Part 20
Ben tosto la mia amabile guida mi fece chiamare per presentarmi il suo antico modello. Io vidi una creatura grande e robusta di cinquanta a sessant’anni, guercia e quasi cieca, ma piena di buon umore e di salute. Essa parlava lestamente, con una voce veramente maschia e in tuono burbero; nonostante mi fece buona accoglienza. L’arrivo del suo benefattore e del suo antico padrone, che aveva forse qualche cosa di più per essa, le cagionò una soddisfazione evidente, ma la sua gioja non aveva nulla di espansivo nè di fragoroso. Si riconosceva nelle sue maniere quell’impassibilità villereccia, che ha la sua sorgente nell’abitudine di lavorare e di soffrire. Il suo costume era affatto moderno e simile a quello delle contadine di Bievre o di Montreuil. Ella preferiva evidentemente le vesti d’indiana ed i fazzoletti di Lione agli ammirabili tessuti di lana scura che avea portato in sua gioventù. «Voglio sperare che avrete portato i vostri vestiti della festa.» La nostra risposta la contrariò assai. Ella strinse le spalle e disse: «Non si crederà mai che voi siate signori. Domani è la festa di sant’Antonio, patrono di Sonnino. Vi sarà processione, corsa di cavalli, e fuochi d’artificio. La nuova banda suonerà delle arie dalla mattina fino alla sera; imperocchè noi abbiamo una banda composta dei migliori giovani del paese. Essi hanno imparato la musica, e hanno comperato degli stromenti. Che peccato che non abbiate portato i vostri abiti neri!»
Noi ci scusammo alla meglio, io specialmente, che desideravo ottenere le sue buone grazie. Le feci tanto bene la corte, che mi promise di raccontarmi al domani la storia della sua vita. «Ma a che scopo? diceva ella col suo tuono brusco. Io ho vissuto come le altre, e non mi è accaduto nulla di straordinario; tutti a quell’epoca erano nella stessa mia condizione.»
Ci fu servita la cena, ma Maria Grazia non volle parteciparvi; però ella accettò un bicchiere di vino e ne bevette diversi. «Ciò fa bene, diceva essa, è molto tempo che non ne avevo bevuto, perchè questa mercanzia è ad un prezzo eccessivo.»
Il nostro ospite fece togliere le posate dei nostri domestici, allorchè seppe che non avevamo l’abitudine di mangiare con essi. Ci presentò il suo futuro genero, un giovane ingegnere che aveva l’aria di un collegiale.
Io manifestava il mio stupore, che dei ragazzi così giovani si sposassero per farne degli altri; mi si rispose che era l’uso.
A Sezza, nei paesi malsani, le ragazze si maritano ancora più presto, e si vedono delle adolescenti di quindici anni passare a terze nozze. I mariti muojono sì presto intorno alle paludi Pontine!
Il pasto fu buono e soprattutto abbondante. Noi non avemmo a lagnarci di nulla, fuorchè della cortesia eccessiva dei nostri ospiti. In queste montagne gli uomini si servono prima delle donne, quando però queste osano mangiare dinanzi a loro. Ma l’uso impone un grande scialacquo di complimenti. «Buon appetito. — Grazie. — Voi siete il mio padrone. — Accomodatevi come vi piace. — Fatemi il favore. — Davvero, è troppo! Voi mi colmate. Io non saprei come riconoscere. — Con vostro permesso. — Desidero che questo pasto vi faccia buon pro! Vi sbarazzerò della mia presenza. — Addio. — Buona sera. — Buona notte. — Dormite bene. — La Madonna vi accompagni! — E notate bene che al principio il padrone di casa vi ha detto: Noi vi tratteremo alla buona, senza cerimonie, senza complimenti.»
Io dormii come si dorme in viaggio. La seguente mattina uscendo dalla mia stanza, incontrai il giovine ingegnere che si offrì gentilmente di farmi vedere la città e la fiera, lo che accettai ben volontieri. Strada facendo lo confessai un poco. Egli aveva fatto i suoi studj a Roma, e aveva frequentato i corsi della Sapienza. Nel mentre studiava le matematiche aveva trovato il tempo di leggere alcuni volumi di Voltaire e di Rousseau; leggeva il francese ma non lo parlava. Rousseau era il suo favorito e più volte s’era riunito con alcuni camerati per commentarlo a porte chiuse. Egli giudicava il governo pontificio come tutti gli uomini della classe media, e sperava di vivere abbastanza per vederlo rovesciato. Intanto faceva istanza per un impiego nei lavori pubblici.
