Roma nella cultura moderna

Part 2

Chapter 23,642 wordsPublic domain

E difatti, allorchè fu praticamente provato che era cosa facile risvegliare anche nel secolo del vapore e dell’elettrico l’antico interesse per la storia di Roma, tutti si diedero ragione del singolare fenomeno, attribuendolo al rammodernamento alquanto violento — lodevole, secondo gli uni, riprovevolissimo, a giudizio di altri — che io ne avrei fatto. Ma è questa una curiosa illusione che non ha potuto divulgarsi, anche tra gli storici, se non perchè rarissime sono ormai le persone che leggono a fondo gli antichi scrittori. Quanti conoscono la letteratura latina sanno che io non ho per nulla rammodernata la storia romana; anzi sono ritornato all’antico, ripigliando il punto di vista da cui Tito Livio aveva prese le mosse e che non gli appartiene in proprio, perchè è comune a tanti altri antichi scrittori; ripigliandolo e depurandolo dalle preoccupazioni morali e politiche contemporanee e sforzandomi di corroborarlo con l’esperienza più matura di una civiltà più vecchia di venti secoli. Quella mia storia di Roma, che fu giudicata così rivoluzionaria, è già tutta in seme nella breve prefazione che Tito Livio premise alla sua grande opera, per lamentare la semplicità e purezza degli antichi costumi guasti dalla corruzione che a poco a poco invase Roma. A chi studi a fondo quella dottrina della “corruzione„ che occupò — e inquietò — per così lungo tempo lo spirito Romano, è facile riconoscere nei tre vizi suoi capitali, l’_avaritia_, l’_ambitio_, la _luxuria_, quel crescere dei bisogni e delle ambizioni, universale e progressivo di generazione in generazione, che obbliga noi tutti al principio del ventesimo secolo a lavorar così affannosamente. L’_avaritia_ è la smania del guadagno continuo, peccato universale, oggi, di tutti gli uomini in tutti gli ordini sociali; l’_ambitio_ è ciò che noi chiamiamo l’arrivismo, la irrefrenabile spinta di tutti a salire in luogo più alto di quello in cui ciascuno è nato; la _luxuria_, quel desiderio di accrescere comodi lussi e piaceri, di cui l’Europa e l’America sono oggi addirittura frenetiche. Ma intesa così la dottrina della corruzione, tutta la storia di Roma, anche i suoi secoli più pieni di rivoluzioni, di guerre, di conquiste, quella immensa storia che da tanti secoli sta innanzi alla civiltà nostra come un prodigio, si riconduce facilmente, come ad una delle sue più profonde e possenti forze motrici, ad un fenomeno che ciascuno di noi può intendere facilmente, perchè tutti ci viviamo in mezzo, in questo stesso momento: onde non solo poteva il secolo dell’elettricità e del vapore, ponendo l’occhio alla specola preparata venti secoli addietro e non per osservatori così moderni, da Sallustio e da Livio, ficcar lo sguardo attraverso questa confusa e terribile storia vedendone il fondo; ma anche specchiarsi in quella e ritrovarcisi. Ritrovò il nostro secolo in quella storia, qua e là, sparsi a caso, dei piccoli frammenti di sè: come alcune delle lotte in cui contendono oggi i partiti della Francia; come certi oroscopi che in Inghilterra si vanno traendo sull’avvenire dell’impero o sulle sorti della infiacchita aristocrazia; come il conflitto tra la tradizione puritana e la torbida civiltà del denaro che ferve in America; come pure perfino certi personaggi, almeno se non abbia troppo abusato del suo sottile ingegno quell’anonimo scrittore che, traducendo in spagnolo tanti brani della storia di Augusto e mettendo il nome del generale Roca nel luogo di quello del primo _princeps_ dell’impero, compose a guisa di mosaico romano un curioso ritratto dell’antico