Roma contemporanea

Part 8

Chapter 83,935 wordsPublic domain

Si sente poco rumore in questa assemblea di cinquanta a sessanta persone. I miei vicini a destra sono cinque giovinotti della stessa età che sembrano compagni di officina; il colore delle loro mani e certe tacche mi fanno supporre che lavorino in ferro. Quegli che si è ritirato per farmi sedere è certamente uno dei più begli uomini che si possano vedere qui; grande e ben fatto, dal volto lungo, l’occhio umido, la bocca piccola, le labbra rosse, il naso leggermente curvo, la barba fina come la peluria d’un cigno nero, rassomiglia piuttosto ad un tenore dell’opera che ad un garzone di fabbro. I suoi compagni non sono tutti della stessa stoffa, e vedo proprio in faccia a lui una figura di _bull-dog_, che non mi piace molto; ma un’allegria franca e tranquilla presiede al loro piccolo pasto. Il mio bel vicino mi ha presentato un bicchiere invitandomi a bere; vi ho immerso le labbra per provare che io conosceva gli usi di Transtevere, e che ero un uomo bene educato.

Alla mia sinistra la tavola vicina è occupata da gruppi svariati, che non posso discerner bene con una luce torbida e stretta parente della notte. Vedo bene due giuocatori seduti uno in faccia all’altro; essi sono vestiti da carrettieri. Vi è un po’ di denaro al giuoco, forse tre o quattro scudi in moneta spicciola. Il più vecchio dei due avversarj non deve essere in vena, dacchè getta ogni carta sul tavolo con un colpo di pugno che lo fa traballare; l’altro guadagna senza ridere e senza parlare, e beve a centellini. Un po’ più lontano un mugnajo del Tevere, fatto come l’Ercole Farnese, cena lautamente con sua moglie e sua figlia. La madre è grossa e triviale, la figlia è bella, bianca come una Venere. I suoi capelli neri legati in grosse ciocche, sono tutto ciò che ha in testa. Le fanciulle di Roma, non portano nè berretto nè cappello; la natura le ha acconciate caldamente per l’inverno. La mia bella mugnaja in ricambio è un po’ sopraccaricata di gioje: soltanto colla sua collana e co’ suoi orecchini si pagherebbero i balzelli della repubblica di S. Marino. Un bel fazzolettino di merletto s’incrocia sul suo petto, è la moda di Trastevere. Ma la gonna è forse più gonfia che non si richiederebbe, la crinolina giunge in barca per guastarci il costume nazionale. È un piacere il vedere come la madre e la figlia vuotino un bicchier di vino che il padre ha empito fino all’orlo. I Romani allorchè escono dalle loro abitudini di sobrietà sono i più formidabili bevitori di tutt’Europa: vi sono poche Romane che non siano in caso di star a petto agli uomini. La Trasteverina la più vezzosa assorbirebbe la razione di dodici marinaj, e non vacillerebbe minimamente lasciando la tavola. È vero che hanno dei piedi, e che piedi!

Mi perdonerete se dopo questo primo colpo d’occhio intorno alla mia tavola, la mia attenzione si è concentrata un istante sulla cena che mi venne servita. Avevo corso tutto il giorno, avevo asciolto sui due piedi e nel vostro stesso interesse dovevo ristabilire le mie forze. Ventre affamato non ha più nè occhi nè orecchie, ed un osservatore a digiuno vi riferirebbe poche cose.

Dapprima mi s’imbandì l’insalata che è il fondamento d’ogni cena romana: poscia un pezzo di manzo stufato che vi farebbe venir l’acquolina in bocca, se potessi trovar della poesia nel suo odore e nella sua broda. Un _gigot_ di capretto è venuto in seguito con un piatto di piselli. Il piatto di mezzo era composto d’una rotella di formaggio dolce, fritto in padella, ed ebbi per frutta un gran piatto di fragole di Albano, squisite in verità. Ecco come si cena all’osteria per una quarantina di soldi; è vero che negli alberghi e nei pasticcieri la cucina è altrettanto cara quanto detestabile. Il vino a Roma non è buono in nessun sito, ma è ancora all’osteria ove si beve meglio. È alquanto chiaro, limpido, e color d’oro: lo si serve in bottiglie di vetro bianco leggiere come il soffio, e fragili come la virtù.

