Roma nella cultura moderna

Part 1

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ROMA nella cultura moderna

Discorso tenuto in Campidoglio da

GUGLIELMO FERRERO

il 21 aprile 1910, commemorando il Municipio il Natale di Roma.

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1910.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

Copyright by Fratelli Treves, 1910. Milano. — Tip. Treves.

I.

Salendo oggi, per il cortese invito del primo Magistrato della Città, questo sacro colle, a parlare di Roma nella coltura moderna, io mi sento come chi ritorna, festosamente accolto da una folla amica, da un lungo viaggio e lontano, al luogo donde molti anni innanzi prese le mosse, solo o quasi. Quante memorie risalgono con volo leggero, in questo momento, dagli anni ormai già lontani, in cui mi risolvei definitivamente a rischiare le fortune tutte della mia esistenza nell’impresa di scrivere una nuova storia di Roma! ma nessuna forse più dolce che la memoria delle ansie, delle incertezze, dei dubbi, che al momento di partire si affollarono sulla strada per trattenermi. “Perchè scrivere una nuova storia di Roma? Era da presumere che queste moderne età, le quali si precipitano nel futuro con tanta furia, troverebbero il tempo di volgere il capo, anche per un momento, a mezzo della corsa sfrenata, per rimirare un passato così lontano? e poi, era giunto davvero il tempo di scriverla, questa nuova storia di Roma? Non era forse la storia entrata nella sua fase scientifica; e non era quindi tenuta a preparare le nuove sintesi con lunga e minuta analisi?„

Io vi confesso che, quando presi le mosse, non ero in grado di risolvere con precisione e sicurezza questi dubbi; il che sarebbe grave, se davvero la storia fosse una pura scienza, come alcuni pretendono, con metodi rigorosamente controllabili e obbligatori. Per fortuna la storia è, o almeno può essere, qualche cosa di più che una scienza: un’arte capace di agire in modi diversi sugli spiriti degli uomini, sulle loro tendenze e disposizioni; una forma di azione, quindi; e l’azione, quando abbia in sè una ragione, ne acquista sempre coscienza, effettuandosi. Solo operando l’uomo spesso intende a pieno la ragione del proprio operare. Così accadde a me di trovare la risposta a quelle tormentose domande lungo le strade del mondo; e nessun modo migliore potrebbe esserci, almeno per me, di festeggiare questa specie di simbolico ritorno a Roma dal viaggio intrapreso per celebrare la gloria di Roma, che di portare a voi dal mondo in tanti sensi percorso questa risposta, la quale involge in sè uno dei più disputati problemi della coltura moderna. No: la storia di Roma è inesauribile; e non sarà mai abbastanza riscritta, specialmente dai popoli che di Roma sono figli e dall’Italia che ne è la figlia primogenita, perchè è una storia privilegiata, e perchè noi siamo tutti interessati a non lasciarne prescrivere il privilegio; ed è storia privilegiata perchè è completa e sintetica; perchè chi con uno sguardo abbraccia i secoli che vanno dal principio delle guerre puniche sino al definitivo distacco dell’Oriente e dell’Occidente, può osservare, come disteso sopra l’immenso panorama di due grandiose dissoluzioni sociali e di una grandiosa ricomposizione, che si intermette tra quelle, quasi direi la trama della storia universale.

