Part 1
GIOVANNI FALDELLA
ROVINE
_Degna di morire — La laurea dell’amore_.
MILANO _TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA_ di F. MENOZZI e COMP.
=STABILIMENTO= _Via Andrea Appiani, N._ 10. =SUCCURSALE= _Via Carlo Alberto, Bottega_ 27.
Proprietà letteraria.
Milano, 1879 — Tipografia Editrice Lombarda. Via Andrea Appiani, 10
AD ACHILLE GIOVANNI CAGNA
VERCELLI.
_Amico_,
Vinco gli scrupoli di una omonimia materiale, alla quale tu ci devi tenere meno di me, e ti dedico, caro Cagna, questa biografia del letterato inedito, figlio della _Madre dei Cani_.
Te la dedico; perchè in essa ho incastrato, come meglio ho saputo, qualche, osservazione dal vero, che tu mi avevi riferito col tuo brio vigoroso.
Te la dedico, perchè tu, discorrendo, mi ricordi il protagonista di questo racconto storico, per la prontezza del pensiero baldo e capriccioso e il calore dell’espressione affilata e luccicante.
Te la dedico infine; perchè tu, molto diversamente dal tipo disgraziato qui ritratto, unisci felicemente al culto dell’arta quello del lavoro utile e della famiglia; e lo scopo di questo mio racconto (a dimostrazione por via dei contrari) è appunto quello di predicare l’unione dei suddetti culti corrisposti.
Sei pregato di fare buon viso alla mia piccola offerta.
Intanto tu, pure attendendo alle tue contrattazioni di cereali, e rimanendo contento e orgoglioso del blasone d’artiere trasmessoti da quel degno, fiero e intelligente carattere di tuo padre, stipettajo, — tu seguita nei ritagli di tempo rubati al riposo o allo svago, seguita a scrivere le tue brave smanie di poesia, d’arte e d’amore.
Saluggia, 30 agosto 1878.
_Tuo aff._ GIOVANNI FALDELLA.
ROVINE
RACCONTO BIOGRAFICO.
I.
=Cani!= La scena non ha luogo in teatro, ma in famiglia, dove i suddetti quadrupedi si acquistarono una importanza ragguardevole.
Uno scolaro usciva dal ginnasio dominato dall’appetito e dalla contentezza. Era riuscito il secondo della scuola, cosa che non gli era mai capitata nella vita; lo gattigliava a flor di pancia un vuoto voluttuoso; gli splendeva in testa la speranza di un _accessit;_ udiva già il suo nome tintinnare nella distribuzione dei premi, sentiva muoversi leggera leggera la bisaccia dei libri sulle spalle; pensava ai grissini e ai peperoni del desco materno, all’effetto luminoso che avrebbe prodotto il suo annunzio in casa; e con una fame, che avrebbe addentato i pilastri dei portici, egli disprezzava le bacheche dei confettieri, disprezzava gli zamponi dilembati rossamente, i tagli dei presciutti marmoreggiati succosamente, il morbido ed acuto gorgonzola e tutte le altre ghiottonerie, che dalla vetrina di un salumajo agganciano le viscere di uno scolaretto.
Come era fulgido Pinotto sotto i Portici di Po!
Svoltò in una di quelle forme di torrioni, che sono i cortili torinesi; infilò una scaletta. Sembrava si arrampicasse a quattro gambe; sembrava avesse le ali; sembrava una rana; sembrava un’anitra; sembrava abboccasse con la testa curva l’orlo di ogni gradino; a momenti, che non sembrava quel poveretto? Finalmente eccolo sul suo pianerottolo. Oh quanta luce egli getterà fra i suoi cari con la notizia che finalmente è riuscito il secondo della scuola! Ma appena egli pose il piede nel tinello, si smorzò la sua luce; chè trovò nell’atmosfera della stanza e nei volti di sua mamma e di sua sorella quella mutezza plumbea, che assumono le famiglie nelle più rilevate calamità casalinghe, quando è giunto il telegramma della morte del nonno, o quando è venuto l’usciere per una esecuzione mobiliare.
Pinotto fece uno sforzo, e non riuscì.... ne fece un altro e riuscì a dire:
— Mamma! Carolina! Se sapeste! Finalmente sono _andato_ il secondo della scuola, e il professore mi ha detto, che, se seguiterò così, piglierò l’_accessit_ in fine dell’anno.
