Part 2
Or sono alcuni anni, un Marsigliese che aveva fatto fortuna all’estero, dopo alcune vicissitudini, legò la propria sostanza alla sua città natale e stipulò che i redditi sarebbero consacrati a liberare i prigionieri per debiti. Videsi allora un legatario assai imbarazzato, ed era il consiglio municipale di Marsiglia. Aveva un bel cercare prigionieri per debiti, che non se ne faceva in quella città. Poco mancò che il legato non venisse spedito all’altro mondo siccome inutile, ingiurioso ed incompatibile colle costumanze attuali. La cosa era a tal punto allorchè uno scaltro borghese disse al suo vicino: «Fammi gettar in prigione per debiti; sarò liberato coi denari del legato di quell’uomo dabbene, e noi spartiremo il danaro.» L’invenzione parve così saggia, che la prigione trovò alfine qualche inquilino. Essa non ne avrebbe mai avuto, se non fossevi stato quel benefattore Marsigliese.
Cotesta tolleranza all’americana, cotesta indifferenza in materia di religione commerciale, reca delle inconvenienze che non occorre accennare; tuttavia non è priva di qualche vantaggio. Rallentando la briglia agli speculatori arditi, infervorando i timidi, essa accelerò il progresso della città e contribuì alla prosperità della Francia. So benissimo quanto si può dire giustamente, contro lo spirito avventuriero, ma quando veggo quale slancio i Marsigliesi diano alla pubblica ricchezza, con quale impeto si gettino in un affare, con quale gara essi s’impegnino in un’impresa dacchè loro sembra utile, quanto audaci siano i loro capitali, pronti a mostrarsi ed inclinati a moltiplicarsi col movimento, sento una certa secreta smania di scusare cotesto romanticismo commerciale, che essi neutralizzano tra noi.
È egli necessario aggiungere che la grandezza degl’interessi e l’ardimento delle imprese li rende larghi, ospitalieri e generosi fino alla prodigalità? I commercianti della scuola primitiva (se ne trova ancora qualche tipo a Rouan, a Lione e a Saint-Etienne) sarebbero maravigliati di vedere come l’oro guizza nelle mani d’un negoziante marsigliese. Il pezzo di venti franchi non è più timido a Marsiglia che a Parigi; vi si nasconde sì poco, e vi fa i medesimi salti. Il lusso, vizio eccellente, salutare e lodevole fra tutti quand’è sorretto dal lavoro, fiorisce sulla Canebière così baldanzosamente come sui nostri boulevard. Marsiglia consuma più seterie che Lione e più nastri che Saint-Etienne; la _Riserva_ vede saltare più turaccioli che il _Molino Rosso_ od il _Padiglione d’Armenouville_; e per ultimo, cosa incredibile a dirsi! tutti i palchi del gran teatro sono affittati ad anno.
Ho passato a Marsiglia una settimana di otto o dieci giorni, durante i quali gli abitanti mi hanno fatto gli onori del paese e di sè medesimi con una squisita cordialità. Ho trovato le loro sale ed i loro cuori aperti, e mi sono convinto che non erano più avari della loro amicizia che del resto. Quello ch’io conosco de’ loro piccoli difetti, sono essi che me l’hanno detto; poichè volentieri si confessano.
Confessano che l’amore dell’aria libera e certo spirito di vagabondaggio gli spingono troppo spesso fuori delle loro dimore. Se si lasciano trovare due o tre volte al giorno in casa loro, non vi rimangono però mai. Gli affari, il circolo, il giuoco, il chiasso, il movimento, il sigaro, certo abbandono di modi, che non si permetterebbe in casa propria: ecco i vincoli che riuniscono gli uomini in gruppo e li ritengono lontani dalla casa. Cotesta vita esterna comincia colla pubertà e si prolunga quanto la vecchiaja. Il matrimonio l’interrompe per la durata d’una luna di miele, poscia l’abitudine ripiglia i suoi diritti. Sonvi molte derelitte, le quali per consolarsi si gettano nelle braccia della religione, e frequentano le chiese. Sarebbe facile ad esse l’andare più lontano, poichè sono belle, od almeno assai attraenti. Ma non hanno null’altro di vivace che gli occhi, e ciò è molto opportuno pei signori mariti.
