Roma contemporanea

Part 22

Chapter 223,845 wordsPublic domain

Il primo viaggiatore che trattò col vetturale è il padrone del legno, ed ha voce preponderante nelle dispute che insorgono strada facendo. Debbo però dire che le dispute sono rarissime, essendo che il vetturale ed il suo servo sono armati d’una compiacenza inalterabile, ed ho sempre dovuto ammirare la cortesia degli Italiani che viaggiavano con noi. Era simpatia pei Francesi? Era semplicemente l’effetto di quel vecchio pregiudizio romano, che vede in tutti gli stranieri altrettanti signori? Propendo per la prima ipotesi. Lo stesso vetturale agiva con noi meno famigliarmente che non co’ suoi compatriotti, e credetti vedere che negli alberghi avevasi per noi una cura particolare. Eppure gli albergatori sanno, meglio che ogni altro, che i viaggiatori del vetturale non sono propriamente signori.

In questo modo ho viaggiato da Roma a Bologna. Eravamo, al momento della partenza, cinque Francesi ed un giovane avvocato romano. Quattro nella carrozza, e due sull’imperiale: questi, ogni volta che si sentivano oppressi dal caldo, dimandavano di cambiar posto.

Cotesti miei compagni erano un giovane dilettante di viaggi dotato di molto spirito, il signor Dugué De la Fauconnerie, un pittore dell’accademia di Roma di nome Giacometti, due altri artisti, Pradier figlio dell’illustre statuario, e Giulio David nipote del gran pittore, e cugino germano del mio buon amico barone Gerolamo David. Non mi ricordo il nome del giovane avvocato, ma era un uomo dolce e benevolo. Mancava forse di _quel non so che_, che fra noi è il distintivo delle persone ben educate. Però noi eravamo quasi dispettosi di vedere che il vetturale lo trattava quasi in tuono di perfetta eguaglianza. Noi eravamo d’un paese, dove la distanza è enorme fra un conduttore di diligenze ed un dottore in legge.

Non conosco nulla di più desiderabile nè di più dilettevole che la buona compagnia. Però quando viaggerete collo scopo d’istruirvi, io vi consiglio d’andar solo. Dall’ora in cui il vetturale venne a prenderci facendo risuonare i campanelli de’ suoi tre cavalli, fino alla città di Foligno, dove io dissi addio a’ miei amici, osservai ben poche cose. Lo confesso a mia vergogna, ma non senza certo piacere retrospettivo, la conversazione non fu altro che un continuo scoppio di risa.

La campagna triste e desolata intorno a Roma cangiò di faccia a misura che ci allontanavamo dalla città. È un fatto da me già notato varie volte sui miei ricordi, che Roma è forse la sola grande città senza distretto, la sola che sia circondata d’una zona incolta. Bisogna escirne e viaggiare molto tempo prima di trovare le strade ben conservate, la circolazione romorosa, la coltura attiva e prospera. Quanto più si allontana dalla capitale, tanto più si trova il paese vivo ed il popolo felice. Concludo da questo fenomeno unico nel suo genere, che Roma sarà forse un giorno la capitale d’Italia, ma che al giorno d’oggi non è la capitale degli Stati romani.

A Civita-Castellana, il vetturale vende i suoi cavalli, avendo trovato occasione di fare un buon mercato, ed ei non è uomo da trascurare i suoi affari. «Ma e di noi che sarà? — Eh! che! risponde egli con un sorriso filosofico. La Madonna non ci lascerà in istrada.»

Fatto sta che la mattina seguente la carrozza era pronta tirata da tre ronzini, così deformi, arditi e strepitanti, quanto i primi.

