Part 17
92. =Le nuove invasioni in Occidente e la fine di Stilicone (397-408).= — In compenso, Stilicone si dedicò con rinnovata energia al governo dell’impero rimpiccolito. E furono anni di governo, a paragone dei tempi, non cattivo: le asprezze religiose di Teodosio mitigate; le finanze, l’amministrazione, la sicurezza pubblica curate; l’Africa riconquistata all’impero e la insurrezione del governatore Gildone repressa; il Donatismo, che l’aveva appoggiata, quasi schiantato dalle radici; il Cristianesimo, non ostante le personali inclinazioni di Stilicone, sempre più favorito a danno del Paganesimo. Un editto del 20 agosto 399 decretò l’abolizione delle feste pagane. Ma tutti questi sforzi non servirono a nulla, perchè la scissione delle due parti dell’impero aveva indebolito troppo l’Occidente. L’impero aveva potuto sino ad allora resistere a tutti gli attacchi di cui era segno, perchè le legioni d’Oriente erano accorse in Occidente e quelle di Occidente in Oriente, quando ce n’era stato bisogno. Separate le province e gli eserciti, l’Occidente si trovò ridotto a difendersi contro gli stessi nemici, con forze dimezzate; e quindi con crescente difficoltà. Il pericolo di questa situazione non tardò ad apparire, quando, nel 400, Alarico, incoraggiato dalla debolezza dell’impero di Occidente e forse anche dai segreti consigli dalla Corte di Costantinopoli, invase, con il suo esercito di Goti rinforzato da altre popolazioni barbariche, l’Italia, e superate le Alpi, giunse a minacciar la stessa Milano, ove risiedeva la Corte di Onorio (fine del 401). Fu un momento terribile, in cui la debolezza dell’impero d’Occidente apparve a chiara luce. Per salvare l’Italia, Stilicone dovè ricorrere al disgraziato rimedio di richiamar in gran fretta milizie dalla Britannia, dal Reno, dalla Rezia, abbandonando quelle province al loro destino. L’Italia fu infatti salva: sbloccata Milano, Stilicone si tirò dietro il nemico fin verso Pollenzo sul Tanaro, e quivi gl’inflisse una disfatta memorabile (6 aprile 402); e una seconda poi, un anno dopo, presso Verona (estate del 403). Stilicone però non potè sterminare l’esercito; e il principe gotico riuscì ad evacuare il Veneto, con il resto delle sue forze.
Ma appena domato il pericolo gotico, se ne addensò un nuovo. Precipitava in Italia dal settentrione dell’Europa una nuova torma di Germani, agli ordini di un Ostrogoto pagano, un tal Radagaiso: 200.000 uomini e più, si disse[120], a cui fu impossibile opporsi sollecitamente (404). Onorio e la Corte ripararono a Ravenna, egregiamente difesa dalla natura, mentre il nemico penetrava sino in Etruria; Stilicone di nuovo si dette a rinforzare lo scarso esercito d’Italia, che la guerra gotica aveva gravemente provato, sguarnendo le province; e soltanto nel corso del 405 potè sterminare presso Fiesole gli invasori, uccidendo lo stesso Radagaiso.
