Roma contemporanea

Part 7

Chapter 73,792 wordsPublic domain

Riepilogando, gli Ebrei di Roma non sono più nè racchiusi di notte, nè multati nel carnevale, nè catechizzati loro malgrado, e cotesto triplice beneficio lo debbono a Pio IX: sono amministrati dai loro notabili ed invigilati dai loro rabbini. Se alcuno di essi manca alla legge del sabbato, il cardinal vicario lo condanna, è bensì vero, alle galere, ma a norma di richiesta del rabbino. Nelle inondazioni del Tevere la municipalità romana fa loro portar de’ viveri, ed usa loro l’attenzione delicata di mandar loro vivande apprestate a norma del rito ebraico. Nè si dimentichi che buon numero di essi sono alimentati dai proprietarj delle loro case. Pagano per tassa generale 450 scudi da cinque franchi, i quali, ripartiti fra circa 4500 persone, formano qualche cosa più di 50 centesimi per testa. La contribuzione non è grave; eppure dopo il 1848 rifiutano di pagare anche questa.

L’origine di questo balzello merita d’essere fatta conoscere. Due o tre secoli fa, un ebreo si convertì, entrò nel convento de’ neofiti e nel silenzio della sua cella scrisse un libello contro i proprj correligionarj, accusandoli, fra l’altre cose, di mangiare dei bambini. Ora questo suo zelo fu ricompensato, imponendosi al Ghetto di pagare 450 scudi di rendita allo scrittore che sì bene gli aveva dipinti. Il Ghetto pagò, e la rendita del monaco, com’è naturale, fu devoluta al tesoro del convento. Ma il neofito, che non era eterno, venne a morire; onde il convento, che aveva goduto quella somma, e l’aveva trovata vantaggiosa, non volle rinunciarvi. «È forse colpa nostra, dissero i frati, se il nostro confratello è morto? Noi l’abbiamo assistito per bene. Questo reddito era sua sostanza, e noi siamo i suoi eredi. E poi gli Ebrei hanno preso l’abitudine di pagare questi 450 scudi all’anno, e Roma è una città d’abitudine».

Attualmente gli Ebrei pretendono che, non avendo pagato nel 1848, ne hanno perduto ad un tratto l’abitudine, e per nulla al mondo s’indurrebbero a ripigliarla. Dopo lunghe contestazioni tra essi ed il convento, il papa finalmente permise loro di liberarsi del passato e dell’avvenire mediante un quarto della somma reclamata; ma gli Ebrei fanno il sordo, e preferirebbero non pagar nulla affatto.

Se accettano le condizioni loro offerte, saranno in progresso esenti da ogni tassa, al pari de’ gentiluomini.

Saranno forse più felici? Chi lo sa? Ho riferito in buona fede tutto quanto Pio IX aveva fatto in loro vantaggio, ma non posso dissimulare che la popolazione Israelita va rapidamente decrescendo negli Stati della Chiesa. Essa era, nel 1842, di 12700 persone sotto il rigido Gregorio XVI. Undici anni dopo, nel 1853, sotto il paterno regno di Pio IX, era diminuita di più d’un quarto, e caduta sotto la cifra di 9237 anime.

Cotesta spaventosa diminuzione d’una stirpe naturalmente feconda non può spiegarsi altrimenti che per l’emigrazione. Ho dimandato notizie, e venni chiarito, che difatti gli Ebrei disertavano gli Stati del papa appena che potevano ottenere un passaporto e pagare il viaggio.

Gli sciagurati non vollero, o piuttosto non osarono dirmi qual fosse la causa che gli scacciava. I più coraggiosi mi supplicarono di non scrivere nulla in loro favore, se non volevo aggravare i mali onde sono travagliati. In somma credetti d’aver compreso, che la tolleranza del governo attuale era unicamente alla superficie, ed ecco un fatto che convalida la mia ipotesi. Un ebreo di Roma campava la vita coltivando la terra. Per violare la legge in modo sì flagrante aveva bisogno d’un complice, onde trovò un cristiano, il quale, mediante un premio, consentì di prestargli il proprio nome. Ma la canaglia delle vicine terre non istette lungo tempo ad ignorare che le messi appartenevano ad un ebreo, onde si pose a saccheggiarle; ed in quello spoglio del frumento e grano turco dell’ebreo ciascuno credeva far opera meritoria. Il derubato non osava nè lamentarsi, nè difendersi; ma ben a proposito si risovvenne che i Francesi erano in Roma, e che esercitavano certa autorità. Ricorse dunque al generale Goyon per ottenere il favore di far giurare una guardia, che all’occorrenza avesse a stendere il processo verbale.

