Part 21
«Sono nata a Sonnino, ne’ tempi del brigandaggio. Debbo avere ad un bel circa cinquant’anni; bisognerebbe chiederlo al curato. A quindici anni ho sposato il mio primo marito, bravo giovane, mandriano di professione, e che possedeva qualche cosuccia. Abbiamo avuto un figlio, che in progresso è morto. Mio marito ebbe qualche litigio per le prede insieme al padrino di mio figlio: non saprei dire se fossero olive o grani che ci avesse preso, ma era una bagattella, non v’è dubbio. Ed era meglio di perdonargli. Ma mio marito lo denunciò al governatore e lo fece mettere in prigione per un mese. L’altro minacciò vendetta. Io credeva che non avrebbe fatto nulla, attesochè era nostro compare e ci aveva sempre mostrato amicizia. Tuttavia mio marito credette bene di cambiar paese, ed andossene a custodire i buoi dalle parti di Roma. Ma anche l’altro vi si recò nell’anno appresso, ed avendo trovato mio marito che dormiva in un campo, lo uccise con un colpo di coltello.
«Allora feci conoscenza col mio secondo marito, ch’era nato nel regno (di Napoli), ma abitava a Terracina, dove mi condusse, e ci ponemmo a lavorare la terra.
«Non era gran tempo ch’io m’era rimaritata, quando mia sorella mi fece dimandar consiglio per isposare colui che mi aveva ucciso il primo marito.
«Le faceva la corte, ed essa lo trovava di suo genio. Le risposi che facesse ciò che le piaceva; che mio marito era morto, ed io non era una santa per risuscitarlo. Essa sposò quindi l’altro che, come vi dissi, non era un uom cattivo, e che per noi aveva avuto molta amicizia.
«Io aveva avuto due figli dal mio secondo marito, e viveva felice in sua compagnia, quando gli accadde un gran disastro. Egli reclamava due o tre scudi da un uomo pel quale aveva lavorato, ed il suo debitore rifiutava di pagare, atteso che era ricco e che conosceva il giudice. Allora mio marito, non potendo ottenere altra giustizia, l’uccise; quindi il poveretto, dopo quel colpo, non ebbe altro scampo che farsi brigante e correre la montagna. Capitò dalla banda di Sonnino e si mise cogli altri. Io ritornai presso i miei parenti, dove ricevevo spesso sue notizie. Ora ei veniva a trovarmi di nascosto; ora mi faceva pervenire qualche dono.
«Ma il papa Leone, che aveva risolto di sterminare i briganti, ordinò che le mogli ed i figli di coloro che correvano per le montagne fossero condotti per forza a Roma. Fui messa alle Terme insieme a molte altre donne de’ nostri paesi, e vi trovai mia sorella, il cui marito era pure alla montagna, e più della metà delle famiglie di Sonnino. Il papa era salito in tanta collera, che parlava di distruggere il villaggio. Si erano trasportati de’ cannoni fino sulle montagne che ci dominano, e non vi vedreste pietra sopra pietra, se il cardinale Consalvi non avesse intercesso per noi.
«Intanto che noi eravamo alle Terme, i signori e gli artisti venivano tutti i giorni, gli uni per vederci, gli altri per copiare i nostri costumi, e fu allora ch’io cominciai a servire di modello pel signor Schnetz, e mia sorella pel signor Robert. È mia sorella che fa da tamburino nel quadro della Madonnina dell’Arco. Io poi fui copiata ben migliaja di volte nel mio costume, e mi fu detto che il mio ritratto stava nelle chiese e nei palazzi del vostro paese. Eravamo trattati dolcemente, essendoci permesso d’andare negli studj d’artisti ed anche di collocarci siccome governanti presso persone rispettabili.
«Ma mio marito, ch’era un brav’uomo, siccome vi dissi, e che mi amava assai, venne a sapere ch’io era stata arrestata; e, credendo ch’io fossi infelice in prigione, andò egli stesso a consegnarsi per ottenere la mia libertà e quella de’ figli. Ora il santo padre aveva promesso salva la vita e poco tempo di prigione per coloro che volontariamente facessero la loro sommissione tra le mani del vescovo della loro provincia.
