Part 6
Ritorniamo, se vi piace, alla piazza Farnese, dove mi ha lasciato il mio dispensatore d’insalata. I viaggiatori che sono bramosi di contemplare la mole imponente del palazzo Farnese, la sua cornice disegnata da Michelangelo e le due belle fontane che zampillano dinanzi alla facciata, possono farvisi condurre in ogni tempo; ma è alla mattina che io preferisco di recarmivi. La domenica è il giorno in cui i contadini arrivano a Roma. Quelli che cercano l’impiego delle loro braccia vengono ad accordarsi cogli affittajuoli per lavorare a giornata. Quelli che sono già in servizio, e lavorano fuori delle mura, vengono a fare i loro affari e rinnovare le loro provvigioni. Entrano in città allo spuntar del giorno dopo aver camminato buona parte della notte. Ogni famiglia mena un asino che porta il bagaglio. Uomini, donne e fanciulli, spingendo l’asino davanti a loro, vanno a prostrarsi in un angolo della piazza Farnese o della piazza Montanara. Per un privilegio speciale le botteghe vicine restano aperte fino a mezzodì. Si va, si viene, si compra, poi v’ha chi si accoscia in un angolo per contare le monete di rame. Intanto gli asini si riposano sulle loro quattro gambe vicino alle fontane. Le donne vestite d’una giubba a foggia di corazza, d’un grembiale rosso e d’una veste rigata, incorniciano la loro faccia con un panneggiamento di stoffa candidissima. Esse sono tutte, senz’eccezione, da dipingere; quando non è per la bellezza dei loro lineamenti, lo è per l’eleganza ingenua dei loro atteggiamenti. Gli uomini hanno il mantello lungo cilestre ed il cappello acuto; al disotto i loro abiti di lavoro spiccano meravigliosamente abbenchè logori dal tempo e diventati color di pernice. Il costume non è tutto uguale; si vede più d’un mantello color d’esca rappezzato d’azzurro vivace o di rosso simile alla robbia. Il cappello di paglia abbonda in estate. La calzatura è assai capricciosa; scarpe, stivali e sandali calpestano successivamente il selciato. Quegli scalzi trovano qui vicino delle botteghe grandi e profonde ove si vendono delle robe usate. Vi sono delle scarpe d’ogni sorta di cuojo, e di tutte le epoche: in questi tesori della calzatura frugandovi bene vi si troverebbero forse dei coturni dell’anno 500 della repubblica. Ho testè appunto veduto un povero diavolo che provava un pajo di stivali a trombini. Dessi vanno bene alle sue gambe come una piuma all’orecchio di un porco; ed era un piacere il veder le smorfie che faceva ogni volta che posava il piede a terra; ma il mercante lo confortava con buone parole, dicendogli: non aver paura, tu soffrirai per cinque o sei giorni, e poi non ci penserai più. Un altro mercante vende dei chiodi a peso; l’avventore li conficca lui stesso nelle sue suole, al qual uopo vi sono dei banchi appositi. Lungo i muri cinque o sei sedie di paglia servono di bottega ad altrettanti barbieri all’aria aperta. Si paga un soldo per tagliare una barba di otto giorni; il paziente, tutto impiastricciato di sapone, volge gli occhi al cielo con aria rassegnata; il barbiere gli tira il naso, gli mette le dita nella bocca, s’interrompe per affilare il rasojo sopra una coramella attaccata alla spalliera della sedia, o per morder via un pezzetto di focaccia biscotta che pende dal muro. Eppure l’operazione è fatta in un momento; lo sbarbificato si alza, e il suo posto è già occupato da un altro. Potrebbe andare a lavarsi alla fontana, ma trova più semplice di asciugarsi col rovescio della sua manica.
Gli scrivani pubblici si alternano coi barbieri. Si portano loro le lettere che si sono ricevute; le leggono e vi fanno la risposta. Spesa totale, tre soldi. Appena un contadino si avvicina alla tavola per dettare qualche cosa, cinque o sei curiosi si riuniscono officiosamente intorno a lui per sentir meglio. Vi è una certa bonarietà in questa indiscrezione, chè ognuno vi mette la sua parola, ognuno dà un consiglio. Dovresti dir questo. — No — dì piuttosto quello. — Lascialo parlare, grida un terzo, egli sa meglio di te ciò che vuole far scrivere.
