Roma contemporanea

Part 3

Chapter 33,809 wordsPublic domain

Non vi dirò nulla delle macine di Marsiglia, abbenchè impieghino più di 1100 operaj, nè delle concie di pelli, nè delle ferriere, nè delle fonderie, nè di quegli ammirabili cantieri della Ciotat, ove si costruiscono le navi. Basta che abbiate visto da ciò che precede, che i Marsigliesi hanno il buon senso di far camminare insieme il commercio e l’industria. Parliamo di commercio.

Il vecchio porto di Marsiglia è eccellente; il nuovo è discretamente buono; il terzo che si sta costruendo sarà passabile. La città possederà ben presto una superficie d’acqua al sicuro, valutata a 160 ettari. Non occorre molto di più per ricoverare tutto il commercio marittimo del Mediterraneo. I privilegi del porto sono abbastanza seducenti per attrarre i navigatori e fare concorrenza alle franchigie di Trieste. Le navi estere che si fermano a Marsiglia sono esenti da ogni diritto di navigazione; i bastimenti francesi non sono sottoposti che ai diritti fissati per il rilascio degli atti di nazionalità francese e di congedo. Le merci importate che pagano un diritto principale minore di 15 franchi per 100 chilogrammi sono esenti dalla sopra tassa del 10 p. %, allorquando sono importate da Marsiglia. L’emporio fittizio, che dappertutto altrove è d’un anno, qui è di due anni e può essere prorogato.

Questi piccoli favori producono grandissimi risultati. L’emporio di Marsiglia ha ricevuto, nel 1836, otto milioni e mezzo di quintali metrici rappresentanti un valore di 479 milioni di franchi. Sono all’incirca 4/9 di tutto ciò che la Francia ha ricevuto nei suoi emporj. Lo stesso anno Marsiglia figurava per più di 36 milioni e mezzo nei redditi delle dogane. Essa possedeva, al 31 dicembre, 882 bastimenti a vela di 101242 tonnellate. Ma la sua più bella ricchezza ed il suo avvenire più brillante stavano già nella navigazione a vapore.

Vi farei stupire assai, se vi facessi le confidenze d’una compagnia modestissima e niente affatto numerosa, che ha i suoi uffici a Marsiglia, i suoi battelli alla Joliette e i suoi cantieri alla Ciotat. Essa maneggia un capitale di trenta milioni, trasporta due cento trenta mila passaggeri, sessantasette mila tonnellate di mercanzie e percorre trecento mila leghe senza tamburo nè trombetta. Si avrà un’idea della moltiplicità e della varietà delle sue operazioni, quando dirò, che a Marsiglia soltanto essa riceve tutti gli anni quarantamila lettere al suo indirizzo. È la compagnia delle Messaggerie imperiali che si è slanciata in mare l’8 luglio 1851.

Il trasporto dei dispacci, dei passaggeri e delle merci nel Mediterraneo era stato fino allora un privilegio dell’amministrazione delle poste. Le sue navi, che camminavano lentamente, percorrevano novanta mila leghe incirca, ed ebbero a soffrire nel 1847 un deficit annuale di quattro milioni e mezzo non comprese le spese generali, l’interesse del capitale impiegato, l’assicurazione ed il deperimento del materiale. Non trasportavano più di ventisette mila passaggeri e novemila tonnellate di merci. La legge 8 luglio sostituendo l’attività degl’interessi personali alla freddezza d’un’amministrazione disinteressata, ha quasi decuplato il movimento dei viaggiatori e delle mercanzie, e questo miracolo si è compito in due anni.

Io ho viaggiato sette anni sono, sui bastimenti della compagnia, e posso misurare il progresso che hanno fatto. I vecchi carcami lasciati dall’amministrazione delle poste furono scartati. I cinquanta bastimenti che solcano il Mediterraneo compongono una flotta che sta bene. Non fanno cinque leghe all’ora come _il Valetta_ ed _il Vectis_ della compagnia Peninsulare, ma svolgono correttamente i loro dieci nodi all’ora, qualunque sia il carico della nave e la resistenza del mare. Il passaggero vi trova tutti i comodi della vita e sopratutto quella nettezza francese che si apprezza immensamente quando si ha fatto un viaggio o due sotto bandiera estera; e poi i comandanti sono gente di questo mondo, e non lupi di mare. La compagnia, che pensa a tutto, impiega i bastimenti a elice per i trasporti diretti, e delle navi a scale per le passeggiate a vapore lungo le coste. I viaggiatori premurosi hanno meno paura del moto del vascello; le giovani coppie, che vanno da Marsiglia a Genova, da Genova a Livorno, da Livorno a Civitavecchia e a Napoli sotto i raggi argentei della luna di miele s’addormentano in un equilibrio più stabile fra le larghe ruote del battello.

