Roma contemporanea

Part 23

Chapter 233,498 wordsPublic domain

Ho passato una giornata intera in quella grande città, e non vi rinvenni nulla di ciò ch’io cercava. Il commercio languiva, le sentinelle austriache facevano buona guardia intorno ai forti, la polizia austriaca sfogliava minutamente il passaporto del più umile pedone all’ingresso della città, mentre gli ufficiali austriaci giuocavano agli scacchi nei caffè. Questi amabili Austriaci fucilarono ben sessanta persone in sette anni nella città d’Ancona; ma siccome ne fucilarono 190 in Bologna nel medesimo intervallo di tempo, così Ancona avrebbe torto di lagnarsi.

In Ancona sono tollerati 1800 Israeliti. Bisogna pur fare qualche cosa pel commercio. Il quartier degli Ebrei è il peggiore; ma la popolazione che l’abita mi ha sorpreso per la bellezza del tipo. Le ebree poi sono qui tanto belle, quanto sono brutte a Roma; ed è molto dire, e coloro che conoscono il ghetto romano mi accuseranno forse di esagerazione.

Perchè mai la stirpe medesima è qui florida, e là tanto degenerata? È certamente perchè l’oppressione religiosa è meno pesante a 210 chilometri dal Vaticano.

Sono arrivato a Sinigaglia il giorno della fiera. È dessa una città di 12,950 abitanti, ma la sua popolazione si raddoppia quasi tra il 20 luglio e l’8 agosto. Tutte le case si trasformano in botteghe; il commercio invade, trasmuta e vivifica la piccola città, che d’ordinario è tranquilla. Sgraziatamente per me, la più parte delle botteghe era ancora da affittarsi; i commercianti arrivati cominciavano appena allora a sballare i loro colli, onde la fiera di Sinigaglia rassomigliava ad una esposizione dell’industria, nel giorno dell’apertura solenne.

D’altronde mi si accerta, che questa solennità mercantile perde ogni anno di sua importanza e splendore. Così avviene a Beaucaire, a Lipsia ed in tutti i paesi inciviliti; ed è naturale, mentre dove il commercio à attivo tutto l’anno, le fiere non servono più a nulla.

Un fabbricatore di pettini, detto Alberto Mastai, lasciò Brescia, sua patria, sulla metà del secolo XVI, e stanziò a Sinigaglia. Vi fece fortuna, e la sua famiglia vi prosperò sì bene, che potè insinuarsi nella nobiltà della provincia. Gian Maria Mastai ottenne la mano d’una Ferretti d’Ancona, e grazie a quell’alto parentado, ei divenne conte Mastai Ferretti. Da questo felice ceppo nacque nel 1799 Gian Maria Mastai, che regna in Vaticano sotto il venerato nome di Pio IX.

Le città delle Marche e delle Romagne non sono tutte ricchissime, ma ve ne sono poche, le quali non posseggano un teatro. Il gusto per le arti, e specialmente per la musica, è molto più sviluppato sul pendio degli Apennini, che non dall’altra parte. A Pesaro, a Rimini, a Forlì, a Faenza ed in quasi tutte le città, i muri stessi attestano il fanatismo della popolazione. I dilettanti fanno dipingere sulla loro casa il nome del maestro o degli artisti alla moda. Si legge in ogni parte: Viva Verdi! Viva la Ristori! Viva la Medori, la Corvetti, la Lotti! Viva Panciani, Ferri, Cornago, Rota, Mariani!

Mi sembra che i missionari non combattano attivissimamente contro questa influenza. Senza dubbio essi sono tutti occupati nel pendio opposto, predicando ai marinai del Mediterraneo, che non hanno bisogno d’essere convertiti; ed abbandonano i cittadini dell’Adriatico alle loro passioni mondane.

Però ho veduto sopra alcune case di Faenza il monogramma de’ Gesuiti dipinto sul muro appresso ad una piccola Vittoria nuda, che sospendeva una corona sopra il nome della Ristori.

I teatri di queste piccole città sono tutti grandi e magnifici, comodi assai, e vorrei bene che i nostri lo fossero del pari.

Non v’è teatro a San Marino, ma vi sono molti frati, molti mendicanti, non pochi ignoranti e ben poco incivilimento. Questo singolare Stato di 9500 abitanti, che in mezzo alla monarchia assoluta del papa conserva il nome di repubblica, mi arieggia un ghetto rurale. Mi convinco che i successori di s. Pietro l’hanno rispettato a bella posta, per chiarire ai loro sudditi, quanto la monarchia sia superiore alla repubblica. Ed è perciò che da tanti secoli fanno vegetare un miserabile branco di Ebrei, per far risaltare la superiorità del cattolicismo.