presidente argentino. Ma ritrovò anche e sopratutto il nostro secolo in quella antica storia, la legge suprema del destino che gli sta sopra, quella implacabile e misteriosa ironia della vita che annulla nel loro supremo trionfo tutti i grandi moti dell’umanità; la tragica delusione di tutte le generazioni che hanno la fortuna o la disgrazia di avvicinarsi al culmine di una storia, nel momento in cui presentono che meglio lo sforzo riesce e più inutile diventa. Come Roma si annientò nella conquista, perdendo le sue virtù militari e politiche e quasi l’essenza di sè medesima, così la civiltà nostra, fatta potente a produrre prodigiose ricchezze da una secolare ed elaborata cultura, distrugge ora a poco a poco questa cultura, seppellendone le parti più nobili — arte, letteratura, filosofia, religione e politica — sotto l’alluvione delle nuove ricchezze frettolosamente prodotte, altrettanto copiose quanto scadenti e caduche; deliberatamente sciupando o minando sordamente in tutte le cose a vantaggio della quantità, conoscibile con la grossolana ragione del numero, la qualità, che è sempre misura di eccellenza indefinibile, eternamente disputabile e perciò eterna cagione di guerra nel tempo stesso che sola fonte di vera grandezza. Ritrovò infine il secolo nostro, in quella antica storia, il sottile tormento, che questa contradizione fondamentale mette in tutti i periodi storici che ascendono rapidi verso il culmine. Come Roma soffrì di snaturarsi nella vittoria e si credè rovinata alla vigilia dell’apogeo, impotente e disfatta nei tempi della maggiore potenza, così noi ci sentiamo in bisogno a mano a mano che le ricchezze crescono intorno a noi; e a furia di voler farci comoda, facile ed agiata la vita, la graviamo di intollerabili complicazioni, responsabilità e doveri; a furia di voler risparmiare tempo e lavoro, ci riduciamo, tra le infinite faccende che ci ingombrano la mente, a non aver più il tempo di ricordarci di noi medesimi e di essere uomini....

III.

Sottile tormento, dunque, con cui l’uomo espia forse il peccato d’orgoglio, comune a tutte le civiltà, di credere che egli possa, ad ogni generazione o quasi, essere a sè medesimo artefice di un destino nuovo, unico, più grande e più bello; e che l’uomo moderno, costretto a subirlo nel presente, ritrova idealizzato dalla lontananza del tempo nell’antica storia di Roma. Facile cosa è dunque capire in che consista quel privilegio della storia di Roma a cui allusi in principio, aggiungendo essere comune interesse di tutti i figli di Roma non lasciarlo prescrivere. Degli studi classici, e quindi anche degli studi romani, si è fatto a poco a poco l’opposto di quello spirito pratico e positivo, che sarebbe una delle più eccelse virtù dei nostri felicissimi tempi: ma con che fondamento di ragione, lo intende subito chi si ponga una sola domanda, questa: se sia possibile immaginare che i progressi delle arti meccaniche e delle scienze chimiche avranno un giorno la virtù di render superflui nel mondo gli statisti, i pubblici amministratori, i diplomatici, i giuristi, gli uomini di guerra, gli educatori, gli artisti, i letterati, i filosofi, i ministri di credenze religiose. La risposta è implicata nella domanda; poichè è evidente che agli uomini, in qualunque civiltà, non basta dominar la natura, occorre anche saper agire sugli spiriti dei propri simili: ma rispondendo a questa domanda il disputato problema degli studi classici è, almeno nel suo fondo, già risoluto. Non le scienze fisiche e naturali, ma solo la letteratura, la storia e la filosofia possono essere scuola, preparazione, disciplina di quella