La mamma e la sorella, voltandosi dall’altra parte, risposero l’una con una spallucciata rabbiosa e l’altra con una spallucciata piagnucolosa. Pinotto affiochì, si avvicinò alle loro gonne fredde, e affisse i suoi occhi pavidi nei loro volti di una impenetrabilità profonda.
— Che cosa è stato? — egli domandò tremolando come una foglia.
La mamma si spiccò da lui, senza dargli retta di uno sguardo; e la sorella si mise a _tirar su_, e tirando su spiccicò fra la compressione delle lacrime: — c’è.... c’è.... c’è...; — quindi con una voce da vitella sgozzata: — c’è.... che Glafir ha la to...osse; — e giù uno scoppio di pianto.
Pinotto scaraventò contro la finestra la sua bisaccia, il cui bottone di acciaio ruppe un vetro; quindi scappò come un fulmine, senza il cappello in testa.
II.
Chi era Glafir?
Era un cagnolino tozzo, dal collo corto e dalle gambe cortissime, grasso come una caciuola marzolina, pigro come una marmotta, che tossiva e starnutiva con mille stenti e putiva come un avello. Da un anno la mamma Placida e la sorella Carolina lo lavavano, lo profumavano, lo pettinavano, gli dirizzavano la scriminatura sulla testa, sulla schiena e persino sulla coda, gli allacciavano i riccioli con nastrini di seta molticolori; gli facevano _dindindare_ una sonagliera intorno al collo; gli lasciavano fare tuttociò che voleva sulle sedie, lo rabbatuffolavano sopra il canapè e poi lo alzavano di peso, se lo accostavano alla bocca, e sembrava volessero mangiarlo con baci e baci; di buon mattino se lo cucciavano sul copripiede del letto; e il venerdì, il sabbato, e negli altri giorni, in cui Santa Madre Chiesa proibisce di mangiar di grasso, esse mandavano dal beccajo a comperare del manzo appositamente per il signor botolino.
Quel mattino esso aveva mangiato una tibia di pollastrino, grufolando fra la spazzatura del pianerottolo; e quell’ossicino gli era restato nella gola. Aveva tossito e starnutato più miseramente del solito; onde mamma e figliuola non avevano fatto altro che ripetersi per tutta la mattina: — Bisogna guardarsi.... Glafir non è un cane da lasciargli mangiare le ossa. — Bisogna guardarsi.... Poverino! — Diamogli il caffè. — Proviamo l’acquavite. — Proviamo l’acqua teriacale. — Stai meglio, Glafir? Oh bel fanciullino! — Ti è passata, Glafir? —
III.
Pinotto, ridisceso sotto i portici, con il volto stravolto, senza niente in testa, pareva a tutti quello che egli era: uno scappato di casa. Benchè ardesse un sole canicolare, egli non osò rimanere sotto i portici, e andò sul marciapiedi della via. Gli bollivano addosso tutte le rivolte ingenue di un monello, tutte le rabbie erudite di uno scolaretto. Giurava e rigiurava seco stesso che non sarebbe più ritornato a casa: avrebbe anche fatto lo spazzacamino o il venditore di zolfanelli e lo strillino di giornali; avrebbe dormito alla notte con la testa nuda sulla gradinata delle chiese; avrebbe anche fatto il tiraborse, se gli fosse venuto il bisogno; ma l’avrebbe fatta vedere a sua mamma e sua sorella.... Già esse, a sua ricordanza, grande tenerezza non glie l’avevano mai dimostrata forse per il loro perpetuo malumore della morte del babbo.... Ma che cosa ne poteva lui, se il buon babbo li aveva abbandonati tutti così giovane? Oh sarebbe stato meglio per tutti e per Pinotto specialmente, che il babbo fosse ancora vivo! Oh! se il babbo fosse ancora vivo, Pinotto non sarebbe stato costretto a fuggire di casa per la preferenza data a una bestia.... Oh no! sicuramente non sarebbe stato costretto... Però, via... quantunque la mamma e la sorella non si fossero mai dimostrate pazze di affezione per lui, pure si poteva ancora vivere prima che quel maledetto uffiziale, il quale affittava da loro una camera mobiliata e stava continuamente nel vano della finestra con Carolina, andandosene via, avesse lasciato per ricordo a costei quel cagnolino. Maledetti tutti e due! il luogotenente e il luogotenuto. Dopo che Glafir si era piantato in famiglia, mamma e sorella non avevano visto altro di più bello; avevano osato persino chiamarlo _bel figliuolo, angelo_, nomi che spettavano a lui Pinotto. Invece per lui c’era venuto e c’era sempre stato un muso più duro del solito.
