Part 1
ROMA CONTEMPORANEA
PER EDMONDO ABOUT
MILANO PRESSO FRANCESCO COLOMBO EDITORE-LIBRAJO Contrada S. Martino, N. 3 rosso 1861
TIP. ALBERTARI
A
FRANCESCO SARCEY
IN ATTESTATO
D’ANTICA E FRATERNA AMICIZIA.
PREFAZIONE
_Questo non è nè un libello nè un libro politico. Se il lettore vi cercasse delle considerazioni generali sul governo del papa, si vedrebbe deluso nella sua aspettazione._
_Si disse a difesa e contro il potere temporale tutto quanto dirsi poteva; e quanto a me non ho nè autorità nè libertà sufficiente per riassumere i dibattimenti. Ho sostenuto una parte troppo attiva e come accusatore e come accusato, perchè la mia imparzialità non sia sospetta. La parola tocca al presidente, il quale tace._
_E potrebbe darsi eziandio che il tempo delle discussioni fosse passato, non meno che il tempo de’ saggi consigli e delle utili riforme. La questione romana è abbastanza ben chiarita, perchè i meno perspicaci distinguano il vero, e perchè i più esitanti abbiano preso una risoluzione. Gli uni si sono decisi per delle ragioni di coscienza, gli altri per ragioni d’interesse o di politica; ma certo si è che l’azione è venuta a succedere alla parola._
_Il lavoro adunque che offro al pubblico non è altro che uno studio letterario sugli Stati del papa: in esso ho raccolto in corpo di volume tutte le osservazioni che aveva notato durante un viaggio di sei mesi._
_Questi materiali giacquero nel mio scrittojo per ben due anni: cionullostante mi sembra che siansi piuttosto maturati che non invecchiati. Roma non si è sensibilmente cambiata sotto un regime che si fa gloria d’essere immutabile. Bologna ed alcune altre città non fecero che proclamare una rivoluzione, che era già compiuta da lungo tempo negli animi e nei costumi._
_Il giorno in cui tutti i sudditi del Santo Padre avranno le medesime idee, i medesimi costumi ed i medesimi diritti che i Bolognesi nel 1860, il mio libro non sarà altro che una curiosità archeologica; ma non ne moverò lamento._
VIAGGIO
Dicesi che ogni strada mena a Roma; ma per noi cittadini di Parigi, la via più breve è quella che passa per Marsiglia.
Perchè il nome della Canebière è comico a Parigi? D’onde procede che Marsiglia ed i Marsigliesi abbiano ereditato il privilegio di farci ridere, dacchè la Garonna ed i Guasconi più non ci divertono? I _sandi!_ ed i _cadedi!_ che sollazzavano i contemporanei di Molière, sono caduti nel dominio della storia, siccome le facezie militari scritte sulle pareti di Pompei: più non si ride se non delle esclamazioni marsigliesi. Ne’ crocchi di giovani, un narratore che sappia fare da Marsigliese è sicuro di rapire l’uditorio; certe facezie, accompagnate da certe smorfie e condite da certo accento, commovono infallibilmente la milza più refrattaria. Tutto è ridicolo in quel Marsiglia di convenzione che i begli spiriti ci hanno fabbricato: l’aridità del suolo, il sucidume delle vie, l’infezione del porto, la rozzezza degli uomini. Il Marsigliese da scherzo è una specie di scimia burbera che mangia dell’aglio, purga degli olii, vende dei negri, e da del tu a tutti quanti. E perchè il popolo più attivo e più interessante della Francia si è tirato addosso questo ridicolo? Perchè i più diretti discendenti dell’antica Grecia servono di zimbello agli Ateniesi di Parigi? Perchè tutti questi peccati veniali di lesa maestà contro la regina del Mediterraneo? Perchè? perchè? perchè?
