Part 5
Forse è tempo di farvi entrare nella mia camera. Non è la più grande della casa, ma posso farvi sette passi in linea retta, ed è quanto mi basta per lavorare. La cupola che v’è in essa, è abbastanza alta, sicchè l’aria non manchi a’ miei polmoni. Orazio Vernet l’ha fatta dipingere in uno stile orientale sopra disegni copiati in Algeria. La tradizione vuole, che gli uccelli d’ogni colore, che svolazzano sopra il lampadario, siano di mano stessa del maestro. Se ciò fosse vero, la rondinella del caffè Foy troverebbe qui una sorella. Le pareti sono coperte di majolica dipinta, la cui freschezza mi reca gran noja. L’ingresso dell’alcova si spartisce alla moresca, fra due enormi mazzi di fiori fantastici. Sonvi poi iscrizioni arabe sopra al letto, sulla porta e sulle finestre. Venite pure a coricarvi, se vi piace, sul tappeto, ad adagiarvi sopra uno de’ miei due divani, od a sprofondarvi entro la sedia a bracciuoli; ma non toccatemi quel mio tavolino: è sopra di esso che compongo la mia prosa, rimpetto a Monte Mario.
Non saprei perchè mi sono accovacciato a questa piuttosto che all’altra finestra: probabilmente perchè il sole vi si mostra più tardi. L’altra è quasi a mezzodì, questa è quasi ad occidente. Veggo i sedici praticelli dell’Accademia entro il loro cerchio d’alberi verdi; poscia viene il Pincio, quindi la verde campagna, il fulvo Tevere ed una serie di collinette. Monte Mario è coperto d’alberi, paragonabili ad ombrelle: la più parte aperte, ed i cipressi ad ombrelle chiuse. A destra veggo parte della villa Borghese, ed a sinistra l’obelisco della piazza del Popolo. Riepilogando, poca parte di Roma e molta della sua campagna. Tuttavia quando il sole si corica entro nubi nerastre screziate di grandi macchie sanguigne, rimpiango che non siano qui con me a vederlo tutti quanti gli amici.
Quando mi affaccio all’altra finestra, veggo quattro quinti della città, numero le sette colline, percorro le strade regolari che si distendono fra il corso e la piazza di Spagna, faccio il novero de’ palazzi, delle chiese, delle cupole e de’ campanili; mi smarrisco entro il Ghetto e nel Transtevere, non veggo rovine più di quel che bramerei: esse stanno ammucchiate là in fondo, nelle vicinanze del Foro. Però veggo presso noi la colonna Antonina e la Mole di Adriano. La prospettiva viene poi gradevolmente chiusa dai pini della villa Pamfili, che riuniscono le loro ampie ombrelle e formano quasi una tavola da mille piedi per un banchetto di giganti. L’orizzonte si perde a sinistra a distanze infinite; la pianura è nuda, ondosa ed azzurra siccome il mare. Ma se vi mettessi in presenza d’uno spettacolo così immenso e diverso, un solo oggetto attirerebbe gli sguardi vostri, uno solo colpirebbe la vostra attenzione: non avreste occhi che per San Pietro. Quel mio commesso viaggiatore aveva veduto alcun che di meglio; ebbene io lo sfido d’aver veduto alcun che di sì grande.
Dal punto più lontano d’onde si scorge Roma, è San Pietro che si disegna all’orizzonte, la sua cupola è parte nella città, parte in cielo. Quando apro la mia finestra, verso le cinque ore del mattino, veggo Roma immersa nelle nebbie della febbre: sola la cupola di San Pietro è vestita della rosea luce del sol nascente. Mi ricordo che, recandomi un giorno da Scira a Malta, vidi la Sicilia alla distanza di quaranta leghe: era un tempo magnifico, al cader del giorno. Tuttavia mi fu mostrata un’ampia ed eccelsa montagna che sembrava spingere le sue radici nel mare. Era l’Etna che sorge sopra il suolo di Sicilia, siccome San Pietro al di sopra di Roma. Noi non distinguevamo la Sicilia, ma vedevamo l’Etna.