E quella mattina, in cui egli aveva conquistato il secondo posto della scuola e la promessa di un _accessit,_ che cosa gli avevano valuto quel posto e quella promessa di un _accessit?_ Tutto ciò era stato un bel nulla; perchè? perchè Glafir aveva la to...osse.... Oh Dio! Dio saccoccino! Un cane guardato meglio di una creatura ragionevole, fatta ad immagine di Dio, guardato meglio di un fratello di un figliuolo.... Pazienza, se il secondo posto egli non se lo fosse meritato? Ma egli lo aveva guadagnato di _buon giusto,_ con i suoi sacrosanti sudori, senza protezioni, senza raccomandazioni, senza regalare al professore una bottiglia di vermutte, o una scatola di sardine, o un pajo di pantofole; perchè la mamma Placida e la damigella Carolina si sarebbero fatte ammazzare.... si sarebbero fatte.... piuttosto che portare un grappolo d’uva o un garofano al professore del loro Pinotto, e piuttosto che ricamargli una berretta con il fiocco! —
IV.
L’idea della berretta con il fiocco fece sentire al giovinetto il sole, che gli arroventava il capo scoperto; onde egli si trasferì dall’altra parte dei portici, e quivi seguitò ad almanaccare e a congiurare con sè stesso.
— Oh! Chi ha torto in questa questione è anche la società del genere umano. Sicuro! Nelle storie si trovano dei tiranni, che hanno esiliato, rinchiuso e perseguitato Temistocli, Aristidi, protestanti, valdesi ed ebrei; ma non ce n’è ancora stato uno buono a dare un po’ di ghetto o di ostracismo a questi signori cani, che si introducono nelle famiglie ad appropriarsi indebitamente l’affezione dovuta a figliuoli.... Oh, se i nostri consoli sapessero quello che si fanno! —
In questo punto alla immaginazione bollente e ridente dello scolaretto si aperse una vallea di una arditezza geografica, a cui banditi da un editto divino, fustigati da sergenti della Guardia Nazionale, spaventati dalle trombe del giudizio universale, colti da sfrombolate davidiche, concorrevano i cani dell’universa terra: giungevano a squadroni, a torme; ce n’erano di tutti gli stampi: veltri del medio evo coperti della loro mantellina di raso con la cassa del petto in curva gentile come i fianchi di un violino, — cani côrsi, con la loro sezione di muso camusa e digrignata come la faccia della morte, — cani che parevano pecore, lavori di monache, ricami di cuscino; avevano tutti la lingua lunga, le costole palpitanti al pari di un mantice; alcuni saettavano l’aria con balzi eleganti; i bassi Glafiri incespicavano ad ogni tratto e facevano pallottola di sè stessi; alle lanciate dei sergenti della Guardia Nazionale, alle sassate dei Davidi guaivano tutti e alzavano, ciascuno una gamba posteriore.
Quando tutti si trovarono nella nuova terra di Canaan loro assegnata dalla giustizia eterna, si sentirono serrare alle spalle un muraglione della China, che doveva circuirli per _omnia saecula saeculorum_. Condannati a stridere nel loro Kanato essi si governavano, si mordevano, si mangiavano e si sterminavano fra loro: ritornavano ciò che erano prima del loro incivilimento, lupi e sciacalli. Intanto un angelo gentile con una trombettina da un soldo correva per le famiglie dell’umanità ad annunziare la buona novella: — Bambini, allegri! chè i cani sono andati via, quelli che rubavano i cuori delle mamme e delle sorelle. —
Questa fantasmagoria scaricò un po’ la testa a Pinotto dell’odio che lo aveva invaso, mentre egli si trovò davanti alla bottega d’un pizzicagnolo. Ecco lì i tagli lucenti e netti del salame crudo, le teste umide e grigiolate profumatamente del salame cotto, un cuneo di gorgonzola, che gli apriva le insidie del suo seno.