Ben v’imaginerete che gente sì dedita alla vita attiva non può perdere gran tempo nella lettura. Divorano i libri, e trovano assai comodo lo sfogliar i giornali. Se i libraj mi dissero il vero, in quella città di 290,000 anime non si vendono dieci copie di Molière in un anno, e, trascorso il tempo delle strenne, non se ne vende più nessuna. I libraj sono ben informati per cotesto genere di statistica, poichè s’incaricano di porgere l’alimento agl’intelletti. Cionullostante si contano in Marsiglia alcuni uomini serii e colti; hanno da 45 a 60 anni, ed è una generazione che sparisce. Vi si noverano ben anche due dilettanti di pittura, di cui l’uno è inoltre un conoscitore erudito. Possiede, se ben mi ricordo, cinque quadri, la _Maddalena_ di Van Dyck, un ammirabile _Cristo_ di Rembrandt, e tre Poussin, di cui uno è un capo lavoro. Queste cinque tele vengono dal loro padrone conservate con rispetto religioso in una sala espressamente fabbricata, che riceve la luce dall’alto: sono idoli in un tempio. L’altra galleria non regge al paragone, benchè abbia costato assai più, e valga forse non minor prezzo (circa 150,000 franchi).
La pittura moderna non è in grande onore a Marsiglia, e quando per avventura vi nasca un artista di genio, bisogna compiangerlo. La fame lo caccerà verso Lione, verso Parigi, ed anche (s’è visto) fino a Costantinopoli. Può recare giusta sorpresa che i ricchi negozianti, quando fabbricano in città od in campagna, prodighino i marmi, gli stucchi, i metalli, ed i legni preziosi, e siano poi taccagni unicamente sull’arte, che è il più bel lusso della vita. Ho visitato, sulla spiaggia del mare, de’ padiglioni assai eleganti, situati a meraviglia, ben costruiti e mobigliati, tappezzati di piante rare, circondati da deliziose fontane, popolati d’uccelli miracolosi e sconciati da affreschi degni di taverna. Un solo milionario ebbe il coraggio d’introdurre gli artisti nel suo palazzo di Marsiglia e nella sua villa di Montredon. Questo esempio sarà desso imitato? Lo desidero, ma non lo spero. Non è impossibile che la nuova generazione possa lasciarsi innamorare dalle belle arti; ma se presto fede a’ miei presentimenti, si dedicherà di preferenza ai cavalli, ai cocchi ed a tutte le inezie della corsa.
La caccia è già in grande onore nelle vicinanze della Canebière, e fa piacere il sentire i Marsigliesi medesimi burlarsi della loro passione per quest’esercizio fragoroso. E di vero è più il chiasso che vi fanno che non la preda, poichè la selvaggina è quasi ignota in quel paese. Evvi cacciatore che fece ben sette leghe per pigliarsi un’allodola. Ogni castello, ogni villa, ogni casolare, e finanche la più modesta capanna è fiancheggiata da un sito per i tordi. Questo sito è una stanzuccia formata di fogliame, cinta di rami che attendono l’uccello. Guai al povero volatile che si smarrisce nel dipartimento delle Bocche del Rodano! Ogni albero su cui tenta posare l’espone al fuoco d’un nemico. Fugge da sito a sito, in mezzo al piombo, al fracasso ed al fumo, finchè cade morto: ed ecco cento cacciatori accorrono per disputarsene la preda. In mancanza di tordi si uccidono merli, ed in mancanza di questi, passeri e rondinelle. Una rondinella, dicesi, vale quattro soldi sul mercato. La campagna è spopolata d’uccelli, poichè i bersaglieri marsigliesi hanno un colpo d’occhio infallibile. Se mai nella profonda pace d’una notte di primavera, l’usignuolo spiegasse incautamente la sua bella limpida voce, i cacciatori si porrebbero subito in campagna, e non lo risparmierebbero di certo.
