Roma contemporanea

Part 4

Chapter 43,758 wordsPublic domain

Un Bavarese che abita in Roma, mi raccontava questi giorni passati l’aneddoto seguente, che trascrivo per intero, quantunque non concerna nè l’Italia, e neanche Marsiglia. Ma esso tocca un punto che interessa le anime più nobili di tutto il paese. Ascoltatelo dunque attentamente; è il mio Bavarese che parla:

Sono nativo di Niguenau, città di dodici mila anime, situata a sessanta miglia da Monaco, e capoluogo della provincia. Si può dire che i miei concittadini siano ricchi, essi fecero fortuna fabbricando tessuti di cotone e bambole di porcellana. Il loro massimo piacere è di mangiar salami, bevendo birra del paese, che è eccellente; non conoscono nulla di meglio nè di più degno d’un uomo incivilito che la birra ed i salami. Tuttavia siccome le belle arti sono, da qualche anno in poi, di moda in Baviera, e siccome a Monaco v’ha chi se ne occupa attivamente, così le persone più distinte di Niguenau, per conservare il loro grado nel regno, consacravano tutti gli anni qualche migliajo di fiorini alla coltura delle arti. Mantenevano un architetto giurato allo scopo di ristaurare gli edifizj municipali e di ridipingerli in rosso. Possedevano un museo composto a caso, ma il caso ha talora la mano fortunata. E da ultimo nudrivano alla buona di Dio un maestro di pittura. Il maestro, il conservatore e l’architetto erano tre figli del paese, conformemente a quel principio municipale: «Non date ad uno straniero il denaro del comune». Questi tre personaggi ricevevano il loro assegno dal borgomastro, e per conseguenza obbedivano a lui solo. Ora il borgomastro era un uomo eccellente, un medico abilissimo ed una delle persone più spiritose di Niguenau; ma in materia d’arte, era un asino. Ei si mostrava tanto più geloso della sua prerogativa, e gli argomenti d’arte erano i soli sui quali ei non intendeva ragione.

«L’amministratore (o prefetto) della provincia era un intelligente illuminato dai viaggi, dalla vita di Monaco e dal consorzio de’ grandi artisti. E perciò ogni suo consiglio era cansato, e quando officiosamente ne dava alcuno savio, il borgomastro si raccoglieva nella sua toga con sussiego municipale, e rispondeva con impertinente civiltà: «Il signor prefetto se n’intende meglio di noi, e noi siamo gente da prender abbagli; ma Niguenau è abbastanza ricca da pagare i nostri errori, e non ne costerà un soldo al governo».

«Quando trattossi di rifabbricare il palazzo del comune che cadeva in rovina, il borgomastro e l’architetto acconciarono insieme un piccolo progetto di tempio greco, sormontato d’un campanile gotico e circondato d’un ballatojo alla Svizzera. Il prefetto vide per caso i disegni di quell’ibrido edifizio, e non potè trattenere qualche esclamazione di sorpresa. Gli fu risposto, ch’era la città che pagava».

Verso il medesimo tempo, il conservatore del museo, che non aveva mai toccato pennello in vita sua, soffermossi dinanzi al quadro del Perugino, solo che noi avessimo, ma che era la perla del museo. Cotesto animale (mi si perdoni il nome, ma non ne trovo di più civile) si ficcò in capo, che il dipinto era troppo giallo, e s’accinse a raschiarlo con una lama finchè scoperse il legno. S’accorse allora che aveva fatto un po’ troppo la tela rasa, e, per riparare allo sconcio, distese uno strato di bitume sullo spazio che aveva raschiato. Ma essendosi molto a proposito ricordato che il quadro primitivo aveva certe parti nella luce, e certe altre nell’ombra, graffiò via il bitume colla punta d’un temperino dovunque gli piacque di porre de’ lumi. Il prefetto lo sorprese durante quell’operazione, e gettò un grido di collera, e stava sulle prime per fulminarlo con un calcio, ma si limitò a provocarne il licenziamento. «Ci perdonerete, rispose il borgomastro, poichè costui è pagato sul nostro budget».