Ecco l’ordine e la marcia invariabile del vetturale. Al primo albore egli sveglia i suoi viaggiatori e fa caricare i bagagli. Un caffè s’apre a dieci passi dall’albergo, ed il vetturale ci conduce colà e ci fa apprestare la prima colazione. Si comincia a trottare verso l’ora fresca, e si continua fin verso le dieci ore del mattino. Allora è il momento della fermata, e si depongono i bagagli pel caso in cui qualche viaggiatore avesse il capriccio di cambiar abiti. Ci viene servito un pranzo modesto, ma solido, condito con un po’ di vino del paese. Quindi si fa una corsa a visitare il paese, mentre i più pigri hanno diritto di chiedere una camera e di fare la _siesta_. Fra le due e le tre ore si risale in vettura e si trotta, sempre piano piano, fino alle sei: allora i bagagli sono di nuovo scaricati, i cavalli vanno nella scuderia, ed i viaggiatori passeggiano fino all’ora della cena. Tutto ciò è sì ben regolato, si ben convenuto, che cinque o sei vetturali possono viaggiare di conserva senza mai perdersi di vista. Il nostro giovane avvocato raccontò la storia d’uno de’ suoi amici che si ammogliò da un vetturale all’altro. Egli osservò nel primo giorno di viaggio una bella fanciulla, che co’ suoi parenti andava a raccogliere una modesta eredità; la riconobbe il giorno appresso, le sorrise il dì seguente, nel quarto giorno le parlò, nel quinto la chiese in matrimonio, e l’ottenne in capo alla settimana, grazie ad una bottiglia di Montepulciano, che il padre aveva imprudentemente accettato.

Non dipenderebbe che da noi il giuocare al medesimo giuoco, poichè ecco un vetturale che ci segue passo a passo, come per raccogliere la nostra polve. Cinque figlie da marito! ed abbastanza belle, in fede mia. Ed il naso rubicondo del loro signor padre attesta, ch’ei non avrebbe a schifo il vino di Montepulciano. Ma nessuno di noi pensa al matrimonio[6].

È nel bagno di Civita-Castellana che il famigerato Gasparone espia dolcemente i suoi delitti. Ero debitore d’una visita a quel grand’uomo, ed ora gliel’ho fatta. Si può dire letteralmente ch’ei regna in quel bagno di terra ferma, poichè 13 o 14 antichi banditi gli compongono una corte, ed il governo gli assegnò una lista civile di 5 soldi al giorno per le spese di rappresentanza; mentre gli stranieri che vengono a vederlo gli pagano tributo.

Questo monarca in vita mi ricevette in una cameraccia che gli serve di sala del trono; fece tre passi incontro a me, e mi stese la mano con un sorriso di protezione. Le persone della sua corte ed alcuni gendarmi fecero cerchio intorno a noi.

Gasparone è un vecchio grande, d’una bellezza notevole, d’alta e nobile statura, e lineamenti maschi e regolari, di guardatura sfavillante. Porta una lunga barba bianca, e reca in viso una miriade di macchiette azzurrognole segni della esplosione d’un fucile carico a polvere. Indossa un abito di panno grossolano, costume di contadino agiato; e fu dispensato dal portare la livrea de’ forzati, così pure dalla costoro compagnia. Vive solo, circondato da suoi antichi compagni, e distratto dalla noja per mezzo delle frequenti visite degli stranieri.

Delle native montagne egli non ha conservato che l’accento e la calzatura. Mi fece vedere i suoi sandali attaccati alla gamba con funicelle di cuojo, e mi disse con una modestia alquanto orgogliosa: «Perdonatemi se non parlo il romano; io sono nato ciocciaro e così morrò.» Cotesto titolo di ciocciaro, ossia portatore di cioccie (sandali) è adoperato in Roma siccome termine di sprezzo. Il cardinal principe Altieri nel calore di una disputa contro il secretario di Stato, non s’astenne dal lanciargli in faccia l’epiteto di ciocciaro. È positivo che il cardinal Antonelli, al pari di tutti i figli di Sezza, di Prossedi e di Sonnino, ha portato le cioccie in sua giovinezza.

Gasparone mi domandò se io ero romano? Era evidentemente un complimento sul modo con cui io parlavo italiano. Lo ringraziai, dicendogli ch’ero francese. «Or bene! ripigliò egli sorridendo, conducetemi con voi in Francia.»

M’ingegnai di persuaderlo, che un uomo della sua condizione non troverebbe ad occuparsi in un paese come la Francia. I gendarmi che ci ascoltavano alzarono le spalle in segno d’incredulità, quando dissi che il brigandaggio era impossibile da noi.

E di vero il brigandaggio, sì bene sradicato nelle montagne di Sonnino, era allora floridissimo nelle Marche e nelle Romagne. Si parlava d’un possidente assediato in sua casa alle porte stesse di Rimini.

Si narrava la storia d’una prigione evasa in massa, detenuti e carcerieri, per mettere a contribuzione la campagna.

