Rovine

Part 5

Chapter 53,879 wordsPublic domain

In questo punto egli si senti raspare una scarpa da un colpo di lingua. Era un cane che gliela leccava, un bel cane barbone, con i fiocchi della sua lana bianchi di saponetta. Aveva l’aspetto signorile, e la giubba come un leone da burla; era certamente un cane benestante ed anche di buon cuore. Vi sono dei cani, che per un sentimento di malintesa aristocrazia non possono vedere le persone malvestite, si avventano contra loro con una furia di ringhi rabbiosi, vogliono morderle, lacerarle, sbaragliarle; e vi sono per lo contrario altri cani, che per un sentimento di filantropia, che li onora, se la dicono bene con i poveri, con i fanciulli, con i vecchi, con tutti i deboli e li proteggono. Tale era questo barbone.

Come si avvide, che Pinotto si era accorto di lui, esso si acculattò per terra accomodandosi sulle gambe posteriori, e rimanendo ritto su quelle davanti: figgeva benevolmente negli occhi smunti del giovane i suoi occhioni pieni e lustri come un calcalettere di cristallo, umidi come ostriche, ed oscillava la coda quasi per dirgli qualchecosa di amichevole, e di consolante.

Poi levò in arco una delle sue gambe anteriori, come per proporgli con quella zampata un patto di alleanza; e vedendo che ciò non gli bastava a farsi capire, finì con il porgli il muso sulle ginocchia.

— Fido! Qua, Fido! Fido! Fido! Fido.... oh! Qua, qua!

Così, alla distanza di un tiro di pietra, chiamava il cane un vecchietto con un berretto da militare, i baffi spessi e grigi, la barba molticolore, fra cui alcuni cespugli di nero e alcuni zampilli di bianco, — il frac nero abbottonato e i calzoni cilestrini con le bande rosse. Vedendo che il cane non lo ubbidiva, si avvicinò egli al cane.

Allora Pinotto potè meglio adocchiarlo e lo raffigurò. Raffigurandolo, sentì un’acre vergogna di essere alla sua volta riconosciuto da lui, e poi si scopri da sè stesso alzandosi alla bracalona e lasciandosi sfuggire automaticamente queste parole: _Il capitano!_

E questi di slancio: — Come? Possi....bile! sarebbe mai l’ingegnere Panezio?... Ma sa, che mi ha fatto paura? Ma non ha sua madre, lei?... —

Il giovane gli rispose con una indefinibile amarezza: — Mia madre non è come la madre di Edoardo.... Adesso io non spero più in nessuno a questo mondo.... —

XXIII.

Il Capitano salutato da Pinotto era un sergente giubilato, che i compaesani avevano accresciuto di grado con il nomignolo appioppatogli. Pinotto lo aveva conosciuto assai famigliarmente, molti anni prima nella villa del suo amico Edoardo, dove il Capitano era un casigliano amatissimo, come quegli che dirigeva la preparazione del majale, l’imbottatura del vino e tutte le altre operazioni principali della azienda domestica.

Avendo sposato una giovane ostessa, (come capita alla maggior parte dei bassi ufficiali in ritiro) la quale gliene aveva fatte a piedi e a cavallo, e secondo la sua espressione, lo aveva voluto _mangiar vivo_, — egli scorrucciato aveva abbandonato il villaggio nativo e per la protezione del suo antico colonnello aveva ottenuto un posto da usciere in un ministero a Roma.

Il capitano dovette far violenza a Pinotto per indurlo a ritirarsi con lui in città, e la violenza del padrone fu superata dalla violenza del cane, il quale per far risolvere definitivamente il renitente, gli abboccò i calzoni, ponzando per tirarselo dietro.

Strada facendo, l’usciere per distrarre il giovane disgraziato, acciocchè non si avvedesse della commiserazione che destava, si fece a raccontargli allegramente vita e miracoli di Fido.

— _Porta_, sa?... Va dal panattiere, va al macello preciso come un servitore.... Buono poi, buono come il pane. Lui si lascia mettere gli occhiali sul naso e magari un kepì in testa.... Sa persino tenere una pipa in bocca.... Sicuro, fuma questo demonio! Per gentilezza poi, non discorriamone nemmeno.... _Parla_ come un bambino di due mesi, _parla_; e se il bambino gli tira le orecchie, lui non dice mica nulla, povero minchione! e lascia tirare.... anzi sembra che goda.... Non è vero, Fido? —

Fido, quasi si accorgesse, che parlavano favorevolmente di lui, anzi capisse tutto ciò che dicevano, saltellava qua e là con balzi di modestia contenta, e di quando in quando tentava di baciare le mani a Pinotto.