«Il maestro di pittura alla scuola comunale venne a morire. Non aveva saputo nulla in tutta la sua vita, e per ben vent’anni insegnava alla gioventù di Niguenau una certa pittura a pastello, che formava l’ammirazione de’ genitori. Ora il prefetto si persuase che quella fortunata morte avrebbe salvato il buon gusto nella città, e voleva chiamarvi da Monaco un uomo maturo, pieno di talento, lodato nelle esposizioni, onorato di varj premj, ed abbastanza modesto da preferire un posto fisso in provincia alla vita militante della capitale. Ma il borgomastro ed i consiglieri avevano un altro candidato, un giovane del paese che si era fatto conoscere con felici saggi fino dall’età d’anni dodici.

Era stato mandato a Monaco con una pensione di trecento fiorini, sperando che s’acquistasse il premio di Roma e che facesse onore alla città di Niguenau. Aveva concorso per tutto il tempo che l’età sua gli permetteva, vale a dire fino al trentesimo anno, e non aveva nemmeno riportato un secondo premio. Non già ch’ei dipingesse a pastello, ma egli disegnava i suoi quadri colla punta d’un chiodo. Fu eletto all’unanimità dal consiglio municipale, ed il borgomastro si fece un dovere d’informarne il prefetto. «La signoria vostra, gli disse, apprezzerà i sentimenti da cui siamo stati mossi. Siamo noi che abbiamo spinto questo giovane nella carriera della pittura, somministrandogli i mezzi di studiare. Poichè non è riescito, è dover nostro di procacciargli i mezzi di sussistenza. — Ma che? ripigliò l’amministratore intelligente, appunto perchè questo giovane ha dimostrato la sua incapacità a Monaco, voi gli conferite il posto d’un uomo capace! Voi non conoscete tutto il male che un professore di disegno può fare in un paese, e quale deplorabile influenza egli eserciti sul gusto del pubblico. — Ciò facciamo a nostro rischio e pericolo, rispose il borgomastro; d’altronde siamo noi che paghiamo. — E chè! per Dio! un uomo avrà egli il diritto d’avvelenare i suoi figli, sotto pretesto che ha pagato il veleno?»

«Così l’architetto, il conservatore ed il maestro trionfavano nella nullità loro, a dispetto dell’amministratore, quando capita di quelle parti il re. Era un principe dolce, come è noto, ma artista passionato ed intrattabile nelle questioni di gusto. Ei fece chiamare al palazzo della prefettura il borgomastro ed i consiglieri, e disse loro: «Buona gente, voi credete d’avere il diritto di fabbricare degli edifizj ridicoli, di rovinare i quadri del vostro museo e corrompere il gusto de’ figli vostri; e ciò perchè il maestro di disegno, il conservatore del museo e l’architetto della città sono pagati sul vostro budget. Cotesto pregiudizio è radicato in tutti i capoluoghi del mio regno; ond’è che non ho dieci persone di buon gusto fuori di Monaco. È ormai tempo di cambiar sistema. Voglio che tutti gli edifizj pubblici siano costrutti da’ miei architetti, che i conservatori di tutti i musei abbiano fatto i loro esperimenti nella capitale, e che i maestri di pittura siano scelti dal mio ministro siccome i professori di greco e di latino che insegnano nei collegi reali. Voi potete opporre che cotesti signori sono di vostra nomina, perchè sono al soldo vostro: è di legge. — Ma la legge dice eziandio che, quando un impiegato è stipendiato dallo Stato e dalla città, la nomina allora spetta al governo. Ond’è che, a datare da questo giorno, io contribuirò per un fiorino all’anno all’assegno dell’architetto, del conservatore e del maestro di disegno di Niguenau; ma non verranno nominati che da me».

«Dopo quest’atto d’autorità reale, venne fabbricato a Niguenau un palazzo di città semplice e di gusto irreprensibile: gli allievi della scuola di belle arti più non dipingono a pastello, nè più disegnano con un chiodo; il museo è ben illuminato, ben conservato e messo in ordine. Sotto ogni quadro si veggono il nome dell’autore e l’indicazione del tempo in cui viveva; i capolavori sono collocati in posti d’onore, onde il pubblico sia istrutto di ciò ch’ei può ammirare a colpo sicuro; e se la nostra collezione non è delle più ricche, è però d’un buon esempio al pari di quella di Monaco».