Un giorno di grande solennità (credo nella settimana santa), mi sono imbattuto in un uomo assai scandalizzato. Era un dabben Normando, pacifico per indole ed educazione, ed antico consigliere municipale della città d’Avranches. Come lo vidi alzar le spalle, dimandar il sole a testimonio, non potei trattenermi dal dirgli: «Che avete?»
— Che ho? Sono ormai due ore e più, che quivi entra un’onda di gente, eppure nella chiesa non v’è folla. L’edifizio è troppo vasto. Questa gente non ha criterio ed esagera in tutto.
— Ohimè! Signore, gli diss’io, che direste del presbitero? Questo Vaticano, che è un’appendice della chiesa, è stato costrutto colla medesima esagerazione. Non vi si contano meno di dodici mila sale, trenta corti, e tre cento scale.
— Assurdo, davvero! È come quella chiesa, che mi venne mostrata a due o tre chilometri di qua.
— San Paolo fuor delle mura?
— Appunto. Essa è troppo grande e fuor di proporzione coi bisogni della località.
— Lo credo benissimo! difatti la parrocchia si compone d’un albergo e di due trattorie.
— E noi, signore, quando abbiamo fabbricato la nuova chiesa d’Avranches, abbiamo preso sì bene le nostre misure, che non s’è speso un centesimo di più in pura perdita.
— Me ne congratulo con voi. Ma bisogna dire, a giustificazione de’ Romani, che essi hanno costrutto, in San Pietro e San Paolo, non già delle chiese private, come quella d’Avranches, ma le parrocchie centrali di tutto il popolo cattolico.
Per bella che sia Roma, quale la veggo dalla mia finestra, m’imagino ch’essa era ancor più sorprendente or sono tredici secoli. San Pietro non era ancora fabbricato, nè alcuno degli edifizj, che noi ora tanto ammiriamo; ma l’antichità era vivente e florida, malgrado le invasioni de’ barbari ed i saccheggi d’Alarico. Secondo una statistica del secolo VI, scoperta dal cardinal Mai e citata da Ampère, la gran città contava ancora:
380 strade larghe e spaziose;
46603 case;
17097 palazzi;
13052 fontane;
31 teatri;
11 anfiteatri;
2 campidogli;
9025 bagni;
5000 fosse comuni;
2091 carceri;
8 grandi statue dorate;
66 statue d’avorio;
3785 statue di bronzo;
82 statue equestri di bronzo;
2 colossi.
Se v’ha taluno che supponga inverosimili queste cifre, sarà certo perchè non conosce i Romani, nazione eccessiva in tutte le cose, e più esagerata nelle sue azioni, che non fossero i Greci stessi nelle loro parole.
Sonvi de’ giorni in cui, per quanto osservi fuori delle mie finestre, non veggo altro che pioggia e nubi. Il cattivo tempo è qui peggiore che altrove. Quando il vento di sud-ovest, il maledetto scirocco, comincia a soffiare, lunghe nubi grigiastre s’addensano all’occidente, e gli uomini non meno che le bestie vengono assaliti da uno strano malessere. Sulle uniformi superfici del mare e della terra, il vento d’Africa spira tumultuosamente senza trovar ostacoli; Roma è la prima resistenza ch’ei trova per ora, onde s’aggira in vortice intorno ai sette colli, e direbbesi che a quell’urto le case scrollino dalle fondamenta. Le nubi si addensano le une sulle altre, siccome montagne sovraposte da un Titano, fino alla sommità della volta celeste. Ed in breve più non formano che una massa compatta, che oscura la luce del giorno. Quindi si spalancano quelle nubi siccome cataratta, ed ecco un torrente fitto, uniforme, inestinguibile si scatena allora fragorosamente sulla città. Il vento continua a spirare, accumula nuove nubi, e riempie di nuovo i serbatoj atmosferici, prima che siano vuotati. Qualche volta il tuono si fa compagno, e l’acqua, il vento, i lampi, le scosse che fanno traballare la mia stanza, mi rendono perfetta imagine d’una nave sbattuta dalla procella.
Talora l’uragano minaccia, passa e scompare senza lasciar traccia, siccome un re che fosse atteso in una città, e che non vi si fermasse che il tempo di cambiare i cavalli.