«Ma il mio povero marito prese abbaglio per ignoranza: invece di consegnarsi al vescovo di Piperno, che era il nostro, andò a costituirsi prigioniero a Terracina. E così perdette il benefizio della legge, e gli fu detto: «Se tu fossi andato a consegnarti a Piperno, avresti ottenuto la grazia, poichè il papa l’aveva promesso; ma sei andato a Terracina, tanto peggio per te.» — Fu mandato alle galere del Porto d’Anzio.
«I signori ch’io conosceva a Roma ebbero pietà del mio dolore, e domandarono che mio marito fosse rinchiuso in sito più vicino a me, onde fu trasferito in Castel Sant’Angelo, da cui gli fu anche concesso di venire qualche volta a vedermi. Il poverello si diportava bene in carcere, imparava a leggere ed a scrivere, ed era un modello da imitare, onde gli fu permesso di lasciarsi copiare da’ pittori, e guadagnò un po’ di danaro. Sopravvennero alcune amnistie, la sua pena fu diminuita parecchie volte, a segno che in capo a due o tre anni non gli rimanevano più che 18 mesi di condanna. Eravamo contenti e pieni di speranza, e facevamo conto di costruire un piccolo albergo verso la porta Portese e di finirvi tranquillamente la nostra vita; quand’egli, che era sempre stato così savio in prigione, commise non so quale imprudenza. Mi pare che, in un momento di collera abbia proferito qualche villana parola contro i santi. E per tal colpa fu condannato in vita al bagno di Civitavecchia.
«Vi dissi già ch’egli era il più dolce ed il migliore degli uomini, ma questa volta fu preso dalla disperazione; chè, quando si è tanto vicini alla liberazione, non vi si può rinunciare per sempre. Egli quindi prese concerto con un compagno di pena; ed un giorno ch’erano stati mandati a far legna fuori della città con un solo soldato per custodia, essi se ne sbarazzarono. Bisogna che la Madonna gli abbia assistiti miracolosamente in seguito, perchè abbiano potuto rompere i loro ferri, cambiar d’abiti, passare il Tevere senza saper nuotare, e pervenire a Sonnino, che è all’altra estremità del paese.
«Ivi si difesero per più d’un anno contro i soldati dello Stato (Pontificio) e contro quelli del regno (di Napoli), che da tutte parti gl’inseguivano. Il santo padre aveva messo a prezzo le teste, in ragione di cento scudi l’una. Credete che, se resistettero sì lungo tempo, fu miracolo del loro coraggio, pratica del paese, esperienza del mestiere, ed onestà de’ buoni pastori del vicinato, che preferivano denunciar loro i gendarmi anzichè guadagnare cento scudi.
«Ma da ultimo, un traditore scoprì la capanna dove s’erano ritirati a passare la notte, e furono accerchiati da soldati napoletani. Quando vollero uscire, era troppo tardi. Il compagno fu ucciso sul colpo, e mio marito ferito a morte, con una spalla fracassata.
«Sventuratamente per lui e per me, egli non morì subito, ma fu trasferito dapprima all’ospitale di Terracina, ed i soldati napolitani lo seguirono per reclamare la somma loro promessa. Ma interrogandolo s’accorsero che non era suddito del papa, ma del re. Fu dunque riconsegnato all’autorità napolitana, ed i soldati si mandarono a farsi pagare a casa loro, ond’essi s’indirizzarono al governatore di Gaeta, che mandolli al diavolo, attesochè il re non aveva promesso nulla. Così non furono pagati da nessuno, e sta bene!
«Quanto al mio povero marito, rimase 18 mesi nell’ospitale di Gaeta, senza decidersi nè a vivere nè a morire. Durante la sua malattia s’era fatto il suo processo, ed i giudici l’avevano condannato a morte, ma il carnefice aspettava ch’ei fosse guarito per tagliargli il capo. Perciò il poverino non aveva coraggio di guarire, ed avrebbe voluto rimaner malato fino al giudizio universale.