Cotesto discorso, tradotto dal tedesco, ci ha trasportati sì lontano da Marsiglia, che, in fede mia, ho quasi voglia di non farvi più ritorno. Così pure, noi abbiam veduto ogni cosa, se son venuto a capo di mostrarvi in poche pagine ciò che ho studiato in dieci giorni. E dissi ciò che penso de’ Focesi, in bene ed in male, e converrete certamente con me, che la somma del bene supera d’assai quella del male.

Ora, se vi piace, andremo a Roma, e vi entreremo d’un salto. Se avessi percorso la via di pellegrino, col sacco in ispalla, siccome gli artisti dei buon tempo antico, avrei molti paesaggi da descrivere e delle scene d’albergo da raccontare. Ma, essendo partito sopra un vapore delle Messaggerie, a dieci ore di sera, ora militare, fui sbarcato a Civitavecchia trent’ore dopo, senza aver avuto il mal di mare. Ecco tutti gl’incidenti del mio viaggio. Il paesaggio non variò un istante, azzurro dovunque. Potrei farvi il ritratto e la storia de’ miei compagni di tragitto, ma non potrei dirvene che bene, d’altronde, non essendo persone note, non vi possono interessare.

Eravene uno però, di cui mi ricordo con troppo piacere, perchè non abbia a farne parola: è il signor Bailliencourt, colonnello del 40.º di linea, uno degli uomini più amabili e più leali ch’io m’abbia mai conosciuto.

Ho sempre amato i soldati. Strano gusto, dirà taluno, in uno scrittore che puzza di filosofia. Per bacco! So bene anch’io, al pari di voi, che l’uomo non è su questa terra per uccidere gli altri uomini. L’attività, il coraggio e l’intelligenza hanno mille modi più utili e più sublimi in cui possono esercitarsi; su tal proposito non voglio movere disputa. Ma io amo i soldati, e questa passione è più forte di me. Gli amo colle loro doti, coi loro difetti, colla loro istruzione e colla loro ignoranza, colla loro grandezza d’animo e colle loro contrarietà, e segnatamente con quell’eterna gioventù di cuore che li distingue da noi. Ciò che piace alle governanti di fanciulli, alle modiste e talvolta alle nobili signore, è l’uniforme. Ciò che mi seduce nel soldato, di qualunque grado, è certa onesta ingenuità, una generosa ignoranza del male, una semi-verginità d’anima, che si conserva sotto l’uniforme fino ad un’età assai matura.

Il mio onorevole compagno di viaggio è ancor giovane, e credo che sia uscito dal collegio di Saint-Cyr nello stesso tempo che il maresciallo Canrobert. Eppure è già un vecchio soldato. Egli ama l’esercito come una patria, il reggimento come una famiglia, la bandiera come un campanile. Un numero scritto sui bottoni d’una tunica gli fa battere il cuore, sicchè, sbarcando a Civitavecchia, ha gettato un grido di gioja ravvisando un uomo del suo reggimento. Mi racconta, accarezzandosi i mustacchi con gioja commovente, che si verrà domattina, colla banda, a presentargli la bandiera.

Quest’uomo di buona famiglia aveva chiesto congedo d’un mese per rivedere i suoi dopo un’assenza di parecchi anni; ed or ritorna al reggimento, prima dello spirare del congedo, essendosi sentito compreso dalla nostalgia della bandiera.

A Civitavecchia ho preso la posta siccome personaggio di vaglia. Essa costa due o tre franchi di meno, quando si conosce il modo di valersene, e si arriva assai più presto. Io credo, Dio mel perdoni, che abbiamo compito il viaggio in sette ore. I miei quattro cavalli hanno attraversato la Città Eterna facendo echeggiare i loro sonagli, e gli ho congedati sulla piazza di Spagna. Era in casa mia, od almeno non mi rimanevano che tre o quattrocento gradini da salire.

ROMA.

I.

IL MIO ALBERGO.

Carlomagno era alloggiato nel palazzo de’ Cesari, sul monte Palatino. Questo albergo imperiale, dai barbari rispettato fino all’anno 800, non è più attualmente abitato, anzi non vi rimangono che rovine, entro cui i gufi medesimi trovano difficilmente un comodo nido.