Si bussa alla porta del mio osservatorio: è una visita. È persona sensata e spiritosa, sebbene non vada esente da pregiudizj aristocratici. S’installa, forma sigaretti di tabacco turco, fuma una buona mezz’ora senza dir sillaba.
La sua conversazione mi ha recato piacere e paura in pari tempo, offrendosi d’insegnarmi tutto quanto sa intorno all’Italia, ma in pari tempo mi sfida a scrivere un libro che abbia il senso comune.
«Se mi credete, disse egli, consacrerete tre o quattro mesi nello studiare Roma, senza osservare nè quadri, nè rovine, nè nulla di quanto gli stranieri vengono qui a vedere. Voi senza dubbio non avete l’intenzione di ripetere ciò che tutti i viaggiatori hanno scritto; e d’altronde l’Italia contemporanea non ha nulla di comune coll’antichità, col medio evo o col rinascimento. Limitatevi all’esame delle instituzioni, de’ costumi e de’ caratteri; ne avrete per molto tempo, se cercate la verità. Studiatevi di veder tutto da voi; non fate conto nè sui Francesi nè sugl’Italiani per aver notizie, chè i Francesi osservano poco, e la divisione militare occupante, di cui ho l’onore di far parte, non si compone di filosofi. Noi Francesi vi diremo molto bene o molto male degl’Italiani, a norma della casa dove ciascuno di noi è alloggiato. Vi diremo anche qualche sciocchezza. Uno de’ nostri soldati, parlando ad un Italiano, e furibondo per non essere inteso, esclamava mostrandogli il pugno: «E che? poltrone! Sono oramai nove anni che noi siamo qua, e tu non sai ancora il francese?» Noi tutti, di tratto in tratto, ricadiamo nel ragionamento di questo soldato. Parlate cogl’italiani nella loro lingua, quand’anche sapessero esprimersi nella vostra. La nobiltà romana, cominciando dal papa e dal cardinal Antonelli, sa il francese quasi così bene come voi; epperò anche il più dotto Italiano, quando non parla la sua lingua, non è del tutto nel proprio elemento. E d’altronde perchè vorreste privarvi del piacere di ascoltare questa bella lingua armoniosa? Venire in Italia per conversare in francese, è come andare all’opera senza sentir la musica. Passeggiate a piedi per le strade, e badate di non conoscere la strada; il caso vi condurrà nei luoghi migliori.
Se entrate in una chiesa, non osservate solamente ciò che v’è; ma osservate eziandio ciò che vi si dice e ciò che vi si fa. Impegnate la conversazione con tutti coloro che incontrerete. Non siete già in Inghilterra: non istate ad aspettare d’essere presentato ad un muratore per poterlo interrogare. Parlategli, e vi risponderà. Non vi garantisco che vi abbia a dire la verità, nè egli nè altri: chè tutti gl’italiani, ricchi e poveri, sono diffidenti per natura, essendo stati quasi sempre ingannati. Non vi sarà agevole il cavare un sì od un no dai vostri interlocutori. Non istate a scoraggiarvi se vi si guarda con inquietudine, e se vi si dà una risposta evasiva quando dimanderete che ora è.
«La società romana è divisa in tre classi: nobiltà, plebe e ceto medio, che si move fra le due. La nobiltà è ospitaliera, e vi riceverà, se lo bramate: ma v’è poco a dire. I principi della Chiesa ed i principi romani hanno da lungo tempo rinunciato al sistema del nipotismo e del cicisbeismo. I cardinali sono poveri, e le più nobili signore vanno nel mondo senza amante.
«La plebe è più interessante da studiarsi, ma è già nota per gli studj degli artisti. Essi s’abbatterono nel lato pittorico de’ costumi, mentre andavano in traccia del pittorico de’ volti e delle foggie.