La rapidità dei trasporti ha dato delle ali al commercio di Marsiglia. Il vapore usurpa di giorno in giorno il cabotaggio del Mediterraneo che diventa un lago marsigliese. Io non m’incarico di enumerare qui le mercanzie che la città esporta in Oriente; otto pagine di giornale non basterebbero forse alla lista. Preferisco dirvi in succinto che i commissionarj di Marsiglia vendono di tutto. Essi importano in iscambio i prodotti greggi del Mediterraneo e del Mar Nero, le raccolte dell’America, della costa d’Africa e dell’India; i cotoni, le cuoja, gli alcool, gli zuccheri, ma anzi tutto e sopratutto le granaglie d’ogni sorta.

Io vi ho fatto cenno delle sementi oleose, vi sarebbe da fare un libro sull’importazione delle granaglie. La Francia ha fatto cinque raccolte meschinissime dal 1832 al 1857. Chi è che ci ha nutriti? Marsiglia. La Canebière ha visto sfilare in sei anni più di 13 milioni di carichi di grano che fanno più di venti milioni di ettolitri. Al principio del 1836, quando le raccolte della Russia erano bloccate nel mare d’Azof, quando i prezzi correnti dei nostri mercati andavano di rialzo in rialzo, i Marsigliesi correvano a Napoli e ad Alessandria, e vuotavano i granaj d’Egitto e di Sicilia.

In mezzo ad un aumento di cui nessuno prevedeva un termine, la speculazione prese uno slancio pericoloso. Un negoziante andava a cercare il grano alla sua fonte, lo comperava a qualunque prezzo, sicuro di rivenderlo con guadagno. In fatti intanto che il bastimento veleggiava col vento in poppa verso Marsiglia, era richiesto sulla piazza, venduto, rivenduto sempre con aumento, e cambiava venti volte di padrone prima d’entrare in porto. Fra i compratori ed i venditori circolava il sensale, uomo esperto interessato a far crescere e moltiplicare gli affari. Si sono visti dei carichi passare per tante mani, che il valore del grano bastava appunto a pagare le senserie. Si è visto il sensale primario di Marsiglia, un giovane che ha veramente il genio dell’intromissione, guadagnare 1,200000 in un anno!

Questa foga temeraria de’ Marsigliesi avrà gettato qualche imbarazzo nei loro affari, ma non dimentichiamo che essi ci hanno dato del pane.

Era impossibile che il ritorno dell’abbondanza ed il ribasso di tutte le derrate non colpisse all’improvvista qualche speculatore. Le crisi finanziarie che cagionano certi disastri privati, sono una conseguenza inevitabile dello sviluppo del credito. I nostri padri non lo conoscevano, ma conoscevano la carestia.

La speculazione sui fondi pubblici e sugli effetti industriali è un frutto nuovo a Marsiglia. Si stima però che, dal 1.º gennajo 1855 al 1.º gennajo 1858, i Marsigliesi hanno comperato della carta per un centinajo di milioni; intendo della carta solida qual è la rendita dello Stato, le azioni di strade ferrate e le obbligazioni garantite[2].

Fin allora _il parquet_ faceva un lavoro piuttosto ingrato; negoziava delle azioni locali di poco valore, per conto di speculatori senza denaro. Si trafficava su delle miniere dubbiose, delle torbiere incerte, e delle banche mal piantate. Il capitale si nascondeva in un buco, allorchè vedeva passare un agente di cambio. A dir il vero, la compagnia degli agenti mal reclutata non offriva delle guarentigie molto solide. Le cariche erano offerte a 50000 franchi senza acquirenti; dieci agenti sopra venti erano stati obbligati a vendere il loro studio. A lato del _parquet_, una _coulisse_ imponente s’era costituita in regola, con Sindaco e camera sindacale. Il pubblico che non sospetta alcun male negli affari di borsa, s’era avvezzato a riguardare i _Coulissiers_ come altrettanti agenti di cambio. Questa confusione non era di natura a lusingare gli agenti perchè vedevano in mezzo a’ loro compagni degli uomini screditati, pieni di debiti fino agli occhi e sopracarichi di condanne giudiziarie.