Carlo VIII, nella sua irruzione trionfale, abitava in capo al Corso quel gigantesco palazzo di Venezia, sì deforme e sì nero, dove il conte Colloredo dà le più belle feste di Roma.

Montaigne andò a stanziare all’albergo dell’Orso: ora non vi si trovano più pedanti, essendo ricetto de’ cocchieri.

Il nostro divino Rabelais alloggiava sotto la medesima insegna, ma poco mancò, che non gli venisse accordato gratis il più bell’appartamento del forte Sant-Angelo. Il padre dello spiritoso francese sarebbesi trovato bene colà, per ragionare a suo bell’agio sui costumi e le usanze dell’isola Sonnante.

Nicola Poussin viveva poco lontano, rimpetto alla chiesa della Trinità de’ Monti, a due passi dal bell’affresco di Daniele di Volterra, da lui tanto apprezzato, e cui il governo francese sperò un istante di collocare nel Louvre.

Il presidente De Brosses, a’ tempi ch’era consigliere e che mostrava sì strane figure sulla portiera della sua carrozza, abitava sulla piazza di Spagna. Chateaubriand si era annidato presso l’ambasciatore di Francia, e la Stael nelle nubi.

Ma io meschinello sono meglio alloggiato che non tanti Francesi illustri, e dalle due finestre del mio osservatorio veggo le cose da un punto assai più sublime.

Ho appena rinoverato i gradini che mi sollevano al di sopra della piazza di Spagna, dove gli stranieri si danno convegno. Sono 327, nè più nè meno: mettetene 135 per giungere al livello dell’Accademia di Francia; aggiungetene 77 fino al suolo del giardino, che è al primo piano, siccome nel palazzo di Semiramide. Da ultimo, doveste anche metter fuori la lingua, salirete ancora 115 gradini prima d’entrare nella camera turca, che è la mia.

Non potreste sbagliare l’uscio: siamo in capo alla scala a chiocciola, sul vertice della torricella destra dell’edifizio: i soli inquilini che mi signoreggiano di tempo in tempo sono le cornacchie, annidate sul tetto. Una mezza luna di ferro, tracciata sopra la mia serratura, vi accenna ch’entrate in Turchia, e che questa mia porta è una cugina in terzo grado della Porta Sublime.

Un O ed un V, disegnati sulla chiave, vi chiariscono che l’operajo l’ha fatta per Orazio Vernet.

Poichè anche il mio albergo ha alloggiato ospiti illustri, essendo nientemeno che l’antica villa de’ Medici. Galileo vi fu racchiuso, se la tradizione non erra; e la prigione del grande astronomo è una stanza assai bella e maravigliosamente situata. Auguro siffatto carcere a tutti i martiri della verità.

Nel 1803 l’Accademia di Francia, fondata dalla munificenza di Luigi XIV, erasi trasportata lontano dal tumulto delle vie, nella villa Medici. Dopo quel traslocamento, quasi tutti i grandi artisti del nostro paese hanno abitato quel palazzo e meditato sotto quelle belle pianto. David, Pradier, Delaroche, Ingres e Vernet vi hanno scritto i loro nomi sulle pareti.

Il primo aspetto del palazzo è grande, maestoso, ma senza molti ornamenti. Veggonsi da lontano e sopra la porta gli stemmi e la bandiera di Francia. Il solo lusso dell’entrata consiste in un viale di querce verdi ed in un getto d’acqua cadente in una larga vasca. Si passa fra due colonnette di marmo antico rarissimo e bellissimo, ma assai modesto; non ve n’è là che superi il valore di sei mila franchi.

Il portinaio è degno d’essere rimirato siccome uno de’ più bei tipi della razza romana. Grande, dal torso largo, ben fatto, ha faccia pienotta, con barba a ventaglio, porta maestosamente il bastone di capotamburo e de’ guardaportoni delle case principesche. È un uomo di certa importanza, ed ha proprj domestici; suo figlio gli bacia le mani ogni volta che rientra od esce. Nei dì festivi quando si veste in gran livrea sulla soglia dell’Accademia, i sempliciotti gli fanno cerchio intorno e lo stanno ammirando. Ei li lascia giungere vicini, ma per tratti, per evitare la confusione. Di cinque in cinque minuti, gli allontana dolcemente col suo bastone e loro dice con tuono paterno: «Basta! voi avete già goduto il colpo d’occhio; lasciate che si avvicinino gli altri.»