Fu molto decantata, in Francia, la costituzione politica di San Marino, l’equilibrio del suo _budget_, il disinteresse de’ suoi cittadini, di cui nessuno, per lo spazio di 14 secoli, non tentò farsi tiranno. Io non voglio già scagliare la prima pietra contro questo piccolo popolo interessante, se non per le sue virtù, almeno per la sua debolezza. Ma sinceramente, come al solito, narrerò ciò che ho veduto ed inteso sul territorio di San Marino.

Avevo lasciato Rimini sotto una pioggia dirotta, sopra una carrettella, sospesa appena quanto bastava per non rompermi le ossa. Il mio cocchiere era figlio dell’albergatore, mariuolo di 14 anni al più, ateo siccome una serpe. Scandagliai, strada facendo, il fondo della sua filosofia, ed egli sbrigliò dinanzi a me cotesto spaventoso aforismo: «Dio? Credo bene che, se ve n’è uno, sarà un prete come gli altri.»

Quell’amabile ragazzo m’indicò col dito il termine che separa lo Stato pontificio dalla terra repubblicana. Non mi parve che il sole divenisse più splendido, nè il suolo più florido, nè meno insipida la pioggia. Tuttavia respiro ben volentieri l’aria delle repubbliche. Il paese squallido, la coltura per nulla maravigliosa. Un piccolo villaggio, a mezza strada, mi parve malinconico e sudicio.

La città ed il borgo sono situati sopra una scoscesa montagna, da cui si domina una bella estensione di paese, quando però non piove a torrenti. Il borgo è appiedi della montagna, la città poggia sulla cima.

Il borgo è mal costrutto, mal lastricato e lasciato in disordine. La principale industria che vi si coltiva, e probabilmente la sola, è la fabbricazione delle carte da giuoco, che si esporta di contrabbando. Mi posi in cerca d’un cicerone, e pensando che il meglio sarebbe di prendere a caso il primo paesano in cui m’imbattessi, entrai da un artista; e mi offersi di pagargli la sua giornata, se voleva passeggiare con me per alcune ore. Ei non si fece pregare, ed io m’accorsi, dopo pochi minuti, che avrei potuto capitar peggio. Il buon uomo era ciarliero e compiacente, e tosto mi narrò la storia d’un medico comunale, perito a colpi di fucile, sulla piazza pubblica. Il fatto aveva due anni di data, e gli assassini erano stati condannati a due anni d’esiglio.

L’organizzazione della giustizia a San Marino è affatto elementare. Non si hanno nè leggi, nè tribunali, ma si fa venire da Roma o da Firenze un magistrato seguito da quattro gendarmi, il quale è pagato dalla repubblica, e giudica alla meglio gli affari civili e criminali. La pena di morte non viene mai applicata, ma si hanno le galere. Quando un individuo è condannato ai lavori forzati, lo si manda a qualche bagno del papa o del granduca di Toscana, e la repubblica vi paga la sua pensione.

Dalla questione giudiziaria noi siamo naturalmente passati alla politica. Un consiglio sovrano di 60 individui dirige gli affari dello Stato. Venti consiglieri sono scelti fra la nobiltà, venti fra la borghesia e gli altri venti fra i contadini: ond’emerge che San Marino è una repubblica leggermente aristocratica. Chi lo crederebbe? V’è una nobiltà a San Marino! In questa repubblica fondata da un muratore, che si era fatto eremita, ho ravvisato l’esistenza d’una classe privilegiata. Ero curioso di conoscere da qual fonte emanasse la nobiltà del paese, ed il mio cicerone mi assicura che i nobili di San Marino ammettevano di tempo in tempo qualche borghese nella loro illustre casta.

Il potere esecutivo è confidato a due capitani, che durano sei mesi nelle loro funzioni, nè possono essere rieletti se non dopo un intervallo di tre anni. Ricevono un emolumento di 25 scudi romani, un po’ più di 125 franchi, pei loro sei mesi d’esercizio. La moneta che corre nel paese è quella del papa.