Fortuna volle che la camera sindacale nominata a quell’epoca prendesse a cuore gl’interessi e la riputazione della piazza. In quanto al sindaco, sig. Paolo Blavet, era giovine ed aveva la smania di far bene. Si gettò sui _Coulissiers_ come una tigre e li trascinò dinanzi al procuratore imperiale. Il tribunale li condannò tutti, come un sol uomo; la corporazione degli agenti fu liberata da una concorrenza parassita e compromettente.

Alla dispersione dei _Coulissiers_ successe la convenzione dei sensali intrusi. Il terribile sindaco diresse i suoi attacchi contro gli agenti non patentati che facevano da mediatori di effetti commerciabili. Questa categoria si componeva in generale d’uomini serii avvezzi al lavoro, discretamente provvisti di denaro e di clienti, e ammessi nelle migliori case. Si diede loro la caccia, ma urbanamente onde costringerli a mettersi in regola. Ognuno d’essi si rifugiò in una delle piazze d’agente di cambio che si trovavano vacanti, ed il _parquet_ si trovò costituito solidamente.

Gli uomini serii apportarono gli affari serii; i valori locali furono proscritti dalla lista dei prezzi a termine, e non figurarono più che per memoria su quella dei prezzi a contanti. Gl’impieghi di denaro si fecero sui grandi valori come alla Borsa di Parigi. Le transazioni sui titoli presero di giorno in giorno un nuovo sviluppo e le piazze di agente di cambio, che si offrivano non ha guari a 50000 franchi, sono ricercate in oggi con offerte di 120 a 150000 franchi.

Basta attraversare Bordeaux, Lione, o Marsiglia per vedere che i _parquet_ di provincia, sotto l’influenza di sindacati intelligenti, tendono a discentralizzare il mercato dei fondi pubblici. Altre volte Parigi era il solo mercato, la Francia intiera vi dirigeva i suoi ordini di compra o di vendita. Gli agenti di provincia erano stati Istituiti per la trasmissione degli effetti di commercio e delle cambiali, come i sensali per la trasmissione delle mercanzie, e la prova è che sono ancora assimilati ai sensali e posti come essi sotto la dipendenza del ministro del commercio. Gli agenti di Parigi, soli incaricati della vendita e della compra dei fondi erano sottoposti ad un’organizzazione speciale e collocati sotto la mano del ministro delle finanze. Allorchè un privato di Marsiglia, di Bordeaux o di Lione voleva vendere o comperare della rendita, si dirigeva al ricevitore generale, che faceva fare l’operazione a Parigi col mezzo di un agente. Ma dopo che i _parquet_ di provincia funzionano regolarmente, la rendita si vende e si compra a Marsiglia senza fare il viaggio di Parigi; i negozianti di Bordeaux o di Lione speculano sul rialzo o sul ribasso col mezzo dei loro agenti, senza dir nulla al ricevitore generale. Questa rivoluzione nelle abitudini della provincia è più importante e più utile che non si suppone al primo colpo d’occhio. Allorchè tutti gli affari affluiscono allo stesso mercato, la concorrenza di tutti gli ordini di vendita che si concentrano simultaneamente sopra una sola piazza in tempo di crisi politica o finanziaria, contribuisce a deprezzare il credito e precipita il ribasso. Quando i mercanti di provincia sono là per diminuire l’urto, il ribasso si sente meno perchè resta ripartito.

