Rovine

Part 4

Chapter 43,721 wordsPublic domain

Imperocchè, quando aveva ricevuto le ottantamila lire in un picchio, egli ne aveva investito qua e là bizzarramente alcune parti; per esempio 10 lire in una cassa di risparmio; 200 in un’altra; magari soltanto una lira in una terza, tanto per incomodare un impiegato a scrivergli il libretto; 100 lire in conto corrente al Banco Sconto e Sete; 500 lire in una azione della Banca Indo-Germanica; 5000 in rendita turca, ecc.

Ora razzolando negli angoli del baule, gli fiorivano tra le mani quei titoli provvidenziali, e gli fecero buon prò anche quelli rinviliti dell’ottanta e più per cento.

Infatti un’azione dell’Indo-Germanica fu sufficiente a pagargli le uova per un giorno intiero e una cartella del prestito turco bastò a procurargli gli zolfini; onde egli coniò il proverbio _meglio serbar in turco, che sprecare in italiano._

Ma questi rinfranchi gli si andavano terribilmente assottigliando di giorno in giorno. Onde, molte volte, seduto al tavolino marmoreo di un caffè, davanti a due uova affrittellate miseramente le quali scoppiettavano schizzi rabbiosi per carestia di burro e si attaccavano tenacemente abbrustolite al fondo del tegame, molte volte egli esclamò, mezzo liricamente e mezzo elegiacamente: — vorrei che queste due uova mi durassero una eternità! — E volgendo gli occhi in su ne gustava il sapore, in modo da impietosire chicchessia ad eccezione di lui.

Molte volte egli, che nei suoi tempi felici aveva esibito agli altri il suo portamonete a chius’occhi, con quella noncuranza cortese e signorile, che non hanno nemmeno i milionari, quando offrono l’astuccio dei sigari, — si trovò coartato a scomporre mentalmente un soldo e a destinarne le preziose particole nel suo specchietto giornaliero: tanti centesimi per i fiammiferi e tanti per la pattona.

XVII.

Egli prediligeva il soggiorno di Firenze per la compagnia dei fratelli della Misericordia, la cui instituzione egli da un pezzo considerava come un capitale, che avesse nello scrigno, in mancanza del capitale _assistenza materna._

Ma, per fare maggiore economia, abbandonò Firenze e andò a stabilirsi in una piccolissima città di provincia, dove era affatto sconosciuto. Quivi si diede addirittura alla dieta dei grandi uomini in erba: pane, acqua e formaggio; e cominciò un nuovo romanzo, rifusione più netta e più grandiosa del primo. Così viveva assai strettamente, ma serenamente, quando un giorno egli cascò ammalato.

Era una grave malattia di _peccati vecchi, penitenza nuova;_ per cui fu portato allo Spedale; e poco mancò non gli si dovesse amputare una gamba. Tre dottori stavano per l’operazione; uno solo contro e vinse. L’averlo potuto guarire, salvandogli quell’estremità combattuta, fu una vera gloria per il medico, che glie l’aveva difesa a viso aperto; onde la storia clinica del caso interessante venne narrata distesamente nel _Morgagni_, rinomata Rivista di Medicina e Chirurgia, adoperandosi mancomale le sole iniziali dell’ammalato.

In questo frattempo Pinotto, avendo fatto scrivere dal medico, suo Farinata ed istoriografo, avendo fatto scrivere a casa, che egli era all’Ospedale, si teneva sicuro che sua madre e sua sorella sarebbero venute a trovarlo; anzi si rammaricava acerbamente per aver potuto un sol giorno preferire nel proprio cuore la Misericordia di Firenze alla sua famiglia. Invece esse si fecero vive, ma non già rispondendo al dottore; bensì fecero scrivere dal Teologo al cappellano dell’Ospedale, raccomandandogli vivamente Pinotto, però esclusivamente per le cose dell’anima. Del resto esse accusavano un raffreddore; per il quale non potevano muoversi. Nè mandarono verun soccorso.

È facile il capire, come questa razza di sollecitudine per parte della madre e della sorella, facesse digrignare a Pinotto non solo i denti, ma l’anima.