Alcune vetture cariche di focaccie biscotte d’orzo e melgone girano in mezzo alla folla. Un venditore di limonea munito d’una molla di legno, spreme i limoni nei bicchieri. L’uomo sobrio beve alla fontana facendo un acquedotto coll’ala del suo cappello. Il ghiotto compera delle vivande passate in seconda mano ad un banco, ove si rivendono a spizzico gli avanzi delle cucine. Per un soldo, il venditore riempie di manzo pesto e di ossa di costoline un brandello di giornale vecchio; un pizzico di sale aggiunto al tutto condisce mirabilmente la mercanzia. Il compratore mercanteggia non sul prezzo, che è invariabile, ma sulla quantità; egli prende dal mucchio alcune bricciole di carne e lo si lascia fare, poichè nulla si conclude a Roma senza tirarsi di prezzo.
Gli eremiti ed i frati passano di gruppo in gruppo questuando per le anime del purgatorio. A me pare che questi poveri operaj facciano il loro purgatorio in questo mondo; e che sarebbe meglio dar loro del denaro piuttosto che loro chiederne, eppure ne danno e senza farsi tirare per le orecchie.
Talvolta un bel parlatore si diverte a raccontare una storia; si fa cerchio intorno a lui, e a misura che l’uditorio s’ingrossa, egli alza la voce. Io ho visto dei narratori che avevano la fisonomia dilicata e ben contenta, ma non conosco nulla di più piacevole dell’attenzione del loro pubblico. I pittori del quindicesimo secolo avranno sicuramente preso sulla piazza Montanara i discepoli che essi aggruppavano intorno al Cristo.
La musica mi toglie alla conversazione e corro. Voi sapete forse che si sente pochissima musica a Roma. La gente del popolo vi canta altrettanto falso quanto gli Ateniesi, ed è lo stesso suono nasale. Qui mi trovo dinanzi un chitarrista cieco, un violinista guercio ed una vecchia _prima donna_ di strada che fanno tanto fracasso come due organetti di Barberia. Ho comperato la loro canzone, poichè essa è stampata con superiore autorizzazione. Potrei tradurvela da un capo all’altro, ma indovinerete la storia quando avrete letto l’intitolazione:
CASO TRAGICO SUCCESSO A BORGOGNA TOLTO DALL’ISTORIA DI MARGHERITA, REGINA DELLA DETTA CITTÀ.
È superfluo l’aggiungere che si tratta della Torre di Nesle, in italiano Torre di Nesler. Coloro che credono che Firenze sia in Inghilterra, perchè gl’Inglesi vengono da Firenze; coloro che domandano quale dei due sia più grande, se la Francia o Parigi non avranno fatica a persuadersi che Margherita era regina di una città chiamata Borgogna, e che suo marito l’ha strangolata l’anno scorso.
Ne ridevo ancora, quando scôrsi presso un banco, ove i mozzi di sigari si vendono all’ingrosso, un contadino di quarant’anni suonati che piangeva senza dir motto, nè asciugare gli occhi. Era d’una bruttezza piuttosto volgare, ed il suo dolore non lo abbelliva. Due o tre uomini della sua età raccolti intorno a lui procuravano di consolarlo; ei teneva in mano una lettera aperta. Io mi avanzai verso di lui e gli domandai che avesse, imperocchè l’indiscrezione di questa buona gente è contagiosa. Egli mi ascoltò con un’aria stupida senza rispondere; ma uno de’ suoi vicini mi disse: È una lettera che ha ricevuto da sua madre.
— Ebbene?
— Ella è morta.
— Imbecille! essa non è morta, perchè scrive.
— Oh signore, interruppe il paziente, è come fosse morta. Leggete piuttosto.
Mi porse la lettera, e la lessi ad alta voce lentamente, perocchè era scritta male e piena di errori d’ortografia, ma di uno stile e di una rassegnazione antica. Il povero diavolo che si era fatto decifrare quella triste notizia da uno scrivano della piazza, ripeteva meco ogni parola con un dolore tranquillo e profondo, e le sue lagrime continuavano a cadere. Ecco ciò che sua madre gli scriveva:
«Figlio mio, io vi scrivo queste righe per farvi sapere che ho ricevuto il viatico e l’estrema unzione. Affrettatevi di ritornar qua, affinchè vi veda ancora una volta prima di morire. Se tardaste troppo trovereste la casa vuota di me. Vi saluto teneramente e vi mando la mia benedizione materna.»