I miei vicini a destra avevano finito di cenare molto prima di me, ma siccome non avevano finito di bere, così il bel fabbro ha proposta una _passatella_; che è un giuoco proibito, ma nella città di Roma niente è permesso e si fa tutto. Ciascuno dei convitati ha dato quattro soldi e l’oste ha portato cinque fiaschi di vino in mezzo alla tavola. Ognuno il suo scotto è un motto romano che ho tradotto in francese. Si estrasse a sorte per sapere a chi toccasse tutto il vino pagato in comune, e quale dei cinque commensali sarebbe il _padrone del vino_. Ma nei _pique-nique_ moderni la dignità reale degenera sovente in tirannia, e provoca delle rivoluzioni sanguinose. Il padrone del vino fu il mio vicino, il bel fabbro. I privilegi del suo grado consistevano primieramente in bere fino a sazietà, prima di darne una goccia agli altri; ed in secondo luogo a scegliere un ministro, che empirebbe ora un bicchiere ora un altro sempre a beneplacito del re, e non mai senza il suo consenso.

Pare che il nostro vicino dal muso di _bull-dog_ non fosse molto in favore, mentre due volte porse il bicchiere per domandare da bere, due volte il ministro prese una bottiglia per versargli del vino, e due volte pure il principe leggiadro prese piacere a dire: «Ei non beverà». sono io che beverò, Ministro, amico mio. Eccellenza del mio cuore, ecco il bicchiere che bisogna empiere. E si rideva. Il _bull-dog_ era il signore della trista figura. Aveva pagato, la gola gli pruriva, il vino gli passava sotto al naso, e i suoi amici si burlavano di lui.

Il vino fu ben presto esaurito ed il _bull-dog_ che aveva da prendere la sua rivincita propose lui stesso una seconda _passatella_. Che io sia il padrone del vino! diss’egli al bel fabbro, e vedrai se te ne do una goccia. — E che cosa m’importa! rispose l’altro ridendo sgangheratamente, tu vedi bene che non ho più sete. Sete o no, la sorte gli fu ancora favorevole, e la disposizione del vino gli toccò una seconda volta. Il _bull-dog_, mezzo serio, mezzo ridente, gli disse: abbiamo scherzato abbastanza! ci ho messo otto soldi della mia tasca, e spero che ora mi lascerai bere? È mestieri, replicò il mio bell’amico, accontentarsi di poco e talvolta di nulla. Sei tu cristiano, sì o no? esercitati dunque alla virtù della pazienza.

Siccome questi signori parlavano ad alta voce ed i loro vicini si scompisciavano dalle risa, così l’attenzione di tutta l’osteria si volse insensibilmente verso di loro. La bella mugnaja gettò un’occhiata sulla nostra tavola, senza chiedere il consenso dei suoi genitori. I nostri sguardi s’incontrarono due o tre volte, e credo anzi ch’essa mi sorridesse francamente con quella facilità delle fanciulle d’Italia, che si avrebbe gran torto d’interpretare sinistramente.

Il solo uomo che non avesse l’occhio alla _passatella_ era il vecchio giuocatore della tavola vicina. La fortuna delle carte s’ostinava in apparenza contro di lui, perocchè dopo cinque o sei giuocate imprudenti a doppia posta, aveva messo al giuoco il suo orologio d’argento per perdere tutto o riguadagnar tutto. Prima di levare le carte, andò ad inginocchiarsi dinanzi alla Madonna dell’osteria, e la supplicò di restituirgli tutto ciò che avea perduto, con qualche piccolo guadagno, promettendo di dividere il dipiù con lei e di portare una grossa torcia di cera alla chiesa di S. Agostino. Intanto il suo avversario si faceva prudentemente il segno della santa croce, e borbottava senza moversi dal suo posto una contro-preghiera alla stessa Madonna. La partita fu animata, ed io la seguii con attenzione. Il vecchio carrettiere la perdette come tutte le altre. Si alzò da tavola, calcò il suo cappello sulla testa e ritornò a portarsi in faccia all’imagine che aveva adorata. Io credeva che si mettesse ad ingiuriare la Madonna, ma qualche cosa lo trattenne e fece piombare tutta la sua collera sul divino infante che essa portava nelle braccia. «Miserabile bambino, gli gridò, ben fece Giuda a venderti». — Così consolato, se ne andò. Il suo avversario raccolse il suo denaro e l’orologio, domandò un altro fiasco di vino che bevette lentamente, esaminò la punta del suo coltello, si fermò all’uscio dell’osteria per vedere se nessuno lo aspettava di fuori, e partì.