«Tutto ciò era ben affligente per me, tanto più ch’io vedeva mia sorella felice, e ch’io stessa aveva trovato un’occasione d’esserlo. Mio cognato, che aveva ucciso il mio primo marito, aveva fatto pace colla giustizia, e, denunciando alcuni camerati, aveva ottenuto un posto di carceriere. Guadagnava discretamente, e Teresa non aveva a lamentarsi di lui. Io poi conosceva a Roma un cappellajo che mi amava e desiderava sposarmi. Ma non poteva prendere un terzo marito, finchè non fosse ben morto il secondo. Ora in questa trista condizione, non essendo, nè nubile, nè moglie, nè vedova, presi il partito di fare scrivere una petizione al re di Napoli, perchè facesse compiere la sentenza contro il mio povero marito tal qual era, senza attendere la sua guarigione. In pari tempo cominciai con mia sorella e col cappellajo una novena a s. Giovanni decollato. La mia petizione rimase senza risposta, ma la novena riuscì, poichè mio marito venne a morte, ben confessato, all’ospitale di Gaeta, ond’io sposai il cappellajo, ch’era anch’esso un degno uomo ed un marito esemplare. Ne ebbi un figlio che morì dragone nell’ospitale di Viterbo, mentre il padre morì a Roma, nella sua stanza, della morte de’ giusti. Anche mia sorella e mio cognato sono morti. Ho inteso dire che quel povero Robert si era ucciso per disperazione, in causa d’un quadro. Ed io sto bene, e vivrò lungo tempo, se piace a Dio, benchè faccia gran freddo a Sonnino, che ci vegga poco coll’occhio che mi resta, e che il vino sia a sette soldi il mezzo litro.»
Ci siamo congedati da Maria Grazia e dalla sua troppo celebre patria. Ora ecco il villaggio di Prossedi, che anch’esso vanta qualche gloria negli annali del delitto. Gasparone, il gran Gasparone non era di Sonnino, ma di Prossedi.
È un borgo di 1500 anime popolato di contadini che coltivano gli ulivi ed i gelsi, e seminano grano per loro consumazione.
Qui l’ignoranza è forse più grande che a Sonnino: non sono più di 15 i ragazzi che frequentano la scuola. È l’uno per cento della popolazione.
Il villaggio è costrutto di tal modo, che le carrozze non vi potrebbero penetrare. Il nostro albergo è situato fuori delle porte, dinanzi al castello dal principe Gabrielli, il quale è proprietario d’una buona parte delle case. La prigione della città è sua, ed il suo ministro, ossia intendente, ha due carrozze.
Il comandante di piazza è un brigadiere di gendarmeria.
Gli abitanti in mancanza di carrozze posseggono una grande quantità d’asini e di muli, chè molti di vero ne occorrono per trasportare nelle montagne tutte le cose necessarie alla vita.
Le donne sono belle e vezzose, vanno a piedi nudi, e portano enormi fardelli sul capo, siccome le donne di Sonnino. Il villaggio è tristo e lurido, e quasi tutte le case avrebbero bisogno d’essere riparate, ma non lo si fa a cagione della spesa. In compenso non v’è quasi nessuno degli abitanti, che non abbia fatto scrivere sulla porta: «Viva Gesù! Viva Maria! Viva il sangue di Gesù! Viva il cuore di Maria!» Cotesto allagamento d’iscrizioni è frutto d’una missione quinquennale, che fu fatta nel mese di marzo. Il pittore del villaggio vi fece fortuna, poichè ogni iscrizione in grandi caratteri gli venne pagata 25 paoli, ossia franchi 13,40.
Tutti questi villaggi si rassomigliano, onde chi ne ha veduto uno può dire d’averli veduti tutti, e sarebbe opera perduta il descriverli ad uno ad uno.
Alla mattina gli uomini vanno nei campi, le donne vanno a prender acqua e legna. Nell’ore più calde, la piccola città è deserta e come morta. Verso sera, quando il vento si rinfresca, gl’impiegati escono dai loro ufficj e vanno a sedere dinanzi al caffè. Se v’ha prelato in alcuno di questi villaggi, esso comincia il suo passeggio in calze color viola, accompagnato da due famigliari laici od ecclesiastici e seguito da un suo lacchè in gran livrea. Al cader del giorno, i mercanti di verdure dispiegano la loro merce sulla piazza, i contadini rientrano nel villaggio, carichi de’ loro pesanti arnesi, e comprano qualche grama provvista per la cena. Le donne ritornano dalla fontana colla conca piena d’acqua fresca: quindi si cena e si dorme. Qualche volta parte della notte viene spesa nel sentire una predica in una chiesa ornata di bagattelle. La fatica del corpo, la sonnolenza dello spirito, l’ignoranza del passato, le difficoltà del presente, l’incertezza dell’avvenire ed una certa sonnifera rassegnazione formano il tessuto della vita di queste povere popolazioni. Una noja glaciale svapora da quelle mura: vi si lavora, si mangia, si beve, si procrea, e tutto malinconicamente.