La fiera si teneva alle due estremità del villaggio. Io contai una dozzina di botteghe discretamente mal assortite. S’indovinava al primo colpo d’occhio, che Sonnino non era la capitale del commercio. Alcune pezze di tela, alcuni fazzoletti di seta o di cotone, un po’ di rame da cucina, e delle stoviglie ordinarie, molte corone, e ciliegie in quantità: ecco tutto ciò che io ho registrato nelle mie memorie. Aggiungete un fondo di libreria consistente in istorielle da un soldo, e in lamenti edificanti; infine un carico di assiccelle sottilissime, che il mercante adatta in un momento per fabbricare sedie, bauletti, poltrone e perfino dei canapè.
Le strade cominciavano a empirsi di gente; gli uomini erano magri, grandi, e bruni; le donne leggiadre e dilicate. Il costume nazionale, che è insieme severo e spiccante, spuntava qua e là, ma le stoffe di seta moderne che finiranno per tutto invadere, guastano già la toeletta delle donne. Uomini e donne avevano dei fiori in mano, in bocca, od in testa.
La folla andava e veniva senza sdrucciolare lungo le scale umide. Di quando in quando bisognava incollarsi sul muro per lasciare libera la strada ad un mulo, ad un asino od a qualche piccolo greggie di _animali neri_; vi ho già spiegato questo eufemismo.
La strada di mezzo s’allarga un poco in certi siti per formare ciò che si chiama la piazza. Domandai al mio giovine ingegnere, se non era là che si era piantato il cavalletto sotto il pontificato di Leone XII? Rispose che non ne sapeva nulla, e si mise a parlar d’altro.
Mi mostrò il palazzo del governo, una vera catapecchia, ove regna un giudice governatore con settecento franchi al mese, assistito da un cancelliere con cinquantatre franchi e mezzo.
Io riconobbi la porta s. Pietro per averne udito parlare molte volte. È quella ove anticamente si appendevano entro gabbie le teste dei briganti che si erano lasciati prendere. Al dì d’oggi non vi si vede più che lo stemma del papa. Il mio Cicerone mi assicurò, stringendosi nelle spalle, che non vi è mai stato appeso altro; io lo pregai di mostrarmi l’area di qualche casa fatta radere al suolo da Leone XII per i misfatti del suo proprietario, ma mi disse non aver mai inteso a parlare di quelle strane esecuzioni.
All’incontro mi fece visitare una casa grande da contadino con una torre in rovina da un lato. Un custode od intendente che vi alloggiava, ci condusse in alcune stanze quasi nude, ammobigliate con sedie di paglia e letti di legno dolce. Cinque o sei mobili dorati bellissimi, di stile _rococò_, giacevano vergognosamente sul granajo. S’incontravano qua e là delle imagini volgari, dei Gesù di cera colorati, delle litografie rustiche. In una specie di sala, un piccolo s. Pietro di legno intagliato guardava gravemente quattro statuette di gesso semi-decenti. Era una donna che allaccia il suo busto, un’altra che annoda la sua giarettiera, un’altra che cerca le pulci nella sua camicia. In questa casa è nato il più illustre dei figli di Sonnino, e colui che ha dato le maggiori brighe ai diplomatici dell’Europa: S. Em. il cardinale Antonelli.
Il custode non ci lasciò partire senza mostrarci il luogo principale della casa. È un magazzino in cui vi si raccoglie un enorme quantità d’olio d’oliva in pozzi di muro. La famiglia Antonelli compera l’olio al minuto dai piccoli coltivatori di Sonnino, per rivenderlo all’ingrosso ai negozianti di Marsiglia.
Il suono delle campane e la musica della banda ci avvertirono che la festa religiosa stava per incominciare. Si celebrava una messa grande in onore di s. Antonio nel convento ove avevamo lasciato i nostri cavalli. Noi vi giungemmo un momento prima della cerimonia, intanto che i contadini e le contadine apportavano i loro voti e le offerte ai piedi del santo. Ciascuno dava ciò che aveva, e domandava ciò che gli mancava, il tutto ad alte grida. Una madre presentò il suo fanciullo ammalato, dicendo a s. Antonio: «Guariscilo, o prendilo!»