Ma mentre Stilicone trionfava a Pollenzo, a Verona e a Fiesole, la Britannia diveniva teatro di nuove usurpazioni, insurrezioni e invasioni barbariche; la Gallia, sguernita di milizie romane, era invasa e saccheggiata, tutt’insieme, da Vandali, Alani, Svevi, Franchi, Burgundii, mentre Alarico, all’estremo confine orientale, attendeva a rifare l’esercito. Stilicone imaginò allora un espediente disperato: proporre ad Alarico di abbandonare il servizio della Corte di Costantinopoli, per passare a quella di Ravenna; nominarlo prefetto dell’Illirico con i confini, che l’Impero di Occidente pretendeva di assegnare a questa provincia e che la Corte di Costantinopoli contestava. Alarico era disposto ad accettare; ma occorreva il consenso della Corte di Costantinopoli, che riluttava e tirava in lungo. Irritato dagli indugi, Stilicone ricorse alla fine alla rappresaglia di chiudere alle navi orientali i porti dell’Occidente[121]. Intanto dalla Britannia un usurpatore — un Flavio Claudio Costantino — calava in Gallia, e tornava a minacciare l’Italia; Alarico, malcontento dell’indugio, reclamava una indennità per le spese dei suoi vani armamenti. Stilicone non poteva più far fronte a tante contrarietà, che incoraggiavano nella Corte i suoi nemici, ogni giorno più numerosi. La sua tolleranza in religione, la sua inclinazione a trattare con i barbari, la sua politica che sacrificava per l’Italia le province, gli avevano procurato odî accaniti e implacabili. A lui si apponeva perfino la scissione dell’impero. Essendo, nel maggio del 408, morto Arcadio e a lui successo il figliuolo Teodosio II, fanciullo ancora di sette anni, sembrò che veramente, alla fine, la Corte di Ravenna potesse conquistare quella tutela sull’Oriente, a cui fin allora tutta l’autorità di Stilicone non era riuscita. Ma l’improvvisa fortuna tradì il grande generale. Gli avversari, temendo che l’autorità sua crescesse troppo, precipitarono agli estremi consigli. Mentre Onorio si trovava a Pavia, scoppiò tra le milizie stanziate colà, preparata con sopraffina astuzia, una sedizione, che chiese al debole sovrano la testa di Stilicone. Stilicone avrebbe potuto resistere, chè l’esercito parteggiava per il suo generale; ma non volle provocare una guerra civile, e si lasciò uccidere dagli emissari del principe (23 agosto 408).
93. =Alarico (408-410).= — Mai delitto più insano fu più prontamente espiato. La morte di Stilicone fu il segnale della rivolta e della defezione di molti dei barbari alleati dell’impero, che egli aveva chiamati alla difesa della cadente romanità. Peggio ancora, provocò la rottura con Alarico. Morto Stilicone, la Corte di Ravenna trattò il Goto, per ripicco, come un nemico, respingendo tutte le sue domande, giuste o no. Alarico rispose irrompendo all’improvviso, nello stesso anno 408, dall’Illirico in Italia, dove Stilicone non era più. Mentre Onorio si rifugiava a Ravenna, il barbaro prendeva e saccheggiava Aquileia, Altino, Concordia e Cremona; girava sul fianco di Ravenna; costeggiava l’Adriatico; e per la via Flaminia marciava su Roma senza incontrare resistenza. Roma, che dall’assedio dei Galli in poi non aveva visto più un esercito nemico avvicinarsi alle sue mura, si chiuse nella cerchia aureliana. Ma Alarico bloccò la città, e con la fame la costrinse a trattare. Chiese ed ottenne un tributo, in luogo delle indennità negategli dal governo ufficiale; inoltre impegnò il senato a raccomandare alla Corte un trattato di pace, per cui Alarico avrebbe dovuto ricevere il Norico con il titolo di _magister militum_ dell’impero. Le condizioni non erano troppo dure; ma la corte di Ravenna, che pure abbandonava l’Italia al suo destino, le respinse. Alarico ritornò di nuovo nel Lazio, occupò il porto di Ostia, s’impadronì dei magazzini di grano, minacciando di affamare Roma; e con questa minaccia costrinse il senato a deporre Onorio e a sostituirgli il prefetto della città, un certo Attalo, che, appena nominato, non solo si dichiarò pronto a sodisfare Alarico, ma cominciò la guerra contro Onorio, mandando ufficiali e truppe ad attaccar l’Africa. L’impresa però non riuscì: onde Alarico, destituito Attalo e presolo nel suo campo in ostaggio, insieme con una figliola di Teodosio I, la bellissima Galla Placidia, ricominciò a trattare. Ma la Corte imperiale fu irremovibile. Allora Alarico, perduta la pazienza, nella notte del 21 agosto 410, superate con un assalto improvviso le mura aureliane, entrò in quella Roma, ch’egli aveva rispettato fino ad allora e che Annibale non aveva osato affrontare. La città eterna fu saccheggiata per tre giorni. Ma Alarico che era un uomo astuto, non aveva l’intenzione di conquistare l’Italia, dove si sarebbe trovato, come si dice nel linguaggio militare, in aria, minacciato da nord, da sud, da est, da ovest, nel cuore dell’impero e quindi esposto a fuochi incrociati. Voleva stabilirsi, con il consenso o senza dell’impero, in un angolo del mondo romano dove vivere tranquillo. Non riuscendo ad ottenere quel consenso, egli cercò in quale parte dell’impero potrebbe stabilirsi con la forza; e pare aver gettato gli occhi sull’Africa: non senza ragione, chè l’Africa, se difficile ad attaccare perchè posta all’estremità dell’impero, era facile a difendere. Ed era paese, nel tempo stesso, pieno di atroci discordie interne e ricchissimo, il granaio dell’Italia; buon pegno od ostaggio, per costringere l’impero a far patti. Alarico non maltrattò troppo Roma, e, partito, si diresse verso l’Italia meridionale, con l’intenzione, pare, di conquistare la Sicilia, come il ponte per passare in Africa, rifacendo insomma il cammino già fatto da Roma nelle guerre puniche. Ma in via morì improvvisamente, ancor giovanissimo. La legenda narra che i Goti lo seppellirono in una tomba d’oro, sotto il corso deviato del Busento (presso Cosenza) (410).