Il primo piano è occupato dagli appartamenti di ricevimento, vasti, magnifici, ornati de’ capolavori de’ Gobelins, e degni per ogni rispetto della grandezza della Francia. Viene poscia e per dipendenza un vestibolo ammirabile, ornato di colonne antiche e di statue foggiate anch’esse all’antica. Ma il lato più appariscente della casa è la facciata posteriore, la quale può noverarsi tra i capolavori del Rinascimento. Si direbbe che l’architetto ha esaurito una miniera di bassorilievi greci e romani per tappezzarne il suo palazzo. Il giardino è dell’epoca medesima, e data dal tempo in cui l’aristocrazia romana professava il più profondo disprezzo pei fiori. Non vi si veggono che de’ gruppi di verdura, allineati simmetricamente con cura scrupolosa. Sei prati, cinti da siepi all’altezza della mano, si distendono dinanzi la villa, e lasciano correre la vista fino al monte Soratte, che chiude l’orizzonte. A sinistra, quattro volte quattro pezzi quadrati di zolla s’incorniciano entro alte muraglie di lauri, di bossi giganteschi e di verdi querce. Queste mura d’alberi si riuniscono in fascio in cima ai viali e gli avviluppano d’un’ombra fresca e misteriosa. A dritta una terrazza di stile elegante raccoglie un boschetto di querce verdi, contorte e rese cave dal tempo. Mi vi reco talora a scrivere all’ombra; e la merla e l’usignuolo fanno a gara i loro gorgheggi sopra il mio capo, in quel modo che un bel cantore di villaggio può rivaleggiare con Mario o Roger. Un po’ più in là, una rozza vite si estende fino alla porta Pinciana, dove si dice che Belisario abbia mendicato. Vi si vede almeno una pietra ornata del celebre motto: _Date obolum Belisario_. I giardini piccoli e grandi sono sparsi di statue, d’ermeti e di marmi d’ogni specie. L’acqua sgorga nei sarcofagi antichi, ovvero zampilla entro vasche di marmo: marmo ed acqua sono i due oggetti di lusso di Roma; noi, a Parigi, non li conosciamo che per fama.

Questo bel possesso della Francia è appoggiato in tutta la sua lunghezza ai bastioni della città. Confina da un lato col passeggio del Pincio, dall’altro col convento francese della Trinità. Domina tutta Roma, ed ha il vanto di abbracciarla d’un solo colpo d’occhio.

L’Accademia esercita generosamente l’ospitalità. I suoi giardini sono pubblici, le sue gallerie di studio e le sue sedute di modello sono accessibili ai giovani artisti d’ogni paese; le sue sale si aprono una volta alla settimana a tutti i Francesi dì condizione civile; il suo territorio è un asilo inviolabile dove la polizia romana non ha il diritto d’inseguire un accusato.

Gli artisti che al concorso ottengono il diritto di compirvi i loro studj, non hanno tutti il medesimo talento, sebbene tutti abbiano riportato il medesimo premio. Se ognuno d’essi ritornasse in Francia nella condizione d’uomo di genio, la Francia più non saprebbe dove collocarli, e l’eccesso della nostra gloria ci cagionerebbe grave imbarazzo. Ma si può francamente affermare che un soggiorno di alcuni anni in una tale dimora ed in un paese di tal natura, non è mai stato inutile allo sviluppo d’un uomo. Una vita modesta, ma senza il pensiero del pane quotidiano, l’obbligo stretto di lavorare unito all’assoluta libertà del lavoro stesso, lo spettacolo de’ più bei paesaggi, de’ più grandi edifizj e delle popolazioni più pittoriche, la vicinanza di ricche collezioni, il contatto perpetuo colle memorie d’un passato più vivo che il presente, tutto ciò forma dell’Accademia l’abitazione più sana che sia in tutto il mondo. E bisogna ch’io ne sia ben convinto, se vi ritorno a mettermi in pensione.