Il ceto medio è quello che inspira maggior interesse ed è meno conosciuto. Si stende ben lontano, abbracciando tutto che non è nobile nè mendico, da più modesti mercanti del corso, fino agli antichi ministri del 1848. Tutti gli avvocati, i medici, gl’impiegati e lo stesso ministro, quando per avventura non appartenga alla prelatura, formano parte di questo mondo intermediario, che non ha alcun contatto col grande. È il ceto medio che lavora, progredisce, si agita e minaccia. Esso ha fatto la rivoluzione del 1849, potrebbe far meglio, potrebbe far peggio, essendovi molto a sperare e molto a temere da gente siffatta. Dove li trovereste? Vivono tra loro, in casa loro; buona parte di essi passa metà dell’anno nei campi, e chiamansi mercanti di campagna. Coltivano le terre de’ grandi signori, pagano fitti enormi, e fanno fortuna, senza darsene il vanto. Mi si accerta che parecchi di costoro sono assai intelligenti ed onesti, ma dubito che la loro compagnia vi sia aggradevole, poichè hanno poche idee comuni da scambiare con voi. Supponendo che il vero mondo vi permetta di frequentare quello là; supponendo che il medio mondo consenta a ricevervi, vi sarà più che difficile di frequentarli entrambi alla volta; chè essi non fanno nulla nel medesimo modo, nè nelle ore medesime.
«Nondimeno voglio supporre che abbiate la pazienza, il talento e la felicità necessaria per approfondire la società romana: non avrete ancora fatto grandi passi. Roma è città d’eccezione, che non rassomiglia a verun’altra; nè convien giudicare l’Italia su quello stampo, e nemmanco lo Stato romano. È un saggio magnifico, ma la pezza è d’altra stoffa.»
— Non importa, risposi. Cominciamo dal conoscer Roma. Parmi che se esco di qua a mia gloria, il resto procederà da sè e mi costerà pochi sforzi.»
II.
LA PLEBE.
I nobili stranieri che visitarono Roma in calesse conoscono poco, o male, il piccol mondo di cui sto per parlare. Si ricordano d’essere stati importunati da facchini chiassosi e da mendicanti instancabili, non videro altro che mani aperte per ricevere, non intesero che voci stridule per chiedere l’elemosina ad alte grida.
Dietro questo sipario di mendicità si celano ben centomila persone pressochè indigenti, senz’esser oziose, e che guadagnano a stenti il loro pane quotidiano. I giardinieri ed i vignajuoli che coltivano parte della cerchia di Roma, gli operaj, i manovali, i domestici, i cocchieri, i modelli, i merciajuoli girovaghi, i vagabondi onesti, che aspettano per cenare un miracolo della Provvidenza, ovvero un terno al lotto, compongono la maggioranza della popolazione. Vivono discretamente d’inverno, quando gli stranieri seminano la manna sul paese; si stringono poi le visceri d’estate. Molti sono troppo fieri per dimandarvi cinque soldi; ma nessuno è abbastanza ricco da rifiutarli, se gli vengono offerti. Ignoranti e curiosi, ingenui e perspicaci, suscettibili all’eccesso senza soverchia dignità, prudentissimi d’ordinario e capaci delle più sanguinose imprudenze; fanatici nella devozione e nell’odio; facili a commoversi, difficili a convincersi; più accessibili ai sentimenti che non alle idee; sobrj per abitudine, terribili nell’ubbriachezza; sinceri nelle pratiche di divozione la più eccessiva, ma prontissimi benanche ad irritarsi contro i santi siccome contro gli uomini; persuasi che hanno poco a sperare sulla terra, confortati di tempo in tempo dalla speranza d’un mondo migliore, vivono in una rassegnazione alquanto ringhiosa, sotto un governo paterno che loro dà del pane quando ne ha. L’ineguaglianza delle condizioni, più evidente a Roma che a Parigi, non gli stimola punto all’odio.
Si sono accomodati alla modestia della loro condizione, si rallegrano che vi siano de’ ricchi, affinchè il povero possa trovare de’ benefattori. Nessun popolo è meno capace di guidarsi da sè; e perciò il primo arrivante può agevolmente condurlo. Costoro rappresentarono la parte di comparse in tutte le rivoluzioni di Roma, più d’uno si è ben battuto senza comprendere la commedia che si rappresentava. Essi credevano sì poco alla repubblica, che in assenza di tutte le autorità, allorquando il santo padre ed il sacro Collegio si erano rifuggiti a Gaeta, ben trenta famiglie plebee si erano accampate in casa del cardinale Antonelli senza rompervi un bicchiere. Il ristabilimento del papa sotto la protezione d’un esercito straniero non gli ha per nulla sorpresi: essi l’aspettavano siccome un felice avvenimento ed il ritorno della tranquillità pubblica. Vivono in pace coi nostri soldati, quando questi non s’intromettano nelle loro famiglie, e l’occupazione non li contraria, se non allorquando ne sono personalmente incomodati; e non temono d’immergere il loro coltello nell’uniforme d’un conquistatore, ma potrei accertare ch’essi non celebreranno mai de’ Vespri siciliani.