Io non ho assistito a queste caccie inverosimili, onde in tal proposito ripeto quanto i miei amici di Marsiglia mi hanno raccontato. Ma co’ miei occhi ho veduto i Marsigliesi al teatro, ed è sempre uno spettacolo interessante. Essi sono sinceramente appassionati per la musica, siccome tutti i popoli meridionali; nè mi si leverà dalla mente l’idea, che la smania di dilettante nel Nord non proceda un po’ dall’affettazione. I Marsigliesi amano dunque la musica, e vanno all’Opera non per altra cosa che per poter dire: «Ci sono andato.» Sono essi grandi conoscitori? Non lo giurerei. Evvi davvero qualche pubblico che sia intelligente? Ho sentito jeri sera una platea italiana applaudire i cantanti ogni volta che gridavano troppo forte; e questo fenomeno si riproduce ben sovente a Marsiglia. Si applaude al talento puro e classico di Carolina Duprez; ma quando Armandi è in voce, è tutt’altra scena! Armandi è un tenore più che mediocre, e s’è veduto far naufragio all’Opera, nella parte di Roberto. Egli ha preso terra a Marsiglia, ed ivi, colla bagattella di cinque mila franchi al mese, suscita alternativamente l’entusiasmo ed il furore del pubblico. Lo si fischia e lo si applaudisce nel medesimo pezzo; gli si gettano torsi di cavolo e mazzi di fiori, si porta alle stelle e si minaccia di sprofondarlo nel porto. L’emblema di quel pubblico dovrebb’essere: «All’eccesso!»
Si rappresentano drammi e vaudeville in una sala disadorna ma sempre affollata: ivi è la voga. Ho veduto la prima rappresentazione d’un dramma inedito di Alessandro Dumas: _I Guardaboschi_. Il lavoro era improvvisato, ma vi si sentiva in più d’un luogo la mano del maestro. Il pubblico mostrossi indeciso fino alla fine dell’atto terzo; non diceva nè si nè no. Sentivasi lusingato dal sapere che un uomo di talento, una celebrità, fosse venuto espressamente da Parigi per offrirgli delle primizie, ma nell’ombrosa sua vanità non voleva essere zimbello accettando roba di scarto. Due o tre scene eccellenti lo rassicurarono interamente, e gli chiarirono fino all’evidenza che non si voleva punto burlarsi di lui. Allora cominciò un fremito di gioja, una furia d’ammirazione, che non erasi ancora calmata tre ore dopo la calata del sipario. Il nome dell’autore fu proclamato fra mezzo ad un diluvio di fiori; l’Ateneo operajo slanciò sulla scena una corona di carta dorata, grande come l’anello di Saturno; il direttore recò sopra un cuscino di velluto una corona d’argento massiccio, l’autore trascinato alla ribalta fu accolto con tale salva d’applausi, che lo fecero quasi cadere a rovescio. Fuggì al suo albergo, ma la folla degli spettatori ve lo seguì. Si preparò un concerto di stromenti sotto le sue finestre; e buono o mal grado, ei dovette affacciarsi al balcone, discendere in istrada, ascoltare delle aringhe, parlare al popolo, abbracciare la folla: la città non si ridusse al riposo prima delle tre del mattino. Ecco i Marsigliesi quando vi si mettono! Il giorno seguente la rappresentazione medesima non ottenne introito; chè i Marsigliesi avevano fatto le loro riflessioni e pensavano che, tutto ben ponderato, il dramma che gli aveva fatti fremere, piangere, ridere, era scritto troppo facilmente. Eppure il cartello del Ginnasio portava in lettere cubitali: _I Guardaboschi_, di A. Dumas, _membro dell’Ateneo operajo di Marsiglia_. Nello stesso giorno davasi all’Opera: _Il Barbiere di Siviglia_, di Beaumarchais e Castilblaze. Beaumarchais mi è tanto caro.
Voi non conoscereste se non a mezzo il popolo di Marsiglia, se mi dimenticassi di dirvi che è nemico giurato del popolo d’Aix. Atene non fu mai tanto animata contro i suoi vicini d’Egina. Aix può dirsi un’ex-grande città: ha sofferto delle calamità, ma conserva ancora delle belle reliquie. Le rimane sopratutto una corte imperiale, un arcivescovado ed una piccola Sorbona, che molto piacerebbero agli abitanti di Marsiglia, onde si dimandano con qualche dispetto, perchè mai quelle cose là non si vendano al mercato.
Gli abitanti d’Aix non fanno affari e non guadagnano denaro. Hanno de’ bei nomi, de’ splendidi palazzi, de’ castelli rispettabili, aggravati da qualche ipoteca. Guardano dall’alto lo spirito mercantile e l’attività febbrile de’ Marsigliesi, si dànno vanto di sdegnare le cose materiali; frequentano le lezioni della Facoltà di Belle Lettere; il loro regno non è di questo mondo; essi sono puri spiriti, simili ai gigli delle valli, che non sanno nè filare nè tessere, e che nullameno indossano candida veste. Se tutte le città di Francia fossero animate da spirito consimile, noi non saremmo già alla testa dell’incivilimento.