Il conte Goyon, a parte la politica, è un uomo eccellente. Ebbe pietà di quell’ebreo, e promise di ottenere ciò che dimandava. Anzi fece di più: andò in persona dal cardinal Antonelli.

Questi non dissimulò ch’era cosa mostruosa il far prestare giuramento ad un cristiano nell’interesse d’un ebreo. Però, siccome non si poteva rifiutar nulla al più saldo appoggio della santa Sede, così fu promesso non solamente di dare una guardia giurata, ma ben anche di sceglierla.

Si prese tempo per fare la scelta; un po’ di tempo, circa un trimestre. Il saccheggio intanto continuava, l’ebreo non osava più dir parola, ed il generale, persuaso d’aver fatto una buona azione, dormiva pacifico. Un bel mattino, una voce timida venne a svegliarlo; dicendogli che non s’era fatto nulla. Partì rapidamente, e corse di nuovo al Vaticano. L’autorità, messa alle strette, non osò più resistere, accordò la guardia promessa; e la nomina fu fatta a tamburo battente. Il generale Goyon la recò egli stesso, e la consegnò vittoriosamente al proprio protetto.

L’ebreo proruppe in ringraziamenti, siccome Mosè al capitolo XV dell’Esodo. Mancò poco che non bagnasse di lagrime il nome benedetto della guardia che gli si dava. Ma era il nome d’una persona ignota, scomparsa già da sei anni, e di cui non si aveva più traccia.

Che potevasi fare? Tornar dal generale? Lagnarsi una terza volta? Dimostrare ad un galantuomo, ad un personaggio rispettabile, che le autorità romane si erano corbellate di lui? L’ebreo vi pensò veramente. Ma la polizia, che non dorme giammai, gli ordinava di rimanere in casa sua, di vivere in pace e contento, sotto minaccia delle pene più severe.

Quando per avventura i nostri ufficiali l’incontravano, gli dicevano: «Or bene, voi avete quanto vi occorre. Le vostre messi sono poste al sicuro. Siete in debito d’una grazia all’esercito francese!» Ed egli ringraziava prudentemente, sorrideva per necessità, e se ne andava a piangere in disparte.

Non voglio qui ripetere la storia del fanciullo Mortara. Essa dimostra che gli uomini più esercitati a dare lo spettacolo della tolleranza dimenticano qualche volta la loro parte.

Il fatto del signor Padova, meno conosciuto, meritava non minore celebrità. Sebbene l’abbia già narrato molto tempo fa, non posso trascurare quest’occasione per ripeterlo.

Il signor Padova, negoziante israelita di Cento, provincia di Ferrara, aveva moglie e due figli. Un commesso cattolico sedusse la signora Padova; ma, sorpreso e scacciato dal padrone, fuggissene a Bologna, dove l’adultera lo raggiunse, traendo con sè i due figli.

Il marito corse a Bologna, e chiese che gli si rendessero almeno i proprj figli. L’autorità gli rispose che i suoi figli erano battezzati, non meno che la madre loro, e che perciò eravi un abisso tra lui e la sua famiglia. Tuttavia gli venne accordato il diritto di pagare una pensione, colla quale vissero tutti, compreso l’amante della signora Padova. Alcuni mesi più tardi egli potè assistere al matrimonio della sua legittima consorte col commesso che l’aveva sedotta. Chi benediceva le nozze officiando era nientemeno che S. Em. il cardinal Oppizzoni, arcivescovo di Bologna.

