Part 9
Si può asserire senza paradosso che, sopra dieci assassini a Roma, havvene almeno uno che non avrebbe ucciso se avesse avuto altro mezzo di farsi rendere giustizia. Ma il denaro, il credito, le protezioni sono cose sì difficili a superarsi che un poverino, offeso nel proprio onore o leso nel proprio diritto, non sa rivolgersi ad altro che al proprio coltello.
Non temo d’affermare, poichè n’ho il destro, che sette od otto uccisori sopra dieci si guarderebbero ben bene dal cavare il loro coltello, se sapessero preventivamente che un carnefice taglierebbe loro la testa. Ma sono quasi così certi dell’impunità, com’essi sarebbero convinti del castigo in Francia ed in Inghilterra.
Quasi tutti i rapporti di polizia che ho citato or ora, si chiudono uniformemente con questa frase solenne: «Il colpevole si è sottratto colla fuga.» Il popolo, anzichè inseguirlo, gli porge ajuto. Agli occhi suoi, l’assassino ha ragione, e la vittima aveva torto. I nostri Romani plebei non hanno maggior disprezzo per un assassino, di quello che i Parigini per un uomo che abbia lealmente ucciso il suo avversario in duello. E di vero, l’assassinio, quale qui si pratica, è un vero duello. Allorchè nel calore della disputa due uomini sono venuti a certe parole, sanno che il sangue deve scorrere tra loro; la guerra è implicitamente dichiarata; la città intera è il terreno trascelto; la folla fa da testimonio accettato da ambe le parti, ed i due combattenti sanno che ad ogni ora del giorno e della notte bisogna stare in guardia. La plebe crede adunque, nè è pregiudizio facile a sradicarsi, che l’uccisore è un uomo giusto.
Si protegge la sua fuga. Ma dove troverà ricetto? Non troppo lontano, poichè la città è piena d’asili. Le ambasciate, l’Accademia di Francia, le chiese, i conventi, il Tevere sono altrettanti santuarj dove la legge non penetra. Se un uomo inseguito minaccia di uccidersi, la polizia è obbligata a lasciarlo fuggire; ed è perciò che il Tevere è un asilo inviolabile. Si teme che l’accusato non si getti nell’acqua, e quindi vi perisca senza confessione. Colui che giunge ad afferrare un frate per l’abito è dichiarato sicuro, come se abbracciasse gli angoli dell’altare. I gendarmi seguono il frate gridando con voce supplichevole: «Fraticello, abbandonalo: è un assassino! — Non potrei, risponde il frate: egli non vuol andarsene!» L’accoltellatore arriva così fino alla porta del convento.
Alcuni cavalieri della divisione d’occupazione incontrano sulla strada di _Ponte Molle_ un malfattore inseguito dalla polizia, e si mettono a dargli la caccia a briglia sciolta. Quell’uomo corre al Tevere, e per tendere un’insidia all’esercito francese, si annega. Fu quindi un grave affare, e credo che la diplomazia abbia dovuto occuparsene. I nostri soldati non avrebbero dovuto mettere un uomo nel cimento di morire senza confessione.
Il possessore d’un luogo d’asilo è libero di ricevere o d’espellere i colpevoli. So, per esempio, che all’Accademia di Francia, il signor Schnetz prende accurate informazioni sugli ospiti che fanno invasione in casa sua. Se per caso vi capitasse un povero giovane minacciato di galera per aver messo una figlia nell’imbarrazzo, le porte si spalancherebbero dinanzi a lui. Ma le ho vedute chiudersi dinanzi ad uno sfrontato, che ridendo s’accusava d’una cosetta contro natura.
Tra Velletri ed il mare sonvi dieci leghe di paese che sono un luogo d’asilo. È un vasto territorio che chiamasi la Pianura Morta, ed è d’una insalubrità comprovata. È noto che gli omicidi non potrebbero vivervi a lungo, è noto eziandio che gl’innocenti non consentirebbero di render sano un tal paese. I colpevoli vi restano impuniti ed occupati in pubblici lavori, finchè la febbre abbia contro di loro fatto le funzioni di carnefice.