La messa durò lungo tempo. Quando fu terminata, la processione uscì. Quasi tutti gli uomini di Sonnino sono inscritti in una confraternita, di cui portano il mantelletto ed il cappuccio. La confraternita delle Anime del Purgatorio è la più nobile, vale a dire che si compone del contadini più agiati. Quelle del Corpo di Gesù e del nome di Maria sono rivali. Insorse fra loro una disputa per il passo, e vidi il momento in cui i mazzieri stavano per giuocare di bastone. Tuttavia si limitarono alle ingiurie, l’ordine fu ristabilito e un lungo corteggio irto di croci e di stendardi s’innoltrò inciampando nelle contrade della città. La processione era chiusa da un vitello adorno di nastri, offerta un po’ pagana, che un possidente aveva fatto a s. Antonio. Il donatore menava devotamente l’animale, cui teneva con una mano per la testa, e coll’altra per la coda.
Bene spesso il corteggio si fermava. Ora compariva uno stendardo che non poteva passare sotto una vôlta, ora un fanciullo che cadeva, ora i portatori di s. Antonio che si davano il cambio, ora il vitello finale che rifiutava d’andar più avanti. Ad ogni stazione qualcuno gridava: Ave Maria! ciò che nello stile di processione vuol dire: fermatevi!
I pochissimi abitanti che erano rimasti in casa, se ne stavano alla finestra e facevano piovere dei fiori di ginestra o delle foglie di garofani.
Noi eravamo corsi avanti, e ci eravamo collocati in un angolo della piazza. Ivi feci conoscenza col medico comunale, che venne a presentarsi a me senza cerimonie. Il medico comunale è un personaggio piuttosto importante in queste piccole città. Ha studiato a Roma, ed ha ottenuto il suo posto al concorso. La comune gli paga sui suoi redditi un emolumento fisso, affinchè curi gratis i ricchi ed i poveri. È lo spirito municipale d’Italia che ha creato quest’instituzione, che meriterebbe di essere introdotta in Francia. Il mio nuovo interlocutore mi raccontò che riceveva mille seicento cinque franchi all’anno, e che il suo collega chirurgo era pagato sullo stesso piede. È più che sufficiente in un paese, ove una casa discreta si affitta sessanta franchi, e ove una persona sola può nutrirsi con soli dieci soldi al giorno. Egli mi disse che la municipalità di Sonnino è ricca, mercè l’estensione del suo dominio comunale. Essa ha novanta mila franchi di avanzi, che destina a ristaurare il palazzo di governo, e specialmente a migliorare le strade. Gli abitanti sono assai sobrj e molto laboriosi. Quasi tutti possedono un piccolo pezzo di terra; sono poveri, ma non vi è neppur un indigente. La salute pubblica è abbastanza buona. La febbre vi domina poco o niente; soltanto alcune gastriti acute cagionate secondo ogni apparenza dalla farina di grano turco. L’istruzione pubblica non è brillante, poichè sopra trenta adulti non se ne trova uno che sappia leggere. Ma quaranta fanciulli del sesso mascolino vi frequentano le scuole: le fanciulle sono in maggior numero per la semplicissima ragione che desse sono meno utili nei campi. La cifra esatta della popolazione è di due mila cinque cento cinquant’otto individui, di cui trenta ecclesiastici.
«Va benissimo, dissi al dottore. Ma parlatemi un po’ del brigandaggio.» Gettò gli occhi su di me, poi sul mio vicino l’ingegnere, ed un furtivo sorriso brillò ne’ suoi occhi. Sorriso eminentemente italiano, pieno di cose, e più istruttivo d’un discorso intero. «Mi chiedete se le scorrerie guastatrici sono sempre in uso in queste campagne? Pur troppo sì! I nostri contadini si farebbero scrupolo di rubare un soldo sulla via, ma considerano quasi siccome un giuoco innocente il furto de’ frutti, dei grani e de’ foraggi. Quanto alle coltellate, non sono nè più rare nè più comuni qui che altrove. Dipende molto dalle vendemmie. Si ammazza minor gente quando il vino costa più caro.»
Non era precisamente quello ch’io gli dimandava, ma però non mi arrischiai a ripetere l’interrogazione. Il giovane ingegnere contava senza dubbio alcuni de’ suoi antenati fra gli eroi della porta San Pietro, ed io era già stato abbastanza indiscreto parlando del brigandaggio in sua presenza.