parte di ogni consorzio civile, il cui ufficio è di agire, non sulla materia del mondo fisico, ma sugli spiriti dei propri simili; non di sfruttare le forze della natura, ma di regolare i rapporti degli uomini tra di loro. Non è quindi possibile imaginare la civiltà nostra orbata della sua cultura letteraria, storica e filosofica, come non è possibile imaginare un essere con un organo vitale amputato: poichè infine è indubitato — mi pare — che chi indaghi a fondo non troverà altra sostanziale differenza tra lo stato di civiltà e la barbarie, tra l’impero di Traiano e il regno dei Longobardi, tra le nazioni dell’Europa contemporanea e quei rozzi potentati che dominavano ancora tanta parte dell’Africa prima della conquista europea, se non questa: che in civiltà gli uomini i quali governano, amministrano e giudicano, regolano cioè i rapporti degli uomini tra di loro, sono provvisti di una alta cultura filosofica e letteraria; in paesi e in tempi barbari compiono invece l’ufficio loro conformandosi a antiche tradizioni, seguendo semplici dettami di religioni ancora rozze, e per il resto supplendo o con il rude ingegno naturale o con il furore delle passioni. Ma se si ammettono queste cose — e non vedo come si potrebbe ricusare di ammetterle — si riconosce anche che Roma sarà parte essenziale, in avvenire come in passato, di questa alta cultura, se proprio noi, figli suoi, non ci ostineremo a voler radere al suolo gli ultimi avanzi della sua grande storia, per un malinteso spirito di falsa modernità o, peggio ancora, per gli irosi dispetti di un malsano esotismo. Completa e sintetica, la storia di Roma è come una nitida miniatura o un lucido schema della storia universale, facilmente rammodernabile in tutte le età, comoda a studiarsi, vasta, ma non così che ecceda le forze comprensive dello spirito umano: e perciò nella cultura dei popoli moderni essa può servire come coronamento necessario e universale della educazione, naturalmente incominciata in ogni nazione con la letteratura e la storia patria, se noi non ci lasceremo scoraggiare dalla transitoria decadenza di questa tradizione intellettuale; se anzi trarremo forza a rinnovarla da quei fenomeni stessi, che sembrano a molti recidere i rami alla speranza del futuro. Appunto perchè il secolo nostro è profondamente materialista; appunto perchè, pur avendo una civiltà comune, si va dividendo e suddividendo in tanti popoli e lingue e culture diverse, esso avrà più che gli altri secoli bisogno di una cultura comune, nella quale almeno le parti superiori della società, in ogni nazione, possano effettuar tra di loro una più intima trasfusione spirituale che nella passeggera promiscuità dei grandi alberghi sontuosi, nei frettolosi incontri dei Congressi o nella furia comune di volare sulle strade del mondo in automobile. Il principio nazionale è troppo profondamente radicato nella civiltà nostra, perchè il mondo moderno possa mutarsi, almeno in un avvenire prossimo, nella sognata Cosmopoli; ma non può e non deve nemmeno diventare una torre di Babele, in cui le lingue si confondano; e perciò ha bisogno, quasi direi, di una comune lingua ideale, di elementi universali di cultura, che siano come nessi e congiunture tra le diverse nazioni dell’Europa e dell’America. Dove li troveremo noi, questi elementi universali, ora che la religione ha perduta tanta parte della sua antica potenza sulla cultura? Roma antica può ancora prestarne parecchi; come lo prova il fatto che la storia di Roma è, con la storia della Francia nel secolo XVIII e della Rivoluzione francese, la sola storia veramente universale, che tutti leggono oggi.