Come infatti incomincia la grande storia di Roma? Non dal caos, come la biblica storia del mondo, ma dall’ordine: nella pace interna, cioè, nella disciplina politica, nell’equilibrato assetto delle fortune pur nell’universale povertà campagnuola, mantenuti in Italia, tra le plebi rurali, le classi medie, gli avanzi delle nobiltà locali e nelle singole città ancor memori delle origini proprie, con le leggi, con la religione, con la munificenza, con il prestigio semi divino delle vittorie e la reputazione di sapienza, dalla piccola aristocrazia ereditaria ma non esclusiva di Roma, che ormai domina la penisola: aristocrazia puritana e devota, avara e rude, sollecita solo di avere nelle mani gli strumenti più solidi della dominazione: la proprietà fondiaria, il diritto, la diplomazia, la religione, lo stato e la milizia; indifferente o diffidente di ogni altra cosa, della filosofia come dell’arte, della cultura greca come dei culti asiatici, del lusso come del piacere; resoluta a chiudersi, con tutte le genti italiche ancor grossamente latinizzate che la venerano come un Olimpo di Semidei, nella religione antica, nelle tradizioni avite, entro i confini dell’Italia conquistata con così aspra tenzone; e in quelli a disperatamente resistere al destino che la sforza, riluttante, all’impero del mondo. Ma invano: poichè a cominciare dalla seconda guerra punica l’equilibrato assetto dell’antica società si altera, sotto l’azione di due tra le più formidabili forze rivoluzionarie che in ogni tempo mutarono la faccia del mondo: i nuovi bisogni e le nuove idee. Ampliato l’impero di là dal mare, cresciute le ricchezze, moltiplicati i contatti con la raffinata civiltà dell’Oriente ellenizzato, le nuove generazioni crescono in tutti gli ordini sociali avide di facili lucri, invogliate di un più largo e piacevole vivere, desiderose di maggior cultura, più indocili. Molte antiche fortune spariscono nella corrente della nuova prodigalità e molte nuove fortune ne emergono; l’aristocrazia o impoverisce o si deprava, o si isola nel disgustato rimpianto del buon tempo antico o si getta all’esotismo; e infrangendosi la sua concordia, la sua unità, la sua forza, le fondamenta stesse dello Stato si screpolano.... L’antica disciplina vien meno, nella religione, nella famiglia, nella repubblica; l’ordine dei cavalieri, rafforzato di recenti fortune, le classi medie, agitate da nuove ambizioni e inasprite dalla povertà, si rivoltano contro la nobiltà, da tanti secoli venerata; gli interessi, non più contenuti dalla forza di una classe sicuramente dominatrice, si azzuffano ferocemente entro lo Stato, guastandolo ancora di più; a poco a poco l’oro corrompe tutto, e quello che l’oro non vale a corrompere, lo guasta, più funesto che l’oro, il sospetto, il tetro pessimismo che avvelena gli animi, cosicchè ogni cosa è, o sembra, incurabilmente bacata; all’antica concordia civile succede il furioso strazio di fazioni e di cricche atrocemente nemiche, di cui ciascuna rimprovera alle altre i suoi stessi vizi; la cultura greca entra e si diffonde facilmente in questa società, già tanto scompaginata dai debiti, dalle discordie, dalla diffidenza, dall’indisciplina, ma nel tempo stesso in cui raffina o rafforza gli spiriti ne accresce il disordine; ventate di furor rivoluzionario passano ogni tanto su Roma e l’Italia, sinchè, il male prendendo forza con il tempo e dal suo stesso infierire, la pia repubblica di Camillo e di Fabrizio sembra, nel primo ventennio dell’ultimo secolo avanti Cristo, sfasciarsi nel fallimento, nell’anarchia, nelle disfatte, nel folle furore delle discordie e infine nella guerra civile. Quante volte, in quel fatale ventennio, anche gli animi più intrepidi dovettero temere che su questo sacro colle, nella valle del Foro dove noi oggi cerchiamo con pietà filiale gli avanzi di quelle età, passerebbe tra poco e per sempre, come sui luoghi dove era stata Cartagine, l’aratro del colono, cancellando per sempre dalla faccia della terra le ultime vestigia della scellerata e insanguinata città! Ma un terribile uomo, Silla, salva l’impero, rifacendo un esercito a furia di denaro e di legittimati saccheggi, e con quell’esercito restaurando, a furia di terrore, una grossolana disciplina civile: e, lui sparito, a poco a poco, a mano a mano che i tesori di Mitridate, conquistati da Lucullo, sono trasportati in Italia, si riaccendono in Italia più intense la febbre dei subiti guadagni, la smania del lusso, l’ambizione delle grandi conquiste e sembrano infondere un nuovo vigore nel decrepito Stato. Pompeo emula Lucullo, conquistando la Siria; tutta la oligarchia signora di Roma vuol arricchire nelle provincie e presso i potentati stranieri; coloro che non sono da tanto da conquistare un impero, ricattano gli stati e gli staterelli che tremano innanzi all’ombra di Roma; le corti dei reattoli dell’Oriente, come la grande corte dei Tolomei ad Alessandria, sono invase da cavalieri e senatori famelici, che estorcono denaro lusingando e minacciando, e ritornano a spenderlo in Italia; dove il lusso fa rapidi progressi, e con il lusso i debiti, e con i debiti la coltura ellenica e orientale; mentre tra la torbida e incessante agitazione dei tempi sorge e fa la sua strada l’uomo fatale, Cesare, sino al momento in cui valica le Alpi e si getta nella Gallia, irta di foreste e di armi, cercando gloria e tesori. Lo stato cade in potere di consorterie predatrici, ardite, energiche, senza scrupoli, ma mobili come gli interessi a cui servono e di cui si servono; e queste consorterie, con i continui volteggi e il dimenarsi irrequieto, erodono nel vecchio stato quella poca disciplina messaci a fatica da Silla: dopo poco più che trenta anni di una cotal pace interna alla meglio tollerabile e laboriosamente mantenuta, ricomincia una guerra civile, anzi uno spaventoso uragano, che spazza via prima gli avanzi della costituzione di Silla, poi la dittatura di Cesare, poi il Senato e gli ultimi resti dell’aristocrazia romana, poi il triumvirato rivoluzionario, diversi stati grandi e piccoli ai confini dell’impero, il regno dei Tolomei.... Che cosa resta ancora in piè? Da ogni parte le rovine fanno montagna; gli uomini non capiscono se Roma è la più grande o la più miserabile delle nazioni; ad uno dei più luminosi spiriti di Roma, maturato tra queste vicissitudini, par di vedere in tutte le cose, da ogni parte un precipitoso rovinare del male nel peggio:

