possedere un miracolo di moglie. La ragione ne è semplicissima.

«Il signor E. è un uomo di giudizio, anzi è un uomo realmente furbo.

«Se quindi sua moglie se la fosse sposata, anzichè lui un suo amico, egli sarebbe stato il primo a riconoscere la costui disgrazia e a deplorarla con sincerità e profondità di convinzione. Ma per tutto quello che fa egli personalmente, la sua furbizia gode di una specie di infallibilità pontificia; è impossibile che egli dimostri un solo momento di non avere buon gusto o peggio ammetta di aver fatta una corbelleria.

«Quindi la cosa non è neppure discutibile: la signora E., per la sola ragione che il signor E., ha creduto bene di sposarsela, deve essere e diventa effettivamente un portento di bontà e di leggiadria per lui e per tutti.»

——

«F., possiede un’amante, che cede di molto in dignità a quelle disgraziate suonatrici ambulanti, che girano nelle birrerie di ultima classificazione a strimpellare sulla chitarra con accompagnamento di voce fessa, _camicia rossa, camicia ardente...._

«Ebbene il signor F., è persuaso che con la benefica irradiazione del suo animo sempre caldo di poesia elevata e simili ingredienti, e con l’insistenza e l’opportunità de’ suoi savi consigli, egli ha oramai riabilitata, che so io, rigenerata quella creatura perduta, insomma le ha salvata addirittura l’anima.

«Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Barolo secco, e va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei pochi, avrebbe già mandato, chi sa quante volte, a carte quarantanove quell’uggiosissimo predicatore!

«Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che non vorrebbero sentirlo; ma per il signor F., è impossibile che egli ne sappia nulla, ne senta nulla. Del resto, egli non sarebbe più quello, cui egli si stima, cioè il Direttore Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con monopolio bancario di riabilitazione femminina.

——