Se Roma venisse inghiottita da un terremoto, i contadini di questi villaggi continuerebbero a coltivare i loro campi, a consumare le loro raccolte sul posto ed a vegetare in una miseria abbastanza coraggiosa. Ogni piccolo municipio vive da sè e per sè sopra un suolo che non è sterile. Le contribuzioni comunali pagano il medico comunale, il chirurgo comunale, l’institutore comunale e la riparazione comunque siasi della strada comunale. Lo Stato preleva una grossa parte sui redditi d’ogni anno. In cambio dell’imposta, esso manda un giudice governatore che vende la giustizia. L’agricoltura è la sola carriera aperta all’attività dell’uomo: non v’è nè commercio, nè industria, nè affari, nè movimento nelle idee, nè vita politica, nè alcuno di que’ potenti legami che attaccano le provincie alle capitali.
Di tutti gli animali utili, la donna è quello che il contadino romano impiega con maggior profitto. Essa fa il pane, la pizza, il mortajo; fila, tesse, cuce; va ogni giorno a cercare le legna a tre miglia, ed il pane ad un miglio e mezzo. Essa porta sulla sua testa il carico d’un mulo; lavora dal sorgere al cader del sole, senza ribellarsi ed anche senza mover lamento. I figli ch’essa mette in luce in gran numero e che nodrisce essa medesima, sono una fonte preziosa, chè dall’età de’ quattro anni vengono adoperati a custodire altri animali.
Io m’informo in ogni dove del progresso de’ lumi. «Quante persone sono quivi che sanno leggere? — Pochissime.» — La risposta è uniforme. — Istruzione primaria.
Quando un albero ha bisogno d’esser tagliato, se ne taglia la testa a mezzo. Un tratto di sega in linea orizzontale ha ben tosto compito l’opera. Quando si ha bisogno dell’albero intero, lo si sega ad un piede dal suolo: la radice ed il resto del tronco imputridiscono sul posto. — Istruzione professionale.
Le imposte comunali sul vino, sulla carne, sui salumi, ecc., sono affittate ad impresarj che ne ritraggono ciò che possono e vendono qualche cosa alla comune. — Scienza amministrativa.
Le tasse comunali sono assai gravi ed il contadino si lamenta d’esserne oppresso. Nei più modesti villaggi bisogna pagare un soldo di dazio consumo per 339 grammi di carne o di salumi; da 15 a 30 soldi pel più piccolo barile d’aceto; un tanto per ogni testa di cavallo, di mulo o d’asino, un tanto per ogni majale che si fa crescere in casa. Il focatico si paga da due a cinque scudi: quest’ultima imposta, a quanto ho potuto giudicare, è progressiva.
Eppure non si può dire che questa brava gente sia miserabile siccome gl’Irlandesi, per esempio: basti il dire che sono poveri. L’avere gratis il culto, la scuola, le cure mediche, compensa fino a certo segno l’enormità de’ loro pesi.
Il loro lavoro sui proprj campi basta a farli vegetare fino alla vecchiaja, onde passano la vita nel guadagnarsi la vita, e la loro esistenza somiglia ad un cerchio vizioso.
Si potrebbe forse essere ben attoniti, sentendo che havvi qualche villaggio di 2000 anime che possiede una trentina di preti, se non si sapesse in pari tempo che quei preti non gli costano nulla. Posseggono de’ benefizj, delle dotazioni, delle terre, grazie alla liberalità di qualche signore del buon tempo. I loro beni sono affittati, ed essi vivono d’entrata.
Bisogna dunque convenire, che cotesta moltitudine d’ecclesiastici, che sarebbe onerosa ad ogni altra nazione, costa relativamente ben poca cosa al popolo romano. Un cardinale, a cagion d’esempio, non percepisce che 4000 scudi sull’entrate dello Stato; ed il resto delle sue rendite si compone di alcuni grossi benefizj e soprattutto delle cariche ch’egli occupa. L’accumulazione è autorizzata, e se ne fa largo uso.