Egli uscì dall’Ospedale con un appetito da convalescente, ed entrò in un caffè. Ora, per combinazione, la prima cosa che lo colpì, fu, a farlo apposta, la vista di una vecchia signora, rassomigliante un po’ a sua madre, che dava a leccare sucidamente lo scodellino alla sua cagnetta. Ciò fini per rovinargli completamente ogni programma di economia e di buona condotta, se aveva bisogno ancora che questo gli fosse rovinato.

— Dio santo! — egli esclamò: — Ci sono tanti e poi tanti poveri cristiani, che non prendono mai e poi mai il caffè.... Ci sono degli ammalati che ne mancano.... Io stesso, prima di andare all’Ospedale, sono stato cinque mesi senza assaggiare più il caffè, io.... io.... chè pure mi piace tanto; e credo di avere maggiori diritti di un Glafir qualsiasi, ai godimenti del mondo.

Ebbene! allora gli parve di avere il diritto preciso, sovrano, fulmineo, incontrastabile, e imperscrittibile di esigere dalla Società ogni giorno una costoletta pepata, una caciuolata con i tartufi, e una bottiglietta di barolo per colazione, con l’intiera bottiglia per il pranzo oltre al caffè e sopracaffè a semplice richiesta. Quindi, forte del suo diritto, si mise a spedire lettere circolari, che domandavano cento lire in prestito ai membri, che per lui rappresentavano la società sua debitrice, cioè ai suoi parenti ricchi e ai suoi compagni d’ozio, di crapula o di letteratura edita ed inedita. Non gli passò nemmanco per la mente di rivolgersi a sua madre, perchè la riteneva cosa inutile dopo il contegno da lei tenuto in occasione della sua malattia all’Ospedale.

XVIII.

Uno degli zii gli rispose, che in seguito alle inondazioni del Po gli erano caduti 3 mulini, per cui doveva farli rifabbricare ed era dolentissimo di non poterlo sovvenire di un centesimo. Un altro zio incominciava la lettera con mille imprecazioni contro al governo; diceva che i bachi da seta erano andati male, la canapa malissimo e che ciò nonostante quegli asini, mangioni ed assassini di ministri, lo costringevano ad anticipare la imposta fondiaria, per cui era egli stesso nella necessità di ricorrere al credito.

Un cugino gli rispose: «Se tu mi avessi scritto un giorno prima, non cento lire, ma te ne avrei mandate mille; imperocchè tenevo disponibile un capitale di diecimila lire, di cui ti avrei volentierissimo accomodato. Ma stufo di tenere quella piccola somma oziosa, non potei resistere alla tentazione di investirla nella compera di una casetta; un cattivo contratto, mio caro cugino! Pensa: diecimila lire in contanti nel rogito, e poi altre 10 mila da sborsare fra tre anni.... E poi gli emolumenti del notajo e del Registro, senza contare le riparazioni ordinarie e straordinarie e la tassa sui fabbricati.... Caro Giuseppe, ti assicuro che ho le mani nei capelli, tanto sono imbrogliato. Oh quanto avrei avuto più caro di prestare tutte a te le diecimila lire!... Ah, perchè non mi hai scritto prima? Perchè?...»

Gli amici gli risposero niente, ad eccezione di Edoardo e di Aurelio Auricola.

Il primo, avendo guadagnato cento lire in un concorso pubblicato da un giornale giuridico, ne mandò cinquanta a Pinotto, pensando semplicemente che era meglio darle a un amico, che ad un’amica.

Il secondo gli mandò una lettera untuosa, scritta sopra un mezzo foglio spiegazzato dentro una busta storta, di quelle che fabbricava lui con gli antichi _atti_ dell’ufficio. Il machione aveva preteso fare dello spirito. Infatti cominciava con tanto di _Sire!_ ricordava al Sovrano la propria nomina a suo _Ministro di Grazia e Giustizia_, quindi veniva _con fede degli opportuni ricapiti_ a supplicare la Maestà Sua a voler avere ad ogni cosa l’opportuno riguardo; onde conchiudeva, che se il monarca, dato evacuo a tutti gli incumbenti che del caso, non poteva prestare a lui ministro Guardasigilli la cauzione per mettere su un ufficio nuovo, gli mandasse per lo meno duecento lire, come voleva la _Grazia_ e non ricusava _Giustizia_, acciocchè egli potesse vestirsi bene e così ottenere finalmente la desiata mano della figliuola unica del suo principale Barattini, facile apportatrice della desiatissima _procura_ in suo capo.