Spesso l’assassino viene sottratto al rigor delle leggi dal delitto d’un altro assassino. Una figlia cade sotto il coltello a quattr’ore di sera; ebbene, prima di notte viene raccolto il cadavere del suo uccisore. Il delitto era già espiato quando la giustizia lo venne a conoscere. Perciò succede che il colpevole si consegna da sè stesso per isfuggire alle private vendette, e preferisce la prigione a tutti i luoghi d’asilo.
Quando la giustizia l’ha côlto, ecco insorgere un’altra serie di difficoltà. Non si trovano testimonj che depongano contro di lui. Potreste risuscitare anche il morto, che non direbbe il nome del suo uccisore. Si raccoglie un uomo ferito a morte sulla strada, ma tuttora semivivo. «Chi ti ha malconcio in questo modo? — Nessuno; va a cercarmi un prete, e non parliamo d’altro.» Egli ha regolato i suoi conti con un amico; ora non pensa più che a regolarli con Dio. Un uomo ne pugnala un altro: l’uno parte pel carcere, l’altro per l’ospitale. Quando l’uno sarà liberato e l’altro guarito, si stringeranno la mano senza rancore. Ma se il ferito avesse confessato dinanzi al giudice d’aver ricevuto una ferita, nè l’assassino, nè i suoi parenti, nè i suoi amici nol lascerebbero godere della sua convalescenza.
Il rifiuto di deporre in giudizio è un male talmente incurabile, che non si trovano testimonj nemmeno contro i ladri. Eppure vi dissi quanto sono detestati! Li detestavamo anche in collegio, e ci facevamo parimenti un punto d’onore di non denunciarli. Li mettevamo in quarantena, li facevamo passare per l’armi, a gran colpi di palla elastica; ma avremmo creduto di disonorarci da noi stessi consegnandoli al maestro degli studi. I Romani sono ragazzi in ogni età, siccome noi lo eravamo a quindici anni.
La loro avversione pei ladri si è manifestata, or sono due o tre anni, quando ne venne frustato uno sulla piazza del Popolo. Era un certo Pietro Brandi, se ben mi ricordo. Egli aveva gettato la confusione in una pubblica festa, per pescare nel torbido e rapire qualche borsa o fazzoletto da tasca. La sua speculazione aveva costato la vita a due o tre persone e la salute a parecchie. I giudici lo condannarono a ricevere 25 colpi di sferza, non già sulla pianta de’ piedi. La moltitudine accorse al suo supplizio siccome a pubblico spettacolo, e ad ogni colpo gridava: «Bravo! Più forte!» Mastro Titta, mosso dall’entusiasmo del popolo, aggiunse un ventesimo sesto colpo per _buona mancia_; come s’indica in italiano, ciò che noi Francesi indichiamo _pourboire_.
Nel medesimo paese, presso il medesimo popolo, un contadino s’accorge che gli fu rubato un majale. Indovina chi sia il colpevole, corre alla sua casa, e trova ancora l’animale attaccato dinanzi alla porta. «De’ testimoni! esclama egli; Santa Madonna, mandami de’ testimoni!» Alla fine, passa un uomo; egli lo afferra pel collo: «Vedi tu quel majale?
— Qual majale? dice colui, che subito s’accorse, che trattavasi di fare da testimonio.
— Per tutti i santi, tu non sei cieco! Osserva là un majale.
— No, non v’è majale.
— Oh! non vedi quel majale, là, dinanzi alla porta?
— Io non veggo majale. Addio, corro a’ miei affari. — »
Il derubato fermò dieci testimonj, l’uno dopo l’altro; ma nessuno volle vedere il majale. «Poichè tu non vuoi veder nulla, disse egli all’ultimo, io vado a staccare questa corda ed a riportarla a casa mia coll’animale che vi è attaccato.» Ed è così ch’egli avrebbe dovuto cominciare.
I Romani stessi confessano che le leggi penali non furono introdotte nel loro paese se non sotto il dominio francese. Di que’ tempi il potere era abbastanza forte per costringere i testimonj a dire ciò che avevano veduto, e per rassicurarli sulle conseguenze _della loro deposizione_.
