Rovine

Part 3

Chapter 33,652 wordsPublic domain

E la signora Placida di rimando, uscendo di nuovo dal cancello, con il viso inferocito in su: — Madama di due quattrini in aria! Madama dei cavoli marci! —

Gli astanti per una parte e Pinotto dall’altra impedirono ulteriori battibecchi per quel giorno.

Il giorno seguente la signora Placida riceveva una citazione di comparire davanti al Giudice Conciliatore, a fine di essere condannata al pagamento a favore della istante Ortensia Mellario della somma di lire trenta per _schiaffo ricevuto_; e contemporaneamente la Ortensia Mellario era evocata a comparire alla stessa udienza dello stesso Conciliatore per ivi vedersi condannata al pagamento a favore dell’attrice signora Placida Panezio della proposta somma di lire cento per _cane ucciso e varî effetti di vestiario manomessi_, il tutto con gli interessi dalla giudiziale domanda, la protesta dei vacati e il favore delle spese.

Da queste citazioni gemelle scaturirono tre lepidissime scene giudiziarie, delle quali si potrebbe trarre moltissimo partito, se le medesime non fossero già state sfruttate alla distesa nelle _Rassegne dei tribunali_.

La prima scena ebbe luogo prima dell’udienza nell’anticamera del Conciliatore; la seconda davanti il Conciliatore, che, riunite le cause, si dichiarò incompetente per giudicare d’ambedue, nell’una per ragione di _materia_ e nell’altra per ragione di _valore_; la terza infine, la più violenta di tutte, capitò dopo l’udienza in via delle Finanze; mancomale in tutte e tre il dignitoso appellativo di _madama_ fu sempre accompagnato dagli epiteti _meno lusinghieri e meno parlamentari_, come si espressero i gazzettinisti. Le due litiganti, dopo le più scandalose _madamate_, si staccarono più accanite di prima: e pure terminarono il loro diverbio all’unissono, brontolando tutte e due la stessa sentenza votiva, cioè _che il cielo fulminasse quella giustizia di Pilato!_

XII.

Questo stato di cose canino era oramai insopportabile per Pinotto, il quale, a forza di pensarci su, finì per accettare _un’idea luminosa_, che gli era apparita nel cervello per suggestione del suo antico compagno di scuola Aurelio Auricola, allora sostituito procuratore non del Re, ma del Causidico Capo Barattini.

Pinotto era maggiore di età, quindi aveva diritto di entrare nel pieno possesso della eredità intestata morendo dismessagli dal fu suo padre, salva la porzione legale di usufrutto materno, e salva la legittima del sesto spettante a sua sorella secondo il Codice Albertino, sotto il cui impero il _de cujus_ erasi reso defunto.

Aurelio s’incaricò egli stesso di consultare i notai, gli uffici di registro e le ipoteche, e dopo queste ricerche venne a dirgli che poteva pertoccargli subito in sua parte dispotica una ottantina di migliaia di lire.

Fu un lecchetto irresistibile per Pinotto, interrotto da qualche amarezza di rimorsi preventivi, a dileguare i quali il sostituito procuratore si offerse di fare tutto lui. Infatti, mentre Pinotto andò di nuovo in campagna dall’amico Edoardo, lasciava la sua procura ad Auricola; e questi cominciò a scrivere una lettera gentile alla signora Placida, poi si recò a visitarla personalmente, ma inutilmente; infine concluse: se la signora Placida è dura, con una piccola citazione, la faremo venir tenera.

Appena ricevute le _copie_, la signora Placida andò su tutte le furie, poi si recò a prendere un consulto da un avvocato classico, non che da un ex-cancelliere, suo conoscente e dal suo confessore teologo avvocato Sturlimandi; e avuta da tutti la risposta, che pur troppo suo figlio era assistito in diritto, sborsò ad Aurelio le ottantamila lire, dicendo però a lui e ripetendo a tutti i conoscenti, ch’essa aveva perduto suo figlio.