Perchè Marsiglia regalava ai giornali dì Parigi una dozzina di compilatori maligni, che un po’ troppo spiritosamente ci fecero gli onori del loro paese. Non parlo nè di Amedeo Achard, nè di Mery, nè di Luigi Reybaud, nè di Leone Gozlan, nè di coloro che erano abbastanza ricchi di loro proprio ingegno per lasciar Marsiglia in pace. Ma dopo l’emigrazione dei principi è venuta l’emigrazione dei popoli. Ogni volta che un Provenzaletto, mosso da prurito d’ambizione, povero d’idee, sbarca negli ufficj d’un giornaletto, il suo articolo d’esordio è bello e trovato: la Canebière! I primi scherzarono, i seguenti caricarono la tinta; il comico lasciò il posto al buffone, il buffone al grottesco, e Marsiglia ricevette dalle mani de’ suoi figli cinque o sei strati di ridicolo, che non si possono cancellare in un solo giorno. Essa se ne consola, dicendo: La è colpa mia; non sarei sì ridicola se non avessi fatto tutti questi uomini di spirito.
Quanto a me, lo confesso umilmente, Marsiglia non mi ha fatto ridere. È uno spettacolo che dà a pensare. Per poco interesse che si prenda all’avvenire della Francia, si osserva con curiosità passionata questa città vivente, che va crescendo ed allargandosi quasi a vista d’occhio, siccome una pianta de’ tropici; si sospende il proprio respiro per rimirare correre questo popolo avventuriero, che pazzamente galoppa su tutte le vie del progresso, a rischio di rompervisi il collo.
Aveva abbandonato Parigi sulla metà di marzo, un gran mese prima della fine d’inverno. Ma gl’inverni di Parigi sono sì aggradevoli, che un uomo che sia dedito ad occupazioni non saprebbe rinunciarvi troppo presto. Me ne andava ben lungi e per lungo tempo, carico di mille questioni da risolversi, felice d’avere uno scopo, e confortando il mio rammarico colla speranza di riportarne un libro.
Da Parigi a Marsiglia il viaggio mi parve eterno, poichè presentiva che in un prossimo avvenire si potrebbe farlo più presto. Senza dubbio è piacevole l’attraversare la Francia in venti ore, in un’eccellente carrozza; ma il vapore non mantiene ancora tutto che ci ha promesso. Quando si viaggia per viaggiare, vale a dire per godere ad ogni passo della varietà degli oggetti, non saprebbesi andare troppo lentamente; ma quando si prende la strada ferrata, si è per arrivare, e non per altro; non saprebbesi dunque andare troppo presto. La strada da Parigi al Mediterraneo, una delle più perfette che siano in Francia, si ferma ancora troppo spesso e troppo lungo tempo, quando trasporta viaggiatori.
Conduce la valigia delle Indie in dodici ore; anzi ne’ giorni passati fece meglio, poichè una locomotiva spedita da Marsiglia con un pacchetto dell’amministrazione, è caduta, nove ore dopo, come una bomba, nella stazione di Parigi. Ecco il vero impiego delle strade ferrate. Per un semplice passeggio, basta il bordone.
A partire da Lione, dove perdemmo un’ora, il clima si raddolcì, il sole si fece sentire e gli alberi fiorirono sui lati della strada: avreste detto che la primavera ci veniva incontro. A Parigi ci avevano dato de’ scaldatoj, a Valenza ci furono offerti i sorbetti. Questi trapassi parranno assai più miracolosi, quando potremo addormentarci alla Bastiglia e svegliarci in vista del castello d’If.
Fra la città d’Arles e lo stagno di Berre, la strada corre lungo un’immensa pianura, più trista che la landa più desolata. La si chiama la Crau; la natura s’è data la briga di spargervi de’ sassi con una prodigalità favolosa. Gli uomini tentarono qua e colà di seminarvi altra cosa, ma la messe non è ancora comparsa. Quando si misura coll’occhio quell’estensione di suolo sterile, si rimpiange il tempo in cui nulla era impossibile alla verga delle fate. Spero che la chimica industriale, vera maga de’ tempi moderni, saprà far crescere il grano dai giardini d’Arles fino alle saline di Berre. Il quesito è posto a studio; ed io conosco un giovane dotto che si vanta di saperlo risolvere.
Ma perdonatemi cotesta fermata: le strade ferrate ne fanno d’assai più lunghe.