Pinotto si ricordò che non aveva fatto l’asciolvere, si sentì strizzare le viscere, venirgli la pancia come un soffietto e discendergli qualche cosa. Egli avrebbe dato della fronte in quei cristalli per mangiare di quelle leccornie. Allora la servilità dello stomaco gli profugò la superbia della testa. Egli pensò, che aveva avuto torto; aveva avuto torto sicuramente a fare quella cattiveria, a fuggire di casa, a rompere un vetro, e.... per che cosa? per la gelosia di un cagnolino, il quale forse poteva aver ragione, lui. Povero Glafir! Sicuro! aveva ragione lui...! Se è ammalato, se ha la tosse.... Povera bestiolina! bisogna avergli rispetto.... e domandargli scusa, se fa bisogno.... e poi la mamma gli vuol bene e comanda così.... E il proverbio dice che chi maltratta il cane.... E i comandamenti di Dio ci obbligano ad ubbidire padre e mamma, se si vuole vivere lungamente sulla terra... E poi Pinotto non è buono a fare lo spazzacamino, egli avrebbe vergogna a strillare i giornali e i fiammiferi.... —
Così ruminando, con una fame, che la vedeva, lo scolaretto, grondon grondoni, ritornò indietro; girò i pilastri con una andatura tremola, come il riverbero di uno specchio rotto; salendo le scale con il ticche tacche nel cuore, egli si preparò sulla bocca il più bello e commovente _perdono!_ da povero innocente.
Ma comparso sulla soglia della sua casa, non ebbe tempo di pronunziarlo quel _perdono!_ perchè zònfate! L’uragano di uno schiaffo lo stramazzò in terra. Appena potè rilevarsi da quel coperchio di dolore, che lo aveva offuscato, egli strillando e camminando ginocchioni, andò ad avvinghiarsi convulsivamente e quasi ermeticamente alle gambe di sua mamma.
— Mamma! mamma! perdono! domando perdono!... ho fame....
— Se hai fame, birbante, guarda lì.... Mangia ciò che ha avanzato Glafir.... Così imparerai a fare il matto, a rompere i cristalli e a scappare di casa all’ora della colazione. —
A quella proposta quel bambino si sentì asciutto di lacrime e quasi impietrato; stette cinque minuti senza pensieri, quasi senz’anima; poi si riscosse ad una violenta interrogazione che gli fece la fame e le rispose di sì; si mosse come un’ombra, e andò in un canto a pigliare per terra un piattino nero, che conteneva un intruglio bianco, la minestra lasciata stare dal cagnolino; provò ad accostarsi alle labbra una cucchiajata di quel rimasuglio; ma, appena i suoi nervi sentirono quella schifezza, andarono in rivoluzione. Egli ebbe un sussulto rabbioso di vomito asciutto, lasciò cadere sul pavimento tutto ciò che aveva nelle mani; cadeva egli stesso da tutte le parti, eruttava pianti, schiuma, sospiri, guaiti.... Pareva che quel fanciullo avesse perduta la sua intelligenza piccina davanti a quel baratro di umiliazione e di crudeltà materna.
La signora Placida si percuoteva le mani, e rivolta alla figliuola diceva:
— Carolina! Carolina! ci mancava anche questo.... che questo dannato si facesse venire i vermi. Va un po’ a chiamare il medico. —
Il medico venne, e, dopo aver guarito Pinotto con una settimana di cura assidua, diede alla mamma e alla sorella per metodo di cura preservativa il suggerimento, che gli evitassero qualsiasi occasione di spavento.
V.
Ma un altro metodo di cura preservativa seppe trovare da sè stesso il ragazzo. Egli, persuaso che la predilezione di sua madre e di sua sorella per il cane non era guaribile, ragionò così:
— Quale necessità ho da strusciarmi per avere i primi posti nella scuola e l’_accessit_ in fine dell’anno? Tanto per mia madre e per mia sorella ciò non sarà mai una consolazione, ed esse non tirerebbero fuori una bottiglietta d’aceto nemmanco per _bagnare_ il primo premio, se lo guadagnassi.... Il meglio si è che le pigli per il loro lato debole e faccia la corte al cane: così spero che mi raddoppieranno la pietanza. —
In effetto Pinotto divenne tutto ossequio e riverenza verso Glafir. Appena entrato in casa, domandava a sua mamma notizie di lui; gli si metteva intorno a fargli mille smancerie, a interrogarlo, se aveva dormito bene, se aveva sbadigliato bene, se aveva fatto bene tutti i fatti suoi; dandogli sempre del signor lei con puntuale buffoneria. Cionondimeno la mamma gelosa e superba del suo monopolio cagnesco, lo guardava con una cera stupida e piena di compassione, quasi volesse dire:
— Che ragazzo ho mai io! Non è nemmanco capace a fare due carezze per bene a un cane! —
Ma quando poteva trovarsi a tu per tu con Glafir, egli si rifaceva con franca usura del corteggio da impostore, che si era messo a fargli in presenza della mamma e della sorella.