Sopra queste risposte e non risposte Pinotto fece le seguenti considerazioni filosofiche: — Belle combinazioni! I fiumi straripano, i bachi da seta e la canapa intristiscono, il Governo pretende l’anticipazione delle imposte, un cugino si rovina con uno scellerato carrozzino, gli amici perdono l’uso della parola, o falliscono del cinquanta per cento, o peggio ancora i cretini imparano a fare dello spirito chiedendo il doppio di ciò che devono dare, tutto questo per impedire a me Giuseppe Panezio la possibilità, che hanno tutti gli straccioni di raggranellare la somma di cento lire rotonde. —

Quindi conchiuse: — La carta non diventa rossa, ma la epidermide della faccia umana, sì! Il silenzio è d’oro; ma la parola è di diamante. Andrò io a prendere di fronte questi parenti delle inondazioni e questi amici mutoli, a cui regalerò un francobollo per vergognarli di non avermi risposto. E vorrò vedere, se a quattr’occhi oseranno negarmi qualche miserabile biglietto di banca. Voglio vedere, se potranno dirmi di no, quelli specialmente che mi hanno aiutato a mangiare migliaja di lire in cene, sovvenzioni, sigari, _et reliqua!_... Voglio vederli a dirmi di no! —

XIX.

Piombò, come un agente fiscale, fra lo stuolo degli amici e dei parenti, e fece un abbondante bottino, però rilevando questo. La gente più lo credeva tuttavia ricco e capace di dare mance vistose alle serve, più gli dava volontieri da pranzo, restando persino di buon umore, se egli, uso alle taverne e senza veruna scuola di famiglia, faceva scricchiolare maledettamente le sedie e minacciava di romperle ad ogni movimento. Ma, come si accorgevano, che egli aveva veramente bisogno di soccorso, tutti si imbrunivano e si inacidivano a vederlo comparire, e lo mortificavano con avvertimenti e con certe facce da Ebreo Errante, appena avessero dovuto dargli semplicemente da sedere.

Egli segnò queste ed altre osservazioni sopra un taccuino, come materiali di un altro suo capolavoro, destinato a non essere mai pubblicato e intitolato: _Al Verde!_

Dapprima egli accettava i soccorsi e l’ospitalità altrui con franchezza, perchè egli era sicuro di diventare, quando che fosse, un milionario, un milionario, che avrebbe ammazzato i suoi pitocchi soccorritori con una profusione di doni e avrebbe restituito con pranzi all’albergo _Trombetta_ le braciòle casalinghe, che egli aveva mangiato nelle famiglie altrui. Poi cominciò a pesargli il sospetto di essere tenuto per uno scroccone, per un cavaliere del dente; in quei momenti i denari degli amici gli bruciavano le mani, e gli facevano salire le vampe alla faccia. Infine con il vigore del suo cervello sviato, riuscì persino ad addomesticarsi baldamente a quella vita.

Un amico era tassato da lui per il caffè, un altro per i sigari, altri per altro; ed egli viveva completamente alle spalle del prossimo, come se fosse stato il Governo.

Ma un giorno, nell’avvicinarsi della fredda stagione, quando ricevette da Edoardo un pastrano usato, divenne di nuovo superbo e vergognosissimo, e disse amaramente a sè stesso: — Sono proprio un accattone! — Però riprese subito nella vigoria del suo animo: — Sono un accattone, ma mi infischio di tutti. —

E andò da due altri suoi amici a domandare a ciascuno di loro il pastrano usato; così avutine tre, scappò a venderli nel Ghetto, per comperarsene uno nuovo da Bocconi.