Non è già che manchino i mezzi di repressione al governo pontificio, mentre ha delle buone carceri e dei bagni in buono stato. La prigione cellulare esisteva all’ospizio di San Michele cent’anni prima d’essere inventata dagli Americani. La ghigliottina è una macchina italiana che data dal tredicesimo o quattordicesimo secolo. Ma quasi tutti i papi si sono trasmessi, d’età in età, de’ principj di dolcezza e d’indulgenza senile che disarmano alquanto la legge. Le condanne capitali sono sempre state soverchiamente rare in questo Stato, dove, a norma della statistica del 1853, si commettono più di quattro omicidj al giorno. È difficile che un sovrano invecchiato nell’esercizio d’un ministero di pace, s’imbarchi un bel mattino in una guerra vigorosa contro le violenze de’ suoi sudditi. L’educazione della plebe romana resta da rifarsi, ed occorre raddolcire per forza quelle indoli rozze, cui la minima contrarietà strascina agli ultimi eccessi. Bisogna insegnar loro a rispettare la vita umana siccome cosa sacra; bisogna, pel bene del loro paese e di tutta Europa, modificare forzatamente le loro idee sull’assassinio. Finchè vi sarà nel mondo incivilito un regno dove si uccide un uomo come si beve un bicchier di vino, l’incivilimento sarà in uno stato provvisorio, esposto ad ogni sorta di peripezie.
Non vi sarebbero poi a sparger torrenti di sangue per mettere un freno definitivo a cotesto giuoco di coltelli. Leone XII non ha già decimato il suo popolo per guarire la piaga del brigandaggio? e noi non siamo stati obbligati a spopolare la Corsica per sopprimere i banditi? Parimenti basterebbe qualche colpo ben applicato, e sopratutto applicato in tempo utile. Gli animali più nobili non profittano d’una correzione, se non quando essa segue immediatamente il fallo. E così i nostri terribili plebei di Roma si trovano quasi nel medesimo caso che i cavalli di corsa ed i cani di ferma. Se un processo criminale si potesse condurre a tamburo battente, se l’espiazione seguisse il delitto a pochi giorni di distanza, il popolo, per cui tutto è spettacolo, non assisterebbe ad un cattivo esempio senza ricevere subito una buona lezione. Ma quando un colpevole viene mandato al patibolo, dieci anni dopo aver commesso il delitto (è quanto avviene) i testimonj del supplizio non sentono altro che pietà per quella testa che cade. Si crede che l’omicida sarebbe quasi in diritto d’invocare la prescrizione, e la sola parola che si sente circolare nella folla è quella di _poveretto_!
Nel luglio del 1858, il generale conte di Noue, galantuomo quant’altri mai, e partigiano zelante dell’autorità pontificia, fermossi alcune settimane a Viterbo. In uno de’ suoi passeggi intese parecchie voci maschili che cantavano de’ salmi nella prigione della città: cotesti coristi erano ventidue condannati a morte che da parecchi anni aspettavano l’ora del supplizio. Il governo stesso si fa quasi un caso di coscienza di mandare a morte un uomo pentito e forse emendato. Vi dissi ch’era una bontà e dolcezza paterna, ed avrò più d’una volta a ripetere lo stesso elogio. Un papa non potrebbe dimenticarsi che quaggiù rappresenta il Dio di misericordia; il santo padre, chiunque egli sia, deve sempre aver orrore pel sangue. Ma sembrami giusto che la misericordia s’applichi dapprima a coloro che vengono assassinati, ed il primo dovere di chi ha in orrore il sangue è quello di atterrire coloro che lo spargono.
Or sono quarant’anni, l’uccisore d’un sacerdote veniva squarciato, siccome un pollo arrostito, sulla piazza del popolo[5].
Non dimando già che si ritorni a questi feroci processi del medio evo: la soppressione legale d’un uomo è per sè stessa un fatto assai terribile, senza che la si circondi d’un apparato sì mostruoso. Ma non mi si leverà di mente, che a Roma sono necessarj degli esempj per sopprimere quella scuola del coltello, che stabilisce delle succursali dovunque.