Mi fu riferita la storia d’un ebreo che dalla sua religione seppe ricavare il più singolar beneficio. Aveva commesso un delitto, quasi inaudito presso gli Ebrei de’ tempi nostri, aveva cioè assassinato, e la vittima era suo cognato. La cosa era evidente, ed il fatto comprovato. Ora ecco la ragione di difesa che venne impiegata dal suo avvocato:

«Signori, d’onde procede che la legge punisce severamente gli uccisori, e va talora fino a colpirli colla morte? Egli è che, assassinando un cristiano, se ne ammazza in pari tempo e il corpo e l’anima. Si manda al cospetto del giudice supremo una creatura non bene preparata, che non si è peranco confessata dei suoi falli, che non ne ha quindi ricevuta l’assoluzione, e che precipita diritta in inferno, od almeno in purgatorio. Ed ecco perchè l’uccisione d’un cristiano non è mai soverchiamente punita. Ma che abbiamo noi ucciso? Null’altro, o signori, che un miserabile ebreo, già predestinato alla dannazione. Se anche gli fossero stati concessi cento anni per convertirsi, abbastanza è nota l’ostinazione della sua stirpe, egli sarebbe morto senza confessione come una bestia. Abbiamo pur troppo, ne convengo, anticipato d’alcuni anni la scadenza della giustizia celeste; abbiamo per ciò affrettato un’eternità di pene, che presto o tardi non gli poteva mancare; ma via, siate indulgenti per una colpa veniale, e riserbate la vostra severità per coloro che attentano alla vita ed alla salute d’un cristiano».

Cotesta perorazione sarebbe assurda e ridicola a Parigi; ma era logica a Roma, dove il reo potè trarsi d’impaccio con alcuni mesi di carcere.

Gli Ebrei sono tollerati in parecchie città dello Stato romano ed in alcuni villaggi. Abitano in Roma, Ancona, Ferrara, Pesaro, Sinigaglia. È in Roma che sono trattati con maggior dolcezza; mentre in Ancona, nell’anno passato, fu rimessa in vigore dal delegato un’antica legge che proibisce ai cristiani di conversare in pubblico cogli Ebrei.

Il popolo minuto li disprezza, ma non gli odia. Ho veduto un ragazzo di quindici anni accostarsi ad un vecchio ebreo, dargli un colpo sul cappello, sicchè glielo cacciò fino sugli occhi, ma non gli avrebbe fatto alcun male. Ho inteso un contadino dire ad un ebreo: «Voi altri siete ben fortunati; voi non temete la morte di apoplessia (senza confessione), poichè non avete, come noi, un’anima da salvare».

I frati, i preti, e generalmente tutto il clero inferiore, circolano nel Ghetto senza ostensibile ripugnanza; ma il papa, i cardinali, i vescovi ed i semplici monsignori sono esclusi da questo luogo impuro, chè degenererebbero dalla loro casta ponendovi il piede.

Però gli ecclesiastici romani pongono molta differenza fra gli Ebrei ed i Protestanti: se pei primi hanno un po’ di disprezzo, nutrono contro gli altri un odio implacabile. E n’è causa, che gli Ebrei sono i vinti, ed i Protestanti sono i ribelli. La Chiesa non ha dimenticato quel gran principio di politica romana, che Virgilio aveva condensato in un solo verso, di cui il concetto è _risparmiare i vinti, e debellare i superbi_.

Permettetemi di citare un fatto all’appoggio del mio asserto. Un israelita di Parigi, che era venuto a vedere la settimana santa, aveva preso alloggio in una casa privata. Alcuni giorni dopo Pasqua, ricevette la visita d’uno dei preti incaricati di raccogliere i viglietti di confessione e di denunciare alla giustizia chiunque avesse violato il comando della Chiesa. «Perdonate, signore, rispose l’Ebreo aprendo la sua porta, io non sono cristiano.

— È Luterano il signore? chiese il prete con più civiltà che tenerezza.

— No, signore; Israelita.

— Ebbene! meno male».

Egli è certo che gli Ebrei, per grande che sia la loro fortuna, conservano al cospetto della santa sede un’attitudine rispettosa; nè mai le prestano denaro senza domandarle perdono della gran libertà che si prendono. Per lo contrario i Protestanti fanno un po’ ostentazione della loro eresia. Vi è sempre a Pasqua, nella cappella Sistina, qualche inglese di gigantesca statura, che se ne sta ritto sulle sue gambe in mezzo alla folla inginocchiata. Lo si potrebbe inutilmente sradicare, chè ripullulerebbe l’anno appresso.