A tutti i vantaggi enumerati aggiungete la calma insinuante, che emana dalla Città Eterna, certo spirito di pace e d’armonia, d’ordine e dignità, che s’impossessa all’insaputa d’ogni cervello il più disturbato. In questa solitudine abitata che si estende da S. Pietro a S. Giovanni di Laterano, le memorie della vita militante ci appajono da lontano siccome sogni d’una notte procellosa. Chi vede l’agitazione di Parigi senza prendervi parte, prova il medesimo stupore, lo stesso malessere e lo stesso sdegno che s’ei vedesse un vortice di danzanti aggirarglisi intorno in un ballo di carnevale, senza sentire i violini.

I giornali ciarlieri che assordano i Parigini non giungono sino a Roma; i mascalzoni più celebri e più temuti dagli artisti non vi sono nemmeno conosciuti; e gli arzigogoli della stampa minuta non vi sarebbero nemmeno compresi. Vi si lavora in pace, in un onesto raccoglimento, senza curarsi delle dicerie, de’ passaggeri capricci del pubblico, cogli occhi rivolti alternativamente alla natura ed ai maestri.

Roma è forse, dopo Atene, la città dove meno si diverte. Eppure gli stessi giovani confessano che non ve n’è altra di più attraente. Il primo movimento de’ pensionisti dell’Accademia è d’annojarsi come ad un còmpito, e di noverare i giorni che li separano ancora da Parigi; essi se ne vanno poi tutti con rammarico o piuttosto con dolore.

Si può dire di Roma, ciò che un critico diceva del più grande poeta dell’antichità: _C’est avoir profité que de savoir s’y plaire_.

Il piacere elevato che la grande città ci procura non si può già provare in capo ad otto giorni. Mi fu mostrato un esemplare del Guido-Giovanni, arricchito di note manoscritte d’un commesso viaggiatore. Cotesto bell’uccello di passaggio aveva scritto in margine all’articolo S. Pietro di Roma: «Ho veduto qualche cosa di meglio di ciò.» Io non so bene ove potesse aver veduto di meglio; ma scuso i falli d’un viaggiatore di otto giorni.

Papa Gregorio XVI, ch’era un vecchio spiritoso, accordava volentieri udienze ai viaggiatori stranieri. Dimandava a tutti da quanto tempo erano in Roma. Quando gli si rispondeva: «da tre settimane» ei sorrideva maliziosamente, e diceva: «andiamo avanti! Addio.» Ma se il viaggiatore aveva passato tre o quattro mesi in città, il santo padre allora gli diceva: «A rivederci!»

E di fatti, tutti coloro che conobbero Roma per un tempo sufficiente da saperne gustare il bello sentono il bisogno di ritornarvi, come se vi avessero dimenticato qualche cosa loro appartenente. Si riconoscono tra loro, od almeno si ravvisano dopo pochi minuti di conversazione. Si danno una buona stretta di mano, siccome uomini che abbiano amato una medesima persona ad alcuni anni di distanza, e che ne siano stati egualmente ben trattati. E finalmente si danno convegno al Foro, al Vaticano, o sull’eterna piazza di Spagna.

Il direttore attuale dell’Accademia, signor Vittore Schnetz, vi si è recato per la prima volta nel 1816; è quasi mezzo secolo! Aveva fatto il viaggio a piedi, secondo l’eccellente abitudine degli artisti di que’ tempi. Dopo il giorno del suo arrivo, ei non lasciò più la città se non colla speranza di ritornarvi. Vi ha vissuto ventiquattro anni, e crede che sia poco. Ha 72 anni, ma ne dimostra non più di 60. Il clima di Roma è tanto favorevole ai pittori quanto alle pitture. Quell’uomo eccellente ha conservato tutto il vigore del suo corpo e del suo spirito; passeggia con passo sicuro tra le rovine e le memorie della città. Nessun Francese conosce meglio di lui i Romani, e ne è meglio conosciuto. La nobiltà indigena lo considera siccome sua creatura, ed ei gode di considerazione eguale a quella de’ principi e de’ cardinali. La sua vita privata, tranne i giorni di gala, è d’una semplicità affatto romana. Io asciolvo con lui, e pranzo coi pensionisti; la sola differenza tra il suo pranzo e quello degli allievi, è che l’uno viene servito al primo piano e l’altro nel mezzanino.