_Aetas parentum peior avis tulit_ _Nos nequiores, mox daturos_ _Progeniem vitiosiorem._

Ed è invece l’ultimo passo verso l’apogeo. Dopo questa prova suprema la cultura greco-orientale, che aveva disfatta l’antica società italica, si converte in una forza di ricomposizione sociale; e rifà a poco a poco un equilibrio nuovo di interessi, di idee, di aspirazioni, nella situazione nuova creata nel Mediterraneo dalla conquista romana. Nella pace l’Occidente barbaro impara da Roma a coltivar le terre, a tagliare i boschi, a scavar le miniere, a navigare i fiumi, a parlare e a scrivere sia pur malamente il latino; si incivilisce e compera i manufatti delle antiche città dell’Oriente: a mano a mano che i nuovi mercati dell’Occidente si schiudono, l’Oriente riapre le innumeri botteghe dei suoi industri artigiani e i fondaci operosi dei suoi mercanti, incamminando di nuovo sulle vie del mondo ampliato dalla spada di Roma i suoi antichi commerci. Ringiovaniscono così le vecchie civiltà dell’Oriente (l’Egitto, la Siria, l’Asia Minore) di fronte e al contatto delle giovani barbarie dell’Occidente; nel mezzo sta l’Italia, ben situata per dominare questo impero circummediterraneo in cui il nuovo Occidente fa equilibrio all’Oriente carico di storia, e la nuova Gallia mirabilmente sviluppata nel secolo seguente alla conquista fa contrappeso al vecchio Egitto riflorido; per la prima, e pur troppo per l’unica volta nella storia, il Mediterraneo si apre come una tranquilla piazza, vigilata dalla forza di Roma, su cui guardano, si incontrano, commerciano, senza più turbolenze, l’Europa, l’Africa e l’Asia. Sorgono da questa grassa e facile pace, in tutte le parti dell’impero, in Gallia come nell’Asia Minore, in Spagna come nell’Africa settentrionale, nuove prosperose classi medie e nuove aristocrazie provinciali, — famiglie arricchite di fresco che, alla stregua dei tempi, non hanno spirito militare e politico alcuno e sono avide sopratutto di godersi una raffinata civiltà cittadina; mentre in Roma gli ultimi avanzi della aristocrazia romana — politicante e bellicosa per tradizione — si estinguono. Si spegne così in tutto l’impero, sparendo la classe che sola ancora lo possedeva, lo spirito politico e militare; e una famiglia, riluttante, nolente, quasi impaurita dalla sua stessa fortuna, è costretta ad assumere tutti i privilegi e tutte le responsabilità del potere supremo, per tanti secoli divise tra tante famiglie. Non capirà mai la storia di Roma, chi non intenda che la famiglia Giulio-Claudia fu costretta, nolente, ad assumere ed esercitare un potere, che a poco a poco divenne monarchico; così come la nobiltà romana era stata costretta a fondare l’impero, di cui aveva paura. Anzi in questa contradizione si concentra tutta quella che si potrebbe chiamare l’essenza filosofica della storia di Roma: poichè Roma, vincendo, perisce e nell’impero da lei fondato si annienta. A mano a mano che rifiorisce l’Oriente e l’Occidente si sviluppa, e dappertutto crescono la prosperità, il numero, il potere delle classi medie e delle aristocrazie provinciali, l’immenso impero prende forma, non già di un potente organo di dominazione politica e militare, quale la antica repubblica romana, ma di uno di quegli stati, organi di una raffinata civiltà urbana, che l’ellenismo aveva fondati in Oriente; l’impero, creato da una dura e puritana aristocrazia, strettamente nazionale, di diplomatici e di guerrieri, cade in potere di una aristocrazia e di una burocrazia cosmopolite, pacifiste, letterate e filosofanti — amalgamate per tutto l’impero non più da una vera o supposta comunanza di origine, di tradizioni e di storia, ma da una brillante sebben superficiale cultura letteraria e filosofica, e dalla religione politica dell’impero e dell’imperatore; la forza di coesione che lega internamente la massa enorme dell’impero non sono solo