La processione alfine era passata; i più tardivi raddoppiavano il passo; il povero vitello, sfinito dalla fatica, s’era da ultimo fatto portare. Tornammo quindi a casa, dove il pranzo ci aspettava e dove il nostro ospite ci narrò, che una donna ammalata era spirata appunto in quel momento che s. Antonio passava dinanzi a lei. I parenti dell’estinta si consolavano, dicendo che il santo l’aveva presa con sè.
Gli abitanti di Sonnino hanno un passeggio, di cui a buon diritto vanno superbi. È una strada lunga un miglio, costrutta a forza di braccia sulla sommità della montagna. Comincia alla porta San Pietro, e finisce ad un gruppo di verdi querce. Il suolo è abbastanza compatto da potervisi correre in carrozza; ma sgraziatamente le carrozze non potrebbero salire fino là su. Vi si fanno correre cavalli nel giorno della festa, quando la Provvidenza permette che se ne trovino in quel paese.
La corsa era promessa per le 22 ore, vale a dire doveva cominciare due ore prima della caduta del giorno. In attesa dello spettacolo, mi recai da solo nel boschetto delle verdi querce, dove le vacche avevano lasciato larghe tracce del loro passaggio. Tuttavia mi assisi alla meglio sopra un tronco, e m’accinsi a notare colla matita ciò che aveva visto e inteso fino dal giorno precedente. Tutt’ad un tratto il cielo si offuscò, era un temporale che passava, venendo dalle montagne di Napoli. La luce scomparve d’improvviso, e la valle si coprì de’ più fantastici colori. I lampi ed i fulmini si rendevano più frequenti, e poco dopo credetti sentire il tuono anche sopra il mio capo.
Non potevo ripararmi nel villaggio, senza affrontare per un buon miglio una grossa pioggia, ed ero vestito con panni leggerissimi. Mi rassegnai dunque a rimanere dov’ero fino alla fine dell’uragano. Però il cielo mi mandò compagnia numerosa, chè parecchi pastori, mandriani, custodi di buffali, di capre e di pecore, vennero a ricoverarsi intorno a me. Erano inzuppati fino all’ossa, eppure nessuno d’essi pensò ad indossare il proprio abito, e lo portavano sbadatamente sulla spalla sinistra, come vuole il costume del paese. Offrii loro de’ sigari, ed essi volonterosi gli accettarono, per isminuzzarli nelle loro pipe di legno ornate di chiodi dalla testa di rame. Un giovinotto, per ricambiare la cortesia, mi regalò delle mele verdi, che avrebbero potuto esser mature alla fine d’agosto. Aperse poscia un fazzoletto di cotone rosso nascosto sotto il suo abito e pieno di ciliegie. Ne accettai due o tre discretamente, ma egli bravamente insistette, dicendo: «Non temete di divider meco queste ciliegie: non le ho pagate, ma mi appartengono per diritto di preda. Se non volete prenderne da voi stesso, aspettate, che andrò a servirvi io medesimo.» — Me ne diede molte sulle prime, poi me ne caricò fin di soverchio: mi trattò d’Augusto a Cinna; e quando vide ben chiaro, che ne avevo ad esuberanza, distribuì il resto fra’ suoi compagni.