Gasparone non manca di certa bonomia; però mi parve alquanto sostenuto e preoccupato dell’idea di sostenere il suo grado. Egli stava in piedi, e noi pure. Mi ricorse involontariamente al pensiero la memoria di quel principe romano, che diceva nella sua altiera boria: «Non mi sono mai seduto dinanzi a persona del ceto medio, poichè avrei forse dovuto farla sedere a me vicino.» Però allorquando parlai di Sonnino, di Maria Grazia, e delle montagne che avevo visitato, il vecchio brigante se ne compiacque e cedette al piacere di parlare. Raccontò varj episodj della sua vita attiva e specialmente l’ultimo, ch’egli ha sempre in cuore. Protestò contro l’illegalità della sua prigionia. «Poichè al fine, diss’egli, i gendarmi non mi hanno preso, ed io non mi sono arreso; fui preso a tradimento. Avevo accettato un abboccamento per trattare col governo, e si è violato il diritto delle genti coll’impadronirsi della mia persona.»

I gendarmi l’ascoltavano con rispettosa ammirazione, ed uno d’essi gli disse: «E di che ti lamenti? Tu hai fatto la guerra, e noi non la faremo mai: tu non mancasti di nulla, e noi manchiamo di tutto. Tu sei stato capitano, ed io, che ti custodisco, non sarò probabilmente nemmeno sergente, poichè non ho nè moglie nè figlia che sollecitino pel mio avanzamento!»

Dopo una buona mezz’ora di conversazione, presi commiato. Gasparone voleva assolutamente che portassi meco una sua memoria, onde mi offrì la lista manoscritta de’ suoi omicidj, in numero di 197, se non m’inganna la memoria. Aggiunse che gl’Inglesi non mancavano mai di prenderla.

Che strana bestia è l’uomo! Questa lista mi fece orrore, e rifiutai di prenderla. Avevo stretto senza ribrezzo la mano che aveva commesso tanti delitti, ed ora il foglio di carta su cui erano descritti m’inspirava orrore! Dissi addio al grand’uomo, che ne aveva ammazzati tanti piccoli, e gli diedi una mancia, ch’egli accettò siccome farebbe un semplice capo d’ufficio.

Il suo onorario era già di dieci soldi; ma da qualche anno fu ridotto a cinque. È un lagno che non dimentica mai in conversazione.

L’albergo di Civita-Castellana è il tipo de’ grandi alberghi italiani, siccome si trovano nei romanzi. Balconi, terrazze, fiori del mezzodì, grandi corse aperte alle sedie di posta, nulla vi manca. È però debito di verità il dire che Civita-Castellana trovasi sulla classica strada di Firenze a Roma.

Ciò che mi urta al massimo grado è la mendicità importuna e continua, che ci perseguita. Negli alberghi più agiati il cameriere stende la mano, il facchino che vi porta il baule stende la mano, il garzone di scuderia stende la mano, e qualche volta lo stesso albergatore ci fa l’onore di dimandarci l’elemosina. Lungo il cammino, allorquando il vetturale prende de’ buoi o de’ cavalli di rinforzo, l’uomo che gli ha noleggiati, e che riceve il suo salario, ci tira per la manica e ci sveglia, al bisogno, per una comunicazione importante. Che vuol egli? Una piccola moneta per comprar del pane. Se il pane fosse raro o caro, questa importunità sarebbe forse scusabile; ma la messe è magnifica, come ne convengono gli stessi coltivatori, allorchè si staccano dal loro lavoro per venire a stenderci la mano. È chiaro che quelle persone non hanno bisogno de’ pochi soldi che ci dimandano, ma vanno mendicando per principio, per onor del governo e del paese.

Quanto si può esser fieri d’esser Francesi! Eppure debbo confessare che la mendicità è ancora più arrogante e più inescusabile a Parigi. Un cocchiere romano, a cui non si dia nulla di mancia, s’accontenta di maledirvi nel secreto dell’animo suo; mentre un cocchiere di Parigi v’ingiuria e talora fa peggio. Abbiamo sui boulvard di Parigi qualche caffè, che in capo ad un anno raccoglie più di cento mila franchi in elemosine. I domestici di quello stabilimento, che non hanno altro salario, suddividono questa enorme somma col proprietario, che è stupidamente ricco, e si veggono delle locazioni di 60,000 franchi pagate coll’elemosina forzata de’ poveri consumatori.