le armi e le leggi, ma anche e più la civiltà urbana, derivata con varie miscele estranee dall’Oriente ellenizzato. Come l’imperatore in Roma, così in tutte le provincie, imitando l’esempio suo, le ricche famiglie spendono una parte degli averi per abbellire le città ed accrescere al popolo minuto i guadagni, i comodi e i piaceri: edificano palazzi, ville, teatri, templi, terme, acquedotti; elargiscono grano, olii, sollazzi, denari; dotano pubblici servizi o fanno delle pie fondazioni. L’impero si copre di città grandi e piccole, rivaleggianti tra loro di splendore e di bellezza, e in queste città si inurba la povera plebe rustica, gli artigiani, i campagnuoli arricchiti, e in molte di quelle si aprono delle scuole, in cui i giovani della media condizione si preparano, imparando l’eloquenza, la letteratura, la filosofia e il diritto, alle funzioni burocratiche, che di generazione in generazione crescono, ramificandosi. È questa burocrazia letterata e filosofeggiante che immette nel diritto romano, originariamente empirico, lo spirito filosofico e sistematico; nella amministrazione, originariamente autoritaria, lo spirito giuridico. E così nel secondo secolo l’impero distende al sole della _pax romana_ che illumina il mondo, le sue innumeri città, fulgenti di marmi! Ma ahimè per poco, chè una nuova dissoluzione incomincia. La civiltà urbana e cosmopolita, che aveva legate insieme le diverse parti del disparatissimo impero, ricomincia ad agire, nel terzo secolo, come forza dissolvente, che riprecipita nel caos quel mondo brillante che per essa ne era emerso. A poco a poco le spese della civiltà urbana, con il crescere spontaneo delle città e del loro lusso, superano la fecondità delle campagne, e da quel momento queste incominciano ad essere spopolate e isterilite dalle città, che ne assorbono la popolazione e le ricchezze. Quale forza umana scaccierà mai dalle città le plebi inurbate, dopo che ci hanno gustati i comodi, i piaceri ed i vizi delle civiltà raffinate? L’impero è ormai divorato vivo dalle città che pullulano sul suo corpo immane: per nutrire le plebi addensatesi nelle città, per divertirle e vestirle, le campagne saranno desolate da un terribile fiscalismo, l’agricoltura isterilita, le arti essenziali distrutte, le finanze rovinate, l’amministrazione sfasciata: e il giorno arriverà in cui nell’impero, mostruosamente invertita la ragione naturale delle cose, pulluleranno innumeri gli artigiani del piacere e del lusso, e mancheranno i contadini che lavorino le terre, i fornai che preparino il pane, i marinai che solchino i mari, i soldati che difendano i confini. Incomincia una terrifica dissoluzione sociale, la cui storia non è stata ancora scritta, e in mezzo a quella infierisce uno dei più tremendi smarrimenti intellettuali, a cui la mente umana abbia sinora soggiaciuto: chè il misticismo, il cosmopolitismo, l’antimilitarismo, il conflitto delle vecchie classi intellettuali e dell’antica coltura greco-romana con le razze barbare che irrompono dal basso e dal di fuori, con le mostruose aberrazioni religiose che pullulano da ogni parte; il cristianesimo infine, che unisce in un sol fascio tutte le forze nemiche dell’impero, distruggono il midollo vitale della civiltà antica. L’impero si difende con disperato furore, ma invano: l’Oriente e l’Occidente si scindono, e abbandonato a sè stesso l’Occidente precipita; la più grande tra le opere di Roma, l’impero da essa fondato in Europa, copre ormai, rovina immane, l’immenso territorio che confina al Reno e al Danubio: rovina di monumenti distrutti, di genti rimbarbarite, di arti perite, di lingue obliate, di leggi lacerate o disperse, di vie, di villaggi, di città scancellate dalla faccia della terra, ringhiottite dalla selva primigenia, che lenta e tenace ripullula, in quel cimitero di una civiltà, sulle ossa gigantesche di Roma.