Intanto che si preparano castighi per gli assassini, è costume di mandarli alle galere. Non posso noverare questo viaggio fra i castighi, poichè questi condannati non sono da compiangersi. Meglio alloggiati, meglio vestiti e meglio nodriti che non la più parte delle persone del popolo, lavorano appena quanto loro piace, ed il loro lavoro viene retribuito. E da ultimo, ciò che compie l’opera, si è che essi godono della stima universale. Non esagero: i forzati sono ben veduti; nè solamente sono compianti, quantunque non siano degni d’esserlo; non solamente havvi chi si ferma per le vie di Roma a dar loro del danaro, ma la mano che fa loro l’elemosina non isdegna di stringere la mano loro. E perchè? la pena non potrebb’essere più vergognosa che il delitto, ed il popolo non ha una ragione per disprezzare dopo il giudizio coloro ch’egli quasi ammirava dopo l’assassinio.
Se, malgrado i vantaggi che loro sono assicurati dalla legge e dai costumi, vengono affetti da noja, non hanno che a dirlo. La libertà sarà loro restituita un giorno o l’altro, chè la pena de’ lavori forzati a vita viene agevolmente loro commutata. Venti anni di galera sono ben presto finiti: innanzi tutto perchè l’anno è di soli otto mesi al bagno; e poi le limitazioni giungono l’una sull’altra, e se appena appena v’è qualche protettore, un giorno l’omicida vede aprirsi le porte del carcere, e, tra contento e rammaricato, ritorna all’esercizio d’un onesto mestiere, di cui ha perduto l’abitudine.
Non temete che la macchia del suo passato lo esponga al disprezzo del mondo. Sarebbe troppo strano che un forzato messo in libertà dovesse essere meno stimato che un forzato in attività di servizio. Lo si trova un po’ meno interessante, ed ecco tutto. Egli stesso parla delle sue fatiche siccome un soldato delle sue campagne. Dice con qualche sentimento d’orgoglio: «Quando mi trovavo laggiù!»
Ne’ giorni scorsi ho trovato a Frascati un eccellente viso di contadino, che camminava pian pianino sul proprio asino, per una via piuttosto disagiata. Sua moglie seguivalo un po’ più da lontano, attesochè portava un armario sul capo. Mi feci ad intavolare conversazione con questo tipo di marito, e mi piacque la natura del suo spirito. Il discorso, non so come, venne a toccare il tasto delle coltellate, essendo che da varj giorni cotesto argomento mi ripassava pel capo.
«Signore, mi disse egli, ecco ormai più di sei anni che le feste del nostro villaggio hanno perduto metà del loro prestigio. Quando le viti non erano ancora ammalate, e che si beveva del vino finchè se ne voleva, non v’era alcuna fiera, dove non si uccidessero quattro o cinque uomini. Io stesso, quand’era giovane, ne ho spacciato più d’uno; ma vennero gli anni, e la è finita. Non si può più essere ed essere stato.
— E non vi è capitato nulla di male da parte della giustizia?
— Eh! sì; perdonate. Ho fatto due anni a Civitavecchia. Mi fate risovvenire del più bel tempo di mia vita. Oh! il bagno! Non vi siete mai andato, Eccellenza, nel vostro paese?»
VI.
IL LOTTO.
Il lotto è la più breve strada che dalla miseria conduca alla ricchezza. Ve ne sono di più sicure, ma niuna di più diretta. Ed è perciò che la plebe romana evita le altre e s’accalca su questa. Mi sono dimandato talora ciò che farei per trarmi d’impaccio se fossimo di que’ plebei che vivono di giorno in giorno per le strade della grande città. Ecco dapprima una carriera aperta a tutti, senza distinzione di nascita o di fortuna: la Chiesa. Nulla di più democratico in fondo di questo governo assoluto. Ogni uomo intelligente ha il piede in istaffa dacchè potè varcare la soglia del seminario: è sulla via di salire alle più sublimi cariche. Anzi dico di più: questa è la sola carriera in cui la virtù possa tener luogo di scienza, e dove la capacità viene vantaggiosamente surrogata dall’umiltà. Un uomo dell’infima classe del popolo, e mediocremente versato nelle lettere, può diventare frate, priore, generale, vescovo, cardinale e papa, camminare di pari passo coi grandi sovrani, ed accordare la precedenza ai proprj legati sugli ambasciatori di tutte le potenze.