A Narni, il vetturale ci vende ad uno de’ suoi confratelli, che s’incarica di trasportarci alle medesime condizioni fino al termine del nostro viaggio.

Le cascate di Terni sono fatte di mano dell’uomo, non meno che quelle di Tivoli; e così l’arte diede mano alla natura. Fu sviato un fiume dal suo letto per precipitarlo giù dalle rupi.

Quivi i contadini industriosi hanno costrutto cento diverse chiuse ne’ dintorni della cascata, e ciascun d’essi preleva una tassa sulla curiosità de’ viaggiatori.

A Foligno dissi addio a miei amabili compagni, i quali si diressero verso Perugia, che non era ancora stata saccheggiata dalle bande mercenarie tedesche del colonnello Schmidt. Ho fatto la salita degli Appennini per una strada nuda e triste assai; ora eccomi sul pendio dell’Adriatico, nelle provincie meno soggette al dominio pontificio. Serravallo, Tolentino, Macerata, Recanati, prime città e primi villaggi della marca d’Ancona, hanno una fisonomia affatto nuova. Siamo ben lungi da Roma e dalla sua desolata campagna! Qui le vie ampie e ben conservate sono coperte di pedoni e di carrozze, e fiancheggiate da fertili campagne. Non ho veduto le pianure di Lombardia, ma dubito che possano essere meglio coltivate di quest’ammirabil paese. La proprietà è suddivisa, e la popolazione non va più timidamente a rannicchiarsi entro i villaggi, che da tutte le parti si veggono abitazioni rurali in buono stato.

Vi ho spiegato come la coltura non fosse altro che un accidente passaggiero nella campagna di Roma. Si traggono de’ buoi e degli aratri sopra un prato, poscia si ara, si semina, si sarchia, si miete in fretta, quindi la terra rientra nel suo riposo per un periodo di ben sette anni. Qui per lo contrario la coltura è lo stato normale della terra, essendo essa piantata d’alberi e lavorata, zappata ed ingrassata. Ho visto spesso nella medesima pertica di terreno un cumulo di foglie di gelso, una vendemmia appesa a’ tronchi d’alberi, ed una messe color d’oro ai loro piedi. La vite si marita all’olmo, al salice ed al pioppo. Le foglie dell’olmo sono un eccellente foraggio pei buoi, che le mangiano verdi.

Quasi quasi mi dimenticavo che eravamo nello Stato pontificio, ma ecco la santa città di Loreto, che mi richiama alla realtà.

Loreto, che ha dato il suo nome ad una delle classi più floride della popolazione parigina, è una città di 5,470 anime; deve la sua esistenza ad una serie di miracoli troppo noti, perchè sia necessario di qui raccontarli. Nessun cattolico può ignorare, che la casa della Santa Vergine Maria, lunga metri 10,60, larga 4,36, ed alta 6, fu trasportata da Nazaret tra le braccia degli angeli nella notte del 12 maggio 1291. Fece una prima fermata in Dalmazia, dove soggiornò circa tre anni e mezzo. Il 9 dicembre 1294, essa attraversò l’Adriatico e venne a cercare in Italia un posto adattato. Errò per qualche tempo nelle selve vicine a Loreto, e fermossi definitivamente a tre chilometri dal mare.

La Santa Casa non ha che le quattro mura, poichè gli angeli lasciarono in Palestina il pavimento e le fondamenta; ma trasportarono i vasi di terra, in cui la Vergine Maria preparava gli alimenti pel suo divin figliuolo.

Nulla di più povero di questa casa, costrutta con pietruzze rossastre, come se ne trovan molte nel paese; e nulla di più ricco e magnifico degli ornamenti onde fu abbellita. Il contrasto è pur sì grande tra l’umile capanna ed il tempio che la racchiude, quanto tra l’apostolo Pietro e papa Leone X. Essa è sì poco riconoscibile sotto i suoi rivestimenti di marmo, quanto la morale evangelica sotto la poesia del cardinal Bembo.