Una terza _passatella_ s’era impegnata alla mia destra e la sorte caparbia avea ancora favorito il mio bel vicino. Il _bull-dog_ ebbro di sete e di dispetto gli diceva delle parole ingiuriose, di cui quegli non faceva che ridere. Egli rispondeva scherzando alle maledizioni del suo nemico, ed oso dire ch’erano di peso. Ecco un saggio di quelle litanie:

«Faccia da cane!

«La forca a’ tuoi morti!» vale a dire possano i tuoi antenati esser periti per la mano del boja!

«Possa tu morire d’accidente a freddo!» L’accidente semplice è l’apoplessia; l’accidente a freddo è una coltellata.

«E tu, rispondeva il mio vicino, tu morrai d’un accidente a secco».

Questo scherzo provocò un’ilarità generale e il _bull-dog_ ne ebbe un raddoppiamento di collera.

Io avevo scambiato tanti sguardi colla bella mugnaja che noi eravamo divenuti, malgrado la distanza, buoni amici. Ella mi fece una cortesia più diretta, mandando sua madre a chiedermi un bicchier d’acqua di cui non ve n’era che sulla mia tavola. Mi affrettai di offrirle la bottiglia e ricevetti due ringraziamenti in una volta. La giovane mi sorrise più dolcemente che mai, e suo padre mi fece degli occhiacci terribili.

Più vicino a me il _bull-dog_, stanco di esser oggetto di risa, s’era ritirato brontolando. Gli altri miei vicini lo seguirono ben presto e dissi loro addio, non senza offrir loro quattro sigari di fabbrica romana, un po’ insipidi ma ben fatti e facili da fumare. Il bel fabbro mi porse la mano ed io gliela strinsi di buon cuore; senza sapere che non avesse più che due minuti da vivere.

I posti vacanti allato a me furono occupati immediatamente da tre soldati francesi leggermente ubbriachi. Essi percorrevano in trionfo tutte le taverne di Transtevere, dopo aver riportato una luminosa vittoria sopra quattordici soldati del papa. Questi vincitori vuotarono un fiasco, cantarono una strofa e trasportarono la loro gloria e la loro allegria in un altro teatro. Furono ben tosto surrogati da tre soldati pontificii che si vantavano d’avere sconfitto quattordici Francesi.

Riguardai allora un nuovo venuto che aveva preso posto alla tavola vicina. Era un vegliardo di sessant’anni suonati, ma ancora vegeto e robusto. Egli osservava l’assemblea senza parlare, vuotando il suo bicchiere fino al fondo. Un fazzoletto allacciato intorno ad una gamba ed una macchia di sangue che traspariva al disotto mi fecero credere che fosse ferito; ma siccome la sua fisonomia non indicava che fosse in vena di confidenze, così partii senz’avergli domandato il suo segreto. Il primo cameriere dell’osteria, che si chiamava il signor principale, m’indicò un caffè vicino in cui vi era un divertimento di poesia e di musica. Io ci vado tutte le sere, e son certo che anche voi non trovereste niente di meglio.

Fui ben presto raggiunto dal mugnajo e da sua moglie, che avevano ricondotto a casa la loro figlia! Il mugnajo si sedette dirimpetto a me, ad alcuni tavolini di distanza, e mi guardava ostinatamente in una maniera che voleva dire: «Tu non sarai mio genero». Era l’ultimo de’ miei pensieri ed io vuotai pacificamente il bicchiere di caffè che mi era stato portato.

Il pavimento della sala era pulito, e le pareti erano coperte di percalina bianca con orli rossi a tutti gli angoli. Il mobigliare si componeva di sedie di paglia e tavole di marmo; i cucchiarini d’argento erano di forma antica e molto pesanti. Una ventina di operaj e d’operaje componevano tutto il pubblico; però gente ben educata che prendeva il suo caffè ed il suo rosolio senza strepito.