È d’uopo allora spendere molte parole per dimostrare che tutti i figli di Roma, che noi italiani sopra tutti abbiamo interesse a non lasciar prescrivere questo privilegio? Sinchè la storia, la letteratura, il diritto di Roma saranno parte necessaria dell’alta cultura dell’Europa e dell’America, noi figli di Roma godremo come di un maggiorasco intellettuale nel mondo: noi potremo mantener tutti i popoli dei due continenti tributari in qualche parte alla nostra cultura; noi protrarremo per secoli ancora, idealmente, l’impero di Roma, caduto sulla terra. Non ignoro che il secolo nostro vagheggia di solito imperi più solidi che questi dominii dell’invisibile, i quali non si possono nè misurare nè spartire, nè permutare; ma se nella civiltà moderna l’alta Cultura non è destinata a diventar l’umile ancella della Finanza e dell’Industria, anche questo invisibile e intangibile impero non potrà mai essere abbandonato dal popolo che lo ereditò dai suoi padri, senza danno e senza vergogna; tanto più — ed è considerazione che i pratici tempi moderni dovrebbero intendere — tanto più che a conservarlo non occorre vigore di armi o di denaro, non combinati sforzi di moltitudini, di istituzioni, di partiti, non audacie che balzino a piè giunti nell’ignoto. Basterebbe rivivesse, così nello stato come nelle classi intellettuali, profondo, sincero, disinteressato il senso della grande tradizione intellettuale latina, in luogo di quell’irrequieto, capriccioso e discorde esotismo che da mezzo secolo domina. La storia di Roma può compiere un ufficio unico nella cultura europeo-americana perchè è una completa unità: ma se questa unità è sciolta nelle parti e particelle che la compongono, in che cosa queste parti e particelle differiranno e come si potranno distinguere da quelle che compongono tante altre storie di altri popoli, più frammentarie ed unilaterali che la storia di Roma? In sè e per sè, una iscrizione latina val quanto una greca o fenicia, un rudere romano quanto un avanzo micenéo: anzi forse valgono meno, perchè di resti romani c’è abbondanza e il ritrovarli è facile cosa, relativamente. Unico invece, nella storia di Roma, è il disegno in cui questi frammenti si possono ricomporre. C’è dunque un criterio sicuro per giudicare gli studi dell’antichità romana e le loro tendenze; ed è questo: l’analisi, quando non è immediata preparazione della sintesi, non è solo, nella storia romana, come in ogni altra storia, un metodo indebitamente trasportato dalle scienze naturali a fenomeni che non lo comportano, ma nella storia romana è anche un vandalismo e un sacrilegio; è la distruzione di Roma continuata sugli ultimi avanzi spirituali del suo vasto impero. Chi difatti ricerchi la cagione intellettuale ed intima — astrazion fatta, quindi, dalle cause esteriori e sociali che pur sono molte e gravi — della rovina onde sono oggi afflitti gli studi classici e che tanto ha nuociuto nella metà del secolo XIX al prestigio di Roma nel mondo, la troverà nell’abuso dell’analisi, diventata fine a sè stessa, così negli studi letterari come in quelli storici. Per ragioni che sarebbe troppo lungo qui d’indagare, i nuovi studi dell’antichità che nacquero — e fortunatamente non in Italia — tra il settecento e l’ottocento dalla dissoluzione del vecchio umanesimo, sempre più si sciolsero dall’arte e dalla filosofia, nella cui famiglia pure la storia aveva sempre vissuto in tutti i secoli più splendidi della nostra civiltà; e alla fine si gettarono del tutto in grembo alla scienza o piuttosto credettero di gettarsi, perchè in verità non strinsero che un’ombra. Gli effetti di questo errore sono ormai palesi. Nelle scuole, l’analisi ad oltranza ha assestato il colpo di grazia al latino, semivivo ancora sino ad un secolo fa, mettendo in luogo dell’antico insegnamento umanistico, una arida analisi filologica, che ha fatto gettar con disgusto i più bei libri di Roma alle nuove generazioni. Nella storia, scomponendo i fenomeni arbitrariamente, ha confusi in modo singolare così i criterii per impostare, come quelli per risolvere i problemi storici; ha creato dei problemi chimerici e non ha veduti i veri; e per voler sapere troppo e con troppa precisione, non di rado ha oscurato anche ciò che era chiaro, se pur lacunoso; infine obbligando la storia a ripudiar l’arte, l’ha appartata dal consorzio delle classi colte, essa che era stata in tutti i tempi gloriosi della civiltà nostra, da Tucidide a Polibio, a Tito Livio, a Francesco Guicciardini, uno dei più potenti stimoli intellettuali di tutte le aristocrazie veramente degne di governare.

IV.