II.

Tale è l’albero che crebbe dal piccolo seme gettato su questa terra — così vuole la tradizione — in questo giorno, duemila seicento sessantatrè anni sono. L’albero è da molti secoli precipitato: ma per quale ragione gli uomini ritornano ancora, da ogni parte del mondo civile, a frugare con così ardente curiosità, là dove furono le sue radici? Perchè in nessuno degli Stati che a volta a volta predominarono sulla età loro, tutte le forze di dissoluzione e di ricomposizione, che fanno e disfanno di continuo le civiltà, poterono mai agire per tanti secoli così liberamente come in Roma, senza essere nè frenate nè accelerate dai pericoli e dagli urti esterni, che tanto possono di solito sulle vicende di tutti gli Stati. In questo e per questo Roma è veramente un fenomeno unico nella storia del mondo. Dalla distruzione di Cartagine sin molto innanzi nei tempi più calamitosi della ultima decadenza, Roma ebbe alcuni grossi ma passeggeri spaventi; non conobbe invece nè l’oppressione nè lo stimolo dei pericoli esterni gravi e continui; potè quindi abbandonarsi interamente alle forze interne che di secolo in secolo la venivano alterando; e perciò la sua storia è, come dicevo, storia completa, in cui si ritrovano tutti i fili che fanno e disfanno continuamente la infinita tela di Penelope della storia e che, se si intrecciano tra loro in svariatissimi modi, non sono però senza numero e sono sempre gli stessi, in tutti i tempi. Si vede, per esempio, in quella storia, come un impero si formi e come si dissolva; come un’aristocrazia storica si sfasci e una democrazia possa morire per esaurimento; per quali interni processi una repubblica si converta in monarchia, uno stato militare e nazionale si snaturi in uno stato di alta cultura, allentandosi, allargandosi e a poco a poco sfaldandosi interamente nell’individualismo, nell’intellettualismo, nell’esotismo, nell’umanitarismo, nel cosmopolitismo; si vede in quella storia un regime autoritario che a poco a poco si incatena da sè in un complicato sistema giuridico; si osservano parecchie grandi rivoluzioni e reazioni, innumerevoli ripercussioni della politica interna sull’estera e viceversa; si può studiar mirabilmente quello che è forse il più arcano e inquietante tra i fenomeni della storia, la violenta repulsione morale che, sopratutto ai loro inizi, suscitano le civiltà che poi, maturate od estinte, sono ammirate come i capolavori dei popoli cui si attribuisce la lode di grandi; ci si vede infine una religione politica distrutta dall’alta cultura letteraria e filosofica, una nuova religione mistica che si forma dai detriti di quella stessa coltura, e innumerevoli contatti, mescolanze, attrazioni, urti e conflitti tra popoli vecchi e nuovi, tra civiltà antiche e i barbari, tra stati, religioni, diritti diversi. Non finirei così presto se dovessi enumerare tutti gli elementi della storia universale che si trovano raccolti, come in una sintesi, nella storia di Roma, e per maggior comodo intorno ad un centro, Roma stessa, che difetta nella sparpagliatissima storia greca e da cui l’immenso panorama può essere osservato ad agio; onde la storia di Roma è completa e sintetica; e in quella ogni età può ritrovare un po’ di sè stessa, rimirandocisi come in uno specchio.