D’altra parte Pinotto pensieroso e pauroso, che il suo salvatore sospettasse troppo male della madre di lui a cagione del motto sfuggitogli, si fece ad accusarsi da sè stesso, dicendo che egli era stato un cattivo originale ed aveva perso tutto al giuoco, ma che sua mamma, povera mamma, non aveva nessuno, nessunissimo torto.

XXIV.

Alloggiato nella camera sublime del Capitano, egli pensò che non doveva rimanere lungamente parassita di un povero usciere: e in quello stremo, l’unica àncora di salvezza naturale e decorosa gli parve la mamma ricordatagli dal buon vecchio, per cui nel mattino seguente gli disse festosamente: — Scrivo a mia mamma.

— Bravissimo! gli rispose quegli, bevendo una lacrima, mentre si incamminava all’ufficio.

Pinotto scrisse:

_Cara mamma!_

«Sai che pur troppo sono sempre stato superbo come Lucifero e il tuo Signore m’ha castigato.... Quasi mi sento ancora superbo adesso; ma so magnificamente, che non c’è nessuna umiliazione di un figlio verso la propria madre. Anzi io sono fiero di umiliarmi davanti a te e domandarti perdono in ginocchio, anche con i gusci di noce sotto.

«Che cosa vuoi? mamma, sono stato un disgraziato. Credevo certe cose ed erano certe altre. Ho proprio fatto come il _Figliuol Prodigo_, della Sacra Scrittura, che è andato fra gli animali immondi.... Ma non voglio mica che tu mi ammazzi il vitello più grasso per questo. Oh no, no! Guarda, mamma, solo perchè scrivo a te, sono tutto rasserenato, mi sento allegro.... Ho fatto delle cattive vite e meritamente. Ho fatto delle lunghe astinenze e mi sono nutrito alcuni giorni solo con un po’ di pane puro, ed era una grazia per me l’averne.

«Pensa, mamma, che vita!... Io che ero assuefatto da te ai buoni piatti e sani della tua cucina casalinga. Però, ti assicuro, mamma. Mi sarò fatto del male a me stesso, oh questo sì! Ma non ho mai fatto del male al prossimo, a nessuno; te lo giuro! Sono ancora un ragazzo onorato. Piuttosto che far torto con una cattiva azione al buon nome della nostra famiglia e alla sacra memoria del povero mio padre, che ci guarda di lassù, piuttosto.... avrei preferito di morire per la strada.... e di fame, peggio che il conte Ugolino.

«Ora sono stato raccolto da un buon vecchio, da un usciere al Ministero, che avevo conosciuto in casa del mio ottimo amico Edoardo.... Sto qui con lui, via dei Giubbonari, N.... È una carissima persona, di gran cuore, un galantuomo proprio dei tempi patriarcali di una volta.... Mi usa ogni riguardo.... Insomma sto bene. Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te.... Ha poi un cane l’usciere, un cane, che è una meraviglia. Si chiama _Fido_ e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma, e lo vedesse anche Carolina! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I con la corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi, mamma, se non sono diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani....

«Adesso mi sento ancora addosso mille forze e una smania di adoperarle, ma tutte a fine di bene.... Te lo giuro; non ho più nessuna pazzia per la testa. Un po’ di digiuno me le ha fatte passare via tutte. Se tu vuoi aiutarmi, mamma, farò l’agrimensore, l’impiegato, metterò su una bottega da sellajo o da cappellajo, purchè tu lo voglia, mamma.... Ma ho bisogno del tuo soccorso e di una tua parola.... Capirai che io non posso restare sulle spese a un povero usciere.... Non sarebbe neppure nostro decoro.... Da me solo, ah! l’ho provato pur troppo alle mie spalle: io non sono buono a nulla, non sono nemmeno capace di guadagnarmi l’acqua che bevo. Ma con te, con la tua protezione sento che anderei fino alla fine del mondo e che farei l’impossibile.... Per riuscire a qualche cosa di buono su questa terra, mia cara, ci vuole proprio la stella, _l’omen, l’amen, l’amen dico vobis_ di una mamma. Scusa, mamma. Non so più quello che mi dica.... Parlo persino latino.