Che ne dite? Ma io non credo che le eroine dell’antica Roma avrebbero avuto maggior coraggio dinanzi alla morte! E non crediate già che questo coraggio sia eccezionale, chè i Romani ravvisano la morte naturale come un debito da pagare; essi non amano tutto ciò che può anticiparne la scadenza. Dicono con una ingenuità assai originale: Io non voglio bagnarmi nel fiume, vi si annega; io non voglio montar a cavallo, si cade; io non voglio andar alla guerra, vi si ricevono delle palle. Ma allorquando la vecchiaja o le malattie fanno loro segno di partire, essi hanno ben presto chiuso la loro borsa da viaggio. Vi racconterò in proposito delle cose curiose, quando saremo al capitolo della morte, e vedrete che vi sono delle buone lezioni da prendere in questo paese.
Ho restituito al mio contadino la lettera di sua madre sdrucciolandogli nelle mani uno scudo; ei non ha pensato nemmeno a dirmi grazie, e si è rimesso a considerare attraverso le lagrime quel doloroso scritto che non sapeva leggere.
Allorchè il cannone del castello di Sant’Angelo ha suonato mezzogiorno, gli angoli della piazza Montanara erano ingombri di gente che dormiva. Ogni famiglia forma un mucchio di cenci magnifici, ove un pittore trova sempre da copiare. I barbieri e gli scrivani pubblici incominciano ad incrociarsi le braccia, le taverne delle vicinanze si vuotano; i fornaj, che aveano sempre avuto folla tutta la mattina, si spopolano, e finalmente si fa un po’ di silenzio dopo tanto rumore. Ma se un prete viene a passare col corteggio che accompagna il viatico, tutti quelli che dormono si svegliano di soprassalto, e col cappello in mano si mettono in ginocchio.
Ho abbandonato la piazza Montanara per fare una visita al Ghetto, ma non chiedetemi quale strada abbia preso. Vi ho avvertito che io non sapevo mai la mia strada. Mi pare che la piazza Farnese sia piuttosto vicina alla cancelleria, ove cadde il povero conte Rossi. Credo esser sicuro che la piazza Montanara è all’incirca a piedi della Rocca Tarpeja; il Ghetto costeggia il Tevere in qualche parte; vi sono poche contrade diritte in Roma, tranne fra il Corso e la piazza di Spagna. Tutti i rettifili sono a zig-zag, e bisognerebbe demolire metà della città per tracciarvi una strada di Rivoli. Il Tevere che non ha sponde abitate serpeggia sì capricciosamente che lo s’incontra dappertutto. Si scorge la sua acqua gialla, qui attraverso una porta, là nel vano di una finestra. Voi credete d’avergli volto la schiena! tutt’altro, egli è là davanti a voi. Cercate una barca, o un ponte, e troverete l’una e l’altro.
Mercè il sistema ch’io pratico, impiego spesso una mezza giornata a scoprire la casa ove ho a fare, ma gl’incontri nella strada compensano il tempo perduto. Ciò che fa di Roma la città più amabile del mondo, e la migliore da abitare, è che vi si trova sempre del nuovo. I vecchi di cento anni che non ne sono giammai usciti vi fanno delle scoperte alla loro porta. La complicazione delle strade, il mistero dei quartieri aggiungono ad ogni scoperta il prestigio dell’improvviso. Io comincio a gustare questa leccornia romana che si chiama l’incerto. L’incertezza è qui la gran molla degli uomini; quanti ve ne sono che non agiscono che nella speranza dell’incerto! Un domestico preferisce lasciar diffalcare cento franchi dal suo salario di un anno anzichè rinunziare ai quaranta o cinquanta franchi di buona mano che compongono l’incerto delle sue rendite. Un cocchiere non vi conduce già per i quaranta soldi della corsa, ma per i cinque o sei soldi di mancia che non è certo di ottenere. Che cos’è la lotteria se non il tempio dell’incerto? allorchè vengo accostato nelle strade di Roma, io sono quasi sempre nel caso di rispondere come Esopo: «Non so dove vado.» Però io non manco mai d’andare al Ghetto perchè lo sento da lontano.