Intanto, per cessare quello stato di cose, cercava un impiego quale si fosse e non lo trovava. Vedeva che riuscivano ad occuparsi vantaggiosamente ufficiali e bassi ufficiali smessi, cantanti, commedianti e suggeritori, i quali avevano perduto la voce, nobili spiantati e stangati d’ogni estrazione e che ne erano pieni i ministeri, i licei, e le fabbriche di bottoni e di zolfanelli; solo egli non poteva scovare alcun posticino per sè. Tutti si schermivano dall’aiutarlo, chi perchè si fidava poco della sua testa bizzarra, chi perchè non osava metterlo in un ufficio troppo misero, e chi perchè sentiva quella tendenza naturale di dare il tratto a chi rotola in giù.

Questi gli diceva: — Ah, se fosse ancora vivo il commendatore Caramella! Egli era un uomo veramente _dalle braccia lunghe_, e per far piacere a me e a mia moglie avrebbe fatto nominare vicario generale della diocesi anche il vescovo dei frammassoni.... Ma quel degno galantuomo, ah! proprio di quelli di una volta, ora non è più. Mi rincresce, mi rincresce, caro mio, di non poterle essere utile presentemente.... Ma, se fosse vivo il commendatore Caramella.... avrebbe visto.... —

Quegli gli rispondeva: — Peccato non ci sia più quella cara madama Storione! Vieni qui, Enrichetta.... Puoi dirlo tu, mia cara figlia, se quella buona signora non poteva quello che voleva. Ah! quanti _emigrati_ abbiamo fatto impiegare da lei! Era così buona e ci voleva tanto bene.... Ma ora quella brava signora anche essa se n’è andata.... Fanno tutte così le persone che sono utili al mondo e rimangono solo i bisognosi.... Ah! buon signore, peccato che non ci sia più quella cara nostra madama Storione! Ah! Madama Storione non faceva anticamera da nessun ministro, oh no! no! —

Un terzo lo assicurava che avrebbe fatto moltissimo per lui, se non fosse caduto il gabinetto antecedente.

Insomma il povero Pinotto era suffragato da una legione di condizionali, di defunti o di cascati, e non era punto aiutato nei bisogni presenti della sua vita.

Spinto dalla rabbia di questi smacchi, egli un giorno assaltò da sè stesso per via un commendatore francese, gran sopracciò delle strade ferrate, e gli disse: — Sono il tal dei tali, sono mezzo ingegnere, ho mangiato ottantamila lire in pochi anni; ho conosciuto le signore più belle ed eleganti della città, ed ora le domando un posto da guardiasale in una delle tante sue stazioni. —

Il commendatore lo licenziò frettolosamente, sospettando di essere stato abbordato da un borsajuolo o da un suicida futuro prossimo, e lo invitò a recarsi l’indomani nel suo ufficio.

Portatosi puntualmente l’indomani alla Direzione delle ferrovie, egli non ottenne di poter parlare col commendatore; ma parlò con un vice-sostituto sottosegretario del medesimo, il quale gli mise sul naso un paio d’occhiali spessi come due fette di salame. Pinotto ci vedeva dentro come in un nebbione e _non altrimenti che per pelle talpe_; quindi fu licenziato quale _inabile per vista corta._

XX.

Sconfitto da tutte le parti, non conoscendo più altro rifugio, egli finalmente accondiscese alle istanze di Edoardo, che da più mesi lo sollecitava a presentarsi da sua madre. Bisogna dire che egli salì gli scalini materni, più per togliersi ogni appicco di biasimo davanti all’amico, che per fondata speranza di riuscire nell’intento.

Fu breve e secco il colloquio fra madre e figlio. La signora Placida diede un piccolo soprassalto, quando si vide dinanzi il suo Pinotto, ma poi si rattenne e assunse il contegno più dignitoso, che possa assumere una madama borghese, quando voglia dare una lezione di civiltà a una odiata amica.

Lo condusse nella sala di ricevimento, e senza accennargli che si sedesse, gli domandò: — Ebbene, che cosa si vuole da me? —

In quel punto fecero per entrare Carolina e i cani, ma la signora Placida ordinò loro di ritornare premurosamente indietro, quasi essi non dovessero onorare di loro presenza quel discolo. Quindi ripigliò: — Ebbene che cosa si vuole da me?

— Signora madre.... Scusi del disturbo.... È una specie di ritorno del _figliuol prodigo_. Ho già consumato le mie ottantamila lire, ed ora vivo a spese degli amici, e cerco un impiego con il loro aiuto. Sono venuto a vedere, se mia mamma alle volte avesse dispiacere che gli amici prendessero il suo posto....