Ma rientriamo in Ghetto. Questa finestrella, al terzo piano d’una casa orribile, in una delle vie più luride del quartiere, è celebre nelle scherzose tradizioni dell’Accademia di Francia. È costume che i nuovi pensionisti paghino il loro buon ingresso con una giornata di grandi noje e di mistificazioni talora un po’ forti. Si narra che un giovane compositore israelita fu avvertito arrivando che avrebbe ad alloggiare al Ghetto. «Tu potrai mangiar qui, gli fu detto, poichè noi siamo in un luogo d’asilo; ma bisogna dormire in mezzo al tuo popolo: su questo proposito la legge romana è inesorabile!» Ei pranzò coi camerati, e dopo le frutta fu condotto nell’appartamento che era stato preso a nolo per esso. I mobili erano stati scelti appositamente per far orrore all’uomo meno dilicato; se il letto posava su tre piedi, era già di soverchio. L’albergatrice era distinta pel sucidume più ributtante; però promise al giovane inquilino che lo avrebbe curato siccome un figlio ed avrebbe per esso mille riguardi. È appunto in questa prospettiva, dicesi, ch’ei si coricò; e la notte fu sì cattiva, che il giorno appresso ei parlava di ritornare in Francia. Lo scherzo però non fu spinto più in là, onde il giovane rientrò all’Accademia, nella sua stanza legittima, e non vi perdette il tempo. Ma chi sa, se in progresso, quand’egli scrisse la bella _partizione della Giudea_, le memorie del Ghetto non gli siano ritornate in mente?

Gli abitanti del Ghetto fanno tutto in istrada, come già si è detto: forse perchè le loro case non sono sicure. Ciò che ho veduto del loro interno non mi ha inspirato nessun desiderio di penetrarvi. Mi terrò pago d’attraversare il quartiere in tutti i sensi, ed ecco in qual modo m’inizio alle costumanze di questa popolazione. Nella settimana li veggo vendere e comprare, lavorare pazientemente colle loro mani, mangiar poco e male. Il regime vegetale cui sono condannati dalla miseria, aggiunto alla rarità dell’aria respirabile, impoverisce il loro sangue, e fa deperire la loro salute. Benchè vicini al Tevere, essi vanno soggetti alla febbre meno che gli abitanti de’ paesi più elevati; poichè non è già l’acqua del fiume, ma sibbene i miasmi della campagna apportati dal vento che avvelenano i Romani. Al sabbato cotesti poveri Ebrei si vestono con abiti festivi per invadere le sinagoghe. Jeri, ch’era domenica, trattarono affari fino a tre o quattro ore dopo mezzodì; ma ben presto le botteghe semiaperte si rinchiusero per intero; il popolo prese la sua ricreazione. Ho trovato nell’angolo d’ogni via una tavola circondata da dieci a dodici persone de’ due sessi, con un giuoco di tarocchi nel mezzo. Non sono abbastanza scienziato per penetrare il mistero di queste carte da zingari, cui il popolo minuto di Spagna e d’Italia correntemente sa spiegare. Ciò che ho osservato si è che non v’era denaro sui tavoli, e che nullostante insorgevano litigi ad ogni tratto.

Credetti un momento che nascesse un parapiglia generale a proposito d’un asso di spade o d’un sette di bastoni. Uno dei giuocatori gettò in viso al suo avversario le carte di tarocchi; l’altro rispose gettandogli il gesso di cui si serviva per segnare i punti. Le donne s’intromisero fra i combattenti, ma non si potè impedire che si pigliassero pei capelli. Tutta la contrada prese parte bentosto alla baruffa, ciascuno parteggiando pei proprj parenti, ed in un batter d’occhi quelli de’ quartieri vicini affluirono sul campo di battaglia. I disputanti si scagliarono ingiurie in un dialetto per me inintelligibile, e gli Italiani, attirati dal rumore, non vi comprendevano gran cosa. Tuttavia in capo ad un quarto d’ora tutto ritornò in calma, e poscia seppi che tutto questo tumulto erasi suscitato per mezzo soldo. Non ridete della somma: conosco un professore di mandolino, che diede diciassette coltellate al suo miglior amico per una discussione di cinquanta centesimi.

Mi allontanai colla testa sbalordita. In vita mia non aveva mai inteso tanto fracasso, tranne forse all’uscita del teatro di Pera, quando la popolazione delle strade si abbandona a lotte urlanti co’ morsi. Ma quelle battaglie notturne di Costantinopoli non sono d’uomini.