Si vantano di discendere in linea retta dai Romani della Roma antica gloriosa, e cotesta innocente pretensione mi sembra assai bene fondata. E di vero essi sono divoratori di pane, e avidissimi di spettacoli; trattano le loro donne siccome fantesche, non lasciano loro l’arbitrio d’un centesimo, e fanno la propria spesa essi medesimi: ciascun d’essi è cliente del cliente d’un patrizio. Sono ben tarchiati, robusti, e capaci di dare un colpo di collare, che sbalordirebbe i buffali; ma non ve n’ha alcuno che non studii la maniera di vivere senza lavorare. Operaj eccellenti quando non posseggono un soldo, impossibili a rintracciare quando hanno in tasca uno scudo; buoni diavoli, famigliari e semplici di cuore, ma convinti della loro superiorità sul resto degli uomini; economi all’ultimo segno, finchè trovino un’occasione solenne di divorare in un giorno le loro economie, raccolgono, soldo a soldo, dieci scudi nell’anno per prendere a nolo il palco d’un principe nel carnevale o per mostrarsi in carrozza alla festa dell’Amor Divino: ed è così che la plebe di Roma dimenticava il passato e l’avvenire nei Saturnali. L’imprevidenza ereditaria da cui sono padroneggiati si chiarisce per l’irregolarità de’ loro mezzi di sussistenza, la periodicità degli scioperi, e l’impossibilità di giungere senza miracolo ad una condizione superiore. Mancano loro non poche virtù, e tra le altre la delicatezza, la quale però non entrava nel retaggio de’ loro antenati.
Ciò che loro non manca è la conservazione ed il rispetto di sè stessi. Essi non si abbandonano nè alle basse facezie, nè agli abbietti bagordi. Non li vedrete mai insultare gratuitamente un signore che passi per via, o slanciare una parola sconcia in faccia ad una donna. Cotesta classe d’uomini vili, che chiamasi canaglia, è qui affatto sconosciuta: i tratti ignobili non sono merce romana.
Ho passata l’intera giornata d’jeri nel mondo plebeo; era domenica. Mentre scendeva la scala dell’Accademia, ho incontrato un frate questuante, vera plebe della Chiesa. Ei mi salutò cortesemente, ignorando ch’io fossi della casa, e soffermossi per aprirmi la sua tabacchiera.
«Mille grazie, gli dissi, non prendo tabacco».
Risposemi egli sorridendo: «Tanto peggio!»
— E perchè?
— Perchè se aveste accettato la mia presa, mi avreste regalato qualche soldo, pel mio convento».
Sorrisi anch’io, e gli dissi: «Ciò non fa caso. Vi darò ciò che vorrete, ma ad una condizione.
— Dite.
— Che mi conduciate fino alla piazza Farnese, rispondendo alle mie interrogazioni.
— Volentieri; non ho più nulla a fare prima di asciolvere.
— Ho portato or ora qui l’ultima mia insalata.
— Quale insalata?
— Quella che sta sera mangerà il direttore dell’Accademia.
— E che! reverendo, voi vendete l’insalata!
— No, ma ne dono ai benefattori del nostro ordine. L’Accademia, siccome tutte le grandi case, ci fa un’elemosina al mese, ed in ricambio di tal bontà noi le portiamo un’insalata ogni domenica».