Questa casa miracolosa è proprietaria della città di Loreto e di tutto l’orizzonte che la circonda. Possiede 400,000 franchi di reddito in beni immobili, senza tener conto del reddito eventuale, che è enorme. Giudicatene dalla vendita delle corone e d’altri oggetti di divozione, che fruttano agli abitanti di Loreto un beneficio di circa 500,000 franchi all’anno. Questo commercio non giova se non indirettamente alla Santa Casa, ma diventa fonte di migliaja di offerte. Così, ho veduto una signora di Dublino occuparsi per un lungo quarto d’ora nel far benedire mille coserelle: anelli, medaglie, corone e campanelli contro il fulmine. Un sacerdote, di cui ho ammirato la pazienza, ha segnato per lei una ventina d’imagini, ne ha suggellato venti altre, aggiungendo a ciascuna un pezzetto di velo nero; ha santificato parecchi giojelli facendoli passare nella scodella entro cui mangiava il bambino Gesù: dopo di che, la buona signora depose un’offerta, che pareggiava almeno il valore di tutte quelle compre.

Non parlo delle offerte più preziose, che vengono inviate da principi e da grandi della religione cattolica. Sonvene di ridicole, siccome i calzoni del re di Sassonia; e di magnifiche, ond’è che il tesoro della Santa Casa ha riparato le spogliazioni del 1797.

La statua della Vergine, scolpita dall’inimitabile S. Luca, è letteralmente coperta di pietre preziose. Quella figurina di legno nero, che per qualche tempo fece soggiorno nel gabinetto delle medaglie della Biblioteca imperiale, possiede uno scrigno più ricco di quello di qualsivoglia principessa d’Europa.

Il cicerone che mi condusse è nel medesimo tempo garzone d’albergo e sacristano della Santa Casa; del resto non poco incredulo, e preoccupato soprattutto di statistica e di finanze. Mi assicura, che la Santa Casa è circondata di 120 altari, dove 120 sacerdoti celebrano ogni giorno la messa. Mi fa osservare i confessionali, dove de’ penitenzieri di tutte le lingue sentono la confessione di delitti speciali, che un semplice sacerdote non potrebbe assolvere. «Tutto ciò, diss’egli prosaicamente, frutta molto danaro. Noi siamo qui più di 300 impiegati, che riceviamo ciascuno due litri di vino e due libbre di pane al giorno. Le nostre finanze vennero scompigliate recentemente da Monsignor Narducci, che lasciava in cassa un defecit di 300,000 franchi. Per la qual causa fu rivocato.

— E che si fece di lui?

— Fu nominato amministratore dell’ospizio dello Spirito Santo, a Roma, senza dubbio perchè lo Spirito Santo è più ricco e più difficile a ruinarsi.»

I viaggiatori ch’entrano nella chiesa dove è racchiusa la Santa Casa, scorgono sulla dritta un collegio de’ Padri Gesuiti, a sinistra il palazzo Apostolico dove risiede il successore di Mons. Narducci. È un palazzo discretamente conservato, dove si veggono troppe donne in bianco soprabbito di mattina, e sono senza dubbio le mogli degl’impiegati subalterni. Per lo contrario bisogna confessare che il collegio de’ Gesuiti, visto dall’esterno, imprime negli animi anche più insensibili una specie di rispetto. Ha un aspetto severo e bene ordinato, che impone.

Ne’ sotterranei del palazzo Apostolico si ammira una bella farmacia, di cui tutto il vasellame è in vera majolica di Faenza, eseguita sui disegni de’ più grandi maestri.

Ho passato tutto il giorno nella chiesa, la quale è un vero museo, e vi sarei stato veramente felice, se non fossevi stata l’importunità de’ cani, de’ mendicanti, de’ ciceroni e di alcune vecchie, le quali volevano ostinatamente far il giro della Santa Casa sulle loro ginocchia, col mio consenso ed a mie spese.

Questi piccoli pellegrinaggi salariati non si fanno solamente in Italia. Conobbi a Vergaville, paese natio della mia avola, una vecchia, pellegrina di professione, che si portava, mediante una rimunerazione, alle cappelle più celebri, e che guadagnava di che vivere acquistando indulgenze. Credo però che questo mestiere sia più lucroso a Loreto che a Vergaville.

Gl’Italiani dicono talora: «Bestia come un Inglese.»