«Tu non me lo negherai, mamma, questo soccorso, questa parola, che ti domando piangendo e contrito. Pensa, mamma, che ho patito la fame. No, non pensarci più.... Consolami subito tu, che lo puoi.... tu sarai la mia risurrezione, tu mi darai un’altra volta la vita, che ti devo... Consolami presto.

«Il più affettuoso abbraccio a te, mia mamma! lasciami ripetere questa parola: mia mamma! Ripetendola, mi pare di essere ricco di un tesoro immenso, e lo sono.

«Un altro bacio a te e a Carolina.

«_Sempre tuo figlio_ «PINOTTO.»

«_PS._ — Sono un po’ ammalato, mamma, sfinito per causa delle midolle vuote.... No, no; sto benissimo, mamma. Consolami, benedicimi, mamma!

«Altro _PS._ — Salutami i cagnolini, e dà loro per me uno zuccherino.»

XXV.

Appena egli ebbe impostato questa sfuriata arruffona di amor figliale, due minuti dopo egli aspettava già la risposta; poi gli veniva un dubbio di uno scrupolo amaro, il dubbio di avere sbagliato la soprascritta della lettera e di avere messo _Firenze_, che aveva sempre per il capo, in luogo di _Torino_.

— Ma no! Ho proprio scritto _Torino_ e non posso aver scritto _Firenze_; mi ricordo dell’_o_, un _o_ largo così, che sembrava lo avessi fatto con l’imbuto.... Ed ho proprio messo _Via_..., N. 14, sì, sì! Sì.... sono certo che ho fatto il 4 alla mia maniera....

Assicurato sul ricapito della sua lettera, egli andò a farsi radere la barba, accorciare e ravviare i capelli, rovinò una spazzola sfregacciandola sopra i suoi abiti rifiniti. Egli faceva tutta una acconciatura da tritino, voleva farsi bello più che poteva, per far festa alla risposta di sua mamma.

— E se mia mamma venisse in persona?... Sicuro.... Verrà.... Essa stessa... con Carolina. Le ho scritto io, proprio io che avevo patito la fame, che ero ammalato:... A sentire queste coso, le poverette non potranno tenersi dal volare a trovarmi,... oh verranno, verranno anche se non istessero troppo bene le meschinelle! Avranno paura che io sia ancora affamato.... Povere donne! E la nota tenera del cane! Chi sa come le avrà toccate! Oh che buon politicone sono mai stato io! E che poscritto da Cavour! Cavour del cuore sono stato io!... Purchè non si confondano nel prendere il treno e non vadano a Venezia o a Innspruck!... Chi sa che cosa diranno a trovarsi qui in una Roma?.. a vedere San Pietro, il Colosseo e il Mosè del Michelangelo, esse che credono che la chiesa dei SS. Martiri a Torino e il _Cavallo di marmo_ sullo scalone del Palazzo Reale siano le principali meraviglie del mondo?... Scommetto che mia mamma sosterrà sempre che il _Cavallo di marmo_ è più bello del Mosè di Michelangelo. La _Venere Capitolina_ non la farò nemmanco loro vedere.... Esse si scandalizzerebbero e nessuno potrebbe toglier loro dalla testa, che siano stati i _Garibaldini_ quelli che hanno portato lassù quella _ribalderia_, — come direbbero, — per fare vieppiù dispetto al povero Papa, dopo che lo hanno messo in prigione.... Oh, le mie povere donne e care semplicione!... Oh verranno.... Verranno... Sì, che verranno! —

Così pensando, batteva palma a palma con gioia infantile.

Nell’amore della mamma gli pareva di avere trovato la leva di Archimede e il punto di appoggio per far muovere a suo modo il mondo; e dava a divedere pubblicamente questa sua persuasione intima col modo glorioso, con cui egli incedeva per via.

_Fido_ poi non era da meno di lui: tutto pieno di sè stesso e della contentezza del suo nuovo amico, se qualche cagnolino schizzinoso gli ringhiava contro, esso non si degnava nemmanco di rispondergli con uno sguardo: _de minimis non curabat praetor_.

XXVI.