— No, no, no.... Io non voglio saperne di niente. Sta pure con gli amici, facciano pure loro quello che vogliono, essi che ti avranno aiutato a disperdere e divorare le sostanze guadagnate da tuo padre.... Io non ci entro per niente.... Ah, gli amici, gli amici!

— Allora.... — E fece a sua mamma un inchino. Questa gli rispose con un cenno di testa pieno di dignità borghese.

Discendendo le scale, mentre gli si spezzava il cuore, il povero giovane diceva: — E pure mia mamma non è cattiva! Non mi capisce, ma non è cattiva.... —

Girando per la città, con la testa bassa, inciampò in quel rospo di Aurelio Auricola.

— Ecco lì, — disse fra sè, — ecco lì sotto quell’untume da cappellano e sotto quella fronte da cretino, ecco lì dove ci sono dei pozzi di ricchezza mobile. E gli passò per il cervello la voglia di strangolarlo e depredarlo; ma fu una voglia semplicemente ridicola; tanto è vero, che lo fece ridere di cuore.

— Che cosa hai, Giuseppe, che ridi come un maniaco?

— Ho.... ho, che non ho nemmanco un soldo da far cantare un cieco.... E non so proprio più dove battere la testa. Guarda tu, che sei procuratore, non potresti regalarmi un’azione di qualche compagnia di ladri.... oppure indicarmi qualche posto vacante da assassino? Lo accetterei e comincierei dallo svaligiare te.

— Grazie tante.... Hai voglia di scherzare?... — rispose Aurelio un po’ livido per un quissimile di paura. — Aspetta....

Ed accese il suo perpetuo mozzicone di sigaro.

— Aspetta.... Tu devi ancora avere la proprietà di ciò che tua madre gode in usufrutto sulla eredità di tuo padre.... Vendi la _quarta uxoria_ di tua madre.

— Sei un’aquila. —

Secondo il solito, il sostituito procuratore si incaricò egli stesso di trovare lo strozzino e il notajo dello strozzino.

Alle cinque di un pomeriggio invernale, nello studio del commendatore notajo Raffa, mentre la luce grigio-scura del giorno morente si allontanava, e la raggiera gialla di una lucerna si allargava nello spazio, dentro una mutezza strangolatrice, si sentiva saltellare ed intaccare lo scricchiolío di una penna. Si rogava il contratto, per cui Giuseppe Panezio vendeva il suo restante patrimonio usufruito dalla madre, del valore approssimativo di lire trentamila al signor Abraam Isacco X del fu Giacobbe, il quale, dopo essersi accertato della età legale del venditore, mediante la produzione della costui fede di nascita, gli concedeva in corrispettivo lire millecinquecento, di cui cinquecento in contanti, cinquecento che si dichiaravano ricevute prima del rogito e le altre cinquecento valutate in altrettanti effetti di merce, fra cui alcuni elmi di cavalleria di antico modello e la scrittura di un basso profondo, protestato da un teatro di provincia.

Mentre scricchiolava la penna del notajo, una ragazza bionda come una stella attraversò lo studio sulla punta dei piedi.

XXI.

Intascate le cinquecento lire, pagato profumatamente il notajo, e lasciati gli elmi ed il basso cantante a chi li voleva, senza dire ai nè bai a nessuno, egli bruciò gli alloggiamenti, piantando lo stuolo dei suoi amici patroni, i quali in generale si videro senza soverchio rammarico cessare a un tratto l’obbligo delle rispettive quotidiane contribuzioni al sostentamento del loro misero cliente.

Egli dilapidò quelle cinquecento lire proporzionatamente in fretta quasi come le altre, tanto per allontanare da sè un senso di maledizione materna; imperocchè ogni po’ un eco del freddo scricchiolío della penna del notajo lo faceva rabbrividire.

Di lì a pochi mesi, dopo essersi presentato inutilmente a cento usci, dopo essersi offerto agli uffici dei giornali, alla stenografia della Camera, alle fabbriche dell’acqua gazosa e del gaz combustibile, dopo aver giocato al lotto gli ultimi cavurrini, dopo di essere stato spinto dalla necessità fino sulla porta delle parrocchie e delle sacrestie e dopo avere inspirato a tutti un sentimento di ripulsione con la sua aria di un Satana morto di fame, egli si trovava una sera d’estate a Roma, seduto sopra un sasso, lungo uno stradone.