La mia giornata doveva finire al Transtevere, nel quartiere più romano di Roma. La popolazione che abita al di là del Tevere è senza dubbio la più maschia, la più fiera, la più ombrosa e la più onesta della città. È anche la più bella e la più pittorica: e non s’è detto nulla d’esagerato in sua lode. I Transteverini hanno senza dubbio lo spirito meno pronto e meno agile degli abitanti dei monti, ma posseggono maggior lealtà e coraggio.

Mi sono smarrito per istrada, ed invece d’arrivare al Ponte Rotto, che m’avrebbe condotto nel cuore del Transtevere, mi ritrovai in mezzo ai magazzini di fieno ed alle chiese che circondano la Bocca di Verità. Que’ magazzini erano nel loro migliore aspetto: quaranta carri simili a montagne quadrate arrivavano in fila, tratti da’ buoi. Sotto l’ultimo carro vedevasi il buon Sant’Antonio, protettore degli animali. Non ho veduto nulla di più sano, di più bello e di più odoroso che questi fieni della campagna di Roma, e non è scarso piacere l’incontrare in seno ad una grande città i lavori, i costumi e gli odori delle campagne. Quando Roma non sarà più la prima città del mondo, sarà ancora il villaggio più pittorico dell’universo.

Cotesta Bocca di Verità, che ho testè nominato, è una curiosa reliquia del medio evo, serviva ai giudizj di Dio. Figuratevi una ruota di mulino che somiglia ad un viso di luna: vi si distinguono degli occhi, un naso ed una bocca aperta, dove l’accusato poneva la mano per prestare giuramento. Questa bocca mordeva i mentitori, almeno per quanto la tradizione l’attesta. Vi ho introdotto la mia destra, dicendo che il Ghetto era un luogo di delizie, e non sono stato morsicato.

È presso la Bocca di Verità, dinanzi il piccolo tempio di Vesta, non lontano dalla Fortuna Virile, che la giustizia romana manda al patibolo un assassino sopra cento. Quand’io giunsi sulla piazza, non vi si ghigliottinava nessuno; ma sei cuciniere, di cui una bella al pari di Giunone, danzavano la tarantella al suono d’un tamburo da banda. Per mia sfortuna esse indovinarono ch’io era straniero, e si misero a fare la polka contro tempo. Fuggii quindi a tutte gambe, e caddi sul ponte che andava cercando.

IV.

IL TRANSTEVERE.

Il Ponte Rotto è un’opera antica, di cui il Tevere portò via ben due terzi, e che Pio IX provvisoriamente fece riparare. Un parapetto di legno, sospeso a fili di ferro, lo congiunge alla sponda sinistra. Si può fermarsi qualche minuto su quel tremulo impalcato, che la vista è bella non meno che sul ponte dell’Instituto. Il sole si nasconde all’in su del fiume dietro la cupola di San Pietro, mentre gli obliqui suoi raggi si riflettono sull’acqua del fiume che si fa color d’oro. L’isola sacra si disegna siccome nave fra due ponti che l’uniscono alla città. Aveva altre volte la forma ed il colore d’una galleria di marmo; ma i suoi ornamenti se ne sono iti, non so dove. Le case elevate che fiancheggiano il Tevere sono tappezzate di fichi e di ellera, ovvero sono cinte da terrazze di limoni in fioritura. Dall’altro lato, scendendo il fiume, vedete a sinistra l’enorme bocca della cloaca di Tarquinio: più in su, la graziosa rotonda di Vesta; più in alto ancora, i conventi, i giardini e le pergole che incoronano il monte Aventino. A dritta, il Trastevere, che osserverete più davvicino, se mi fate l’onore di venire a pranzo da me.