Quand’io mi vidi in mezzo a quella buona gente, di cui v’era alcuno che faceva i primi passi nella vita, mentre altri avevano già varcato i dodici lustri, mi venne in pensiero di risvegliare in essi le reminiscenze del brigandaggio. Un solo di essi era stato brigante, e contava alcuni anni di servizio sotto quel famoso Gasparone, che ho veduto di poi al bagno di Civita-Castellana. Ricordavasi a meraviglia del tempo in cui il cavalletto e la sferza di bue erano in permanenza sulla piazza di Sonnino; ed aveva veduto la porta San Pietro ornata di 18 teste d’uomini, e personalmente aveva conosciuto una mezza dozzina di quelle persone. Era presente allorchè Giuseppe De Santis morì per accidente, percuotendo il calcio del suo fucile contro la terra. Il colpo partì, ed egli ne fu ucciso. Il governatore gli fece recidere il capo e mettere cogli altri, ma indebitamente, poichè De Santis non era mai stato preso. Il mio narratore era con Gasparone, allorchè venne a staccare quella testa, a dispetto del governatore e del presidio, per dargli sepoltura. Ricordavasi di alcune altre imprese, ma parlava sì confusamente ed in un dialetto sì napolitano che, malgrado l’attenzione più fissa, io non poteva tenergli sempre dietro. Il più bel capitolo della sua epopea era la resistenza che aveva osato fare a Gasparone. Quel gran capitano l’aveva mandato a far acqua di notte ad una sorgente che doveva essere sorvegliata. «Rifiutai assolutamente, dissemi egli, asserendo d’aver risposto: «Mandami a portar via del vino dalla cantina del governatore, a rapir un bue dai pascoli del Pellegrini, andrò, se di giorno; ma di notte, in quel sito, ho troppo paura d’un’imboscata. Ammazzami, se vuoi... E vedi mo’ signore, se avevo ragione! Colui che andò per comando di Gasparone invece mia ha potuto appena fuggire, con pericolo della vita, fra cinque o sei palle di fucile.»
Quest’eroe pieno di prudenza era caduto due o tre volte fra le mani de’ soldati, ma aveva sempre saputo persuader loro che accudiva onestamente a’ suoi affari. In somma, ei non era stato vero brigante di professione, poichè il suo mestiere era di custodire i buoi; ma egli aveva fatto come gli altri, finchè il brigandaggio era stato di moda nel paese.
E non è a dirsi che gli esempi severi gli fossero mancati, chè anzi nella sua giovinezza aveva assistito al supplizio di venticinque masnadieri, presi e fucilati dai Francesi. Il fatto era appunto accaduto all’ingresso del boschetto, dove ci eravamo ricoverati per la pioggia; ed i loro cadaveri erano stati gettati in una caverna profonda e tenebrosa a tre miglia da Sonnino.
Gli chiesi quali fossero le cagioni che avevano fatto cessare il brigandaggio. «Ciò avvenne perchè il mestiere non era più conveniente sotto il papa Leone XII. Appena preso un galantuomo, subito lo si decapitava, e non v’era più nemmeno il tempo di fuggir di prigione. Ecco come la moda ha cessato.» — Parlava di quell’epoca sanguinosa colla più bella tranquillità del mondo, senza rimorsi, senza orgoglio, senza passione, senza rancore; trattando in pari modo i gendarmi ed i briganti, il delitto e la legge; a quel modo che chi vede giuocare una partita a scacchi osserva i bianchi ed i neri, o come Macchiavelli contempla la lotta del bene e del male. I suoi compagni l’ascoltavano colla stessa imparzialità italiana.
Bramai sapere s’egli rimpiangesse le sue ricreazioni antiche. «Tu sei mandriano, gli dissi, e guadagni poco. Tu mangi del pane di melgone, non bevi vino tutte le domeniche. E non rimpiangi dunque il tempo in cui non avevi che a prendere?
— E davvero, risposemi, ebbi de’ bei momenti, ma ne ho patito di pessimi. Non eravamo sempre i padroni, ed invece d’inseguire, si fuggiva. Del resto, non c’è da scegliere, poichè il brigandaggio non è più di moda.»
La conversazione era a questo punto, quando mi saltò in capo che i miei nuovi amici avrebbero avuto bel giuoco su me, se avessero amato il pittoresco al pari de’ padri loro. Spiegai loro il mio pensiero, per veder meglio come la pensassero. «Buona gente, dissi loro, se foste come gli antichi abitanti di Sonnino, già da qualche ora avreste frugato nelle mie tasche: siete dieci contro uno, ad un buon miglio dal villaggio. Dovete ben supporre che uno straniero, il quale venga fin qua, debba avere qualche scudo nella sua borsa. Vedete che sono inerme, mentre voi tutti quanti avete, oltre il bastone, un buon coltello affilato. Se gridassi ajuto, non sarei inteso; se movessi lamento, non potrei indicare i vostri nomi, che ignoro. Perchè non mi spogliate?»
L’antico soldato di Gasparone non si scandalizzò della mia dimanda, e mi rispose con semplicità: «Noi non faremo una cosa simile, poichè siamo galantuomini.
— Dunque non eri un galantuomo quando correvi la montagna con Gasparone?