I viaggiatori che escono dalla stazione discendono a Marsiglia per larghe vie fiancheggiate da belle case e piantate di vecchi alberi. È come il vestibolo d’una grande città. La strada si ristringe bruscamente appiedi della contrada Noailles: si fanno cento passi all’ombra in una sorta d’angusto corridojo. Ma tutto ad un tratto l’aria, la luce, lo spazio, tutto abbonda in pari tempo. Ecco aprirsi intorno a voi una piazza monumentale, mentre due immense vie vi sboccano, distendendosi a destra ed a sinistra. Dirimpetto una via più larga, ma infinitamente più corta che la via di Rivoli, vi mostra il vecchio porto stipato di vascelli: Salutatela! è la strada Canebière!
La Canebière è una porta aperta sul Mediterraneo e sull’universo intero; poichè la liquida strada che di là move, fa il giro del mondo. La Canebière vide sbarcare, nel 1856, quattrocento mila viaggiatori e due milioni di botti di merci, che fanno due mila milioni di chilogrammi. L’area della Canebière si vende in ragione di mille franchi al metro quadrato, ossia dieci milioni l’ettaro. La Canebière è dunque una delle strade più laboriose, più utili, più rispettabili del mondo incivilito.
Il porto che la chiude, o piuttosto che la continua, le dà una fisonomia originale. I costumi pittoreschi dell’Oriente la screziavano ancora, or sono pochi anni, ma questo tempo beato non è più. L’Oriente più non invia i suoi costumi in capo al mondo, conservando per sè que’ pochi turbanti che ancor gli rimangono, per farsene un onore agli occhi degli stranieri e mostrar loro che esso è proprio l’Oriente.
Quando si discende verso il vecchio porto seguendo la Canebière, vedesi a sinistra la città nuova, propriamente in linea retta, su terreno piano; a destra la vecchia Marsiglia alla rinfusa agglomerata sulla montagna. La città dell’avvenire è situata più lungi, al di là della vecchia Marsiglia, lungo i porti della Joliette.
La nuova città è pulita ed anche elegante. Rende imagine d’un piccolo Parigi, e non è più il tempo in cui i cittadini gettavano giù dalle finestre il soverchio delle loro case. Tre grandi strade parallele attraversano la giovane Marsiglia in tutta la sua lunghezza. La strada di Roma ha qualche apparenza della nostra contrada di Richelieu: e conviene che la somiglianza sia sensibile, poichè il consigliere De Brosses l’aveva accennata, or fanno già cento anni. La strada San Ferreol è una vaga copia della strada Vivienne, benchè la borsa si tenga nella via del Paradiso. È all’aria aperta, sotto il cielo, che i Marsigliesi si raccolgono due volte al giorno per trattare i loro affari. Hanno però un piccolo edifizio di zinco o di cartone per rifugiarsi in caso di pioggia, ma non vi entrano quasi mai. È usanza sì radicata, che nel mattino fra le 11-1/2 ed 1 ora, e la sera fra le 4 e le 5, i cocchieri fanno un giro per evitare la via del Paradiso. Allorquando la nuova Borsa, che si compie sulla Canebière, sarà aperta ai mercanti ed agli speculatori, non vi verranno se non saranno spinti, nè vi si fermeranno, se non vi verranno racchiusi.
Marsiglia ha i suoi Campi Elisi. Nelle vicinanze del corso Bonaparte veggonsi delle contrade intere, delle casette ben costrutte, comode ed anche ornate con buon gusto. Potrei citarne una, che sarebbe ammirata dovunque, anche a Parigi. Questa città nuova, che però non manca nè d’aria nè di luce, si è data il lusso di due grandi passeggi. Uno è una via tagliata nel masso in riva al mare, ed a rispettabile distanza dal porto; la si chiama Prado. L’altro è un giardino zoologico, piacevolmente situato, ricco d’alberi e ornato d’un bella famiglia di viventi. I teatri, i castelli de’ fiori, i caffè, le statue (poichè Marsiglia ne ha due), il museo ed il liceo sono nella città nuova, come ben v’imaginerete.
Quanto alla città antica, vorrei darvene un’idea paragonandola a qualche quartiere di Parigi; ma, fortunatamente per noi, non abbiamo più nulla di simile. Cotesta montagna, impraticabile alle carrozze, inaccessibile alle signore, ributtante agli occhi ed all’olfatto, sparsa di fetido fango, irrigata da chiaviche simili a torrenti, non ha nulla di somigliante al mondo, tranne il Ghetto di Roma, che uno scrittore del secolo XVIII chiamava una archisaloperia. L’industria, la miseria ed il vizio si disputano cotesto nido di passatempi.