La forza armata consta d’una sessantina di guardie nazionali. Grazie alla generosità d’un benefattore straniero, hanno delle uniformi, ma l’uomo che le comanda è alla borghese. Una trentina di suonatori completano l’effettivo. In caso di bisogno, la repubblica potrebbe mettere circa seicento uomini sotto le armi.

Le finanze non sono mai in deficit, poichè, propriamente parlando, non vi sono finanze. Il popolo non paga contribuzioni dirette, la principale entrata dello Stato si compone dei sali o dei tabacchi, che il papa permette d’introdurre senza dazio. Lo Stato è dunque non solamente protetto, ma eziandio beneficato dal santo padre. A questi prodotti s’aggiunge quello d’una imposta sulla carne. Il consumatore paga due scudi e mezzo per un bue, 25 soldi per un majale, e soldi 7-1/2 per un montone. Le derrate necessarie alla vita sono a buon mercato: la carne costa otto soldi la libbra, il litro di vino si vende da 3 a 5 soldi, e per un soldo si comprano otto oncie di pane.

L’istruzione pubblica è pressochè nulla: una ventina di piccoli repubblicani vanno alla scuola dai preti.

I monumenti pubblici sono una fortezza in ruine, ed una chiesa deforme, ma in buono stato. Quattro prigionieri sono detenuti nella fortezza, ed io ho passato una mezz’ora con essi. Sono rei di furti campestri, così frequenti costì siccome negli Stati del pontefice. I miseri aspettano impazientemente che siano mandati alle galere; ma ci vorrà molto tempo, chè il giudice è morto ed il successore non è ancora nominato. Uno di quest’infelici ebbe rotta la gamba, e soffre crudelmente sul miserabile suo giaciglio.

Si vede nella chiesa la tomba che S. Marino si è scavato da sè medesimo, e la lastra di marmo dedicata dalla repubblica ad Antonio Onufrio, _patri patriae_, dice l’inscrizione. Cotest’Onufrio era l’incaricato d’affari della repubblica presso l’Imperator dei Francesi. Il mio cicerone parla di questo grand’uomo colle lagrime agli occhi: «Ei parlava a Napoleone come io a voi; faceva la corte all’Imperatrice; egli era davvero il padre della patria!»

Al di sotto della chiesa, una gran casa civile è abitata dal dotto numismatico Borghesi. La mia guida pretende, che questo corrispondente dell’Instituto lavori ogni giorno fino all’ora della cena, e poscia si ubbriachi; ma io credo che il mio degno cicerone calunnia la sola gloria del suo piccolo paese.

Il mariuolo s’è ben guardato dal narrarmi un fatto ch’io conosceva, e che è noto a tutta l’Italia. Nel 1849, dopo la presa di Roma, Garibaldi e le reliquie del suo esercito si rifugiarono sul territorio di San Marino. Ora que’ repubblicani comprarono a vil prezzo i cavalli, gli arnesi, le armi e tutti gli effetti preziosi ch’erano rimasti ai proscritti: dopo di che gli esortarono a cercarsi un altro asilo. Questa reminiscenza è forse la causa del mio rigore verso gli abitanti di San Marino. D’altronde, quando sono acciecato dalla pioggia, non so veder le cose sotto bell’aspetto; e d’altra parte il lettore è libero d’addolcire a suo buon grado l’amarezza di questo giudizio.

Se la repubblica di San Marino dovesse un giorno essere assorbita in qualche grande monarchia, gli archeologi della politica esclamerebbero versando lagrime amare: «È dunque perito quel baluardo della libertà!» Rimane a sapersi, se un popolo rozzo, feroce, avido e miserabile, merita il nome di popolo libero.

Coloro che si occupano di statistica commerciale hanno osservato, che il piccolo commercio diminuisce di giorno in giorno. Ne’ tempi andati le nostre città erano piene di botteghe grandi come la mano, dove una famiglia di borghesi ignoranti vegetava fino alla morte. La commandita s’è impadronita degli affari, i capitaletti si sono riuniti per formare de’ milioni; si sono affittate delle case enormi, comprati de’ mucchi di merci, e si è trattato il commercio sopra una grande scala. È una intera rivoluzione, mercè la quale il capitalista accresce e raddoppia la sua fortuna, i commessi, senz’arrischiare un soldo, intascano de’ buoni assegni, ed il pubblico compra a miglior mercato.