Ma è necessaria la vocazione, e noi non l’abbiamo. — Passiamo ad altro. Gl’impieghi civili? Sono ancora ambiti da alcuni poveri diavoli, ed ognuno credesi possedere sufficiente talento per occuparli, se trova credito bastante per ottenerli. Ma per gli uomini da poco siccome noi, non vi sono che impieghi subalterni. A forza di protezioni potrei diventare capo d’ufficio; ma se voglio salire più in alto, bisogna cambiar abito. Aspireremmo alle onorificenze militari? Tutti i plebei di Roma proromperebbero in risa se udissero siffatta proposizione. Noi tutti avremo un capitolo su questo proposito. Ora a qual partito appigliarvi? La letteratura? Nulla. La legge? La medicina? Molta dipendenza, e poco avvenire. L’istruzione? Osserva come sei vestito, poverino. Il tuo abito è troppo corto, almeno d’un piede e mezzo. Ma il commercio? Vi si guadagna di che vivere. L’agricoltura? Vi si fa fortuna, a patto che vi s’impieghino de’ capitali. Ora la gran maggioranza de’ plebei romani possiede il capitale dell’Ebreo Errante: cinque soldi in tasca. Tutto ben ponderato, fanno tutti come la vecchia di cui l’altro giorno vi parlava: rinunciano al pranzo, e giuocano il denaro al lotto. Scaglierete loro contro la pietra? Io non avrò mai coraggio di farlo.
Alcuni viaggiatori d’umor malinconico declamarono contro il popolo che giuoca, e sopra tutto contro il governo che porge il mezzo di giuocare; trovando cosa indegna che un’autorità, circondata dal rispetto dell’universo intero, speculi sui vizj de’ suoi sudditi. Permettetemi di confutare cotesti lamenti.
Non è già solamente a Roma, è a Napoli, a Firenze, a Venezia, e sopra tutta l’estensione di questa terra oppressa, che gl’Italiani giuocano al lotto. Se non vi fossero ufficj appositi in Roma, i Romani giuocherebbero altrove, e le diligenze di Siena, di Pisa, di Firenze e di Napoli ritornerebbero cariche di viglietti. Ora, siccome è convenuto che a questo giuoco diseguale il banchiere guadagna sempre, così la soppressione del lotto pontificio manderebbe fuori dello Stato da sette ad otto milioni all’anno; chè tale è approssimativamente l’ammontare lordo de’ beneficj realizzati dallo Stato. Ma le spese di percezione nodriscono tanti piccoli impiegati, sicchè il prodotto netto d’ogni anno non supera il milione e mezzo di franchi. Il lotto è adunque un tenuissimo frutto per lo Stato ed una massima consolazione pel popolo. Si fece bene ad abolirlo a Parigi, perchè in uno Stato ben ordinato, dove il lavoro guida a tutto, il governo deve educare i cittadini a non far conto che sul loro lavoro. Si avrebbe torto di sopprimerlo a Roma, perchè quivi il popolo, stanco e demoralizzato, sorretto nelle sue miserie dalla prospettiva della fortuna, vive specialmente d’imaginazione e di speranza: privarlo del lotto sarebbe uno spogliarlo di quel poco che gli rimane.
Sono ormai più di cento venti anni che Clemente XII ha introdotto questa usanza ne’ suoi Stati, ed il giuoco è sì bene penetrato nel sangue del popolo, che non solamente i plebei, ma principi eziandio, ed anche i principi della Chiesa, prendono un viglietto del lotto, siccome noi prendiamo una tazza di caffè. È da ciò che potrete osservare la natura e l’educazione differenti degl’Italiani e de’ Francesi. Io ero fanciulletto allorchè i progressi dello spirito pubblico fecero cadere il lotto regio, ma mi ricordo che se ne parlava siccome d’un giuoco di fantesche, e che le persone della classe intelligente procuravano di non farsi vedere quando mettevano danaro al lotto. Qui per lo contrario i primi personaggi della nazione trovano naturale di tentare la fortuna e di urtare co’ gomiti i muratori nelle botteghe del lotto. Da noi questo giuoco era un vizio; qui per l’opposto non è riputato cattiva abitudine, e l’approvazione dei Romani è tanto fondata nella ragione, quanto lo era il nostro biasimo di tempo fa.
Forse non sarà discaro ch’io riassuma in poche parole la teoria di questo giuoco che gli archeologhi soli ora conoscono in Francia.