Il povero giovane rientrato nell’orbita umana della famiglia, sentiva di voler bene a tutti coloro che passavano e di amare anche qualche fanciulla. Quale fanciulla? Non lo sapeva neppure egli.... Forse quella stellina vaporosa, quella biondina che aveva attraversato sulla punta dei piedi lo studio del notajo, mentre si sentiva il _cric crac_ di quella penna diabolica?... Forse qualche altra? Egli fino allora era stato bensì un famoso straziafanciulle, ne aveva _contato loro più che Bertoldo_, e se lo era sentito rinfacciare: ma non ne aveva mai amata nessuna di vero cuore, nessuna; anzi soleva dire che nella nostra società non vi era cosa più imbecille di una signorina da marito.

Ma ora, che amava la mamma e la sorella, sentiva altresì il bisogno di amare proprio una signorina da marito.... E l’avrebbe sposata, sì! e a preferenza la signorina del notajo.... Avrebbero aggiustato tutto, perchè il notajo Raffa ne sa un punto più del diavolo.... E quella ragazza ha tutto l’ingegno del babbo, e più tanto di cuore ben fatto.... La violetta ama quasi sempre di nascere sotto le spine.... Sì! Egli ne è sicuro: la damigella Raffa è un’ottima ragazza e bella.... bella poi come il più bello degli angeli. Che felicità! Come sarà contenta la mamma Placida! Al primo bamboccio si metterà il suo nome; sarà una Placidina, e se invece sarà un maschio, allora il nome del povero babbo.... Che delirio di felicità! —

Egli richiamava in testa i tipi di mamme che aveva conosciuto, e prima di tutte, la mamma più caratteristica delle altre, la mamma del deputato X, quella che ama i figliuoli, come la cagna i suoi cucciolini, e ringhia continuamente intorno a loro e contro a tutti, per paura che glieli portino via. Questa mamma, abbia pure il figliuolo già ministro, mettetela in un pranzo: ella strepiterà continuamente dal fondo della tavola, e nojerà tutti con certi occhi che fucilano la gente, per paura che a quel buon uomo di suo figlio ministro si facciano dei torti, e non si dia tutta la torta e tutto il fritto o la quaglia che gli si conviene.

Pinotto pensava all’ottima mamma che aveva conosciuto nella signora madre di Edoardo, alla mamma la cui vita virtuosa e santa, dalle preghiere che recita sull’inginocchiatojo al mattino e alla sera, fino ai lavori di calza e di trapunto fatti dalle sue mani benedette, è tutta una sola cospirazione, perchè suo figlio sia sempre bello, ben vestito, sano, contento, onorato ed onesto.

Egli pensava alle mamme storiche, alle mamme raccontate dal Tommaseo, alla mamma esemplare dell’abate Jacopo Bernardi, alla mamma, di cui Edmondo De Amicis ha fatto innamorare tutto il suo paese.

E conchiudeva: — Ah, le mamme sono uniche al mondo per saper amare i figliuoli!... Sono tutte compagne.... Basta che i poveri figliuoli se lo meritino o sappiano pigliarle per il loro verso!

XXVII.

Mamma.... Amorosa.... Nuovo cibo.... Nuovo sangue.... Che cosa mancava ancora a Pinotto?

Le nuove idee e il nuovo sangue gli fecero ribollire più potentemente nella testa l’immagine dell’arte.

Egli si ricordò dell’immensità di libri da lui letti, studiati e venduti, dei suoi manoscritti distrutti, di cui però non aveva perduto dentro di sè neppure una sola goccia di sostanza, perchè si sentiva ancora lui, tutto lui, più forte di prima e più capace di rifondere le sue statue e inchiodarle eternamente sopra un piedestallo di porfido.

Un giorno alla finestra parve che gli passassero sotto le narici tutti i profumi di Villa Pamphili e di Villa Borghese; e gli venne nel cervello un nome, il nome di un villaggio, che era pure il nome patronimico di una famiglia, e doveva essere il soggetto di un suo nuovo prossimo racconto.

— VOLAR DI FIORI.... Due sposini, il conte e la contessina _Volar di fiori_ sopra un balcone, davanti a un giardino all’italiana del settecento.... Belli, belli, quali i pittori dipingono sè stessi e le loro amanti, quando vogliono dipingersi per prototipi di bellezza in costume di feudatari.... buoni, buoni, e tanto più preziosamente buoni, quanto era più facile l’essere cattivi per i nobili dei secolo passato....