Io non sono lontano dal credere, che in politica si farà un giorno un cangiamento analogo. I piccoli Stati sono condannati a vegetare siccome le botteguccie. Se io fossi re di Piemonte, o re di Prussia, fonderei un vasto stabilimento col capitale di 20 o 25 milioni d’uomini, e sarei ben presto in grado di dare la pace, la sicurezza, l’agiatezza e l’istruzione pubblica al 30 per cento al disotto del corso.

Le Romagne.... ma perdòno. È ormai lungo tempo che abbiamo abbandonato gli Stati del papa.

FINE

TAVOLA DELLE MATERIE

VIAGGIO.

_Marsiglia e suoi abitanti. — Lentezza delle strade ferrate. — La Canebière. — La città nuova. — I Campi Elisi. — La città antica. — La Major. — La città futura. — Il signor Mirès ed i porti di Marsiglia. — Il canale della Duranza. — 1815 e 1858. — I Marsigliesi. — Carattere, costumi e difetti della popolazione. — Perchè i Marsigliesi non falliscono mai. — Lusso e lavoro. — La caccia. — Il teatro. — Una prima rappresentazione di Alessandro Dumas. — La necropoli d’Aix in Provenza. — Le corazze d’un re del Gabon e la musica del bascià d’Egitto. — Industria, commercio e speculazione. — Lo zucchero, l’olio ed il sapone di Marsiglia. — Elogio del Sesamo. — Fabbrica di turaccioli. — I porti. — La compagnia delle Messaggerie imperiali. — Speculazione. — Agenti di cambio. — Storia maravigliosa d’un giovane sindaco. — Lavori pubblici. — Reminiscenza di Bordeaux. — Mio avo ed il pugnale del Triulzio. — Elogio della follia. — Budget municipale di Marsiglia. — Progetto di residenza imperiale. — I Catalani. — La questione delle belle arti. — Un privilegio assurdo. — Racconto d’un Bavarese. — Tragitto da Marsiglia a Civitavecchia. — Il colonnello Bailliencourt, attualmente generale di brigata. — Arrivo in posta_ Pag. 9

I. MIO ALBERGO.

_Carlomagno, Carlo VIII, Montaigne, Rabelais, Poussins, Carlo de Brosses, Chateaubriand, la Stael. — Abito il nido di Orazio Vernet. — Trecento ventisette gradini da salire. — Il carcere di Galileo. — Memorie della villa Medici. — Il portinajo. — I giardini. — L’obolo di Belisario. — Ospitalità dell’Accademia di Francia. — I premj di Roma. — Bel motto di Gregorio XVI. — Vittore Schnetz, direttore dell’Accademia. — La mia camera. — Paesaggio. — San Pietro. — Opinione d’un consigliere municipale di Avranches. — Roma 1300 anni fa. — Lo scirocco. — Una visita. — Perchè è sì difficile lo studiare Roma contemporanea?_ Pag. 47

II. LA PLEBE.

_I viaggiatori dilettanti non la conoscono, o la conoscono male. — Carattere del popolo minuto di Roma. — Reminiscenza della rivoluzione del 1849. — I plebei accampati presto il cardinale Antonelli. — Un plebeo della Chiesa, frate questuante. — Sua industria; sue risorse. — Commercio delle insalate, estrazione dei denti, modello degli artisti, composizione di terni. — Entrate d’un mendicante. — La mendicità è una delle basi dello Stato. — Quadro della piazza Farnese e della piazza Montanara la domenica mattina. — I contadini a Roma. — Commercio di calzature. — Barbieri all’aria aperta. — Cibi d’occasione. — Margherita di Borgogna. — Commercio di sigari mozzi. — Scrittori pubblici. — Lettera d’una contadina moribonda. — Colazione de’ poveri. — Burro di Roma_ Pag. 59

III. IL GHETTO.

_Divozione del popolo minuto. — Sentimento del principe di Santa Croce sui buoni esempi. — Zappatori-pompieri adoperati a lottare contro l’inondazione. — Piazza delle Sinagoghe. — Gli Ebrei di Roma. — Censimento. — Perchè ci sono Ebrei nella capitale del mondo cristiano. — Due parole di storia. — Affitti di enfiteusi perpetua. — Imprudente generosità di Urbano VIII. — Un ebreo mantenuto dalle Orsoline. — Le porte del Ghetto sono demolite, grazie alla bontà di Pio IX. — Profitto che n’ebbero gli Ebrei da questo cangiamento. — Il carnevale di Roma. — Imposta modificata. — Gli Ebrei surrogati da cavalli. — L’arco di Tito e la Bibbia. — Gli Ebrei al sermone. — Conversioni solenni e grandi vittorie della Chiesa romana. — Storia d’una piccola imposta di 450 scudi — Prodigiosa diminuzione della popolazione ebrea. — Storia d’un protetto del conte Goyon. — Non più del figlio Mortara. — Affare Padova. — Assoluzione d’un omicida che non aveva ucciso altro che un ebreo. — Fromental Halevy al Ghetto di Roma. — Baccano. — La Buca della Verità_ Pag. 70