Or fa appunto un anno che sgridavo con tutte le mie forze il consiglio municipale di Bordeaux, rimproverandolo d’essere ricco e cattivo; ricco di risparmiare un po’ spilorciamente le rendite d’una città grande e potente, e di camminare senz’entusiasmo in quella via di lusso e di progresso in cui la Francia intiera galoppa ad esempio di Parigi. È certo che l’economia è la più sciocca e la più sterile di tutte le virtù. Allorchè una spesa è utile, la si deve fare senza mercanteggiare e senz’aspettare. Io conosco un uomo che viaggia sei mesi dell’anno, e che ha per principio di non pagar nulla troppo caro; l’abitudine di mercanteggiare gli risparmia una dozzina di franchi per giorno, e gli toglie per più di cento franchi di piaceri. Il mio avolo era un degno paesano, ma prudentissimo per sua e nostra disgrazia. Egli possedeva sotto il Terrore dodici mila franchi in oro e sei figli. Sì presentò l’occasione d’acquistare il castello del villaggio e un dominio che vale un milione. Il mio avolo non era sì pazzo! Egli conservò il suo denaro per prudenza e quando morì nel 1845 si ritrovarono i dodici mila franchi nel suo baule! Io stesso, che non sono più economo di un altro, ho trovato per caso in questi giorni in una bottega di Roma un pugnale di Trivulzio, un capo autentico del massimo interesse. Il fodero d’osso lungo un mezzo metro porta il nome del possessore, il suo ritratto, il ritratto di Luigi XII, e il ritratto d’una donna ignota ch’io non ho ancora incontrato nella storia. Questa bell’arme era da vendersi per 150 franchi: essa ne vale quattro volte tanto; me la sono lasciata portar via da un mercante d’anticaglie di Parigi. Che cosa volete? Ho aspettato, ho fatto come il mio avolo, con questa differenza che i 150 franchi non si troveranno nella mia eredità.

Nessuno penserebbe a fare dei risparmi, se fosse ben penetrato di questa verità incontrastabile; l’oro e l’argento ribassano impercettibilmente tutti i giorni, nel mentrechè l’arte ed il lavoro dell’uomo aumentano tutti i giorni. I sette napoleoni e mezzo che io ho bestialmente conservato nel mio scrigno valgono già qualche cosa meno della settimana passata; ed il pugnale del Trivulzio fra quattro o cinquecento anni varrà dieci volte tant’oro quanto pesa.

Se l’economia è assurda nei privati essa è quasi colpevole in coloro che governano. La ricchezza e la grandezza di un paese non derivano già dal denaro messo a parte dai sovrani, ma da quello che essi hanno sborsato a proposito. Il denaro speso è il solo che resta, quello risparmiato finisce sempre per iscomparire. Le assemblee cittadine non sono di questo parere, perchè esse sono della scuola di mio avolo; esse fanno delle spilorcerie al presente, senz’alcun profitto per l’avvenire.

L’abitudine di assottigliare il _budget_ e specialmente di differire sistematicamente delle opere riconosciute necessarie, è costata carissima alla Francia. Se la strada ferrata da Parigi a Marsiglia fosse stata costrutta alcuni anni prima, il porto di Trieste non avrebbe fatto fortuna a nostre spese. Gli allargamenti che si fanno rapidamente nei quartieri più ingombri di Parigi, avrebbero costato la metà di meno nel 1758. Essi costerebbero dieci volte di più se uno spirito di temporeggiamento parlamentare li differisse d’anno in anno fino al 1958. Ne consegue da ciò, che per tutte le opere d’utilità o di splendore pubblico, nulla è più prudente che la fretta, e nulla è più economico quanto la spesa.

La storia che giudica i governi in ultima istanza non resta loro molto obbligata dei milioni che hanno messo nella cassa di risparmio. Essa considera Galba come un ladro, e non ha Vespasiano in odore di santità. Le magnificenze di Luigi XIV ancorchè un poco personali hanno lasciato un miglior ricordo che le spilorcerie di Luigi XI. Perciò se noi vogliamo essere benedetti dai nostri figli e ammirati dalla posterità spendiamo tutti i nostri redditi in imprese grandi ed utili; è il miglior impiego.