Per questa ragione, commemorando tre mesi sono in Torino Cesare Lombroso, io dicevo di riconoscerlo come il primo tra i miei maestri, perchè egli solo, tra i viventi, mi aveva insegnato con l’esempio a ricomporre una unità viva da morti e dispersi frammenti. Per questa ragione pure penso che ogni uomo di alta cultura, cui sta a cuore il prestigio intellettuale dell’Italia nel mondo, dovrebbe sforzarsi di trarre fuori gli studi romani dai chiostri silenziosi della erudizione e di riportarli in mezzo alla vita, alle passioni, agli interessi e ai conflitti del mondo. No: Roma antica non deve viver soltanto nelle piccole congreghe degli eruditi e degli archeologi: deve viver nell’anima delle nuove generazioni, irradiare la sua luce immortale sui mondi che sorgono dalle profondità dei tempi moderni; perchè il dì in cui la storia di Roma e i suoi monumenti non fossero più che un morto materiale di erudizione da riporre e catalogar nei musei, accanto ai mattoni del palazzo di Korsabad, alle statue dei re Assiri o agli avanzi micenei, l’impero romano, che oggi non è ancora interamente morto, raggiungerebbe negli Elisi della storia le ombre dell’impero babilonese, egiziano o carolingio, e la civiltà latina soggiacerebbe nel mondo ad una nuova catastrofe. Non mostriamoci indegni della singolare fortuna storica, che abbiamo ereditata dai nostri antenati; intendiamo a fondo quello che c’è di singolare, anzi unico in questa sopravvivenza ideale di un impero caduto da tanti secoli, che sparito dal giuoco degli interessi mondani, resta ancora nel sistema delle forze spirituali che animano il mondo moderno: non ascoltiamo chi afferma che ormai i sacri avanzi di Roma antica non possono servire più che come appoggio o pedana per gli aereoplani, maestosamente volanti sui silenzi della campagna romana; sopratutto studiamoci, noi che da quarant’anni trasportiamo entro la vetusta cerchia delle mura aureliane gli strumenti e le idee e gli interessi di una civiltà recentissima, di non meritare dalla Chiesa il rimprovero di aver distrutto — barbari nuovi — quel che restava dell’impero di Roma, da essa rinnovato e continuato con così varia fortuna dopo la tremenda catastrofe dell’impero d’Occidente. La tradizione romana potrà ancora fiorire, ramo vivo non ostante la antichità, sul tronco della nostra civiltà, purchè non ci ostiniamo proprio noi a reciderlo; purchè ci sforziamo di mantenere agli studi romani quel valore universale, che solo può farne alcunchè di essenziale nella cultura moderna. Le altre storie possono invecchiare: occorre invece, appunto perchè essa serve ad educare le nuove generazioni, rinnovare continuamente la storia romana, non solo incorporandoci i fatti nuovi scoperti dalla erudizione e dalla archeologia, non solo infondendoci un più largo spirito filosofico, e trasportandovi la maturata esperienza del mondo, che impara non solo studiando, ma anche vivendo; ma sopratutto sforzandoci di mantenerle e di accrescerle quella che è la qualità più preziosa di una storia destinata ad essere letta e studiata da tutti: la umana chiarezza. E se questo è il dovere di quanti figli devoti Roma ha ancora nel mondo, io credo di non poter terminare questo discorso tenuto nel giorno che ricorda la fondazione di Roma, meglio che compiendo un atto, il quale sarà come una simbolica espiazione ai Mani, crudelmente offesi nel secolo XIX, di un uomo cui l’Urbe deve pure qualche gratitudine, poichè gli deve l’aver esistito: risuscitando Romolo. In una mistica penombra — tutti lo sanno — sta ravvolto il natale di Roma. Come ebbe principio la favolosa grandezza di questa fortunata città? In tutti i secoli gli uomini avrebbero voluto squarciare quella mistica penombra; e sapere. Ma per secoli e secoli gli uomini erano stati paghi di ripetere una poetica, sebbene alquanto farraginosa leggenda, in cui miracoli e prodigi attorniavano la culla