Non temete nulla, che non mangeremo troppo male, e non saremo mangiati. Nella sera si darà forse più d’una coltellata, poichè è giorno festivo; ma noi godremo dello spettacolo senza correre alcun rischio. Vedete uomini robusti come tori e non meno irascibili, che scagliano un pugno colla facilità con che da noi si tracanna un bicchiere d’acqua, e che nol danno mai senza avere una lama in mano. La polizia non verrà intorno a noi per proteggervi, chè essa è sempre assente. D’altronde se offendeste uno di que’ robusti bravacci, ei vi ammazzerebbe anche tra le braccia de’ gendarmi. Ma voi potete andare e venire in mezzo a loro, spender molto, pagar in oro, far risuonare la vostra borsa, ed escire dopo mezza notte nelle vie più oscure, senza timore che venga in mente ad alcuno d’attentare al vostro danaro. Anzi, può dirsi meglio: questa gente vi accoglierebbe volentieri e si ristringerebbe per farvi posto. Non ci osserverebbe come bestie curiose, si presterebbe anzi molto cortesemente alla nostra curiosità, purchè non sia impertinente. Non abbiamo a temere che il vicino gli ecciti a provocarsi a liti, ma guaj a noi, se per disgrazia ci facciamo noi a provocarle! Non hanno il vino aggressivo, ma lo hanno suscettibile. Il loro amor proprio di osteria non perdona un’offesa nemmeno involontaria, se questa ha potuto esporli alle burle de’ loro compagni. Quando vedrete una donna col proprio marito, od una fanciulla col padre, tenete gli occhi a casa vostra! È spesso imprudente l’osservare le Transteverine di sottecchi, e potrei citare più d’un curioso, che ebbe a pagarlo colla vita. Entriamo? Esitate? Ebbene, addio; entro soletto.

Però non prima d’aver letto quel piccolo cartello che sta inchiodato sulla porta:

«Fratelli dilettissimi, astenetevi dalle bestemmie e pensate:

«1.º Che Dio vi vede;

«2.º Che Dio vi giudicherà su tutte le vostre parole, e specialmente sulle bestemmie;

«3.º Che Dio è capace di castigare col fuoco questa lingua, che vi è stata data per benedirlo e non per offenderlo.»

Il cartello poteva aggiungere senza mentire, che in questo mondo la bestemmia è talora punita più severamente che non l’assassinio. In un villaggio delle vicinanze di Roma, due contadini hanno peccato in un medesimo giorno. Uno ha scagliato una maledizione contro la Madonna, l’altro ha avvelenato sua madre: il tribunale condannolli entrambi alle galere, ma il parricida ha scontato la sua pena, ed al bestemmiatore rimangono ancora degli anni.

Ho trovato l’osteria affollata, chè essa è delle più celebri e più frequentate. Non vi si va solamente per bere, siccome ne’ piccoli siti d’egual natura, ma eziandio per mangiare. Anzi il padrone si spaccia per cuoco, e darebbe una buona coltellata nella pancia a colui che l’accusasse di lasciar bruciare le frittate. La sua clientela si compone di cocchieri e d’artisti calzolaj, artisti fonditori, artisti maniscalchi, artisti filatori di lana. Non vi sono operaj a Roma che non prendano il nome d’artista, lo che è considerato come un’ingiuria da pittori e scultori. L’ultimo copiatore di quadri, il minimo modellatore, il più cattivo suonatore di violino, andrebbe in collera e diventerebbe tutto rosso se gli diceste che è un grande artista. «Signore, direbbe seriamente, io sono professore!»

In questi ultimi giorni volevo far attaccare un bottone ad uno stivaletto. Feci chiamare la moglie di un domestico e le chiesi se si sentiva capace d’intraprendere un tal lavoro. «Io, mi rispose ella ringalluzzandosi, io sono figlia dell’arte: mio padre era calzolajo!»

Gli artisti che vengono qui alla domenica, non vi compajono negli altri giorni della settimana. Essi si nascondono nei loro tugurj per bere dell’acqua e mangiare dell’insalata. Ma la domenica, quando hanno economizzato alcuni soldi, reputano ad onore di mostrarsi all’osteria e di provare all’universo che spendono del danaro. Essi ragionano all’incirca come i nostri giovinotti della Borsa, che vanno a pranzare una volta la settimana dal trattore il più caro dei boulevard, affinchè si vedano entrare ed uscire.

Mi sono seduto a capo di un banco dinanzi ad uno di que’ tavoloni massicci che circondano la gran sala. La bettola è selciata come la strada, e quasi altrettanto male scopata; i muri sono dipinti a traliccio senza alcuna decorazione. La cucina occupa una delle estremità della sala ed il guattero porta di tanto in tanto una fascina di canne per tener vivo il fuoco nella stufa. Due lampade a due becchi illuminano modestamente tutto il recinto, ed una terza arde dinanzi alla madonna.