Pinotto, avuto nelle mani quel marsupio, cominciò a lasciarne un buono strappo ad Aurelio, dichiarandogli la propria ammirazione, assicurandolo ch’era addirittura un grand’uomo e nominandolo suo ministro di grazia e giustizia; quindi prima di partire da Torino, per isgombrare subito tutti gli scrupoli possibili ed immaginabili dalla nuova strada trionfale, che gli si apriva dinanzi, cominciò con una solenne birboneria. Invitò tutti i suoi numerosi amici e con maggior contentezza e preferenza di cuore i nemici ad _un’orgia_, come diceva testualmente il biglietto d’invito.

Intervennero alla medesima, oltre moltissimi giovanotti, alcuni personaggi maturi e rispettabili, e trovarono alcune giovani persone di sesso diverso, vestite con molto sfarzo ed eleganza, ma molto meno rispettabili dei predetti.

Venne invitato anche Aurelio Auricola, a cui non pareva vero di dover pigliare parte a quel finimondo di baldoria, egli che non aveva ancora mai speso più di 15 centesimi in un colpo per i suoi minuti piaceri e che un sigaro da un soldo lo faceva durare per un’intiera settimana, usando spegnerlo dopo due o tre boccate e quindi avvilupparlo in un cartoccio di gazzetta o in una scatoletta di lamiera vuota di fiammiferi.

Aurelio intervenne con un vestito da sacrestano e con un cilindro ammaccato da fiaccherajo, che furono il tema di parecchie risate in tutta la notte.

Alle due del mattino, Pinotto, tenendo un mantile sulle spalle, come fosse un manto, reggendo tragicamente un candeliere con una mano e portando un inaffiatojo in testa, declamava il monologo di Amleto: _Essere o non essere_.

Una di quelle signore pochissimo rispettabili si proponeva di andare al Veglione dello Scribe a cavallo di un asino. Parecchi invitati di ambo i sessi ballavano sotto la tavola.

Un avvocatino, supino per terra e con un imbuto in bocca, si faceva versare dentro del vino, come lui fosse un bottale. Aurelio guardando attorno, che nessuno lo guardasse, rimpinzava di confetti le lunghe saccocce di dietro dal suo frac da sacrista.

Passata una settimana giusta da quella nottolata, gli invitati, senza sapere l’uno dell’altro, si recarono poi tutti a farsi visitare da un medico famoso e convennero tutti nel giurare che quel birbante di Pinotto lo aveva fatto apposta.... a lasciare loro quel brutto ricordo.

XIII.

Che cosa faccia un giovinotto di ingegno cervellotico, mezzo artista, a ventidue anni, libero di sè, avendo a sua disposizione qualche decina di migliaja di lire, senza un affetto e senza un impegno di famiglia, è presto detto.

Compera intiere biblioteche di libri nuovi: tutta la raccolta del Le Monnier, quelle della Tipografia Editrice Lombarda, tutti i Barbera e la cassetta dei Barberini, tutte le fodere rosse del Silvestri, tutti i classici latini pubblicati dal Boucheron, tutti gli Economisti di Pomba e tutta l’edizione definitiva delle opere di Balzac. Gli sembra di dovere nello spazio di due minuti secondi sprofondarsi in tutti gli abissi della scienza e poi sbadiglia, tagliando i fogli a qualche fascicolo.

Si diverte a far correre una rozza da nolo, come fosse un cavallo da corsa conquistatore di bandiere; gongola dei suoi affanni e delle sue spossatezze come di cose artistiche; e la finisce con una pistolettata per fare un’opera di misericordia, e per godere i tratti scultorii di una _morte equestre_.

Compera uno struzzo e una bestia feroce per ispaventare gli amici e per imitare Alfonso Karr; e poi vende le sue rarità zoologiche ad un macellajo.

Viaggia di qua e di là senza costrutto.

Affitta al piano nobile un alloggio mobigliato elegantissimamente, da prima ballerina; e poi affitta magari contemporaneamente uno stabbio ad un quinto piano.

Piglia una sedia chiusa al teatro nelle sere preziosissime, in cui c’è la prima rappresentazione di un capolavoro sospetto o in cui recita un artista celebre di passaggio, come Rossi o la Ristori; ed egli, appena sentita la musica di introduzione, che nei teatri di commedia è quasi sempre orribile, esce fuori e lascia il suo seggiolone vuoto, che sembra aspetti qualche principe di Carignano; e non si degna nemmanco di sentire un’acca della nuova _produzione_ o di vedere il naso celebre, che tutti gli altri pigiati, con la lingua fuori dei denti e lo stomaco rotto, anelano d’applaudire.

Egli disprezza tutti: i moscardini come asini e gli studiosi come pezzenti.

Veste come marchesini i figliuoli del portinajo, che prima andavano strappati e scalzi.

È ricevuto, come uno dei primi nel gran mondo, perchè porta le migliaja di lire in palma di mano e le spende con una prodezza e una freddezza da disgradarne Rodschild; ed è ricevuto come uno dei primi nel mondo letterario, perchè egli ha sempre un capolavoro inedito, che nessuno non ha ancora potuto criticare, perchè nessuno non ne ha ancora letto una riga.

Pare che gli passino rasenti le cariche di ministro e di ambasciatore e ch’egli sbadigli loro dietro.

Egli commisera cordialmente i suoi compagni che mettono su studio o accettano un impiego e dice con sicurezza, che nei nostri tempi un giovane d’ingegno non ha più bisogno d’inebetirsi per non morire di fame, perchè ci sono tanti concorsi di cattedre, premi, ecc.

Intanto egli, vedendosi assottigliare velocemente il proprio peculio, pensa vagamente a qualche rinfranco straordinario. Veramente egli non ha ancora tutti i comodi per degnarsi di diventare un grand’uomo; ma pure deve spicciarsi per quella materialità del mangiare bene e del vestire meglio. Il bisogno epicureo di fare il signore vieppiù gli si avvicina; e i grandi posti vieppiù si allontanano da lui, si allontanano....

Ma, neppure vedendosi crescere la marea delle necessità, egli non sa adattarsi a disegni modesti.

XIV.

Pinotto ritornò presto a Torino.

Quivi un giorno, andando a passeggio con l’amico Edoardo il quale gli manifestava il disegno di diventare uno dei primi avvocati in una città di provincia, egli lo condusse sopra un colle, come fece il diavolo con Gesù Cristo, e gli disse: — Tu tiri di conquistar Verona o Vercelli, ma io appena mi accontento di conquistare il mondo. —

Ciò detto, si calzò due guanti di color grigio perlato, a doppia cucitura e a doppia bottoniera, e si diede una stiratina ai baffi, quasi ciò gli bastasse per prendere il genere umano di sottogamba.

Risoltosi al fine a fare qualche cosa, mandò un suo imparaticcio a una Accademia o a una Giunta incaricata di dare un premio alla migliore commedia o alla migliore monografia sui Giurati o sui Zampognari in Italia. Il premio egli non lo buscò a quel concorso; anzi a tempo debito, il suo manoscritto gli venne restituito indietro ancora _intonso_, come egli potè materialmente assicurarsi, verificando tuttavia attaccati insieme gli orli di due pagine, che egli aveva appositamente ingommate per conoscere, se i giudici leggevano o non leggevano i lavori, che dovevano giudicare.

Adunque gli accademici non si erano nemmanco degnati di aprire il suo volume; ebbene lo rileggerà egli tante volte, quante bastino alla brama insaziata di un autore inedito. Dio mio! Egli non potè procedere oltre alla prima pagina, perchè quella roba gli faceva venire i crampi allo stomaco. Gli sembrò la prosa più abbominevole, che si fosse mai buttata giù in questo mondo letterario. Allora, come un pazzo furioso, si mise a stracciare il suo lavoro; stracciatolo, lo calpestò; calpestatolo ben bene, ne pose in fuga i laceri pezzettini, anche quelli, che aderivano al pavimento; li scopò via tutti fuori del balcone; e quando li vide mulinare giù per l’aria, li maledisse ancora una volta, sputando loro contro.

Uscito a fare una corsa per la città, voltandosi attorno, gli parve di accorgersi per la prima volta, che a Torino c’erano dei giovani, che studiavano e sapevano qualche cosa e che pubblicavano dei buoni componimenti in italiano e delle rispettabili traduzioni dal greco, dall’inglese e dal tedesco. Ed egli con tutte le sue pretese non sapeva ancora niente di tedesco, poco di inglese e di greco, e pochissimo di italiano. Lo assalse la vergogna e gli sopravvenne la fulminea idea di presentarsi al Circolo Filologico e di inscriversi a tutti i corsi, compreso il siriaco, se c’era, e non escluso il latino per le signore. Così fece; e in poco tempo, riempiendo di coniugazioni i cartolari, destò l’ammirazione nei professori.

Fece di più. In quel tempo, oltre al Circolo Filologico, fioriva in Torino una Società Letteraria, intitolata la _Dante Alighieri_, la quale si meritò forse qualche cosa di più che le quattro righe di questo racconto. Essa si radunava ogni domenica nell’anfiteatro chimico detto di S. Francesco di Paola e precisamente nello stesso luogo, in cui, quarant’anni prima, il gesuita padre Manera aveva aperto la sua cavallerizza letteraria, alla quale avevano preso parte Angelo Brofferio e Carlo Marenco. Allora il padre maestro baciava gesuiticamente i versi di Dante, prima di spiegarli, e metteva blandamente le mani sulle spalle ai giovani per incoraggiarli. Quarant’anni dopo, oh! non più gesuiti!

Quarant’anni dopo, componevano la Società alcuni giovani liberi come l’aria e freschi come un buon mattino, i quali sentivano la forza irresistibile di fare tosto vedere pubblicamente le loro prodezze letterarie. Essi declamavano senza paura di blandizie lojolesche o di nottate al palazzo Madama, declamavano la loro brava opinione sull’ultimo problema scientifico, sull’ultimo libro, sull’ultima canzonatura, sull’ultima immortalità dell’anima, sull’ultima immortalità della materia o sull’ultima neve caduta. Il loro pubblico erano gli ex-compagni di corso, gli studenti loro immediati successori nell’università o nel liceo, le signorine sorelle o cugine, le signore dilettanti di letteratura e dei grandi processi alla Corte di Assise, professori giubilati, e gli altri abbonati ad ogni spettacolo gratuito.

Una volta all’anno poi essi davano una festa solenne con l’intervento delle autorità municipali, politiche ed accademiche e della musica della Guardia Nazionale, — e per una di queste feste fecero persino coniare una medaglia commemorativa, come quella dei carnevali di Gianduja.

Nella Dante c’era Edoardo, il quale fece presto tutto il possibile per trascinarvi anche l’amico, il neo-filologo Pinotto.

Ma Pinotto era riluttante a entrare in quella Società; perchè, egli diceva, che le società letterarie erano tutte società di mutua ammirazione. Pure in un giorno di festa solenne, per accontentare Edoardo, che vi dava la sua beneficiata, egli pose il piede nella Dante. Ebbene, fu addirittura commosso nel vedere, anche solamente come spettacolo d’una volta all’anno, il Sindaco della Illustrissima Città del Toro, messosi in coda di rondine per la letteratura; nel vedere belle signore e bellissime signorine abbigliate festosamente per la letteratura, e l’incisore Thermignon avere coniata una medaglia per la letteratura, e tutto quel caleidoscopio di pubblico essersi assiepato circolarmente in anfiteatro per la letteratura; in cima al quale pubblico parevano stampati come re da tarocchi due marescialloni dei RR. Carabinieri, invitati da un socio maestro della Cittadella, — con il loro pennacchione nuovo e i loro bottoni e cordoni lucentissimi, anche essi per la letteratura....

Gli vennero poi i battiti al cuore, quando vide farsi innanzi nell’emiciclo, davanti a quel pubblico, l’amico, quasi fratello Edoardo, con gli occhi brillanti di ardimento, con la testa balda e scarmigliata, con la voce potente di metallo giovanile, e sciorinare su quel pubblico un discorsetto ameno e piccante alla Paolo Courier, facendo ridere beatamente i carabinieri e i professori, facendo piangere le signore e le signorine, facendo fremere i giovani bollenti Achilli e facendo saltare sulle sedie i fanatici compagni e ammiratori; — e quando Edoardo ebbe finito lo _spéech_, sollevarsi una selva di applausi, contra cui non valsero nulla i tromboni della Guardia Nazionale; e il Sindaco e il Rettore dell’Università alzarsi e stringergli la mano....

Pinotto precipitò anche lui sopra Edoardo; e questi gli domandò affannosamente: — Ebbene?

— Mica male.... Ih! acqua, che non macchia.... — gli rispose ridendo, e poi gli diede lo scoppio di un bacio, come il più franco conforto ed elogio di amico e di fratello.

Quello spettacolo di godimento letterario e di amicizia fraterna tirò definitivamente Pinotto nella Dante.

Quei giovani soci erano quasi tutti fatti alla buona e senza verun sussiego, quantunque molti di loro fossero prossimi a divenire o già fossero bravi e rinomati ingegneri, o medici, od avvocati, dottori di collegio, o professori di Università o di Liceo, consiglieri comunali o provinciali, capitani di cavalleria o di guardia nazionale. Benchè poi si radunassero in sedute letterarie, essi non pensavano mai, anzi non sospettavano neppure di essere accademici; tanto che un giorno, avendo un egregio letterato maturo mescolatosi con loro, detto: _l’accademia non è in numer_o, risero tutti sotto i baffi, che avevano o non avevano.

Essi pensavano proprio soltanto a sfogare i loro umori letterari, arricchendosi e rimpolpandosi intellettualmente nel commercio disinteressato dei compagni e massime del pubblico; amavano proprio di cuore l’arte per l’arte; quindi davano magnificamente nel genio artistico, zingaresco, spigliatissimo di Pinotto; e si incontravano con il suo baco fanciullesco di letteratura inedita. Perciò egli non ebbe veruna difficoltà a divenire in poco tempo tutta cosa della Dante.

XV.

Anzi, egli potè riuscire presto il carattere più spiccato di quella baraonda letteraria, che fu poi scherzosamente chiamata la _Giovane letteratura torinese_.

Egli però non disse mai una parola nelle sedute pubbliche della Società e ciò per la sua ripugnanza superbissima verso il pubblico; ma, per così dire, lavorò molto negli uffici; e di niun altro era tenuto di conto il giudizio quanto di lui; tanto erano lucidi, taglienti, diamantini i suoi concetti. Parecchi principianti d’allora, di cui adesso si comprano i romanzi come il pane e si applaudiscono le commedie, come trionfi, partivano dalle parti più discoste della città per recarsi a leggergli i loro lavori.

La sua cameretta soprastante al giardino del Valentino, divenne un vero nido di astore letterario. Era piena di aria, di luce, di frescura, di paesaggio. Aveva tutti gli emblemi della scapigliatura artistica; batterie di bottiglie dal collo inargentato o dorato, che mandavano nimbi e fosforescenze; sfilate di volumi eleganti sul camino, sul davanzale della finestra, per terra.

Il banco del giovane posava le sue quattro gambe sui quattro volumi dei satirici italiani. Egli intronizzato nella sua seggiola, sembrava Heine, sembrava Lucifero.

Abbatteva un uomo, un lavoro con una stretta di mano, con un elogio o con un’arguzia.

Un giorno Edoardo, il quale studiava di proposito i codici e frequentava assiduamente uno studio celebre di avvocato, facendo tutti i giorni una difesa gratuita al Tribunale Militare o a quello Correzionale, gli lesse un suo lavoro letterario sopra Ugo Foscolo.

Pinotto, dopo averlo sentito attentamente, pur fabbricando delle spagnolette, — gli disse sul serio: — Bravo! Mi rallegro.... Tu cominci a diventar asino. Ciò mi fa piacere, perchè ti farà del bene per la tua carriera e pei tuoi figli, quando ne avrai.... —

Al solito suo genio della beffa egli aveva unito un nuovissimo entusiasmo artistico; pareva si movesse alla conquista dell’arte con un lusso asiatico.

Per riuscire artista, egli soleva ripetere: bisogna anzitutto conoscere la vita reale; — e la società egli seguitava a conoscerla largamente, intensamente, lui sempre piacente, bizzarro, spiritoso, spenditore, — che danzava e cavalcava benissimo, lui, quando lo voleva, attillato, cesellato, irreprensibile in guanti, speroni e frustino.

Poi soggiungeva: bisogna conoscere la vita ideale. Ed egli conobbe singolarmente le letterature classiche, e si fece presentare a quelle forestiere e alla scienza; tanto che si trovavano mescolati ed aperti sul suo tavolo Bastiat, Anton Francesco Grazzini detto il _Lasca_, Shakespeare, Thiers, Aristofane, Mazzini, D’Azeglio, Augier, Giusti, Moleschott, Plauto, Darwin e Schiller.

Dopo essersi arroventato con Vittor Hugo, egli era capacissimo di pigliare una doccia ghiacciata nelle commedie di Gian Maria Cecchi.

Studiava giorno e notte in letture faticosissime. Le sue occhiaje nere e le sue palpebre orlate di rosso accusavano veglie straordinarie. Per rinvigorirsi fisicamente e intellettualmente, mise due assicelle sul materasso del letto.

Volle anche combinare l’eroismo con l’arte. Fece la campagna dei Vosgi, battendosi molto bene. Partì per la guerra, senza dir niente a nessuno, e ritornato non sofferse mai che glie ne parlassero. Solo un giorno discorrendo di soldati _mobilotti_ in un pantano, li descrisse come si fosse trattato di anitre selvatiche o di beccaccini.

Oltre a ciò prese a dilettarsi di musica, ricavando nervosamente armonie sul pianoforte, e si sbizzarrì in nuovi viaggi scomparendo dalla tribù degli amici, senza lasciar loro il proprio ricapito.

Le sue elemosine divennero sempre più da cardinal Borromeo.

Così rinfrancandosi d’ingegno, di lavoro, di buona volontà, di studi, di vedute e di salute fisica e morale, egli lavorò secretamente intorno a un suo romanzo, di cui gli amici odoravano meraviglie.

Un fratello ne parlò alla sorella, la sorella a tutte le amiche del collegio; queste al direttore spirituale; il direttore spirituale all’economo, l’economo al negoziante, gli altri parenti agli amici, gli altri amici ai parenti, ecc., ecc. Fatto sta ed è, che poco per volta si diffuse per Torino, quasi direi, una irradiazione del nome di Giuseppe Panezio, e una calorosa aspettazione del suo capolavoro.

Edoardo, che più degli altri era dentro alle secrete cose di Pinotto, ebbe la singolare ventura di adocchiare l’epigrafe tolta a Coppée, che stava sul manoscritto del celebre romanzo in erba:

_Pauvre mère! Pardonne-moi_ _Et d’être malade et d’écrire._

Ne fu commosso, e non si potè rattenere dal correre dalla signora Placida e dirle affannosamente, che richiamasse tosto suo figlio per dargli un bacio, perchè Pinotto si faceva onore nella _Dante Alighieri_, si faceva onore presso tutti gli amici letterati, si sarebbe fatto onore nel mondo e sarebbe divenuto sicuramente un grand’uomo per tutti e un grande figliuolo per lei.

La _Madre dei cani_ a tutta quella lirica di amicizia rispose molto prosaicamente: — Ah! la Dante Alighieri! la Dante Alighieri! Ecco quella che rovina i figli di famiglia.... la Dante non da.... del pane (_in musica_). —

Il bisticcio materno della _Dante che non dava_, riferito da Edoardo a qualche amico, e da costui ad un’altro pervenne eziandio alle orecchie di Pinotto, che partì incontanente da Torino.

Si diceva che egli era ritornato in Toscana per rinforzarsi vieppiù nell’uso del linguaggio schietto e vivo di quella gente benedetta.

Invece, altro che Toscana! — Di lì a poco tempo si sparse la voce dapprima vaga e poi certa che quel giovane, il quale sembrava marciare verso un avvenire di una saldezza adamantina, avea per lo contrario liquefatte quasi intieramente le sue sostanze nella sua preparazione artistica, si era tuffato nel commercio a Genova e poi era partito per l’America.

XVI.

In effetto, parecchi mesi dopo, Pinotto ritornò dall’America tranquillo, come se tornasse da Cavoretto, raccontando di aver fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aver portato con le sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino e accordato pianoforti a Buenos Ayres; e nel ritorno essersi pubblicato inutilmente disponibile sulle tabelle della Borsa a Marsiglia. Aggiungeva allegramente avere ottenuto dalla cortesia di un macchinista il favore di abbruciare i suoi manoscritti letterari, i suoi lunghi studi nel fornello di una locomotiva a vapore.

D’allora in poi egli vagolò in campagna, a Torino, a Genova e a Firenze.

Però fino a quel tempo la sua fierezza artistica non aveva dovuto piegarsi per domandare mercè a chicchessia. E poteva tuttavia farne senza.