IV. IL TRANSTEVERE.

_Il Ponte-Rotto. — L’osteria. — Elogio dei Transteverini. — Iscrizione edificante e avviso ai bestemmiatori. — Avventori di una bettola del Transtevere. — Gli artisti di Roma. — Miei vicini. — La cena. — La passatella. — Il padrone del vino ed il suo ministro. — Il mugnajo e sua figlia. — Due giocatori di carte. — Amenità di linguaggio. — Dramma tragico. — L’uomo dal fazzoletto. — Un caffè del Transtevere. — Lotta di virtuosi. — Improvvisatori su tema classico. — Ritorno aggressivo del mugnajo. — Il principale. — Catastrofe_ Pag. 83

V. GIUOCO DE’ COLTELLI.

_Opinione de’ Romani sul furto e sull’assassinio. — I ladri sprezzati e odiati; omicidi stimati e protetti. — Due parole di statistica criminale. — Perchè l’omicidio è sì frequente in Roma. — Storia di sei giornate. — Ciascuno si fa giustizia da sè, in un paese dove non c’è giustizia. — Fuga degli uccisori. — Luoghi d’asilo. — Ambasciate, chiese, conventi, poderi ecclesiastici, Accademia di Francia, sponde del Tevere. — Campo Morto tra Velletri ed il mare. — Difficoltà della procedura criminale. — Discrezione ostinata de’ testimonj. — Curiosa storia d’un majale. — Castigo di Pietro Brandi._ — La buona mano. — _Le leggi penali non vennero applicate se non durante l’occupazione francese. — I mezzi di repressione non mancherebbero al governo, se volesse valersene. — La ghigliottina e la prigione cellulare sono invenzioni italiane. — Condotta energica di Leone XII. — Orribile supplizio di Ludovico. — Le galere, luoghi di ricreamento. — Incontro d’un forzato che rimpiange il suo buon tempo_ Pag. 96

VI. IL LOTTO.

_Moralità, utilità e necessità assoluta di quella filantropica instituzione. — I poveri romani non hanno altro mezzo per fare fortuna. — Confutazione di dicerie; elogio del governo pontificio. — Il lotto sarebbe immorale a Parigi e a Londra; ma è lodevole nella capitale dei papi. — Storia. — Teoria del giuoco. — Preoccupazione continua dei Romani. — Calcolo dell’ambo e del terno; incetta de’ buoni numeri. — Libro de’ sogni; manuale del giuocatore. — Disgrazie fortunate. — Un padre di famiglia che perde un figlio e guadagna un terno. — Storia d’un soldato austriaco. — Due amanti asfissiati. — Un condannato di Rimini. — Le streghe di Sonnino. — Il giuoco e la preghiera. — Intervento della Madonna. — Digressione sulla Madonna. — L’estrazione di Roma. — Gli Ebrei ed i numeri bassi. — Speculazione de’ lottajuoli. — Opinione degli stranieri. — Le tombole. — Estrazione alla villa Borghese. — Avventura d’un contadino che uccise tre uomini e ne ferì quattordici, dopo aver guadagnato la tombola_ Pag. 106

VII. IL CETO MEDIO.

_Definizione. — Progressi del ceto medio, che va crescendo in tutti gli Stati d’Europa. — La sua storia è la storia medesima dell’incivilimento. — Servigi da esso resi all’Inghilterra, all’America, alla Francia, all’Italia. — I capi della rivoluzione italiana sono due uomini del ceto medio. — Disgrazia di Roma. — La capitale de’ papi manca di borghesia. — Il ceto medio vi è povero, timido, oppresso e quasi degenerato. — Gli uomini. — Le donne. — I costumi. — Avvocati romani; loro incarico, loro importanza, loro risorse. — Medici. — Bottegaj. — Operaj. — Rimembranza del calzolaio di Milano che fece uno stivale a Murat. — Miserie de’ mercantelli e degli operai da bottega. — Locazione degli appartamenti mobigliati, industria romana. — I soli borghesi degni di tal nome sono i mercanti di campagna. — Elogio di questa bella professione. — Gl’impiegati civili. — La guardia nazionale nell’anticamera del Vaticano_ Pag. 116