Vi si veggono de’ quartieri considerabili riservati ai divertimenti de’ marinaj; e, per una tolleranza, di cui non so rendermi ragione, la bandiera tricolore serve d’insegna al commercio che fa meno onore alla Francia. Giammai sì nobile vessillo ha servito di coperte a sì abbietta mercanzia.
Bisogna essere un archeologo ben fanatico per andare in traccia di perle in quel letamajo. Eppure un bel mattino mi vi cacciai, sotto la condotta d’un giovane magistrato assai istrutto, il signor Camoin de Vance. Vi abbiamo ravvisato insieme alcune case del XIII e XIV secolo, ed una bella facciata a punta di diamante; un palazzo di giustizia, che non è un capolavoro di architettura, ed un carcere che rassomiglia a tutti quelli del buon tempo antico. L’albergo di città non manca di grandezza; si vede alla Consegna una mezza dozzina di quadri mediocri, ed un eccellente basso rilievo del marsigliese Puget. Il mercato del pesce merita una piccola sosta per sentirvi a parlare quelle donne: la rettorica delle nostre venditrici di aringhe è bene fiacca a petto di quella che colà è in fiore.
Rimane ancora una reliquia dell’antica cattedrale, che i Marsigliesi chiamano la Maggiore. Questo venerando edifizio era stato costruito sulle rovine d’un tempio pagano; fu tanto e sì bene diroccato, che più non serba nulla d’antico nè di moderno, di pagano o di cristiano: non rimane più nemmeno di che foggiarne una chiesa di villaggio.
Ma due passi più lontano, tra l’antica città che deve sparire, e la città nascente, che cresce rapidamente, si veggono sorgere da terra le fondamenta d’una cattedrale che promette assai.
L’antica città ebbe già la sua esistenza; se ne spianeranno non solamente le bicocche, che vi si accumulano, ma ben anche la montagna che la sorregge. L’avvenire della Joliette è a questo prezzo, e ben si potrà comprendere in due parole: Parigi si porterebbe verso i Campi Elisi, se la montagna Santa-Genoveffa occupasse la piazza della Concordia?
Per ora i pesci e gli uccelli vanno da Marsiglia alla Joliette più comodamente che gli uomini. Però la città futura si va fabbricando per una popolazione numerosa. Ho veduto sette enormi caseggiati, uniformi e d’un’architettura, a parer mio, troppo lussureggiante. I mercanti di Cartagine non hanno mai ricoverato le loro balle entro templi sì magnifici, ed il signor Mires può già eclissar Didone.
La società dei porti di Marsiglia, fondata e battezzata da quel grande finanziere, ha per iscopo l’utilizzazione di varj ettari di terreno situati in faccia ai nuovi porti. Essa non ha nulla di comune colla costruzione dei porti ed i lavori del genio marittimo; esse non apre un rifugio alle navi balestrate dal maestrale: non è questo il proprio assunto. I suoi rapporti coi bacini che si vanno costruendo, sono rapporti di vicinato, ed essa chiamasi Società de’ porti perchè vi stanzia dappresso.
Nè ciò vale a dire che la speculazione del signor Mires e dei suoi azionisti sia stata inutile al popolo di Marsiglia, chè la città aveva de’ terreni da vendere; terreni infetti, paludosi, corrosi dagli scoli della saponeria, difficili a costruirsi, e per colmo di sventura esposti a tutti i venti che flagellano il paese. Cotesti difetti sono compensati dall’immediata vicinanza d’un porto che promette assai; eppure nessuno degli aspiranti offriva più di venti franchi al metro. Il signor Mires ne diede cinquanta, onde i Marsigliesi gliene seppero buon grado stringendogli energicamente la mano.
Attualmente l’affare è buono per la città; e lo sarà un giorno anche pel signor Mires. La città intasca de’ milioni che non l’imbarazzano, poichè è indebitata ed intraprendente. Il signor Mires ricupererà il suo danaro quando i suoi terreni saranno fabbricati, e segnatamente quando saranno in comunicazione diretta con Marsiglia. L’antica città, che reca noja a tutti, la reca a lui particolarmente più che a verun altro. Ond’egli si offre di sradicar la montagna al prezzo più equo.