Noi dicevamo dunque che la città di Bordeaux prendeva troppo poco sui suoi redditi per farsi bella. È vero che i secoli precedenti le hanno lasciato poco da fare. In quanto ai Marsigliesi, che hanno tutto da creare, si dibattono come diavoli per la maggior gloria del loro paese. Essi non differiscono nulla all’indomani, intraprendono dieci cose in una volta, e fanno camminare insieme l’utile, il piacevole ed il maestoso. Due porti, un canale, un palazzo di giustizia, una residenza imperiale, una borsa, una cattedrale, un giardino zoologico! Non dimentico io nulla? no, nulla tranne l’allargamento della contrada Noailles, e della contrada d’Aix. È una bagatella di nove milioni per la prima, e diciassette milioni per l’altra; ventisei milioni affinchè le vetture circolino più comodamente all’ingresso della città. Luigi XI e tutti i suoi simili deciderebbero all’unanimità, che coloro sono pazzi.

Confesso che al primo colpo d’occhio questo furore d’intraprendere mi aveva quasi spaventato; ho chiesto a me stesso, se questa giovine ed impetuosa Marsiglia non isprecava storditamente i suoi ben nati e nascituri; se non conveniva di darle un consiglio giudiziario invece d’un consiglio municipale; il budget della città mi ha risposto: le spese le più enormi e le più folli in apparenza si riducono a nulla allorquando colui che le fa è in via di prosperità, allorchè tutto gli va a seconda e che il denaro gettato dalla finestra rientra immediatamente per la porta seguito da grossi interessi. Gli stabilimenti privati che fioriscono a Marsiglia provano abbondantemente questa verità. L’amministrazione dei teatri paga 75,000 franchi all’anno di pigione; essa dà 500 franchi al mese al suo primo tenore; 2,500 franchi al suo basso; 4000 franchi alla sua prima cantante, e tutto nella stessa proporzione. Eppure i direttori hanno incassato 75,000 franchi di guadagno netto nel 1857. I caffè dove si canta, del Casino e dell’Alcazar sfoggiano un lusso quasi ridicolo che stupirebbe gli abitanti di Parigi; ma più spendono, più guadagnano e la follia dei loro sborsi gli arricchisce in pochissimo tempo. Gli azionisti del giardino zoologico hanno acquistato il loro terreno nel 1855. Era un affare di 118,000 franchi senza contare le costruzioni e le bestie. Ma il solo introito del 1857 ascende a 95660 franchi. La raccolta di un anno copre quasi il capitale, come nella cultura del lino.

Passate dal piccolo al grande, e i risultati sono gli stessi. Le spese della città aumentano tutti gli anni. Esse vanno con passo rapido, ma che importa? Se i redditi hanno sempre uno o due milioni d’avanzo! Si sborsano circa dieci milioni nel 1855, e se ne incassano più di dodici. L’anno seguente per undici milioni spesi se ne introitano tredici. Nel 1857, si fanno delle follie: diciotto milioni e mezzo. L’introito giunge quasi a venti milioni. Sapete voi che vi sono degli Stati in Europa il cui budget non ascende a tanto? Comunque sia non ne conosco alcuno la cui prosperità si sviluppi così rapidamente.

Si ha tanta fiducia nei destini di Marsiglia, si conoscono tanto bene le sue entrate, la si crede tanto solvibile, che può tôrre ad imprestito ciò che le piacerà. Tutti i prestiti che ha aperto furono sottoscritti immediatamente dai cittadini della città all’interesse il più moderato, cioè per la maggior parte al 4-1/2 %.

Il suo bilancio può compilarsi con poche righe; esso prova la saviezza dei suoi amministratori. La città è autorizzata con diverse leggi a prendere ad imprestito 43,250,000 franchi. Essa ha realizzato 35,750,000 franchi e ne ha di già rimborsati 8,900,000. Sono dunque 26,850,000 franchi di cui è debitrice, una bagattella! Un uomo che ha 20,000 franchi di rendita e che ne spende 12,500 può fare 27,000 franchi di debiti senza incorrere nell’interdizione. Gli si permetterebbe d’indebitarsi del triplo, se sperasse nell’avvenire qualche buona eredità. Ora la mia Marsiglia è figlia del commercio e dell’industria, ha quindi nell’avvenire un’eredità illimitata e delle speranze incalcolabili.