Bisogna sentire i Marsigliesi sul conto de’ loro vicini! Mi ricordo che un giorno del mese di marzo eravamo una buona ventina di chiassosi, dopo pranzo, nella serra d’un castello in riva al mare. La conversazione aveva già fatto due o tre volte il giro del mondo. Un commensale ci aveva raccontato siccome certo pascià d’Egitto, desiderando mettere alla testa del suo esercito una banda europea, scrisse al suo corrispondente di Marsiglia, che gliene mandasse una. Il negoziante comprò gli stromenti più perfetti e gl’imbarcò per Alessandria. Il pascià, lietissimo della bellezza di tutti quegli oggetti di ottone, subito li fece distribuire ai soldati più vigorosi del suo esercito, ed ordinò loro, sotto pena del bastone, di suonargli qualche cosa. Eseguirono essi una tale babelica cacofonia, che furono subito castigati con una selva di bastonate, e si chiamarono altri individui. Dopo varj esperimenti del pari inutili, il pascià venne a dubitare della qualità della merce, che gli era stata spedita, ne mosse lamento; ma il commissario protestò, che aveva fatto il meglio, e vi tenne dietro un lungo carteggio. Da ultimo il Marsigliese fecesi a dimandare al pascià, se aveva de’ suonatori? «E chè!» rispose l’altro, «se avessi de’ suonatori, non avrei bisogno di musica.»
Un altro ci aveva narrata la storia molto più recente di quel re del Gabon che scrisse (sempre a Marsiglia) per dimandare delle corazze. Fatta la consegna, il re medesimo s’accinse a farne la prima esperienza, radunò il consiglio de’ ministri, di sua mano indossò loro la corazza, e poi vi sparò contro un cannone carico a mitraglia. Ora non solamente il negro monarca protestò di lasciare le corazze per conto, ma reclamò il prezzo di sette od otto Eccellenze uccise dal cannone.
Anche Aix, alla sua volta, ci fu dipinto sotto colori più bizzarri che l’Egitto ed il Gabon. Non c’era nessuno che non vi fosse stato, che non avesse veduto falciar l’erba nelle vie, trovato delle testuggini in terra sulla piazza grande, incontrato delle portantine, inteso suonare il coprifuoco a quattr’ore di sera, o strappato qualche grande ragnatela all’ingresso d’una bottega. Uno degli assistenti si era reso celebre, or sono alcuni anni, proponendo nel consiglio municipale di Marsiglia di comprare le case d’Aix per una ventina di milioni e congedarvi tutti gl’indigeni.
Per tale maniera, l’arcivescovado, la corte imperiale, e le tre facoltà, per grazia o per forza, avrebbero dovuto trasmigrare a Marsiglia. Cotest’idea, assai comica in sè stessa, vi parrebbe assai più ridevole se mi fosse dato di dipingervi i gesti dell’oratore, la vivacità della sua fisonomia, il fuoco de’ suoi sguardi; e lo spirito, il brio, la bonomia, e la malizia che leggevansi su tutti i volti dell’uditorio. Alessandro Dumas è forse il primo narratore della Francia; ma in quella conversazione ei sostenne quasi la parte d’un personaggio muto. La facondia marsigliese di Berteaud l’aveva reso attonito.
L’industria, il commercio e la speculazione si dividono la città di Marsiglia.
L’industria abitava già tempo la vetta delle montagne, la sponda de’ torrenti, l’interno delle selve; ora la trovo meglio stanziata nei porti. Il mare ci reca le materie prime e n’esporta i prodotti manofatti. Il grande operajo, il motore universale, il carbone che fa rimbombare i martelli delle officine, si trasporta economicamente sulla intera superficie de’ mari. Marsiglia in breve tempo diverrà una delle capitali dell’industria francese, e le sue fabbriche faranno tanto romore da ridestarne Bordeaux.
Intanto le principali industrie della città occupano ad un dipresso ventimila operaj. Vi si fabbrica zucchero, olio, sapone, poichè noi siamo nella metropoli della spezierìa francese.
