Part 24
_Gravi considerazioni che mi vietano di criticarlo. — Non giudichiamo per non essere giudicati. — Scrivo sotto la dettatura d’un amico del papa. — Il santo padre. — I suoi Stati ed i suoi sudditi sono sua proprietà. — Può far leggi e violarle. — Interessi generali della Chiesa; amministrati da congregazioni. — Governo temporale. — Il cardinal segretario di Stato. — I ministri subalterni. — Gerarchia romana. — Beni del clero: 535 milioni in beni immobili. — Il sacro collegio. — I prelati. — Vantaggi delle calze color viola. — Distribuzione degl’impieghi. — Patronato e clientela. — Invasione dello spirito rivoluzionario, che minaccia di turbare un ordine sì perfetto. — Mostruose pretensioni de’ popoli. — Incredibile complicità di alcuni sovrani. — Semplici osservazioni dell’autore. — Sistema di rappresentanza nazionale. — Il cardinal Antonelli_ Pag. 166
XII. COSTUMI ROMANI.
_Avviso importante. — Contraddizioni necessarie. — La foglia di vite ed il governo pontificio. — L’ospitale Santo Spirito. — Uno scorticato di buon esempio. — Ospizio de’ trovatelli. — Un duca romano abbandonato da sua madre. — Matrimonio d’una duchessa e d’un sergente. — Il principe e la droghiera. — Un fanciullo nato coll’orologio alla mano. — Tolla. — L’amor pittore. — Le disgrazie del principe T. — Principessa e cameriera. — Due discendenti di Valerio Publicola. — Cavalli, carrozze e lacchè. — Opinione d’un notajo di Parigi. — I cardinali esclusi dalle chiese. — Il guardaportone ed il vescovo. — Salvezza d’un cardinale. — Insolenza d’un monsignore. — Non più miracoli! — I taumaturgi in galera. — La Salette. — Furto permesso. — Miseria. — I Romani dormono nudi. — Ospitalità montanara. — Una famiglia ed un romito nello stesso letto. — I fiori. — I bagni di Roma. — Matrimonii forzati. — Storia d’un curato di villaggio. — Orrore per lo scandalo. — La moglie del calzolaio. — Il Lionese ed il postiglione. — Avventure d’un ufficiale dell’esercito francese. — Gli eufemismi romani e le parolaccie. — Il signor Levis. — Monsignor Muti ed il suo cuoco_ Pag. 175
XIII. LA MORTE.
_I Romani sanno morire. — Tacito ed il Vangelo. — I sermoni._ — Hodie mihi, cras tibi. — _Lo scheletro d’un cavallo. — Le ossa de’ morti. — Il cimitero de’ cappuccini. — Chiesa della_ Buona Morte. — _Un artista. — I funerali di Roma. — Il lutto. — Sepoltura nelle chiese. — Soprattassa. — La fossa comune. — Cimitero degli_ accattolici. — _Tomba di Shelly. — Il figlio di Goethe. — Tariffa inglese. — Indiscrezione d’un medico comunale. — Un morto benestante. — Addio ai Romani_ Pag. 193
XIV. LE BESTIE.
_La campagna di Roma. — Coltura del grano. — Pascoli. — I cavalli. — Razze migliori. — La_ trita. — _I buoi. — Grande coltura. — Il buffalo. — I canali delle paludi Pontine. — Giuochi del popolo. — Le pecore. — L’animal nero. — Incoraggiamenti. — I passaporti_ Pag. 202
XV. PASSEGGIATA NEL MEZZODÌ.
_Albano e le vicinanze. — Privilegi in ogni parte. — Le iscrizioni. — Il ponte dell’Ariccia. — Velletri. — Furto d’una Madonna. — Vendetta. — Un brigante in pulpito. — S. Luca. — Il Passatore. — Il teatro di Forlimpopoli. — L’orologio d’un Inglese. — Il cadavere d’un brigante. — Le paludi Pontine. — Concimazione a ciel aperto. — Una fittarezza. — La piazza di Piperno. — Iscrizione modesta. — La strada di Sonnino. — I nostri cavalli in convento. — Una città del medio evo. — Maria Grazia. — Cena. — Un giovane ingegnere. — Festa campestre. — La casa degli Antonelli. — La banda. — Processione. La piazza pubblica. — Il medico comunale. — Corsa di Cavalli. — Pastori e predoni. — Memorie de’ buoni tempi. — Funerali nel villaggio. — Storia di Maria Grazia. — Leopoldo Robert. — Prossedi. — La donna. — Ignoranza. — Tasse municipali. — Trenta sacerdoti per un villaggio. — Pagliano ed i prigionieri politici. — Olevano. — Palestrina. — Temporale e grandine. — Vincolo comune. — Due versi di Musset_ Pag. 211
XVI. IL VETTURALE.
_Suo aspetto, suo costume, sua professione. — Miei compagni di viaggio. — Civita Castellana. — I nostri cavalli venduti. — L’amore sulle strade grosse. — Gasparone. — Visita a quel re decaduto. — Opinione d’un gendarme sul brigandaggio. — 127 omicidj registrati. — Albergo italiano. — Mendicità in Italia ed in Francia. — Narni. — Siamo venduti. — Le cascate di Terni. — Foligno. — Loreto e la Santa Casa. — La più fruttifera di tutte le leggende. — Monsignor Narducci. — Castigo d’un prevaricatore. — I gesuiti. — La farmacia apostolica. — La chiesa di Loreto. — Pellegrinaggio. — Bestia come un Inglese. — Il cadavere d’un fanciullo. — Le mosche. — Processione di ciocciari. — Commercio de’ rosarj. — Ancona. — Gli Ebrei. — Sinigaglia patria di Pio IX. — I teatri. — San Marino. — Un ateo di 14 anni. — Quadro d’una repubblica. — Utopia_ Pag. 244
FINE DELLA TAVOLA.