Il mio arrivo non avea interrotto una lotta fra virtuosi. Quasi tutte le domeniche alcuni dilettanti di poesia si riuniscono per improvvisare dei versi. Si accoppiano a due a due e si disputano a vicenda sopra un soggetto dato, come i pastori di Virgilio. Il teatro solito delle loro improvvisazioni è la storia antica o la mitologia. Io non so dove abbiano fatto i loro studj, ma galoppano senz’inciampare nei campi della favola e della storia; dal caos fino ai tempi di Nerone. Se si scandagliassero troppo accuratamente i loro versi si troverebbe forse qualche anacronismo nelle particolarità, ma la poesia copre tutto col suo mantello di porpora e d’oro. La prosodia italiana non impone leggi tanto severe; la rima si trova facilmente in una lingua in cui una metà delle parole finisce in _O_ e l’altra in _A_. Ma ciò che mi ha più sorpreso in questi giuochi d’ingegno si è la scelta quasi sempre felice di una espressione brillante. Il vocabolario poetico, molto diverso dal linguaggio familiare, si è conservato, non so come, in queste menti semi-incolte. Un calzolajo che sapeva appena leggere ci ha narrato la guerra di Troja in uno stile il più pomposo e il più fiorito.

Un mandolino pizzicato discretamente accompagnava la voce del poeta, poichè i versi si cantano e non si parlano. È una specie di recitativo misurato, una melopea monotona e romorosa. I Romani hanno la voce alta, sonora e quasi sempre enfatica. Non vi è una sillaba nei loro discorsi solenni che non sia accentata dall’orgoglio nazionale. È un piacere sentire un ragazzotto cantare in istrada.

Augusto imperator romano.

oppure

Anderemo al Campidoglio.

La giostra durò un’ora e mezzo, e fui ben dispiacente di non avere nè penna nè matita per stenografare alcuni versi. Gli applausi dell’uditorio erano la ricompensa dei vincitori; i fischi e lo schiamazzo punivano il vinto, non appena la sua lingua incominciava ad imbrogliarsi. Il calzolajo della guerra di Troja conservò il vantaggio per qualche tempo, ma poi fu battuto completamente da un conciapelli del quartiere della _Regola_. Tutto pareva finito, ed il conciapelli si metteva il suo abito per andar a dormire sui suoi allori, quando una donna si alzò da una tavola, e si mise dinanzi a lui colle mani sui fianchi. Era per verità una creatura magnifica, svelta, grande e bella, quale all’incirca si rappresentano le donne ai tempi dei re. Ho saputo che essa era una lavandaja e suo marito un soffiatore di vetro.

Voi non ve ne intendete un fico, diss’ella, ed io vi batterò tutti. Tu prendi il mandolino. Essa cominciò dall’origine del mondo, e proseguì con passo fermo a traverso l’istoria degli Dei. Quella francona possedeva la mitologia come Esiodo in persona. Ben presto ella entrò a piè pari nella guerra di Troja, salvò Enea dall’incendio, lo condusse nel paese del Lazio, bastonò Turno e tutti gli altri, balzò d’un salto alla nascita di Romolo, scacciò i re con Lucrezia, condusse gli eserciti della repubblica alla conquista del mondo, rischiarò il caos delle guerre civili, applaudì Cicerone, uccise Cesare ai piedi della statua di Pompeo, mise Augusto sul trono, rovesciò gl’imperatori gli uni sugli altri come dei cappuccini di carta, e finì con un’invocazione diretta alla Madonna che le sorrideva dietro una lampada con un infante in braccio.

Ella tirò sempre dritto, ripigliando talvolta il filo, non fermandosi mai, surrogando una parola con un’altra, incominciando il passo applaudito e correggendolo senza pensarvi. I suoi occhi brillavano come quelli di una pitonessa; la sua voce tremava di piacere; il suo gesto semplice e un po’ troppo regolare scandeva i versi e appoggiava sulla frase. Essa fu applaudita come si usa applaudir qui. Nè il calzolajo nè il conciapelli si provarono a risponderle, ed essa ritornò tutta rossa presso suo marito, che aveva tenuto il fanciullo durante quel tempo.