Lo zucchero di canne ci giunge dalle colonie entro casse o entro ballotti, sotto forma d’una polve nerastra e grumosa. I raffinatori marsigliesi lo mescolano, lo fondono, lo cuociono, lo clarificano, lo disseccano in pani, e di nuovo lo riducono in polve; disseminano su tutte le coste del Mediterraneo cotesta polve bianca, cristallina e brillante, di cui i meridionali sono sì ghiotti. La metamorfosi dello zucchero nero in bianco durava da tre a quattro settimane, a’ tempi che il tragitto da Marsiglia a Costantinopoli durava tre o quattro mesi. Attualmente l’onnipotenza del vapore trasforma lo zucchero in otto giorni, e lo trasporta in una settimana, ed i nostri raffinatori raddoppiano, per così dire, il loro capitale ad ogni istante. Sopra cento milioni di chilogrammi che se ne consumano tutti gli anni nel Mediterraneo, Marsiglia ne somministra venti; i Belgi e gli Olandesi fanno il resto. Fra vent’anni, a Dio piacendo, tutto il mercato ci apparterrà, e Marsiglia sarà in grado d’inzuccherare il Mediterraneo come una semplice tazza di caffè.
Non è già d’olive l’olio che si fabbrica a Marsiglia: toglietevi questo pregiudizio dal capo. L’olio d’olive si fabbrica in campagna, a poco a poco, a seconda delle raccolte, sempre scarse; è quasi un’industria domestica. I mulini della città, che girano ventiquattro ore al giorno, schiaccerebbero in un momento tutte le olive della Provenza. È un cibo troppo vuoto da mettere sotto i loro denti; recate loro de’ vascelli carichi di sesamo, d’arachide o di noci di cocco: ecco il pascolo che loro si conviene.
_Sesamo, apriti!_ è la parola d’Aladino nel racconto delle _Mille e una Notti_. A questa magica frase, la caverna de’ tesori si spalanca. Chi ce l’avrebbe detto, quando eravamo fanciulli, che il sesamo, fuor d’ogni magia, racchiudesse inesauribili tesori? È un granello dell’India, piano, bislungo, nerastro; ne ho veduto delle belle montagne nei magazzini di Marsiglia. Lo si fa passare sotto il laminatojo: _Sesamo, apriti!_ Ne schizza fuori un olio bianco, limpido, eccellente a mangiarsi. Lo si porta poscia sotto macine enormi di granito di Scozia: _Sesamo, apriti!_ Lo si sottopone all’azione di macchine idrauliche che possono spezzare una colonna d’acciajo siccome un fanciullo romperebbe una noce: _Sesamo, apriti!_ Lo si schiaccia a caldo, se ne ritrae dell’olio per la saponeria, dell’olio d’ardere, e quando si è consumato fino all’ultima stilla, rimane una torta, un pastone atto ancora ad ingrassare i campi.
Il sesamo d’Aladino è chiamato ai più alti destini. Detronizzerà le arachidi, le rape, i papaveri, i faggiuoli, le noci e fino le olive, allorquando il nolo de’ vascelli dell’India sarà meno caro. Granello che diverrà gigante, quando sarà traforato l’istmo di Suez.