In causa della mal’aria e della poca sicurezza della pianura, furono i contadini di queste terre costretti a porre le loro abitazioni sopra rupi aeree e poco accessibili. Questa usanza è antichissima, poichè buon numero di cittadelle dove noi ci fermammo sono ancora cinte di mura ciclopiche. Quando la popolazione diminuisce, si lascia cadere in ruina qualche casa; quando cresce, le persone si racchiudono in maggior numero nelle case esistenti. Si fabbrica ben poco, per mancanza di capitali: si ristaura di rado, ed all’ultima estremità. Tutte queste città hanno l’apparenza d’essere state costrutte nello stesso giorno, e fatte d’un solo pezzo. Il contadino si accovaccia nel meschino suo tugurio, tenendo poco conto delle distanze, della ripidezza de’ sentieri, e soprattutto dell’incomodità delle case. La vita si passa nei campi.
Per questi lavoratori che sudano da mattina a sera sotto un sole ardente, sopra un suolo riarso, in strade guaste, l’uomo che rimane in casa senza far nulla, e non esce nemmeno in strada per passeggiare, è un uomo felice, privilegiato, nobile per eccellenza e prossimo parente degli Dei immortali.
Io stava sulla piazza del Palazzo, alla porta di Prossedi, e faceva conversazione con un giovane indigeno. Questi mostravami a qualche distanza un uomo ben vestito, che veniva costretto da cinque o sei persone a salire in carrozza. Era una persona distinta della città, che, avendo smarrito la ragione, veniva condotta all’ospitale di Perugia. «Ecco, dicevami quel giovane, un uomo che ha passato tutta la sua vita in casa sua, siccome un principe; non lo si vedeva fuori più di quattro volte l’anno. Ed ora viaggia sulle pubbliche strade siccome un semplice contadino.»
Pagliano conta 4250 abitanti, 50 uomini di presidio, 30 carcerieri, 250 detenuti politici, i quali l’anno scorso fecero un tentativo di evasione. Sei furono uccisi a colpi di fucile, dai tetti; altri sei saranno assoggettati a giudizio, e potranno essere condannati a morte in virtù d’un vecchio decreto del cardinal Lante, che venne or ora rimesso in vigore.
Lo stato delle strade è sì miserabile in queste montagne, e sì grande la difficoltà de’ trasporti, che non si è stabilito alcun equilibrio nel prezzo delle derrate. La libbra di pane costa due soldi qui, e due soldi e mezzo a quattro leghe più lontano. Il trasporto per queste quattro leghe val dunque mezzo soldo alla libbra. Il vino costa sette soldi la foglietta (mezzo litro) a Sonnino, e due soldi e mezzo a Pagliano, dove è buono; mentre a Sonnino è cattivo. Costa dunque quattro soldi e mezzo per trasportare a 10 leghe un mezzo litro di liquido.
Jeri, mentre facevamo la _siesta_ a Pagliano, udimmo le campane suonar per temporale, ed era il quarto che incontravamo dopo la domenica. Però questa volta ne uscimmo a buon patto; poichè caddero poche goccie di pioggia sulla fortezza, il tuono romoreggiò da lontano, e noi potemmo rimetterci in viaggio per Olevano.
Questa mane, andando da Olevano a Palestrina, abbiamo veduto le traccie d’un turbine spaventoso. I ruscelli gonfiati dalla poggia avevano invaso i campi vicini; alcune aje erano cadute sulla via con enormi frane di terra. Ma questi guasti non erano nulla; la gragnuola aveva fatto peggio: ecco noci flagellate da spesse ammaccature, i germi delle viti spezzati, le foglie degli alberi gettate a terra. Tutto che era tenero e verde, tutto che dava promessa o speranza, era perito.
Ci siamo fermati all’albergo di Palestrina. Vedevasi una chiesetta, dall’altra parte della strada, tutta inondata. Nei villaggio tutti i vetri infranti, ed i contadini ci si fanno intorno per descriverci la grossezza della gragnuola ed i guasti del turbine. Direbbesi che il loro dolore ha bisogno di espandersi; nè si trastullano punto col darci dell’_Eccellenza_ sotto il naso, ma ci danno del _tu_, e ci chiamano fratelli.