Io mi abbandonai al piacere di battere le mani, come ad una prima recita, allorchè m’accorsi che il mugnajo mi guardava in cagnesco. E perchè? non saprei davvero, imperocchè io non avevo fatto nulla da offenderlo. Forse i suoi vicini dell’osteria avranno scherzato sul prestito della mia bottiglia d’acqua, ma, comunque sia, se era stata commessa un’incongruenza, non era certo da parte mia. Frattanto egli borbottava fra i denti ogni sorta di osservazioni riprovevoli sulla gente che doveva restarsene in casa ed attendere a’ loro affari. Quanto meno io fingeva di prestar attenzione a’ suoi detti tanto più egli alzava la voce; era uomo da trattarmi più male, se avessi fatto mostra di volgergli la schiena. Risolvetti pertanto d’attaccarlo di fronte, e perciò non ci voleva gran coraggio. Si sa in tutti i paesi del mondo che «can che abbaja non morde». Io mi alzai repentinamente proprio nel momento in cui aveva pronunziato la parola «Francese» e mi presentai dinanzi alla sua tavola dicendo «è con me che l’hai?» Rimase un momento confuso prima di rispondere. «Ma no, io non l’ho con nessuno, ti sei ingannato» «Allora contro chi brontoli tu?»

«Contro mia moglie; è una bagascia, un’intrigante, una mezzana, che voglio bastonare di santa ragione quando torno a casa.»

A ciò non eravi da replicare. Se ognuno è padrone in casa sua, il mugnajo è padronissimo di battere sua moglie ed il suo asino, quando gliene viene il capriccio.

Verso le dieci e mezzo il principale che mi aveva servito a pranzo venne a prender posto accanto a me, vestito come un signore. «Ebbene! gli dissi, la giornata è finita?»

— Mi rispose a mezza voce: «Sì, signor cavaliere, e temo pur troppo, finita male per me.

— Come?

— Non dovrei forse raccontarvi l’affare, ma voi siete testimonio, che io non ho preso alcuna parte alla quistione e nella vostra qualità di Francese, voi potrete ajutarmi a cavarmela.

— Che cosa diavolo è successo?

— Avete voi rimarcato quel vecchio che aveva un fazzoletto annodato intorno alla gamba?

— Sì, un ferito.

— Ei non era ferito: era il sangue del giovane; egli l’aveva portato a casa nelle sue braccia, e ritornava ad aspettar l’altro al varco.

— Qual altro?

— L’uccisore per certo; colui che avea ucciso suo figlio.

— Qual figlio?

— Quello che ha pranzato accanto a voi, l’uomo della _passatella_.

— Il bel fabbro?

— Non era tanto bello. D’altronde aveva torto. Perchè rifiutare da bere ad un amico, quando ha pagato per questo?

— Ma è impossibile! Non l’hanno ucciso!

— Proprio davanti la nostra porta, Eccellenza, nel momento in cui usciva.

— Ma i suoi amici erano con lui; avrebbero impedito il delitto!

— Ciascuno per sè in questo basso mondo.

— Com’è che noi non abbiamo sentito niente?

— Non si fa mai rumore. Il giovine è morto; sono andati a dirlo a suo padre; egli ha portato il corpo in casa sua, poscia è ritornato a sedere dove l’avete veduto nella speranza che l’altro ripassasse da noi; ma non è sì gonzo! Ciò che mi rincresce si è che l’altro mariuolo aveva preso il mio coltello per fare il suo colpo.

— Ma è spaventevole! Ecco come si scannano nel quartiere!

— E che volete? Allorchè un amico vi fa un insulto non si va già a divertirsi, ad intentargli un processo. Una coltellata nel ventre, e tutto è finito. Se almeno avesse preso un altro coltello e non il mio!

— Allora voi passate la vostra vita ad assassinare gli amici?

— Non si ha a fare con quelli che non si conoscono; ma voi potete contare che da noi sopra quattro uomini ve n’è ben uno che ha giuocato col coltello almeno una volta in sua gioventù.

— E tu? vediamo!

— Oh! io avevo ragione. S’era permesso di gridare ad alta voce che il nostro vino era manipolato, e che noi avveleniamo la gente. Che avreste fatto voi al mio posto?»

Io ripresi la strada dell’Accademia, e, alla svolta della contrada, caddi sopra un gruppo di ragazzi inginocchiati avanti ad una santa imagine. Essi cantavano all’unissono con voce chiara e quasi in tempo:

Viva Maria E chi l’ha creata?

V.

IL GIUOCO DEI COLTELLI[4].

Se i coltelli romani non fossero giammai usciti da Roma, io ne avrei detto abbastanza intorno a questa curiosità locale. Ma nello stato attuale della società, allorchè i rifugiati Italiani abbondano in molti paesi ed i loro coltelli insanguinano le taverne di Londra come le bettole di Costantinopoli, credo fare opera di buon cittadino d’Europa trattando seriamente una quistione di sicurezza europea.