Questa locuzione mi è sempre parsa, non solamente viziosa, ma anche inesplicabile; mentre tutta Italia sa benissimo per esperienza, che i suoi amici Inglesi non sono bestie. Un abitante d’Ancona, che aveva incontrato a Loreto, mi ha dato la spiegazione di quel pregiudizio. «Il popolo, mi disse egli, comprende sotto la denominazione d’Inglesi tutti gli abitanti delle isole Britanniche, ma in realtà questo epiteto di bestia non s’appartiene che agl’Irlandesi. Essi accolgono sì ciecamente tutti i miracoli già screditati tra noi, digeriscono con tale appetito le stolidezze più incredibili, che si prende per difetto d’intelligenza ciò che non è altro che un eccesso di fede.»

Mi ritrassi inorridito vedendo in una cappella laterale il cadavere d’un fanciullo e la sua faccia coperta di mosche. Il povero bambinello era vestito da abbatino, secondo un’usanza abbastanza diffusa. Ora andavo pensando, come mai una famiglia poteva così abbandonare le reliquie mortali della sua progenitura, ma in un batter d’occhio m’accorsi che il bambino non era solo, poichè un incaricato, pagato a giornata per custodire il cadavere e tener lontane le mosche, dormiva in un angolo della cappella. Quella trista scena guastò per me il piacere della giornata, e quando una mosca della chiesa veniva a collocarsi sul mio volto e sulla mia mano, io la discacciava con una specie di ribrezzo; parendomi che que’ schifosi insetti fossero quelli che si erano raggruppati intorno alle nari ed agli occhi del povero bambino.

Un romor di passi mi trasse fuori di chiesa, ed io vidi una processione di ciocciari a piedi nudi. I miseri erano così venuti fino dalle montagne degli Abruzzi: uomini e donne tenevano in mano il bastone de’ pellegrini, ed erano guidati da un capo, tarchiato e robusto, che portava un mantello ornato di conchiglie. Il sudore e la polve sgocciolavano insieme, a modo di fango, dai loro visi abbrustoliti; essi cantavano a piena gola un inno in volgare. A venti passi dalla soglia della chiesa e da quelle mirabili porte di bronzo, caddero a ginocchi, e v’entrarono carponi. Parecchi d’essi, i più fervorosi, baciarono il pavimento dalla porta fino alla Santa Casa, che sta in fondo alla chiesa. Colà giunti, gettarono alte grida, gli uni accusandosi de’ loro falli, gli altri domandando alla Madonna la grazia speciale ch’eran venuti a chiedere. Una fanciulla piuttosto brutta implorava la liberazione d’un condannato che le stava a cuore; un marito sollecitava la guarigione di sua moglie, mentre una moglie domandava per suo marito qualche cosa, non però buona, poichè lo denunciava alla Madonna, e lo colmava delle più strane ingiurie. Quand’ebbero compiuto il loro primo sfogo, ripresero il cantico interrotto. Il veterano che custodisce, colla sciabola nuda in mano, i diamanti della Madonna, canterellava macchinalmente con loro. Non la finirei per lungo tempo, se volessi enumerare le genuflessioni, le adorazioni, gli amplessi, di cui que’ miseri mi diedero spettacolo. Bisogna compiangere gli artisti, che esposero de’ capolavori di marmo alla divozione troppo fervente de’ ciocciari. Mi ricordo d’un basso rilievo della flagellazione, dove Cristo è letteralmente consunto dagli acidi baci di que’ divoratori d’aglio.

La città di Loreto non è altro in fondo che un gran bazar dove si vendono corone. Essa mi parve piuttosto addormentata pel momento, perchè eravamo nel massimo calore dell’estate. I mercanti ch’io interrogai si lamentavano della stagnazione degli affari, e maledicevano il gran caldo.

Tuttavia, verso sera, la strada si andò animando alquanto. Vidi passare de’ grandi carri tirati da buoi e carichi di sacchi di grano. Ciascuno d’essi portava il monogramma della società di Gesù.

Gli abitanti più agiati ed i ricchi mercanti cominciarono ad uscire dalla città per prendere il fresco. Incontrai, in un cocchio, un prelato romano, che aveva alla sua destra una signora attempata, e dinanzi due giovinetti. Qui si fermarono le mie osservazioni, poichè il vetturale attaccò i suoi cavalli e ci condusse fino alle porte di Ancona.

Ci fermammo fuori della città, perchè essa ha i privilegi d’un porto franco, ed all’uscita bisognerebbe assoggettarsi alla visita dei doganieri: questi però ci visitarono il dimani l’altro, a due o tre chilometri da Ancona. Era per conservare il principio, ovvero, per dir meglio, per la buona mano.