VIII. GLI ARTISTI.

_L’arte e l’industria si confondono in questo paese. — Distinzione chiara presso noi, confusa presso i Romani. — Errore de’ nostri romanzieri intorno agli artisti d’Italia. — Il teatro. — La sala. — L’amministrazione. — L’opera. — La prima donna e la sua famigliuola. — Entusiasmo del pubblico. — Modestia degli artisti. — Miseria de’ coristi. — Il compositore. — Una prima rappresentazione a Roma. Abusi del richiamo sulla scena. — I trionfi. — La comedia. — Gli scrittori. — Esito delle composizioni francesi. — Siamo traditi così a Roma come a Londra, ma in uno spirito differente. — La censura. — Due inezie fra mille. — La Fiammina. — Letteratura romana. — La stampa periodica, nessun giornale. — Pittura e scultura. — Celebrità della fabbrica di Roma. — Visito alcuni studi in compagnia d’un ricco Americano. — Commercio de’ marmi scolpiti. — Confezione d’un busto. — Visita ad un pittore celebre. — Commissione d’un ritratto. — Manifattura di copie per l’importazione. — Riflessioni filosofiche sulla decadenza della scuola romana. — Attitudine de’ giovani artisti; educazione deplorabile; mancanza d’ogni critica e d’ogni incoraggiamento. — Architettura. — Oreficeria. — Gli studi dell’illustre Castellani, il più grande di tutti gli artisti romani. — Curiosità. — Un tondo di 50 milioni_ Pag. 130

IX. LA NOBILTÀ ROMANA.

_Com’era due secoli fa. — Com’è attualmente. — Sue origini. — Nobiltà feudale. — Nobiltà nipotica. — Nobiltà finanziaria. — Antica alleanza della nobiltà e del papato. — I Savelli, i Conti, gli Orsini, i Colonna, i Gaetani ottengono la tiara. — Nobiltà d’origine più antica e meno autentica: i Muti, i Santa Croce, i Massimo. — Risposta d’un Massimo all’imperator Napoleone. — Dati attinti nel carteggio di Carlo de Brosses. — Creazione della nobiltà nipotica, covata sotto la veste de’ papi. — I Chigi, i Peretti, gli Aldobrandini, i Borghese, i Ludovici, i Barberini, i Panfili, i Rospigliosi, gli Altieri, gli Odescalchi, i Corsini, i Braschi. — Maggioraschi, secondogeniture, doti di nipoti, milioni donati brevi manu. — Nobiltà del denaro: i Grazioli, i Torlonia, i Ferrajuoli, i Campana, gli Antonelli, ecc. ecc. — Redditi scarsi dell’antica nobiltà. — Dati precisi sulle grandi fortune di Roma. — Due famiglie godono d’un reddito illimitato. — Doveri d’un principe romano, ricco o povero. — Spese alle quali viene condannato. — Lavori penosi e quasi umilianti. — Educazione de’ nobili romani. — Loro virtù e attitudini. — Le donne nobili; spirito della popolazione romana presa in massa. — Opinione di tutte le classi della società sul poter temporale del papa_ Pag. 146

X. L’ESERCITO.

_Come i cittadini francesi sono tutti più o meno soldati. — Incontro d’una bandiera tricolore sulla piazza del Quirinale. — L’imagine della patria. — Il calzone rosso. — Il fico del misantropo Timone e la bandiera del papa. — Il papa dovrebbe essere abbastanza forte per far senza di soldati. — La coscrizione impossibile. — Sistema d’ingaggio. — Cattiva composizione dell’esercito. — Disciplina impossibile. — Furti commessi da gendarmi. — Di chi la colpa? — Deplorabile educazione degli uomini. — Il soldato umiliato. — I domestici stimati più che i militari. — Si prova rossore d’aver un fratello all’esercito, e non di stringere la mano ad un forzato. — Gli ufficiali. — Mal’aria dell’onore. — Prelati alla testa dell’esercito. — Disegni di riforma, fatti dal signor Testa. — Scuola de’ cadetti. — L’acqua santa degli ufficiali. — Risse tra Romani e Francesi. — Spesa dell’esercito. — Reggimenti stranieri_ Pag. 158

XI. IL GOVERNO.