Si sentiva estenuato dal digiuno e rotolato giù agli ultimi scalini della degradazione sociale, e si diceva amaramente nella sua anima: — Possibile che nessuno voglia darmi da lavorare per vivere! Non domando molto io.... domando da mangiare per vivere.... E mi sento capace di fare qualsiasi cosa per guadagnarmi la pagnotta quotidiana, a cui ho diritto, Dio Santo! se non è bugiardo il Paternostro.... Farei anche il giornalista clericale o andrei anche ad ammazzare Bismark, se me lo comandassero!...

Poi soggiunse: — No, no.... non mi sentirei mai capace di fare del male, anche a costo di morire di fame.... —

La sua fisionomia era pressochè irriconoscibile.

Egli portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lucida per l’unto che vi si era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido; (essendo la divisa dei poveri nel più caldo dell’estate il pastrano, che essi poi si affrettano a consegnare al ghetto, appena si approssimi l’inverno), un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con istrappi ed altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaje livide: era scarno come un crocifisso; aveva le unghie orlate di velluto nero, come un prete del Porta.

Egli pensava con invidia alle turbe ricoverate negli ospizi di carità, a quelle vecchie vestite tutte di un’uniforme rigatino, con il numero di matricola per decorazione sul petto, — a quei vecchi colla blusina azzurra e con il bastone legato per un cordoncino ad una manica, — a tutti quei poveri rimbambiti, che nel tramonto della loro esistenza possono ancora, grazie alla carità pubblica, risentire le gioie infantili e collegiali, come quella di rubare un rociolo di zucchero nella zuccheriera altrui o bere di straforo una tazza di caffè ed un quintino di vino; — pensava agli ammalati menati agli ospedali sui carrettoni duri e sussultanti pelle strade polverose e pensava ai vagabondi, che viaggiano per mercè da Questura in Questura e da Sindaco a Sindaco. Egli scopriva allora proprio nettamente una divisione del mondo, a cui non aveva quasi mai pensato, quando conduceva vita capricciosa, studiosa, operosa e beata, la grande divisione degli uomini in gaudenti ed in pitocchi. Egli, più scannato di tutti, apparteneva col corpo ai pitocchi e si sentiva ancora fitto fra i gaudenti con i maggiori desideri dell’anima. Sopratutto lo rodeva il grande martirio di non aver più nulla, proprio nulla, nulla, nulla; e gli pareva l’ultima parola: nulla.

XXII.

Lo rasserenò il ricordo di una buffonata, con cui altre volte aveva fatto ridere le brigate; ciò era la diceria, che si dessero da qualche _Società Evangelica_ duecento lire ai cattolici che si facevano protestanti. Allorchè nei suoi tempi migliori, egli perdeva tutti i suoi denari al gioco, soleva dire giocondamente ai compagni che lo avevano squattrinato: — Amici, aspettatemi! Vado a farmi protestante e poi ritorno subito a farmi spennacchiare di nuovo da voi altri. —

Ora su quel sasso egli pensava: — Oh fosse davvero che si dessero duecento lire a chi si fa protestante! Volerei subito... — E gli pareva già di mangiare qualche cosa; ma ricadeva tosto spossato: — Ah forse non è vero, non è vero!... e poi, quand’anche fosse vero, io benchè morto in piedi, non mi sentirei il coraggio di cambiare per paga di religione; e sì che sono quasi certo oramai di non averne più nessuna! Siamo pure curiosi noi altri noi, della nostra specie. Vendiamo con un enorme facilità, _spaventiamo_ via una casa, una tenuta, un intiero patrimonio, che ci dava da vivere lautamente; e poi ci ripugna.... io sento che per me sarebbe affatto impossibile vendere un mio pensiero, un pezzo della mia supposta coscienza od anche un solo mio capriccio, che pure non mi dà da mangiare una maledetta. Imbecille! Ho fame e.... credo nella immortalità dell’anima. —