È cosa volgare il descrivere la miseria del contadino che vede perire in un istante il frutto di tutte le sue fatiche d’un anno. Quando si trova questa narrazione in un libro, si è quasi tentati di gridare contro l’autore: dateci qualche cosa di nuovo, per amor di Dio! D’altronde noi siamo tanto abituati a veder l’uomo crearsi mille fonti diverse, senza contare l’agricoltura, che non sappiamo come mai qualche branco di gragnuola sopra un campo possa rovinare una famiglia intera. Ma quando si è vissuto per alcuni giorni in mezzo a questi contadini, quando si sono veduti partire innanzi l’alba per lavorare il loro pezzo di terra, quando ci è noto che non hanno altro avere al mondo, e che tutto il loro avere è là, esposto al freddo ed al caldo; e da ultimo, quando si tocca col dito la distruzione della loro messe, quando si veggono i loro visi pallidi e bagnati di lagrime veraci, si scorge che questa descrizione volgare è interessante al pari del dramma più nuovo. Dimandai ad uno di quei desolati, se gli ulivi della montagna avessero sofferto quanto i campi di pianura? Alzò le spalle e rispose: «E che sono gli ulivi? E che è mai la vite? Trattasi delle nostre granaglie, che sono perdute. Quando non c’è olio, se ne fa senza; quando manca il vino, si beve acqua; ma quando il grano perisce, non v’è pane, non vi sono più uomini!»
Mi sono forse un po’ troppo dilungato sopra un viaggietto oscuro, in cui non ebbi la fortuna nè d’incontrar belle dame, nè avventure romanzesche. Contadini, e sempre contadini! Ma il nostro diletto Alfredo Musset, in uno de’ suoi più graziosi capolavori, si è dato la premura di prepararmi una scusa in rima:
_Ces pauvres paysans, perdonne-moi, lecteur,_ _Ces pauvres paysans, je les ai sur le coeur._
XVI.
IL VETTURALE.
I viaggiatori più eleganti nol conoscono che di vista. Se mai avete percorso l’Italia in legno di posta, vi sarà forse occorso di vedere qualche vecchia carrozza polverosa, che non è nè _fiacre_ nè _cabriolet_, ma ha qualche cosa dell’uno e dell’altro, ricolma d’esseri umani, sopraccarica di valigie e di pacchi. Se mai v’imbatteste a vederla su strada disagiata, avrete avuto campo ad osservare un omiciatto in berretto e paletot trottante, colla frusta alla mano, alla destra de’ cavalli e dicente loro parole consolanti. Questo conduttore borghese è il vetturale, provvidenza ambulante della classe media e degli stranieri poveri. Tutti gli artisti dal borsellino leggiero passarono qualche giornata con lui e conservarono buona memoria della sua compiacenza.
In questo regno, dove il popolo è povero, e l’attività umana è alquanto assopita, si viaggia di rado, lentamente ed a piccole giornate. La classe media non si trasmuta, ma vegeta in quel cantuccio dove il caso l’ha fatta nascere. Pensate che è impossibile l’uscir da Roma senza passaporto, e che i passaporti non si danno che alle persone ben affette, costano cari assai e non servono che per un viaggio. Così un abitante di Terracina, che fosse costretto a passare cento volte all’anno la frontiera napolitana, dovrebbe pagare cento volte uno scudo sia all’ingresso che all’uscita. Aggiungete che non si può traversare una piccola città, senza sopportar le noje della vidimazione del passaporto, e senza pagar tributo alla mendicità d’un impiegato. Anche il più smanioso viaggiatore avrebbe di che scoraggirsi.
Allorchè un modesto borghese di Roma è assolutamente costretto a mettersi in viaggio, tratta col vetturale: cosa grave, poichè si discute sulla durata del viaggio, sul numero dei pasti, sul caffè e latte del mattino, sul prezzo del trasporto, e sulla mancia.
Il vetturale s’impegna d’arrivare a tal sito, in tanti giorni e per tal via, a prendere quanti buoi e cavalli possano occorrere di rinforzo, a pagare il passaggio de’ ponti e le barriere che attraversano la strada, ad alloggiare il suo viaggiatore nei migliori alberghi, ed a somministrargli un dato numero di pasti. Tutti questi patti sono descritti in carta, se ne stende un contratto in doppio esemplare, firmato dalle due parti contraenti.
I prezzi del vetturale sono d’una moderazione favolosa; e, se la memoria non mi tradisce, un viaggiatore può essere trasportato, nodrito, alloggiato, servito per una somma di circa sette franchi al giorno. Ma si va molto più lentamente che non sulle strade ferrate, e bisogna adattarvisi. I giorni discreti sono quelli da dodici leghe di viaggio.