Allora cominciava a dargli del tu con una pedata che gli faceva strizzare la coda in mezzo alle gambe; poi lo costringeva a star ritto in un angolo, cresimandolo con reiterati buffetti; gli accendeva sotto i baffi dei puzzolentissimi zolfanelli da cucina; e fu parecchie volte ad un pelo di impiccarlo. Quindi conchiudeva sempre:
— Bisogna proprio ringraziare la Provvidenza perchè ne ha fatta una giusta: non ha data la voce umana ai cani come agli organi delle chiese. Guai se tu potessi parlare, o Glafir, il linguaggio che mia madre parla e capisce.... e raccontarle i dolci trattamenti che ti uso a quattr’occhi! Povero Pinotto! Non mangeresti più un uovo al tegame.... Non è vero, Glafir? Rispondi alle mie _par....role...._ —
E giù una nuova pedata.
VI.
Così crescendo al disamore della mamma e della sorella, Pinotto divenne un piccolo demone beffardo. Passato al liceo, senza menzione onorevole, egli, mantenendosi quanto agli studi in una mediocrità più bronzea che aurea, era però riverito e temuto dai compagni e dai professori, molto più che se fosse stato il primo della scuola.
I professori cominciavano a pensare a lui, appena usciti di casa, se si accorgevano di aver messo in testa la tuba nuova; essi riflettevano, ch’era miglior partito ritornare indietro a riporla nella cappelliera; perchè niun cappello era oramai più sacro, dopo l’entrata di Pinotto nel Liceo. Infatti si attribuiva a lui, sebbene non se ne abbiano mai avuto le prove materiali, il terribile caso di un gatto morto trovato dentro il _cilindro_ del Preside nella stessa anticamera della Presidenza.
Egli era poi addirittura celebre nel far correre per le vie i cani, i piccoli seminaristi e i ferravecchi ambulanti. Era stato egli quel birbo che aveva tagliato la corda del pozzo al padre del suo compagno di scuola Aurelio Auricola, e perciò li aveva fatti piangere tutti e due e digiunare per una intiera settimana padre e figlio Auricola, di cui l’uno era più avaro dell’altro.
Un giorno invitato in campagna dal suo compagnone Edoardo a visitare una stuoja di bachi da seta, egli tenendo sempre irriverentemente il sigaro in bocca, col solito cappello in testa, si mise a spandere grosse boccate di fumo su quei poveri filugelli. Essi disturbati, storditi e dilaniati rizzavano e scuotevano i loro capettini orbi ed ubbriachi in mezzo a quella nebbiaccia e manifestavano un dolore muto, ma così parlante, che la povera madre di Edoardo, la quale li allevava essa e se ne formava la delizia, ebbe voglia di piangere e di ricusare il desinare a quel monello.
VII.
Erano già trascorsi sette od otto anni dalla scena del cane, quando Pinotto in casa e a scuola si dimostrò serio, tanto serio, che ricusò l’invito di fare sul cartolaro del vicino il solito ritratto del professore di greco, quasi offendendosene. Chi sa che cosa era mai accaduto?
Era accaduto, ch’egli era entrato in quel periodo letterario e specialmente drammatico, cui attraversano quasi tutte le gioventù, come attraversano il periodo religioso e quello della tosse asinina.