Prima d’ingolfarmi nelle sue strade e nei suoi odori, ho cura di far colazione. È un’operazione non tanto facile a Roma per mancanza di trattorie. Vi sono bensì le _tables d’hôte_ dei grandi alberghi e tre confetturieri, che danno da mangiare quando a loro piace; ma tutti si trovano intorno alla piazza di Spagna, ed io ne sono ben lontano. Per bacco, dissi fra me stesso, postochè sono nella plebe fino al collo, asciolverò alla plebea, e la prima bottega di frittura sarà il mio trattore. Trovai bentosto quanto mi abbisognava. Alla svolta della strada, una gran bottega ai quattro venti offriva alla mia scelta dieci montagne dorate in gran piatti di rame stagnato, coperti d’inscrizioni gotiche. In una padella enorme bolliva a due passi la mercanzia; era calda e crocante. Presi una michetta dal fornajo vicino, un bicchiere di limonata alla fontana la più prossima; dei pesci fritti, dei carcioffi fritti e delle frittelle, mi composero un pasto delizioso. Non ho forse mai meglio asciolto a Roma, perchè la frittura si fa nell’olio, senz’alcuna mistura di quel burro forte che avvelena tutto. O magnifici armenti della campagna romana, grandi vacche bianche ombreggiate di grigio, qual burro si fabbrica col vostro latte! Le cuoche di Parigi dicono che gli spinacci sono la morte del burro; a Roma, è il burro che è la morte degli spinacci!
III.
IL GHETTO.
Io avevo lavato le mani alla fontana e le asciugavo al sole, allorchè un mormorio di voci nasali attrasse la mia attenzione. Mi lasciai guidare dal romore, e giunsi in breve davanti ad una di quelle innumerevoli madonne, che la divozione dei Romani ha Incastrato in tutte le muraglie. Quattro uomini del popolo, tre vecchi ed uno giovane, in ginocchio nella polvere, col naso rivolto verso il muro, baciavano divotamente le litanie della Vergine. È qui che il rispetto umano non molesta alcuno, e che le anime cristiane si curano poco dei pettegolezzi della gente[3].
Un po’ più lontano trovai la strada inondata nel mezzo. Due manovali lavoravano ad una pompa per tirar l’acqua da una cantina. Le inondazioni sono altrettanto frequenti a Roma quanto son rari gl’incendj. Le case non bruciano quasi mai, perchè gli appartamenti sono grandi e poco ammobigliati e perchè raramente vi si accende fuoco, fors’anche perchè il piano terreno è inumidito da quelli che passano. Il terreno sotto la città è attraversato in tutti i versi da migliaja d’acquedotti che alimentano le fontane private e pubbliche. Le montagne dei dintorni mandano le loro limpide acque a Roma per la via più diretta e ciò fino dall’antichità, giacchè la sabbia liquida del Tevere non è mai stata potabile. L’acqua abbonda sì nelle proprietà private come sulle piazze pubbliche. Essa si presenta tal fiata in masse sì imponenti, che rende imagine di torrenti versati nei laghi, come alla fontana Paolina e alla fontana Trevi. Se Napoli è sur un Vulcano, Roma è su mille fiumi. Allorchè torno un po’ tardi all’Accademia, io non sento che il rumore dell’acqua in mezzo al più profondo silenzio; ma gli acquedotti sono soggetti a delle eruzioni, e quest’è il motivo per cui vi sono dei pompieri nella città.
Sono entrato nel Ghetto dalla piazza delle Sinagoghe; ve ne sono cinque installate in due case per i quattro riti in cui si divide la popolazione israelita. Noi abbiamo il rito italiano, il portoghese, il catalano ed il siciliano. Le sinagoghe sono pulite e modeste; le loro parrocchie sono sporche ch’è un orrore.
È certo che l’edilità pubblica lascia molto a desiderare nella capitale del mondo cristiano. Vi è troppo permesso di lordare nelle strade, e v’è troppo poca cura di spazzarle. Le finestre vi si aprono troppo spesso per lasciar cadere delle cose orribili; la quantità di pannilini che vi si fanno asciugare lungo le case ed i palazzi fanno credere agli stranieri che si entri nella capitale della lavanderia; ma questi sono gigli e rose, quando si ritorna dal Ghetto. Nella città cristiana la pioggia lava le strade, il sole dissecca le immondizie, il vento porta via la polvere, ma non vi è nè pioggia nè vento nè sole che possa nettare il Ghetto: abbisognerebbe per purificarlo un’inondazione o un incendio.