— Sì, ero un galantuomo, ma faceva quello che tutti gli altri già facevano. Era usanza di que’ tempi. Ed anche allora, se tu fossi stato seduto presso di me, se m’avessi dato de’ sigari, se tu avessi mangiato con me sulla stessa pietra, io non t’avrei tolto un soldo. Però se tu avessi avuto del denaro in tasca, e se m’avessi donato un ritrattino del papa, l’avrei accettato per bere alla tua salute.»
Il temporale era svanito; il sole riapparve; l’ora delle corse si accostava. Già vedevamo tre cavalli escire dal villaggio ed avanzarsi di passo verso il nostro boschetto, dove si doveva dare il segnale della partenza. Intanto che i miei compagni giudicavano i corridori a distanza, e scommettevano pel bajo scuro, pel bianco, vidi da lungi un piccolo corteggio di circa dodici persone scendere da Sonnino per la porta San Giovanni, e procedere di passo verso la chiesa di Sant’Antonio. «Che è ciò? chiesi al vecchio mandriano. Si direbbe che portano qualche cosa.
— E di vero, rispose egli, portano a seppellire una donna morta oggi durante la processione.
— È impossibile!
— E perchè?
— E la legge permette di seppellire le persone quattr’ore dopo la morte?
— Eh! è forse proibito, ma tanto peggio. Da noi non si ha tempo a perdere, e quando le persone sono morte, si seppelliscono».
La defunta, appena fredda, entrava in chiesa nel momento in cui i tre cavalli arrivarono a noi. Io non sono grande conoscitore, e non ho mai appartenuto a società di corse; tuttavia mi fu facile il predire che la corsa sarebbe mediocre. I tre cavalli inscritti stavano per disputarsi senza _jockey_ un premio di 10 scudi. Il morso e lo sprone erano surrogati da alcune palle di piombo armate di punte per istimolarli ne’ fianchi. Una ventina di mariuoletti gl’inseguirono ad alte grida ed a sassate: non era già una partenza, ma qualche cosa di simile ad una spinta in fuga. A mezza strada, le povere bestie, non sentendosi più inseguite, si misero al passo, nonostante che i proprietarj accorressero verso di loro per richiamarle al dovere. La folla ebbe un bel fare a stimolarne l’amor proprio con tutti i projettili che poteva aver fra mano, la corsa fu compiuta a piccolo trotto, e le tre povere bestie malgrado loro raggiunsero la meta.
Arrivai io stesso quasi nel medesimo tempo, quantunque non mi venissero gettati sassi, e vidi uno spettacolo ben curioso. L’autorità locale rifiutava di aggiudicare il premio, allegando che _corsa_ viene da _correre_, e che i cavalli non erano corsi. Il proprietario del cavallo vincitore era abbastanza calmo, ed andava ripetendo ostinatamente: «Ho guadagnato, datemi dunque dieci scudi». Ma coloro che avevano scommesso per lui erano meno pacifici, accusavano il popolo di Sonnino, gridavano al ladro, a rammentavano con allusioni abbastanza vive la vecchia fama del paese. La cosa sarebbe andata più in là, nonostante l’intervento della gendarmeria, se il vino fosse stato meno caro.
Una compagnia di suonatori continuava a percorrere le strade, e non si fermò che alla sera. Aveva salutato l’aurora, annunciato la messa, accompagnato i canti della chiesa, seguito la processione, aperto e chiuso le corse. Condusse poi il popolo ai fuochi d’artifizio, e non tacque se non coll’ultimo razzo. Era la prima volta che i giovani di Sonnino davano un concerto pubblico, ed è chiaro perciò che più ardente era il loro zelo, più caldo il loro fanatismo.
Terminata la festa, si accesero alcune centinaja di torcie, e ciascuno rientrò in casa. Maria Grazia non s’era coricata, e m’aspettava. «Eccomi, diss’ella, vedendomi a rientrare, vedete ch’io sono di parola. Vorrei raccontarvi la mia storia, benchè non contenga nulla di sorprendente: ma a che pro? Che ne farete? A che vi servirà il conoscerla?
— Maria Grazia, le risposi, quando conoscerò la vostra storia, la racconterò nel mio libro. Le persone della mia patria videro già il vostro ritratto; ora conosceranno il nome vostro.»
Un sorriso di compiacenza illuminò il suo vecchio viso. Sedette presso di me, sul mio baule da viaggio, ed a mezza voce mi raccontò la storia seguente: