Part 2
Egli gongolava nel ripassare quell’elenco, mentre embrioni d’intrecci drammatici gli formicolavano nella testa. Mancomale, gli pareva di avere già stese le commedie, tragedie, ecc., di cui aveva trovato il titolo e già assaporava la voluttà di sentirle recitare e di vederle pubblicate.
Che bella figura doveva fare nelle vetrine dei librai il _Florilegio drammatico di Giuseppe Panezio, tragedie, commedie_, ecc! Quel _Florilegio_ egli lo leggeva già stampato nei bei ghirigori di quei caratteri di lusso, che hanno la cuffia arabescata, la coda da scojattolo e le zampe di mosca, tutto ciò sopra una superba copertina verde e ghiacciata.
Tutta questa sua confusione di disegni sbalorditoi, si concretò infine nel cominciare una tragedia di soggetto romantico in istile classico, _Alboino_, non compreso nell’elenco. Egli attendeva amorosamente e gelosamente a questo lavoro, e vi portava un pensiero così assiduo, che i suoi compagni vedendolo continuamente astratto cominciavano a dire: Pinotto diventa anche lui un minchione; — e i professori trovando, ch’egli non sapeva mai la lezione, e non faceva più addirittura i temi, e aveva persino perduta quella sua antica e maliarda usanza di dar loro soggezione e quasi d’intimorirli, si permettevano di dargli dei grossi pensi. Però.... che cosa erano mai le derisioni dei compagni e i castighi dei professori davanti alla gloria? Nè questa gloria egli la agognava solo per sè; da bel cuore, quanto non si sarebbe da nessuno sospettato, Pinotto voleva darne una grossa fetta a sua mamma e a sua sorella; anzi nella propria gloria egli vedeva più che tutto la loro allegrezza; e si diceva spesse volte nel suo sè: — Ah! mia mamma si accorgerà della differenza che passa fra un figliuolo, che è buono a fare delle tragedie, e un cane, il quale è solo capace di stracciare la fodera del sofà! —
Questo suo sogno era circonfuso di molto pudore; tantochè per scrivere l’_Alboino_, egli si trincerava dietro un bastione di libri legati, acciocchè niuno sguardo profano pervenisse sulle pagine vergate dal suo furore poetico, e quando andava a scuola, le chiudeva nel cassetto con un doppio giro di chiave. Ma un giorno la mamma e Carolina, insospettite di quel secretume, fecero una violazione di tavolino, e, sforzata la serratura, n’estrassero il corpo del delitto. Pinotto, di ritorno dalla scuola, salendo le scale, sentì uno strano vocio in casa sua, come un abbajamento di cani e di ragazze. Appena giunto nell’anticamera, egli restò freddo, vedendo il suo scartafaccio in mano a sua sorella, che, china a terra, lo leggeva a Glafir ritto in un angolo.
— Bravo! ben arrivato! Giusto lei, signor autore tragico! Non sapevamo mica... Gli facciamo i nostri complimenti.... Belle cose! Gli batteremo poi tanto le mani.... Bene! Bene! C’è già qui Glafir che studia la sua parte.... Non è vero, Glafir? Coraggio! Fallo un po’.... Se lo facevi già prima tanto bene!... Non avere il timor panico per la presenza dell’autore.... Fallo un po’.... _Bo.... Bo.... Boino! Boino! — _
Glafir si mise ad abbaiare da minchione; e la sorella contenta come una pazza.
— Sì! _Boino! Boino!_ Bravo Glafir! Bravissimo! _Boino! Boino!_ Hai sentito, fratello? Glafir si è già presa la prima parte, quella di Alboino. —
Allora la madre per coronare l’opera:
— Pinotto! Invece di occuparti di queste minchionerie, faresti meglio a _studiare d’aritmetica_, e a imparare a servire la messa, come faceva da buon cristiano la buon’anima di tuo padre, quando era alla tua età. —
Pinotto andò a piangere in un luogo innominabile ed uscì da quel pianto più beffardo e più cattivo di prima.
VIII.
Andato a scuola, — mentre il professore di matematica, che aveva il vizio di ripetere _per avventura_ ogni due minuti, spiegava sulla lavagna una _formula per avventura più lucida del cristallo_ e mentre dominava nella scolaresca il più religioso silenzio, Pinotto emise una voce parlamentare.
— Domando la parola.
— Che cosa vuole? — gli chiese il professore, interrompendo la sua formula, con un viso da carceriere spaventato.
E Pinotto con la placidità angelica di chi ha mille ragioni dalla sua:
— Favorisca scusarmi, signor professore, se l’ho _per avventura_ disturbato. Voleva dirle soltanto che dal mio posto non si possono vedere le cifre che ella scrive _per avventura_ sulla lavagna.
Il professore, sentendo nelle vibrazioni sicure della voce di Pinotto e vedendo nella faccia invetriata del medesimo risorgere l’antico e terribile suo persecutore, per quietarlo, fu lestissimo a restringersi in un angolo della lavagna, riducendosi tutto storto, e più sottile che potè.
— Così ci vedrà per avventura....
— Grazie, egregio signor professore!
Intanto, profittando della nuova positura dell’egregio signor professore, gli soffiò nella schiena da un cannoncino di penna d’oca quattro scarafaggi. Quindi immediatamente:
— Signor professore....
— Ebbene! che cosa c’è di nuovo adesso? Io per avventura....
— Si guardi.... Ella ha _per avventura_ una bestiolina sul colletto....
— Grazie, grazie! — rispose il bersagliato professore, vieppiù oscurandosi e spingendo via da sè l’animaletto con la punta della penna.
— Signor professore....
— Ma.... per avventura....
— Ella ha un’altra bestia, anzi due bestie.... tre bestie, signor professore, che si arrampicano _per avventura_ sulla sua schiena.
— Sì! sì! Grazie.
Così dicendo la povera vittima diede una scrollatina alla giubba per liberarsi di tutto quanto il bestiame appiccicatogli, che cascò sul piedestallo della cattedra, poi lo pestò, strisciando i piedi con fretta rabbiosa.
— Oh, signor professore.
— Auff! mio Dio!... Mi lasci stare.... Voglia terminarla finalmente di....
— Scusi.... Ella non ha più _per avventura_ veruna bestia.... Desideravo soltanto pregarla, che stesse pure comodo, avendo scoperto finalmente la vera ragione, per cui dal mio banco io non posso vedere le cifre, qualunque sia la posizione che ella si degni di prendere, egregio signor professore, _per avventura_, alla lavagna.... Sono.... le orecchie del mio amatissimo amico Aurelio Auricola nel banco dinanzi, quelle che mi impediscono _per avventura_ la visuale. Quindi la prego in cortesia di voler traslocare l’onorevole (frugando con il dito mignolo in un orecchio) Auricola dal primo banco e di mettervi nel suo posto un altro compagno di orecchie _per avventura_ più decenti. —
La scolaresca zittiva con una voglia frenetica di ridere.
Il professore si sentiva scappare dalla testa persino la soluzione della sua formola, e le trottava dietro in silenzio per raggiungerla; onde Pinotto, fatto più baldanzoso nella sua canzonatura, riprese:
— Signor professore, se ella _per avventura...,_ — strisciando con un languore ineffabile su quel _per avventura_.
A questo punto il professore si riscosse, illuminato dalla necessità di porre un argine a tante offese sue e del suo intercalare, e proruppe:
— Taccia, signorino, e... faccia silenzio. Mi sono accorto, sa, che ella vuole disturbare l’ordine della scuola con i suoi motteggi.... Ella vuole compromettermi.... Ho capito.... Impertinente! Che cosa vogliono dire tanti _per avventura_ detti a marcio sproposito? Ella m’intende e mi capisce.... Ma io saprò far rispettar me ed i miei _per avventura_...... Io farò chiamare il preside.... il bidello.... La farò cacciare dal Liceo.... Così le insegnerò io ad essere per avventura meno discolo.... Impertinente! —
Lo scolare con la solita sua calma da diplomatico:
— Non _salti_, egregio signor professore.... _Non dia ne’ lumi_.... Io impetro puramente e semplicemente l’esercizio di un diritto che _per avventura_ mi spetta... Mia mamma paga la minervale, ed io venendo a scuola ho diritto di vedere e di imparare ciò che ella ha la bontà di scrivere sulla lavagna, facendo eziandio tesoro delle sue _frasi da ritenersi_. È un diritto che io sono disposto a far valere _per avventura_ davanti a tutte le autorità, _vuoi_ civili, _vuoi_ scolastiche, sì militari, sì politiche, deliberato eziandio a porgere una acconcia petizione alle Camere.... Ella capirà....
— Taccia... e parli.....
— Farò così.... Ella capirà che io non posso esercitare il mio diritto e il mio dovere di apprendere l’umano scibile, che _per avventura_ nelle scuole si imparte, se _dovunque il guardo io giro, Immenso Dio!_ veggomi davanti l’amico Auricola, che mi nasconde ogni scienza ed arte con il padiglione delle sue orecchie. —
A questo _padiglione_ la scolaresca scoppiò in una risata, che teneva da lungo tempo repressa: e rise _per avventura_ lo stesso professore, il quale spinto dal desiderio di ritornare alla sua formula e di sfogarsi sopra un facile paziente, non che di stornare da sè la parte di ridicolo, che gli spettava, si rivolse ad Aurelio con una durezza da croato:
— E lei si alzi, Macaruffo Lasagnone! Lasci il suo posto, sciocco! e vada a sedersi nell’ultimo banco sotto il Crocifisso.... Così per avventura non farà più ombra a nessuno con le sue vele, orecchiuto asinello. —
Il povero capro espiatorio, verde come un ramarro, fece il trasporto della capitale, fra il tumulto delle risa dei compagni, che movevano le loro mani nella vicinanza delle orecchie, come fossero palette, dando alla vista un effetto di conigli; tumulto che il professore fece tosto cessare, ripigliando la spiegazione della sua formula.
Terminata la scuola, quando gli studenti uscirono fuori a respirare l’aria libera, Pinotto quatto quatto prese d’assalto le orecchie di Aurelio, e tirandole con grande forza si mise a ragliare come un asino di cartello: — Ij.... à.... Ij.... à.... Ij.... à — frammettendo agli Ij... à il fischio rantoloso dei cantori di maggio.
IX.
Divenuto più prepotente di prima, Pinotto anelava di trovarsi lontano dalla sua famiglia per essere maggiormente in libertà, ed anche per togliersi davanti il testimonio quotidiano della sua disaffezione verso la madre e la sorella. L’occasione gli venne opportunissima, terminato il liceo. Allora con la scusa di saltare un anno di università, egli ottenne dalla mamma di andare a studiar matematica nella università libera di Camerino.
Quivi, padrone finalmente di sè stesso, libero di mettersi un paio di guanti nuovi alla festa, libero di andare a scuola negli altri giorni o di andare a cavallo, libero di giocare al faraone e d’andare a letto nell’ora che gli piaceva di più, egli studente _puro sangue_ si sentiva rinato; e in questa baldoria di libertà personale e di felicità, egli sentiva a un tempo di riamare sua madre e sua sorella.
— Povere donne! — egli diceva fra sè: — Ho torto io a pretendere, che esse sappiano più di quello che hanno studiato. Con i loro difetti e con la loro semplicità, esse mi sono ancora più care.... Quando ritornerò a casa, voglio dare a loro un abbraccio stretto così!... —
E al buon giovane pareva già di abbracciarle.
Di lettere ne mandava di rado a casa, perchè anzitutto egli tra il proteggere le ballerine, il fumare, lo spolverare i calzoni con il frustino, il far la corte alla figliuola del colonnello di fanteria ed altre studenterie universitarie, non trovava il tempo per iscrivere, e poi quattro soldi gli scappavano sempre per una tazza di caffè o per quattro sigari Cavour, o per una mancia ad una portinaia, che recasse un vigliettino amoroso, e non ne aveva mai quattro che gli puzzassero per la compera di un francobollo. Ma senza scrivere pensava continuamente alla famiglia.
— Povera mamma! Chi sa che cosa farà adesso? Povera vecchia! Si incamminerà a messa.... A quest’ora forse Carolina laverà il cane e la mamma lo terrà su ritto e fermo, che non si muova. Povere creature! —
Finito il primo anno di università, egli ritornò a Torino, come andasse a nozze. Divorò la scaletta piena di tanti ricordi elementari, ginnasiali e liceali. Alcuni sgorbi da lui disegnati con il carbone parecchi anni prima sulla muraglia del pianerottolo, fra cui il ritratto di un asino e quello di Aurelio Auricola, gli diedero una stretta al cuore.
Vista la mamma, le si buttò addosso, come volesse mangiarla.
— Caro Dio! A momenti mi soffochi e mi mandi la cuffia per traverso! Che soldataccio! Sono queste le creanze degli studenti di Pisa?...
— Vengo da Camerino, mamma, e non da Pisa....
— Non importa.... Vieni pure di dove vuoi; ma hai imparato poco, mio caro, se sei ancora così disadatto.... Ebbene, del resto, hai finito tutto? L’hai presa la laurea?
— Che laurea! Ho appena finito il primo anno....
— Oh cara vita! Quante bugie! Non mi avevi detto, che andavi così lontano, andavi a Pisa....
— A Camerino, mamma!
— Pisa, verdone o canerino fa tutto lo stesso.... Non mi avevi detto che andavi.... dove sei andato, per finire più presto? Caro Dio! E adesso mi conti che non è ancora finita questa storia. È lunga, sai! Mi costa, sai, mantenere un figlio fuori di casa a fare il signore.... Ah! era meglio che tu avessi imparato subito qualche mestiere, e ti fossi messo a fare il sellajo, come lo faceva onoratamente la buon’anima di tuo padre. Santa Pazienza! Santa Pazienza! E adesso, quanti anni ti rimangono ancora da fare? Quanti?
— Quanti! Quanti! Cinquecento, — rispose il figlio con un dispetto pochissimo dissimulato. — Persino il portinaio da basso sa, che per pigliare la laurea da ingegnere ci vuole maggior tempo che per prendere quella da ciabattino.... Ma Ella, signora madre, più che tutta la scienza, forse amerebbe meglio che io le portassi innanzi un bel basto da somaro lavorato con le mie proprie mani, non è vero?... Quanti! Quanti! Piuttosto io dovrei domandare a Lei, signora madre, quanti cani si sono introdotti nella nostra casa, durante la mia assenza. Oh, buon giorno, sorella. —
In quel punto si era aperto l’uscio interno dopo pareccbie graffiature; ed insieme con Carolina aveva fatto irruzione una cagnara di sette cani, prima di tutti Glafir, il quale, riconoscendo Pinotto, si degnò di schiacciarsi in suo onore sul pavimento, dondolandosi e poi facendogli intorno quattro o cinque salterelli da ranocchio.
Roma, la compagna data a Glafir, e i suoi cinque cagnolini, che come dice la Scrittura, _ignorabant Ioseph_, cioè non conoscevano Pinotto, lo guardavano con certi occhi _sui generis_, proprio cagneschi, quasi volessero dire: che cosa è venuto a fare questo forestiero in casa? Che diritto ha egli di trattare con tanta domestichezza le nostre padrone?
Anzi Roma, dopo essere dimorata un poco nella sua posizione di ignoranza sospettosa, si mise ad ululare a canne ritte e spalancate verso Pinotto; ed uno dei suoi cagnolini, incoraggiato da questo contegno materno, si avvicinò alle gambe di lui per addentargli i calzoni.
Allora Carolina: — Zitta, Roma! Vieni qua.... Poverina! Non ti conosce ancora.... Vieni qua; te lo presento io. Questo qui è quel birbo di mio fratello, di cui abbiamo parlato tante volte insieme, e che si piglierà ben guardia dal farti qualsiasi disprezzo. Del resto noi gli tireremo le orecchie; non è vero, Roma? Ah, che bellezza di una cagnetta! Che cosa ne dici, fratello? È vera _grifona_, sai. Oh, dillo tu, Roma, dillo tu, se non sei proprio una gran bella bestiolina.... Devi sapere, Pinotto, che ce l’ha regalata, appena sei partito tu, il teologo Sturlimandi, ce l’ha regalata, perchè la sua cuoca non aveva nessuna pazienza a tenere queste bestie fine, come devono essere tenute. Egli l’aveva portata da Roma un anno fa, dove era andato per vedere i vescovi del Consiglio Catecumenico; e l’ha proprio avuta da uno dei primi amici del maggiordomo di un cardinale; per cui questa bestia quasi si può dire papale. Sicuramente! È per questo che il teologo l’ha voluta chiamare Roma. La birrichina, appena venuta da noi, ha subito comperato i suoi cagnolini. Li abbiamo allevati tutti, perchè sono tanto belli.... cioè ne abbiamo fatto perdere soltanto uno, perchè era nato quasi morto. Se avessi veduto, che importanza si dava questa cagnolina, quando era in _pagliola!_ Voleva che le dessimo da mangiare noi nella cuccia, proprio come ad una mammina. Poi, quando abbiamo dovuto battezzare (uh! uh! che eresia dico mai! volevo dire metterci il nome a tutti i suoi birrichini), abbiamo voluto fare le cose proprio come si deve, e li abbiamo denominati in inglese, come è l’ultima moda; anzi per avere i nomi inglesi proprio giusti, siamo persino andate in compagnia del teologo a parlare con un prete sopra la Gran Madre di Dio, il quale è stato a predicare in Inghilterra. Ecco: questo qui si chiama _Dear_, che vuol dire carino, questo qui _Black_, che vuol dire Moretto, questa qui è tota _Miss_ e questa qui madama _Lady_. Finalmente questo birrichino, che voleva morsicarti i calzoni, indovina un po’ come si chiama?... Questo non si chiama più in inglese, si chiama _Come te_.... Ah! Ah! Ah! Gli abbiamo voluto mettere questo nome faceto per minchionare la gente. Qualche curioso domanda: Come si chiama questo cagnolino? E noi senza offenderlo: _Come te, Come te_. Non è una cosa da crepar dal ridere, caro fratello? Se vedessi poi, che prodezze sanno fare tutti quanti! _Come te_, quando gioca con il gatto della portinaia, è un vero amore. Lo dicono tutti. —
X.
Pinotto non potendo più resistere a quel panegirico cagnesco lo troncò:
— Basta, basta! Ho inteso; mi rallegro tanto.... —
In quel punto, se avesse ascoltato la sua voglia, avrebbe pigliato in una bracciata tutta quella canaglia e l’avrebbe scaraventata nella via a costo di contravvenire a qualche regolamento municipale fracassando il cielo di un omnibus o la testa dei passaggieri, ma seppe frenarsi e domandò licenza di uscire subito, per andare a vedere qualche amico.
Appena disceso nella strada, inciampò un sergente furiere, suo fratello di latte, a cui piaceva ubbriacarsi.
— È la Provvidenza che mi ti ha mandato innanzi, Teodoro. Se non avessi incontrato te, sai, sarei ritornato indietro e avrei commesso un canicidio di sette persone. —
Al caffè, dopo la sbornia, trovò Edoardo ed altri amici, che lo invitarono con loro in campagna. Così egli poèò sottrarsi per un mesetto alla stucchevole necessità di vivere con tanta _cagneria_.
Ma ritornato finalmente fra le mura domestiche, egli fu condannato a pensare cento volte al giorno: — Come sono felici coloro, che vivono lontani dalla famiglia! Escono dall’ufficio, vanno a pigliare il vermouth, vanno a pranzare in pensione. Chi ne racconta delle più grosse è più bravo; alla sera al caffè, e sempre allegri! Essi non hanno mai fra i piedi un cane casalingo, o il malumore di una madre o di una sorella o altro accidente di famiglia che loro rivolti l’anima. —
Per la noja dei cani egli non poteva più nemmanco soffrire la dieta di casa. — Sempre spinacci! Sempre spinacci! Sempre zuppa! Sempre zuppa! —
L’immagine delle bistecche del caffè del Cambio gli pareva il _non plus ultra_ della felicità terrena.
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni minuto, gli facevano vieppiù afa quel continuo parlare e quel continuo preoccuparsi dei cani, in cui infierivano sua madre e sua sorella. — Guarda, Pinotto! _Dear_ ha un mantello così fino che sembra seta. — Quest’oggi davanti al caffè Fiorio due signori si voltarono per guardare _Come te_. — Ah! Se volessimo vendere _Roma_, ci darebbero per lo meno novanta lire! Quante contesse la vorrebbero questa brutta leccapiatti! — Anzi la comprerebbero gli inglesi, la comprerebbero!...
A tutto questo mare di fastidio diede il trabocco un avvenimento da _gazzettino della città._
XI.
In tutto il vicinato per cagione dei disturbi di quel popolo di bestie, la signora Placida e la damigella Carolina erano molto mal vedute, anzi erano chiamate addirittura l’una _la Madre_ e l’altra _la Sorella dei Cani_. Sola a trattare con gentilezza officiosa verso le medesime era _Ortensia la verdurera_, che abitava una soffitta al disopra della famiglia Panezio. Essa, quando le incontrava per la scala o sul pianerottolo, si fermava rispettosamente per dar loro il passo e non risparmiava mai i suoi complimenti alla madre, alla figliuola e alla tribù dei cani; anzi una volta diede persino una crosta di formaggio a _Come te_.
L’Ortensia aveva la faccia rosata ed i capelli grigi, ed era un donnone membruto, pesante e quasi emisferico, come ha tutti i diritti di essere una vecchia erbajuola.
Ebbene, una mattina la grossa Ortensia usciva dalla sua soffitta, mentre _Come te_, ancora tutto sonnacchioso, uscendo dal suo rastrello, andò a cucciarsi sotto il primo gradino del quarto piano, e lì se ne stette acciambellato e immobile, come un biscione, che facesse la siesta dopo essersi imbottito di un uccellino. Intanto l’erbajuola discendeva gravemente e fatalmente le sue scale. All’approssimarsi del rumore di quelle pedate elefantesche, il malaugurato _Come te_ non pensò punto di muoversi; ma dondolava poltronescamente la testa quasi per cacciare la dormiveglia, che gli si era appiccicata addosso.
Quaicc!...
Ad Ortensia venne il fulmineo raccapriccio di avere schiacciato qualche lordura molle, se non che uno strillo di bestia, che vuol mordere e spira, la fece avvertita di avere sfracellato il povero _Come te_, il quale pareva addirittura squagliato e attaccato al pavimento come un sacchetto di songia. Staccatolo dalla lastra e levatolo per uno zampino, ancora caldo, la vecchia avrebbe voluto risuscitarlo medicandolo con la sciliva; quando si spalanca il rastrello e si annunzia con una sonora rastrellata la signora Placida.
Vedere quello spettacolo, inveire come un’ossessa, arrotarsi come un’asina, poi rivoltarsi come una vipera e vibrare una enorme ceffata sulle guancie rosate di Ortensia, fu tutt’uno. Questa, che tutta mortificata, con il cadavere di _Come te_ penzolante da due dita, era disposta a domandarle scusa, — a quell’assalto divampò in tutta la sua escandescenza di erbajuola, lanciò il defunto _Come te_ fra i piedi della signora Placida, e piantò due pugni sui galloni in minaccia formidabile. — Madama! Ah, Madama delle mie prime ciabatte! (Le erbajuole, anche quando si prendono per i capelli non trascurano di darsi della _madama_ e lo pretendono per sè stesse) — .... Madama del latte d’oca e dell’anticristo!... Le mani addosso a me, le mani addosso a me, che non ho paura nemmeno di un reggimento di dragoni! A me che sono un trono di Dio! A me, che le rompo i denti, anche fosse un croato, se non avessi paura di sporcarmi.... A me, che sono capace di mangiarla in un boccone lei e i suoi undicimila cani!... Ah! Cane di un Dio!... —
E s’avventa alla cuffia della signora Placida, la scrolla, la strappa. La _Madre dei cani_ cerca di difendersi dando, come può, delle pugnate sulla schiena grassa di Ortensia, che non patisce quelle piccolezze. I capelli grigi delle due vecchie lucevano come fili di ferro elettrici. Ne seguì una deplorevole colluttazione.
Carolina uscì strillando dal suo cancello e con lei il reggimento dei cani superstiti, che si misero ad abbajare. Tutto il vicinato si agglomerò di su e di giù pella scala, prendendo di mezzo le combattenti.
— Ha ragione Ortensia.
— Ha torto madama!
— Ha torto il padrone di casa, che lascia nidiare tanti cani in questo palazzo, che è sempre stato come si deve.
— Ha torto anche il questore. —
Il barbiere corse a prender un catino d’acqua per ismorzare le due furie.
Patacciumm!
In questo punto comparve sulla scala Pinotto, che veniva di fuori.
— Per carità! Mamma, si rispetti, guardi come è bagnata.... Entri in casa.... Venga con me....
— Anche tu, Pinotto.... Invece di far rispettare tua madre! Ma.... adesso non si può proprio pretendere più nulla nemmeno dai figliuoli. Ah! L’ho sempre detto io, che non c’è più religione. Non si ascoltano più i comandamenti di Dio....
— Per carità, mamma! Mi ascolti.... me. Si rispetti; non istanno bene le piazzate. —
E facendole forza la trascinò in casa.
L’erbajuola, con le spalle fumanti, seguitata da un mormorio di approvazione, risalì verso la sua soffitta, e appena fu nel suo quinto cielo lanciò da basso un’ultima saetta partica: — Madama del mio scaldaletto! (dandosi una patta di dietro). Madre dei cani! —