Sabbato a mezzodì, dinanzi al ministero delle finanze, sotto gli occhi del popolo radunato, una commissione, presieduta dal rappresentante del prelato ministro delle finanze, tira a sorte cinque numeri da una ruota che ne contiene 90. Fra i giuocatori premurosi che assistono all’estrazione, taluno ha giuocato il _semplice estratto_, vale a dire ha scommesso contro il governo che un tal numero sortirebbe fra i cinque: se il suo numero è sortito, egli ha guadagnato tredici o quattordici volte il denaro che ha speso. Un altro ha giuocato l’_ambo_, vale a dire ha scelto due numeri e scommesso che ambidue sortirebbero dalla ruota. Altri invece ha giuocato il _terno_ scegliendo tre numeri: ei guadagna più di cinque mila volte la propria messa. Tralascio le altre combinazioni, quali il _primo estratto_, l’_ambo_, e i _terni_ determinati.
Vi basti il sapere questo: un uomo che sapesse indovinare tre de’ cinque numeri che stanno per sortire, potrebbe con un luigi d’oro comprare cento mila franchi. Se non m’inganno è il massimo de’ guadagni possibili. La banca non giuoca somme sì forti; le _quaderne_ e le _quintine_ non lo sono.
Ciò posto, tutti i miei Romani mettono a tortura il cervello per prevedere i numeri che sortiranno.
Fino alla mezza notte del giovedì, si stillano il cervello, esauriscono ogni combinazione cabalistica, dimandano consigli ai loro amici, implorano inspirazioni celesti. Gli uni interrogano le estrazioni degli anni precedenti: questo e quell’altro numero hanno l’abitudine di comparire insieme; sono ormai più di sei mesi che non comparvero, onde staranno per sortire! Gli altri pescano le loro idee sui muri della città, e vi si trovano, ad ogni passo, de’ terni begli e fatti, scritti al carbone da qualche dilettante. Più d’uno ne compone una novena, per trascegliervi poi i numeri da mettere. Chi ebbe la fortuna di sognarsi di cani o di gatti, s’affretta a consultare il Libro dei Sogni, dove tutte le visioni trovano le corrispondenti cifre. La grande, la sola, l’inseparabile idea di tutti i Romani de’ due sessi è la ricerca dei buoni numeri.
E non sono già solamente i sogni ch’essi traducono in cifre, ma bensì tutti gli avvenimenti fortunati o calamitosi perdono il loro significato reale per passare allo stato di presagio. Un tale si è annegato. Bene! 88! Mia figlia fu assalita dalla febbre. Bravo! 18, 28, 48! Un marito rientra in casa senza esservi aspettato, sente una voce d’uomo nella stanza di sua moglie. Dio sia lodato! 90! Discende i gradini della sua scala a quattro a quattro, e va a prendere il suo viglietto.
A Roma il figlio d’un carbonajo cade da un primo piano e si fa male assai. Ora il padre, prima di chiamare il medico, compone un terno coll’età di suo figlio, l’ora dell’accidente ed il numero 56, che corrisponde alle cadute dalla finestra. Ei guadagna, il figlio muore, e più d’un padre ne ha invidia.
Un giovane si asfissia colla sua amante in una casa del Corso; ed il popolo subito invade le botteghe del lotto per giuocare su quel fatto. L’amministrazione è costretta di _chiudere_ ossia interdire certi numeri, sui quali la moltitudine si getta tutta in una volta: l’età di ciascuno degli amanti, il numero della casa, l’ora in cui sono morti.
A Venezia un soldato austriaco si getta giù da un campanile. Il popolaccio si scaglia su di lui, dacchè è piombato a terra; si strappa il numero del suo reggimento, del suo battaglione; si spingono le avide mani nella sua camicia insanguinata per trovarvi il numero di matricola. Non v’è nessuno intorno che non consideri quel cadavere siccome una preda mandata dal cielo.
A Rimini un condannato marcia verso il patibolo frammezzo a due carnefici. Una vecchia lo segue eroicamente tra la folla, gli parla di tempo in tempo, e quando non può accostarglisi più davvicino, gli fa da lontano una smorfia supplichevole. È sua madre? Niente affatto, è una giuocatrice che gli domanda dei numeri.