I fiori del giardino erano giunti all’ultima loro splendidezza, all’ultima loro prosperità: loro più non rimaneva altro a fare, che dar luogo ai frutti.... — Venne una folata di vento nel giardino.... — Spicca, ramassa, fa turbinare le teste dei fiori....

— _Volar di fiori!_ si dicono soavemente il contino e la contessina guardandosi negli occhi.

Bisogna descrivere il volo dei fiori, l’incrociarsi dei loro colori e dei loro profumi per l’aria, come una gazzarra d’amore celeste e combinare i fiori con i bisbigli e coi baci dei nobili sposi tortoreggianti.... profilare per il ritratto della contessina, profilare in rosa, in oro e in perle la signorina del notajo.... — Ma non solo parole e descrizioni.... Idee! Idee!... Far presagire da quei bellissimi e felicissimi sposini l’ottantanove, i nuovi destini della plebe, la necessità di una nuova religione.... Baci.... fiori.... amori.... Volar di fiori.... —

Durante questa concezione letteraria, Pinotto si sentì colare in seno tanto dolce di miele da disgradarne le labbra di Galatea; si sentì capace di innamorare e far svenire di soavità tutti i ciclopi d’Italia; e ad un tempo si sentì addosso una forza da Sansone, per far rinculare di ottanta passi tutti i letterati del secolo.

Si mise al tavolino con la febbre di scrivere le più raggianti cose che si siano mai scritte.

Scrisse, scrisse, si levò in piedi, e riscrisse; e tanto si inebbriò nel suo soggetto, che non fu più lui; ebbe un ineffabile prudore e languore nel cuore e nel cervello; vide luccicare le idee, come gemme e come spade sulla testa, e volargli i fiori a mille a mille intorno alla fronte, piccargli contro al petto, e dargli solletichi strazianti, abbattimenti di gioia e tutto inghirlandarlo figlio, amante e poeta.

L’usciere rientrando in casa trovò il suo ospite con il volto così trasumanato, che egli, dopo avere aperto la bocca, non osò dirgli più nulla.

Non c’era che dire: dallo scrivere _Volar di fiori_ al discorrere con l’usciere era un bel cascare dalla poesia alla prosa. Eppure Pinotto si trovò così buono nello sfogo del suo Bello, che, appena visto l’amico, mise frettolosamente l’impagliatura di una scranna sopra il suo manoscritto e poi corse a girare le braccia intorno al collo dell’usciere.

Questi allora incoraggiato parlò: — Volevo dire.... Non si offenda sa.... Io mi sono permesso, perchè sapeva che, Ella desiderava un impiego, mi sono permesso, di parlare per lei al mio capo-sezione, cognato della cugina del mio colonnello.

— Ebbene? domandò con affannoso desiderio Pinotto.

— È contento Lei? Sia lodato Iddio! Le ho ottenuto un posto da scrivano nelle Ipoteche con settanta lire al mese.... Può incominciare domani.... Lo accompagnerò io....

— Grazie! Grazie! Gioja! Gioja! — Esclamò Pinotto prendendo l’usciere per le mani e forzandolo a far un mezzo giro di monferrina.

Il Capitano baciò il suo protetto, e quel corifeo di Fido gli saltò sulle spalle.

Sfogato il primo impeto, Pinotto ripercosse le mani insieme dicendo:

— Adesso, Capitano! Capitanò!...

— Ebbene, che cosa?

— Senta, senta, se non sono indiscreto. Abbia ancora la bontà di farmi l’anticipazione di un’altra lira sul mio futuro stipendio.... Veda, veda! desidero ardentemente di comperarmi una cravatta, una famosa cravatta, con cui ho fatto all’amore tutta questa mattina sul Corso. Questa mi otterrà di colpo una promozione, appena mi presenterò all’ufficio.

— Ma subito! Subito! S’immagini! Ecco.... Ecco mia gioja! —

Ma invece di pensare neppure a comperarsi la cravatta, Pinotto trottò lesto all’ufficio telegrafico dove spedì il seguente telegrammino alla mamma: — _Ottenuto impiego, finalmente! settanta lire mese. Evviva! tu, Carolina, quanto contente! Lavoro._

Così entrato nelle Ipoteche con le più belle fantasie nella testa, egli si mise a sgobbare altresì materialmente come un martire. Quando era al banco, lo si vedeva girare qua e là con gli occhi che sembrava volassero in cerca di pubblico da servire.... Poi su e giù per le scale e per le scalette con enormi libracci sulle spalle.