È cosa nota infatti che, specialmente negli ultimi tre secoli, dopochè nuovi e forti stati incominciarono a rifarsi nella polverizzazione politica del medio evo, Roma, la sua storia, la sua letteratura, il suo diritto furono come un modello, uno schema, se si vuole un miraggio storico, proiettato dal passato innanzi alle generazioni che cercavano la via dell’avvenire, e movendo verso il quale quelle generazioni trovarono davvero la via per tanto tempo cercata invano. Roma è, nel secolo XVII e XVIII, il modello a cui guardano le grandi monarchie che si fondano in Europa; Roma, nel secolo XVIII e XIX, fomenta con la storia della repubblica, con il culto fervoroso di Bruto e il romanzo scandaloso dei Giulio-Claudii, tramandatoci da Svetonio e da Tacito, l’opposizione alla monarchia assoluta; Roma ancora, dopo la Rivoluzione francese, presta alla monarchia come argomento e mezzo di persuasione, le apologie Cesariane del Drumann, del Duruy e del Mommsen, e le lodi dell’amministrazione imperiale. Si può anzi dire che parecchie tra le più celebri storie di Roma del secolo XIX sono state scritte in considerazione del conflitto tra la repubblica e la monarchia. Senonchè questa è appunto la ragione per cui, affievolitasi nell’ultimo quarto del secolo XIX la guerra tra i due principî politici, non solo quelle storie di Roma così concepite invecchiarono, ma molti sono venuti nell’opinione che l’antico interesse per gli studi romani debba spegnersi. “Viviamo — si dice — nel secolo dell’elettrico e del vapore: còmpito dei nostri tempi è appagare le classi medie e popolari che non guerre o rivoluzioni vogliono, ma una vita più sicura e più comoda; lavorare infaticatamente per creare le prodigiose ricchezze necessarie a soddisfare i nuovi desideri di moltitudini così numerose. Una antica storia, tutta piena di guerre e di imprese politiche, deve divenire straniera ad un secolo che abbisogna di macchine più che di leggi, di chimici e di fisici più che di guerrieri e di letterati„. Si aggiunge poi che il latino, il quale sino ad un secolo fa era una lingua semiviva, si è spento interamente nel secolo XIX, stretto e soffocato entro il rigoglioso sviluppo delle lingue e delle culture nazionali, sepolto sotto le rovine della potenza politica della Chiesa, che nell’idioma come in tante cose aveva continuato l’impero di Roma; e morta la sua lingua, una nuova, ultima e definitiva decadenza doveva incominciare per Roma.