Prima d’ogni altra cosa, e dovesse pure eccitare sorpresa in Francia, incomincierò a fare un complimento agli assassini di questo paese; essi non sono ladri. In quasi tutte le grandi città di mia conoscenza sopra dieci assassinii commessi, ve ne sono sei che hanno il furto per iscopo. Si uccide un uomo per aver il suo denaro come una volpe per avere la sua pelle. I Romani considerano il furto con solenne disprezzo. La loro delicatezza un po’ ottusa non sa schermirsi di qualche colpo di scaltrezza, di qualche prepotenza pubblica; ma il furto propriamente detto li ributta. Provatevi a gridare: al ladro! nelle contrade della città; o che, per esempio, un abitante del quartiere de’ Monti (sonvene molti che non valgono gran che) si pigli il divertimento di rubare un fazzoletto da dieci soldi: ebbene la folla si farà ad inseguirlo con incredibile accanimento. Ora che avverrebbe se l’avesse ucciso prima di fare il suo colpo? Lo si ammazzerebbe sul fatto, non v’è punto a dubitarne.

Tengo sotto gli occhi la lista di 247 assassinj commessi nella città, tra il 1850 ed il 1852; e tra questi sonvene appunto due soltanto che si spiegano col furto. Tutti gli altri sono conseguenza di dispute mosse da vanità o da interesse, da rivalità d’amore, da liti al giuoco, da ingiurie profferite dopo aver bevuto. La violenza del sangue, del vino e della primavera fu causa di pressochè tutti gli altri delitti. Per la più parte dei casi che condussero a queste coltellate, un Francese avrebbe dato un pugno, una stoccata, ovvero un appello alla giustizia. Ma al popolo di Roma non vanno a sangue nè i pugni, nè i duelli, nè i processi. I pugni non manifestano abbastanza profondamente la superiorità del vincitore; il duello espone a perire chi ha dalla parte sua la ragione; la lunghezza delle procedure, e la venalità di quasi tutti i giudici inspirano ai cittadini l’orrore de’ processi. Tutto s’accomoda a coltellate, anche le dissensioni di famiglia. Alla medesima pagina trovo un fratello colpito dal fratello, un cognato dal cognato, due generi dai loro suoceri, ed un nipote dallo zio. Uno zio del Ginnasio sarebbesi accontentato di esclamare: «Briccone di nipote!»

Nel 1853, i tribunali dello Stato Romano punirono 609 delitti contro le proprietà, e 1344 contro le persone. Nel medesimo anno le Corti d’Assise giudicavano in Francia 3719 persone accusate di furto, e 1921 incolpale di delitti contro le persone. Se ne potrebbe conchiudere che i Romani sono più violenti e più onesti di noi.

Desiderate qualche altro frutto più recente? Ecco quanto si è operato in sei giorni, verso la fine del mese d’aprile 1858. Vedrete che la primavera si fa sentire in Italia.

«Nella caserma Serristori, il volteggiatore Maurizi ha ucciso con una coltellata il granatiere Caponia. Affare di giuoco.

«Si è fatto baccano sotto le finestre d’un vecchio, di nome Ferri, che ammogliavasi in terze nozze.

«Egli ha colpito con un sasso uno de’ chiassosi, detto Bernardini.

«Il vignaiuolo Bravetti è stato ucciso con un colpo di zappa da un mercante d’insalata, che lo accusava di rubare degli asparagi nella sua vigna.

«Alcuni giovani, che avevano passato la giornata all’osteria, attraversano la contrada del Mascarone. Insorge una disputa, uno di que’ signori entra da un fornajo, prende un coltello, e corre a dare tre colpi mortali a certo Vaccari di ventun’anni. Va poscia dal padre del Vaccari e l’uccide.»

Misura di prudenza!

«Carolina Paniccia e suo marito Giovanni escivano da un’osteria dopo aver cenato, quando si videro assaliti a colpi di coltello da un tal Pierazzi. La donna è ferita, il marito è morto. Pierazzi era innamorato della moglie e geloso del marito.

«Il giovane Alfonso Ambrogioni, di 13 anni, ha ucciso sua cognata tagliandole la carotide. Gli Ambrogioni odiavano quella giovane, perchè uno di essi, Pietro, era stato costretto a sposarla dopo averla sedotta.»