Avrete forse inteso parlare della smania di riproduzione che possede la razza romana: non s’incontra una donna che non abbia almeno un fanciullo sul braccio. Ma al Ghetto è tutt’altra cosa. I ragazzi vi nascono come i funghi ed ogni famiglia compone una tribù. Se devesi credere all’ultimo censimento, v’erano 4196 Ebrei in questa valle di fango. Vivono nella strada in piedi, seduti, coricati in mezzo ai cenci: bisogna ben guardare dinanzi a sè per non commettere un infanticidio ad ogni passo. Il tipo è brutto, il colorito livido, la fisonomia degradata dalla miseria. Eppure questi disgraziati sono intelligenti, atti agli affari, rassegnati, facili a vivere e di costumi irreprensibili.
L’esistenza di una colonia di Ebrei, a pochi passi dalla sede apostolica, è un anomalia curiosa. Sarebbe più curioso ancora ch’essa avesse prosperato, ma ciò non è. Il Ghetto è povero, e vado a dirvi perchè è povero e lo sarà sempre. Un ebreo non può essere nè possidente, nè affittajuolo, nè industriale; può vendere della roba nuova e della roba vecchia; gli è permesso di accomodare la vecchia per farne della nuova. Ma violerebbe la legge, se fabbricasse una sedia, un gilet ed un pajo di scarpe. Rinchiusi nel loro commercio gli Ebrei riescono qualche volta a far fortuna, ma emigrano subito verso un paese ove le leggi siano più dolci, ed un popolo che li disprezzi meno. Essi trasportano i loro beni a Livorno: di mano in mano che i privati s’arricchiscono, il Ghetto s’impoverisce.
Non è già che il governo sia crudele e nemmeno severo. La severità sta nelle leggi antichissime che il progresso dei costumi e la bontà del papa correggono un poco tutti i giorni. Il sangue degli Ebrei non è scorso a Roma durante il medio evo, allorchè inondava la Spagna e le sue provincie. Il papato conservava gli Ebrei come saggio di un popolo maledetto, che deve trascinare una vita miserabile fino alla consumazione dei secoli; si limitava a tenerli ad una certa distanza, ad umiliarli e spogliarli. Si rinchiudevano nella valle Egeria a più di due miglia dalla porta San Lorenzo, a più d’una lega dalla città abitata. Era ben lontano; verso il quattordicesimo secolo, si mitigò tal rigore e fu loro permesso di abitare il Trastevere. Fra il 1555 e il 1559 fecero un nuovo passo. Paolo IV gli stabilì al Ghetto. Le porte della loro prigione si chiudevano tutte le sere, alle dieci e mezzo in estate, ed alle nove e mezzo nell’inverno. Se qualcuno ritornava dopo l’ora, non era mai senza pagare la compiacenza del soldato di guardia. I proprietarj delle case che abitavano erano cattolici ferventi oppure comunità religiose, che ritenevano fare un’opera pia scorticandoli senza pietà. Quest’abuso eccitò la compassione d’Urbano VIII, che credette fare un atto di giustizia e di previdenza fissando una volta per sempre i prezzi delle pigioni. Tale casa sarà affittata dieci scudi, tal’altra quindici, mediante un’investitura di enfiteusi perpetua trasmissibile alla più remota posterità; e mediante dieci scudi il proprietario sarebbe tenuto a far eseguire tutte le riparazioni necessarie. Urbano VIII è morto or sono duecento trentaquattro anni, e la sua bolla imprudente ha sempre forza di legge. Ne consegue che le pigioni sono aumentate in tutto l’universo, fuorchè nel Ghetto. Gl’inquilini israeliti vivono letteralmente a spese dei loro padroni di casa. Me ne fu mostrato uno che è mantenuto da un convento di Orsoline. Ha in affitto per trenta scudi una casa delle più grandi e delle più adatte per commercio; ei la subaffitta quindici volte tanto, vale a dire quattro cento cinquanta scudi. E siccome il fabbricato non è nuovo, così le Orsoline devono spendere tutti gli anni cento scudi in riparazioni. Esse sono ridotte a procedere giudizialmente contro un inquilino sì oneroso, affinchè si accontenti di tenere a pigione la casa per niente senza pagar fitto, ma senza pretendere le riparazioni. Il mio Ebreo si difende come un diavolo; la sua investitura è il patrimonio dei suoi figli, la dote di sua figlia!