Quei libracci, come si può immaginare, costituivano il vero carico di un pover’uomo. Allorchè egli doveva toglierne tre o quattro dagli scaffali o riporveli, metteva in mostra la più farraginosa disinvoltura travettiana. Alzava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la compressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero in terra ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fossero state quelle del prossimo! Certe volte pareva addirittura inchiodato come una bestia da macello a quegli assi della scansia.

Appena uscito poi dall’ufficio, si metteva intorno al suo _Volar di fiori_ e vi spendeva sopra molte ore della notte.

Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!... Che cosa mancava tuttavia a Pinotto?

Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli mancava l’assicurazione dell’amore e del soccorso materno.

Dopo aver aspettato indarno per una settimana la risposta della signora Placida, il poveretto cominciava a ritornare di cattivo umore, dubbioso, quando il Capitano gli si fece innanzi con cera allegra e promettente.

— Ecco per lei!

E gli presentò due lettere: l’una con la soprascritta in caratteri grossi e piatti del secolo passato, e l’altra con un bel corsivo minutino e moderno.

Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua mamma.

Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammaticature e la più grottesca ortografia, che l’avrebbero resa poco intelligibile al pubblico; essa diceva:

«_Signor, signor figlio_,

«Dopo tutto quello, che hai fatto anche ultimamente, mi stupisco forte, che tu abbia ancora avuto l’ardire di indirizzarti a una tua madre. Ah! ci vuole un bel coraggio! Mangiar tutto, vendere tutto!

«Io l’ho subito detto, e poi me lo ha ripetuto anche il teologo, che sarei pazza da legare se ti ascoltassi ancora. Ti ho già ascoltato fin troppo per il passato, e pur troppo è stata la rovina tua e la mia.

«Adesso io ne ho appena abbastanza per andare innanzi con Carolina onoratamente.... Invece tu mi sembra, che tu abbia ancora buon tempo e delle storie per la testa. Dovresti tu aiutarmi nella vecchiaia e non pretendere il contrario... Basta, basta, caro figlio; se tu avessi avuto un po’ più di Religione non ti sarebbero capitate tante disgrazie. Questo solo posso risponderti, di essere una volta bravo e di andare sempre in chiesa a fare le tue devozioni da cristiano battezzato. Ecco ciò che ti è capitato a voler disobbedire i Santi Comandamenti di Dio e della Chiesa, e a stare a quello che dicevano quei scellerati garibaldini, tuoi amici, e anche a scaldarti sempre la testa con i romanzi che lo inferno li abbruciasse tutti una volta!

«Ah, caro figlio, mi raccomando tanto e poi tanto, va subito dentro una chiesa a domandare perdono nel confessionale delle tue mancanze. Io farò quantum possio per ottenere dalla Madonna la tua grazia. Anderò a sentire una messa per te alla Consolata, e farò anche venire la Carolina. Pregheremo con fervore la Madonna per la tua conversione dei peccatori. Faremo magari accendere una candela dinanzi all’altare maggiore in onore del Santissimo Esposto, acciocchè voglia toccarti più facilmente il cuore.

«Guarda, Pinotto, guarda la bontà, che hanno ancora per te tua madre e tua sorella, dopo tutto il male che hai fatto loro...

«Del resto noi due non possiamo fare mica di più, povere meschine che siamo per causa tua! Quindi aggiustati da te, come meglio saprai o potrai, soprattutto domandando perdono di cuore a Dio delle tue colpe e accostandoti con frequenza ai Santi Sacramenti.

«Ti saluto, ti saluto, anche per parte della Carolina che adesso fa il pastone dei Canarini.

«Addio, addio! Ai cagnetti non ho detto niente del tutto. Addio, addio. Credimi, sono e mi chiamo tua affezionatissima madre, signora signora Placida.

«_Vedova_ PANETIO _nata_ RHOCCIA»

«_N. B._ Ricevuto, appena dopo vergata presente, tuo dispaccio impiego.

«Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro nel telegrafo.