In questo stato di cose, non mi starò più a sciupar tempo nel descrivere una città che sarà forse dimani rovesciata. Marsiglia, al pari di Parigi, non può essere dipinta, se non sotto la pena di ricominciarne ogni giorno il ritratto. All’incontro scommetterei che Bordeaux, se n’eccettui qualche ciottolo, è attualmente qual era l’anno scorso nel mese d’aprile. E vi prometto di farvi un quadro di Roma, che i nostri pronipoti potranno verificare, parola per parola, purchè la rivoluzione non vi metta mano.
Il progresso picchia alle vicinanze di Marsiglia non meno che nelle sue strade; invade in pari tempo la città, i borghi ed il circondario più remoto. Questa campagna era rinomata altre volte per la sua aridità, e, Dio me lo perdoni! eccola verde. I Marsigliesi sono andati in traccia della Duranza, e l’hanno condotta per mano fino in casa loro. L’acqua circola in tutte le case della città fino ai più alti piani; essa innaffia le strade, e in questa patria della polvere, feconda i giardini, e fa crescer l’erba nei prati.
E però non temete che la Provenza diventi una succursale del paese di Caux; il sole è sempre là. Disegna sull’azzurra superficie del mare i vaghi profili di Ratonneau, di Pomegue o del castello d’If; indora graziosamente le belle montagne grigie, che incoronano Montredon; fa fiorire negli scogli la rosamarina ed il cactus, ed i colossali gambi dell’aloe; distilla il balsamo penetrante de’ corbezzoli e de’ lentischi.
Ecco ciò che un nuovo pellegrino sbarcando scorge al primo colpo d’occhio entrando in Marsiglia. Ora, se vi piace, conversiamo un po’ cogli abitanti, i quali non dimandano nulla di meglio.
Coloro che videro Marsiglia nel 1815, ne parlano siccome d’una succursale del gran deserto. L’unico porto della città era vuoto; la popolazione saliva appena a 90,000 abitanti, che morivano di fame. Ora le cose sono ben mutate, segnatamente negli ultimi anni. Il nuovo censo del 1841 noverava 147000 Marsigliesi; quello del 1856 ne dà 250,000: è un aumento di circa 90,000 anime in quindici anni. La cifra delle nascite s’è accresciuta d’un ottavo nel 1857, onde si può calcolare l’aumento d’un ottavo sulla cifra della popolazione, la quale ascende a 265,000. Aggiungete la popolazione ondeggiante, gli stranieri non compresi nel ruolo della popolazione, i Francesi ommessi volontariamente[1] in un interesse locale: vedrete allora che Marsiglia è città di 290,000 anime. Duecento mila di più che nel 1815!
Non ho bisogno d’aggiungere che cotesti 200,000 Marsigliesi non sono tutti nati in Marsiglia. L’aumento rapido d’una città non si spiega punto per la fecondità eccezionale de’ matrimonj. Dovunque v’è danaro da guadagnarsi, ivi i cittadini accorrono e stanziano; e la popolazione si accresce, senza che le donne se ne frammischino. Marsiglia cresce eziandio tutti i giorni per le invasioni interessate del nord e del mezzodì. Essa racchiudeva, nel dicembre del 1837, più di 18,000 sudditi Sardi. Gli Italiani, i Greci e gli Spagnuoli sono la stoffa con cui si foggiano quasi tutti i Marsigliesi.
Malgrado la diversità delle loro origini, hanno una fisonomia comune e direbbesi quasi una cera di famiglia. Non è già che esista, propriamente parlando, un tipo marsigliese; ma il sole del mezzodì, la vita all’aria libera, la preoccupazione degli affari, la moltitudine delle distrazioni, la continua vicenda del lavoro e del piacere hanno stampato su que’ volti un’impronta che si riconosce. I Marsigliesi hanno l’occhio vivace, la parola pronta, il gesto instancabile. Il loro spirito avventuriero ed il loro temperamento sanguigno gli spingono alle grandi imprese ed alle grandi follie. Pochi Francesi sono più lesti a fare o disfare fortuna. In quasi tutti i paesi del mondo il padre di famiglia accumula i milioni ed il figlio gli spende: ma in Marsiglia veggonsi degli uomini d’ogni età assumersi la parte insieme di padre e di figlio. Dopo il guadagno, prodighi del loro tempo e della loro fatica, soffermansi di tempo in tempo, come lo scojattolo sul ramo, per divorare il frutto del loro lavoro. La loro vita è suddivisa ben diversamente che la nostra: noi ci affatichiamo nell’età de’ piaceri, e cominciamo a darci ai divertimenti allorquando non ne possiamo più; il Marsigliese non aspetta ad assaggiar la mela quando i suoi ultimi denti gli siano caduti.