NOTE:
[1] Sonvi certe tasse che crescono colla popolazione delle città, ond’è che le città sono interessate a dissimulare una parte della loro popolazione. Conosco un borgo di Lorena, che conta più che 4000 abitanti e non ha mai voluto confessarne più di 3999. Quando il progresso della popolazione sarà diventato troppo evidente, essa farà un salto da 3999 a 4999, siccome quelle donne che aspirano ancora alla galanteria, e che passano in un giorno dai ventinove ai trentanove anni.
[2] Per rendere più agevole l’intelligenza di questo periodo ai lettori italiani, si crede necessario di dar il valor convenzionale de’ vocaboli francesi _parquet, coulisse, coulissier_, allorchè si applicano al commercio. _Parquet_ significa il luogo dove stanno i commercianti, banchieri ed agenti di cambio a discutere i loro affari. — _Coulisse_, è luogo di riunione dei negozianti di cambio alla borsa fuor delle ore in cui vi lavorano gli agenti. _Coulissier_, sono negozianti che trattano affari alla _coulisse_.
[3] Uno scrupolo mi trattiene al momento in cui rileggo questa frase, ed ecco che un altro ricordo mi ricorre alla mente.
Una bella sera del mese di maggio all’ora dell’_Ave Maria_ incontrai una processione di gente del popolo e del ceto medio in numero di diciotto o venti. Essi cantavano a tutta gola un cantico italiano in onore della Santa Vergine. Intanto ch’io ammirava nel mio interno quest’atto di divozione spontanea, fui urtato da un uomo sdegnato, che gesticolava energicamente; era il principe Publicola di Santa Croce. «Che impudente canaglia! diceva ad alta voce. Cesseranno infine di rompervi il capo. Non hanno già ben guadagnato i trenta soldi che la parrocchia dà loro per edificare i forestieri?»
[4] Questo capitolo, che manca assolutamente d’attualità, fu scritto alcuni mesi dopo l’attentato del 14 gennajo 1858. Io lo conservo qui per i particolari curiosi e autentici che vi sono contenuti; ma ognuno sa che un anno dopo tutti gl’Italiani degni di questo nome hanno lasciato il coltello per prendere la spada.
[5] Ludovico montò la scala del palco. Il carnefice lo fece inginocchiare, ponendogli la mano sulla spalla ed obbligandolo a piegare le ginocchia. Ludovico obbedì, senza piangere, invocando con voce soffocata i proprj figli e la propria moglie, e senza pregare. Il prete, sempre borbottando il latino ad un uomo che sapeva appena il dialetto romano, s’allontanò alquanto, mentre il carnefice, detto Mastro Titta, rimase in piedi di fianco al condannato.
La moltitudine tratteneva quasi il respiro; gli uomini avrebbero potuto contare le pulsazioni del cuore delle donne loro vicine.
Mastro Titta trae dal disotto della sua casacca rossa un grosso bastone piombato ed accuratamente lo esamina, poi lo fa girare siccome un capotamburo farebbe colla sua lunga canna dal pomo d’argento, o come un giocoliere farebbe colle sue bacchette magiche. Da ultimo lo afferra ben saldo, lo fa girare due volte intorno alla sua testa, e colpisce il condannato sulla tempia sinistra.
Un grido d’orrore sorge dalla folla. La vittima cade siccome un bue, ed il suo corpo comincia a dibattersi nell’agonia. Ma la giustizia del Vicario di Cristo non è ancora soddisfatta, non ancora completo il supplizio.
Mastro Titta getta lungi da sè il suo bastone, in mezzo alla gente affollata; afferra di nuovo la sua vittima, trae dal suo fianco un coltellaccio da beccajo, e la sgozza.
Poi col coltello medesimo le fa un cerchio profondo intorno al collo, come per tracciare la linea, e taglia poscia la testa, che mostra al popolo. Il sangue di quel teschio arrossa il carnefice, mentre due fontanelle di sangue sprizzano dal collo staccato, e vanno ad inondare la tunica del prete. Credereste che il sacrificio fosse finito? No. — Mastro Titta taglia le due braccia alla clavicola, le due gambe al ginocchio del cadavere, e raccogliendo, co’ piedi e colle mani, braccia, gambe, testa, e tronco, li getta insieme in una cassa appiè del palco, mentre cavasi di tasca un fazzoletto e si forbisce il naso.
Non è a dirsi l’orrore del popolo alla vista di questa spaventosa scena.
Un grido unanime di maledizione irresistibilmente proruppe da tutta quell’onda di gente un’ora prima sì allegra: e ciò malgrado la truppa, i gendarmi, la polizia.
Il prete sul palco annasava tranquillamente a prese il suo tabacco.
Leone XII non si scosse per nulla, credendo aver adempito il suo dovere.
[6] E difatti de’ quattro miei compagni, due sono ancora celibatarj. Settembre 1860.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.