Non voglio abbandonare l’olio e lo zucchero senza parlarvi dello spettacolo più interessante che mi sia stato mostrato a Marsiglia. Mi venne fatta vedere, in uno studio fangoso, affumicato, più che modesto, una vedova ancor giovane, la quale riceveva in abito nero e colla penna alla mano tutti gli ambasciatori del commercio. Essa governa e fa prosperare due fabbriche d’olio importanti ed un’enorme raffineria; compra e suddivide de’ grandi terreni al nord della città, acquista un possesso d’un milione in un dipartimento vicino, vi scopre delle miniere di ferro, vi erige alti fornelli, guadagna un milione e mezzo con processi contro le comuni confinanti, scopre una miniera di rame, la sola che siavi in Francia, e s’accinge ad utilizzarla; nel tempo medesimo che alleva diciasette ragazzi, figlie, nipoti, senza tener conto de’ pronipoti. Cotesta persona straordinaria e per nulla stravagante, che fa circolare una decina di milioni senza far chiasso, ha posto da sè medesima le fondamenta della sua fortuna. Ben vedete che la spezieria è prossima parente della magia. _Sesamo, apriti!_
La fabbricazione de’ saponi non va punto soggetta a progressi, come quella degli zuccheri e degli olii. Non ha fatto quasi un passo da duecento anni in qua; era già adulta dalla nascita, siccome Minerva, sorta bella e armata dal cervello di Giove. Il solo cangiamento da accennarsi si è, che dopo l’invenzione della soda fattizia, gli olii di sesamo acquistarono diritto di cittadinanza nel paese della saponeria. Ma le fabbriche di sapone che infettano di puzzo tutto un quartiere al sud del vecchio porto, hanno conservato un aspetto antico e primitivo. Figuratevi un’immensa navata, dove alcune caldaje ciclopiche, riscaldate da invisibili focolari, bollono e spumeggiano in silenzio. Un po’ più lontano il sapone si raffredda entro ampj serbatoj; quindi si taglia in pezzi quadrati, si pesa, s’imballa: il vapore qui non c’entra. Coteste vaste case sono templi d’industria patriarcale e di probità ereditaria. Il fabbricatore si studia di conservare la riputazione del suo marchio, e non è cosa facile, mentre la minima falsificazione negli olii che compra può guastare un’intera partita di sapone. È sopratutto in causa della saponeria, che Marsiglia meritava per lo passato la sua fama d’infezione e di sudiciume. Nulla è più sporco del sapone, quando lo si sta facendo, mentre lascia dietro di sè dei residui liquidi e solidi, che i Marsigliesi dell’età dell’oro deponevano alla loro porta, o lasciavano sgorgare nel porto. L’amministrazione non permette coteste licenze: si fanno gettare le acque lorde lontano dal porto, e le terre fetide lontano dalla città. Forse un giorno ogni industria saponaria si trasferirà ne’ sobborghi. I fabbricatori, se si decideranno ad emigrare ad alcuni chilometri, economizzeranno le spese di trasporto ed il dazio consumo che pesano sui loro prodotti; essi restituiranno alla popolazione agiata di Marsiglia un bel quartiere ben tracciato e ben costrutto, reso inabitabile dalla puzza. Potranno stabilirsi nelle vicinanze delle fabbriche di soda, dove mille operaj lavorano per essi.
Non mi allontanerò troppo dalla spezieria dicendo, che si trovano a Marsiglia diciotto raffinerie di zolfo e quaranta fabbriche di paste d’Italia. Vi si preparano quelle confetture del mezzodì che hanno fatto a Castelmuro una rinomanza europea. Ma il canale della Duranza, fecondando un suolo polveroso, ha aumentato la bellezza dei frutti a scapito del loro sapore. Se ne raccolgono in maggior quantità e sono molto più grossi dappoichè sono meglio nutriti, ma hanno perduto quella quintessenza d’aridità che li distingueva dagli altri. I frutti sono come gli uomini: un po’ di miseria li rende migliori.
Mi fu mostrata a Marsiglia una piccola officina, veramente curiosa e che, se non erro, è unica nel suo genere. È una fabbrica di turaccioli di sughero ove tutto si fa a vapore. Avevo visto altre volte un operajo abile, armato d’un coltello ben affilato, tagliar fuori dei turaccioli dalla scorza della quercia-sughero, e mi sembrava impossibile che una forza cieca e priva d’intelligenza eseguisse un lavoro sì dilicato. Ma la macchina che mi si fece vedere ha dello spirito come una persona e della destrezza come una fata. Il fabbro o piuttosto bigiottiere che l’ha costrutta, sarebbe nel novero degli Dei, se avesse avuto la precauzione di nascere due o tre mila anni più presto. Vorrei poter mostrarvi quelle piccole mani d’acciajo liscio che afferrano il sughero greggio, lo volgono, lo rivolgono, lo tagliano in forma cilindrica, lo assottigliano a guisa di cono, si fermano per tastare se va bene, lo gettano nello scarto se va male, lo ritoccano se occorre, e lo gettano finalmente in una cesta nello stato di turacciolo finito sotto gli occhi del capo-fabbrica. È un piacere il sorvegliare questi operaj metallurgici, che lavorano dalla mattina alla sera senz’altro stimolo che un colpo di stantuffo, con una goccia d’olio per tutto alimento. Mi si disse che le piccole mani della macchina guastavano un po’ più di sughero di quelle dell’uomo. Stento a crederlo, ma in ogni caso l’economia della mano d’opera compensa largamente il calo.