Ha lo spirito aperto, siccome l’orizzonte che lo circonda; ha viaggiato, ovvero viaggierà: chè il Mediterraneo è un sobborgo di Marsiglia ch’egli presto o tardi vorrà visitare. Ei pensa che il Senegal non è poi tanto lontano, e che Parigi è alla sua porta. Se gli affari lo trattengono nel suo studio, può vedere il mondo senza escir di casa: e non è forse vero che l’universo intero passa per la Canebière? Egli ha veduto de’ tipi d’ogni paese; sa un po’ di tutto senza aver cacciato il naso ne’ libri; si sente in grado di ragionare su tutte le questioni, benchè di rado si dia la pena d’approfondirne una sola. La facilità della sua percezione, l’apertura del suo spirito, la sua prontezza a percorrere la superficie delle cose ne fanno un ragionatore piacevole, ed ei trova sempre il tempo di conversare.
Quasi tutti i Marsigliesi hanno la medesima dose di spirito naturale ed il medesimo grado d’istruzione: poco sapere e molte idee. Marsiglia è appunto la città di Francia dove l’eguaglianza degli uomini rassomiglia meno ad una chimera. Nessun’ombra di caste: non potrebb’esservi vecchia nobiltà in una popolazione nuova affatto. I principali abitanti sono avventurieri fortunati nel senso più onorevole della parola: gli altri hanno la speranza di far fortuna coll’industria. Ora non ci sono che due categorie di Marsigliesi: coloro che hanno già fatto fortuna, e coloro che tentano di farla. La prima classe è meno numerosa di quel che generalmente si crede, e se n’è già spiegata la causa; ed è che la smania di godere è più forte che il desiderio di accumulare. Non vi sono nella città dieci famiglie che contino cinque milioni. I semplici milionarj, qualora se ne facesse il novero, non sarebbero più di quaranta. Cotesti favoriti della fortuna non si pavoneggiano della loro superiorità finanziaria: sia che si rammentino ciò che sono stati, sia che meditino talora sulla instabilità delle fortune meglio consolidate, accolgono con bonomia coloro che s’accingono a correre la sorte. Il Marsigliese, ricco o povero, è innanzi tutto famigliare, senza cerimonie e di buona pasta. Conosco ben poche città dove sia più consueto il darsi del tu, dove si faccia minor caso degl’inutili complimenti: così doveva essere nelle repubbliche commercianti della Grecia.
Cotesta bonomia non regna solamente nel linguaggio: la si trova nel costumi, e finanche negli affari. Si diffonde talvolta sì lontana, che i mercanti del vecchio stampo ne sarebbero assai maravigliati. A’ tempi in cui fiorirono il signor Arnolfo, il degno Orgon e quel buon signor Dimanche, un mercante che non faceva onore alla sua firma era un uomo perduto: non aveva che a gettarsi in mare a capo in giù. Questi principj rigidi vigono ancora in certi dipartimenti della Francia. Se una crisi commerciale venisse ad interrompere per sei mesi la prosperità di Rouan, ogni Normando, fondandosi sui proprj diritti e compreso dalle sue vecchie idee, farebbe spietatamente agire la legge contro il suo vicino e compare, e dormirebbe senza rimorsi. Ma se per caso il medesimo fatto avvenisse a Marsiglia, tutto s’accomoderebbe all’amichevole, e vedreste cinquanta liquidazioni tollerate per un fallimento dichiarato.
È dessa benevolenza, ovvero previdenza? compassione verso gl’imbarazzi del prossimo, ovvero riflessione sopra sè medesimo?
Non oso decidere.
Certo è però che a Marsiglia un creditore preferisce incassare dieci per cento e tacere, anzichè infierire contro il proprio debitore.