Una sera egli era andato con la famiglia di Edoardo venuta a Torino, era andato al teatro Gerbino a sentire l’_Otello_ da Tommaso Salvini, e n’era uscito mancomale con la testa in visibilio, con la scimitarra del Moro e la pezzuola di Desdemona nel cuore. Nella notte, passioni colossali, ruvidezze tragiche, asinate comiche, applausi, _bis!, fuori!_, versi e coturni gli picchiarono e gli scalpitarono nella testa come cavalli di un circo. Levatosi da letto fece quattordici o quindici proponimenti, e tutti drammatici, fra cui i seguenti: presentarsi alla compagnia del Gerbino e diventare un tiranno come Salvini da interrorire il pubblico, o un brillante come Pieri, da far schiattare dal ridere persino i violini dell’orchestra; scrivere una tragedia di soggetto classico senza le regole aristoteliche dell’unità di tempo e di luogo, per esempio l’_Assedio di Troia_, con scenari in Grecia, dentro e fuori della città assediata e nell’Olimpo, e con l’azione durativa per tutti i dieci anni dell’Assedio; scrivere una ettologia drammatica, _I sette peccati mortali_, un dramma per ogni peccato, cinque atti per dramma, in tutto trentacinque atti; scrivere cento e più produzioni spicciole, di cui egli trovò tutti i titoli e compilò l’elenco accuratissimo seguente: — _La sfida e l’onore_, dramma serio in sei atti con prologo, — _Il Preside del Liceo_, farsa tutta da ridere, — _Il dito mignolo_, scherzo comico, — _Zeri squartati_, id. — _Mascherina ti conosco!_ commedia in due atti, — _Le bestie_, commedia satirica in cinque atti, — _Il brodo delle undici ore_, dramma in quattro atti, — _La spada di Damocle_, commedia di cinque atti in versi sciolti, — _La cantoniera_, id. (stile del cinquecento), — _Titiro e Melibèo_, commedia pastorale, — _Battista l’Orafo_, scene medio-evali, — _Il colèra morbus_, dramma istruttivo, morale, igienico, — _Il testamento olografo_, commedia a tesi, — _Guittone d’Arezzo_, commedia storica, — _Vele perdute_, bozzetto marinaresco, — _L’Inaugurazione del Monumento a Carlo Alberto_, azione mimica con prosa e canto di circostanza, — _Turchi e Cristiani_, dramma di effetto, da potersi tradurre in francese, — _Gentiluomo e Barabba_, id., — _Il giuoco della morra_, dramma popolare, — _Pallida!_ commedia di sentimento in tre atti, — _Pace, guerra e convento_, dramma diurno domenicale, suddiviso in sette quadri, con prologo, epilogo e combattimento ad arma bianca, — _Il ratto delle Sabine_, commedia togata, — _La calata di Annibale_, tragedia, — _Ugone mangiaferro_, id., (costume del mille), — _Vedi Napoli e poi muori_, commedia di tre atti in versi sciolti, — _La guerra delle ragazze bramose di marito_, commedia d’intreccio in cinque atti (imitazione goldoniana), — _Bastardo! — Lo spilorcio, — Il carabiniere, — L’aguzzino, — L’atlante, — Lui, — Lei, — Noi_, commedie di carattere, — _Madama Pataffia_, commedia in vernacolo piemontese, — _Non da vend...!_ id., — _La croce del genio,_ lavoro di polso, — _Chi più ne ha, più ne metta_ — _Cercar Maria per Ravenna — La pelle dell’orso — Nebbie d’autunno — Giuseppe Giusti_, proverbi in versi martelliani, — _Il quarto piano_, commedia sociale, — _La cocca — Misteri di soffitta — Il portinaio del n. 13_, — _Le pericolanti, — La Traviata riverita_, id. — _Il caffè Parigi_, scene della vita universitaria — Parrocchia e municipio, abbozzo di costumi in provincia — _Il mio cappello — La pasta dei topi_, monologhi — _L’Ippopotamo_, commedia in versi sdruccioli di sedici sillabe — _Granchio e Ventola_, quartine rimate (contin. dal Giusti) — _Quella pira!_ ossia _La Strega al rogo — Un duello all’ultimo sangue — Castore e Polluce — La recidiva — Padroni belli — La patria in pericolo — Galoppino — Gli ubbriachi — Una battaglia di serve — Le speranze d’Italia — Don Ambrogio — Un temporale di Biella — Lo studente all’esame e la cuoca del professore — Il debito pubblico — I convittori — Grillincervello — Ciceruacchio, tribuno del popolo — L’imperatore Teodosio — Le Società operaie — Il macchinista e l’artefice — Giuda Iscariota — L’Ebreo Errante — L’Anticristo — Il morto vivo — Re Bomba — Franceschiello — I Francescani — I Francobolli — I Francesismi — Pietro Micca — Il due dicembre — Caligola — Il confessore — I cugini — Gli amici — I fratelli — Le sorelle — Amalasunta — Viola mammola — La contessa nera — Il pretore di Mandamento — Il marchese Lupo di S. Medesimo — Prete Pero — Gambastorta — La Marsigliese — Ermengarda — La battaglia di Maclodio_, tutte commedie, tragedie, drammi, opere, o balletti da destinarsi, a cui aggiunse l’_Atmosfera_, dramma scientifico-fantastico.