Dal 1847 in poi le porte del Ghetto sono demolite, ed alcuna barriera visibile non separa più gli Ebrei dai Cristiani. Essi sono autorizzati dalla legge, se non dai costumi, a spargersi nella città, e ad alloggiare ove loro piace. Taluni si lamentano vedendo che i proprietarj de’ bei quartieri non vogliono o non osano dar loro a pigione; si lagnano di essere costretti a restituire in secreto le libertà che furono loro accordate in pubblico: essi accusano il governo pontificio di rimpiangere troppo vivamente i beneficj del 1847. Essi domandano il ristabilimento di quelle porte che li rendevano interessanti, assicurando la loro tranquillità per tutta la notte. I più saggi d’Israello prendono filosoficamente il loro partito, godono della semi-gratuità delle pigioni, della modicità delle imposte, dei beneficj d’un alto protettore straniero che introduce qualche articolo secreto in loro favore in tutti i trattati di finanza; essi si sovvengono in fine che, se il purgatorio è a Roma, il paradiso è a Livorno.
Egli è ancora sotto il regno di Pio IX che Israello ha cessato di fare le spese del carnevale. Nel medio evo lo pagava colla propria persona; la municipalità dava al popolo lo spettacolo di una corsa di Ebrei. Benedetto XIV vi surrogò de’ cavalli liberi che corrono meglio senza confronto; ma tal cambiamento costò ottocento scudi all’anno al popolo ebreo. I principali del popolo andavano a portare la somma in gran cerimonia a casa del Senatore che li riceveva senza complimenti.
— Chi siete voi?
— Ebrei di Roma.
— Non vi conosco; andatevene! A questo discorso così affabile il primo magistrato municipale aggiungeva inoltre, dieci anni sono, un gesto co’ piedi.
— L’ambasciata così allontanata, se ne andava da uno dei conservatori della città. «Chi siete voi?»
— Ebrei di Roma.
— Che cosa domandate?
— Noi imploriamo umilmente da Vostra Signoria il favore di dimorare qui ancora per un anno.
Si accordava loro la permissione, condita da alcune ingiurie, e in segno di riconoscenza essi offrivano i loro ottocento scudi che si degnava di prendere. Il sovrano gli ha affrancati dalla spesa e dall’umiliazione.
Eccone un’altra, da cui non sono ancora esentuati. All’avvenimento di ogni papa, i deputati del popolo ebreo si collocano sul passaggio del santo padre vicino all’arco di Tito. Il papa domanda loro che cosa fanno là. Essi presentano una Bibbia dicendo «Noi chiediamo la grazia di offrire a Vostra Santità un esemplare della nostra legge». Il papa accetta dicendo: «Legge eccellente, stirpe detestabile».
Vedrete all’ingresso del Ghetto, in capo al ponte delle quattro Teste, una chiesetta dove gli Ebrei erano costretti di venire, ogni sabbato dopo pranzo, in numero di cento cinquanta. Un predicatore, pagato da essi, regalava loro una buona diatriba contro la loro ostinazione. I centocinquanta uditori erano puntuali, ed a ragione, perchè la loro comunità avrebbe dovuto pagare uno scudo per ogni testa assente. Un vecchio ebreo di mia conoscenza dicevami jeri: «Per venticinque anni, signore, non ho mancato una volta al sermone». Ma questo popolo ha dura cervice, nè lo si può costringere a conversione. Pio IX ha dispensato gli Ebrei dall’omelia, e la chiesuola è diventata deserta; si è tentato di farvi predicare l’abbate Ratisbonne, ma nessuno volle andarvi a sentirlo.
Eppure ogni anno, al sabbato santo, si fa una conversione. Il battistero di Costantino si spalanca a due battenti dinanzi ad una vecchia ebrea, che guadagna ottanta scudi ed il paradiso. Il popolo di Roma però non presta troppa fede alla sincerità dei catecumeni: «È adesso, egli dice, che gli Ebrei si fanno Turchi».