La sua spesa principale è stata la costruzione del canale della Duranza, che costa circa 35 milioni e mezzo, ma la vendita delle acque produce già 450,000 franchi all’anno, senza parlare della salubrità acquistata dalla città, della polvere compressa, e della campagna trasformata. La costruzione dei porti è intrapresa a spese comuni dalla città, dal dipartimento e dallo Stato. È la città che ne raccoglierà i primi frutti. La cattedrale costerà cara. Quanto? Nessuno può dirlo. Il preventivo dei fondamenti è di circa 1,300,000 franchi. Ma era impossibile che il vescovo di Marsiglia officiasse più a lungo in una chiesa di villaggio. Lo Stato ha sottoscritto per due milioni e mezzo, la città ne darà quattro; uno sul suo _budget_, tre sui terreni della Joliette che ha venduti. Il palazzo di giustizia costerà quattro milioni, ma è il dipartimento che paga. La borsa ne costerà sei e mezzo, ma è la camera di commercio che fa quasi tutte le spese. La città fornirà una sovvenzione di 600,000 franchi pagabili in dieci anni; essa ha ceduto il suolo delle strade.

Si va a construire una residenza imperiale al sud del vecchio porto, sull’area della riserva vicino, a quel villaggio dei Catalani che Monte-Cristo ha reso celebre. Già da molto tempo il villaggio dei Catalani non è più che un’ombra. Questa repubblica di pescatori, portata dall’emigrazione, si è messa di nuovo ad emigrare. È per odio della coscrizione marittima, od è forse perchè il pesce manca sulle nostre coste? Non si sa. Intanto il fatto è che il piccolo porto si fa deserto e che le celle imbiancate colla calce sono quasi vuote. È molto se odesi in quella solitudine il suono gutturale d’una frase spagnuola: bisogna errare molto tempo fra le ruine prima d’incontrare sulla soglia d’una porta aperta una vecchia donna col volto abbronzito che pulisce la testa del suo nipotino.

I Marsigliesi spendono il loro reddito comune da uomini intelligenti, non dico da artisti. Gente di spirito fin che si vorrà; io sono pronto ad esagerare ancora tutti i superlativi delle lodi, ma in materia d’arti non è ad essi che io domanderò parere. Il saper discernere il bello è un frutto dell’educazione piuttosto che un dono di natura, ed i Marsigliesi non hanno ancora vôlto la loro mente da quella parte. Manca loro quella tradizione d’arte che si è conservata qua e là in alcune città di Francia, a Lilla, a Valenciennes, a Digione, a Grenoble, a Lione e direi perfino a Bordeaux. I nuovi edifizj di Marsiglia non s’annunziano come capi lavori di architettura: si fanno ugualmente bene a Washington e a Cincinnati. Dinanzi la nuova borsa, che è decisamente brutta, si vede un carnefice che mostra al popolo una testa tagliata di fresco. È la statua di Puget martellata da Ramus, e offerta in dono alla città da un gran signore di Gerusalemme. Il museo non manca di buoni quadri, ma non sono nè ben collocati, nè bene conservati, nè ben mantenuti. Egli è qui che mi disgusto col consiglio municipale di Marsiglia. È spiacevole che di due sale di pittura la prima sia mal rischiarata e la seconda non lo sia affatto. Si deplora di veder sedere in trono al posto d’onore cinque o sei scarabocchi della scuola moderna, quando il _Mercurio_ di Raffaello copiato alla Farnesina dal sig. Ingres è collocato sotto la soffitta, nell’angolo più oscuro d’una camera tetra. Infine i ristauratori del paese sono quasi altrettanto imprudenti quanto i nostri vandali di Parigi.

Di tutti i privilegi municipali sapete voi qual è quello che si ama di più in provincia? quello di cui si è più fieri? quello che si difende con maggiore ostinazione contro le usurpazioni della capitale? È il diritto di demolire un bel fabbricato per erigerne uno brutto; di scegliere una cattiva statua fra dieci di buone, di fare la notte e il giorno in un museo, e di eleggere un professore di disegno che non sappia disegnare. Questo furore non è esclusivamente francese; si può osservarlo a bell’agio in tutta l’Europa incivilita, ed esso contribuisce, da un certo numero d’anni, alla decadenza che vediamo. In ogni città di dieci mila anime i notabili dicono unanimemente: Noi abbiamo il diritto per il nostro denaro di proteggere le arti a nostro modo; nessun potere umano non può impedirci di condurre la barca di traverso, attesochè il carico è nostro.