Strada facendo mi narrò tutte le piccole professioni ch’egli esercitava gratuitamente, a vantaggio dei benefattori dell’ordine. Strappava i denti con certa destrezza, prestavasi per modello degli artisti per la testa e la barba; seguiva col cereo in mano i funerali de’ grandi personaggi. Il mestiere di questi frati mendicanti non è già d’essere oziosi: essi sono famigliari ed amici dei piccoli, umilissimi e devotissimi servi de’ grandi, il popolo gli ascolta volentieri perchè sono popolo. Predicano nel Colosseo, sulle piazze, nelle strade, in lingua veramente del volgo, colla mano sui fianchi, ed alla buona di Dio. Se qualche parolona può dare più di nerbo alla loro rettorica, essi la slanciano con tutta naturalezza. «Ecco come siamo noi altri, dicevami il mio compagno di passeggio: non siamo dotti; non conosciamo nè telegrafo, nè gaz, nè vapore; ma ne sappiamo abbastanza per dare un buon parere.»
Una vecchia gli si fece incontro chiamandolo per nome. «Padre» gli disse «il mio terno non è sortito. Datemene un altro. È sabbato a mezzodì che si fa l’estrazione di Roma».
Ei la respinse colla mano, dicendole: «Andate a spasso! Non sarebbe egli meglio, quando per caso aveste dieci soldi, di comprare un pane ed una bottiglia di vino, che vi darebbe forza, anzichè perder tutto al lotto?»
La vecchia rispose: «Scusatemi. Quando avrò mangiato il pane e bevuto il vino, la fame e la sete mi nasceranno subito; mentre che, col mio viglietto in tasca, io sono ricca fino a sabbato».
Il cappuccino le volse le spalle senza aprir bocca.
«Signore, mi disse, ripigliando i passi ed il discorso, non si può levar di mente a coteste creature, che noi abbiam mano in pasta nella lotteria. Se volessi fabbricare de’ terni per tutti coloro che me ne dimandano, non me ne rimarrebbe più veruno per me».
M’accinsi ad interrogarlo sui redditi del suo ordine e su quanto un cappuccino può procacciarsi in un giorno. A ciò egli rispose ad un bel circa come il ciabattino di Lafontaine: «Or più or meno. Altre volte, mi disse egli, io era in un convento di Tivoli, mendicava nelle case de’ contadini, e riceveva le elemosine in natura. In questo genere di viaggio, bisogna portarsi ben lontano e sudar molto per guadagnar poco. Faceva quattro questue all’anno nell’ordine delle raccolte. Nel primo viaggio riceveva del grano e dei bozzoli; nel secondo del formentone e delle fave; nel terzo del vino, e nel quarto dell’olio. In ogni villaggio il benefattore del nostro ordine mi offriva l’ospitalità e custodiva la mia piccola provvista, che veniva poi ritirata dall’economo del convento. A Roma le elemosine che ci si danno sono quasi sempre in danaro. Quando sono invitato da un pittore a far da modello, mi viene data una mercede per seduta. Quando strappo un dente, le persone generose mi regalano una moneta di dieci soldi; quando seguo un convoglio funebre di qualche gran signore, ricevo cinque soldi ed una candela di cera; allorchè un artista desidera la mia bella corona del rosario fatta di bosso, è ben di rado ch’io non ritorni al convento con uno scudo. Da ultimo, quando impiego il mio scarso ingegno per uno straniero pio e caritatevole, sono ben certo ch’ei porrà venti soldi nel salvadanajo che qui vedete».
La mendicità è, e deve essere florida nella capitale del mondo cristiano. Non la si può nè intendere, nè frenare, essendo essa un invito perpetuo ad esercitare una delle virtù cardinali. Ogni appello alla carità vi è permesso fino dai primi tempi della Chiesa; lo zoppo ha diritto di mostrare ai passaggieri la compassionevole nudità delle sue gambe. I Romani, stimolati da ogni parte, soddisfanno tutti, nell’esercizio de’ loro mezzi, al precetto dell’elemosina. Ricchi e poveri danno molto; e senza dubbio l’ostentazione prende parte nella pratica d’una virtù sì costosa, ma la bontà naturale del popolo vi si presta spontaneamente.
Di tutti i mendicanti che pullulano nella città, i più onesti e più utili sono senza dubbio i frati questuanti. Ma si dà per certo, che essi hanno la cattiva abitudine di entrare dovunque senza farsi annunciare, di penetrare _ex abrupto_ nelle stanze posteriori delle botteghe, e mendicare con tuono di autorità che imbarazza i timidi ed i piccoli.