dell’Urbe. Generazioni e generazioni avevano imprecato allo scellerato Amulio, compianti l’infelice Numitore e la sventurata Rea Silvia; avevano amato il buon Faustolo, fantasticato sull’ombra del Fico Ruminale, accarezzata in pensiero la buona lupa materna e salutato l’amabile picchio, disceso a nutrire e ricoprir delle ali i fatali gemelli.... Che questo racconto fosse uno spesso tessuto di favole, l’avevano capito anche gli antichi; ma pur non l’avevano tôcco, per una specie di religioso rispetto dell’antico, e per non saper raccontare nulla che fosse più chiaro e preciso. Tante volte l’uomo deve rassegnarsi a ignorare! Ma ecco arriva il terribile secolo XIX, che, lui, vuol tutto sapere e crede di tutto poter conoscere; e prende quel tessuto di favole con le sue dure mani di macchinista, lo lacera, lo sfilaccia, credendo di ritrovare nei fili che lo compongono il vero; e tanto rompe e scompone, che non si ritrova più tra le mani che una matassa di morta stoppa. La antica favola sfumò con tutti i suoi personaggi; non solo il picchio rivolò in cielo e la lupa si rinselvò, ma anche Romolo, il venerato e divinizzato fondatore della città, non fu più che un nome; e in luogo della leggenda rimase un tenebroso vuoto, invano tormentato da ingegnosi storici con le lunghe pertiche delle ipotesi, per trovare in quello qualche brandello di verità! Eppure se Roma ha esistito, deve pure aver avuto un principio narrabile con umana chiarezza.... Non c’è proprio, nell’antica leggenda, neppure un barlume di questo intelligibil chiarore? Spremendo fuori dalle favole antiche, che si raccontarono sulla fondazione della città, il poetico che le ravvolge e le infiltra, una notizia mi pare che resti, solida e sicura abbastanza per quanto minuscola, e che, presa per vera, illumina la antichissima storia della città: e cioè che, come dice Dionigi, Roma fu una colonia di Alba, in cui sfollò dal monte al piano una parte della popolazione della vecchia città. Roma dunque non fu una città cresciuta a poco a poco, per favore di circostanze, da un piccolo villaggio; Roma fu una città fondata di getto, per un atto di volontà personale, secondo un disegno studiato, in un luogo scelto appositamente; dotata quindi sin dal principio di istituzioni religiose, militari e politiche già mature, perchè in parte provate da lunga esperienza in una città più antica e in parte forse anche modificate ad arte per adattarle ai nuovi bisogni. Fu insomma una città che nacque adulta, come certe città — permettetemi il paragone forse troppo moderno — che ora si fondano in America: fu, alle sue origini, una città nuova apparsa in un mondo tutto più antico di lei: il che ci spiega e la meravigliosa sua posizione nel Lazio, tra il mare, il monte e il fiume; e la numerazione ufficiale degli anni suoi dalla fondazione, che gli antichi ne fecero; e quel suo subitaneo risoluto entrar nella storia; e il rapido crescere.... Ma se la città fu fondata in questa guisa, è necessità che abbia avuto uno o più fondatori; i quali scelsero il luogo, studiarono gli ordinamenti e tutto acconciamente disposero; anzi la felicissima scelta del luogo come i savi ordinamenti ci inducono a pensare che questo capo fosse uomo grande davvero.... E poichè a fondare Roma un fondatore era necessario, che ragione abbiamo noi di negare che fosse quel Romo o quel Romolo di cui parlano le antiche tradizioni? Già di molti e gravi delitti reo in cospetto della critica moderna, io mi confesso anche colpevole di credere che quel poco di preciso e di vero che noi sappiamo sull’origine di Roma è contenuto ancora, tutto o quasi, nell’antica tradizione: e che — anno più, anno meno — verso la metà dell’ottavo secolo avanti Cristo un principe della famiglia regnante in Alba, per ragioni che a mala pena si intravedono nella leggenda, venne tra queste colline, fondò sul Palatino una piccola città, e la lanciò nell’eternità.

V.