94. =La perdita dell’Europa Occidentale (410-416).= — Il comando fu preso dal cognato di Alarico, Ataulfo. Egli smise l’idea della Sicilia e dell’Africa, e di nuovo trattò con l’impero. Le disposizioni della Corte erano mutate, in parte per effetto dei casi gravissimi seguiti nella Gallia meridionale. Quivi, mentre in Italia Onorio lottava con Alarico, si erano trovati di fronte l’usurpatore, Costantino, e le numerose popolazioni barbariche, entrate dal 406. Costantino aveva pensato di liberarsene, avviandole verso la Spagna; e infatti, nel 409, Vandali, Alani, Svevi si erano diretti alla volta della penisola iberica, e l’avevano devastata e occupata per buona parte, stanziandosi gli Svevi e una parte dei Vandali nella Galizia, gli Alani nella Lusitania e nel territorio dei Cartageni, un’altra parte dei Vandali nella Betica, a cui diedero il nome di Vandalusia, mutatosi poi in Andalusia. Ma non per questo la Gallia aveva respirato: dopo le invasioni barbariche, le guerre civili si erano riaccese. Contro l’usurpatore era sorto un altro usurpatore: Giovino. Nel 411 Onorio aveva già inviato un grande generale, il suo nuovo _magister militum_, un illirico, Costanzio, il quale era riuscito a toglier di mezzo Costantino. Ma la Gallia era perduta, se l’impero non faceva un grande sforzo. Perciò nel 412 Onorio offrì ad Ataulfo di andare in Gallia con i suoi Goti a combattere per l’Impero. Ataulfo accettò, ma al suo arrivo incominciarono nuovi intrighi e lotte tra barbari, pretendenti e generali romani. Tuttavia dopo circa un anno e mezzo, e con l’aiuto del re gotico, Giovino era vinto, e la Gallia meridionale liberata sino a Bordeaux. Ma non per questo i rapporti tra i Goti e Onorio si erano fatti più chiari. Onorio non si decideva ad assegnare a lui, come ad Alarico, il territorio bramato entro i confini dell’Impero; e a concedergli in isposa Placidia, ancora ostaggio nel campo gotico. Alla fine Ataulfo, come Alarico, tentò di sforzare le titubanze imperiali; e sulla fine del 413 assalì inutilmente Marsiglia, prese Narbona e forse Tolosa; a Narbona, celebrò nel 414 le sue nozze con Placidia, rivestendo novamente della porpora imperiale Attalo, e da lui facendosi donare l’Aquitania. Il generale Costanzio mosse allora contro Ataulfo. Questi fu ben presto costretto a riparare nella Spagna, ove trovò la morte per mano e tradimento di un barbaro (415). Senonchè con la sua morte il dissidio, ormai vecchio di venti anni tra i Goti e l’impero, terminava. Il re Vallia, successo ad Ataulfo dopo un brevissimo regno di Sigerico, concluse quell’accordo, per cui invano si erano tanto affaticati Alarico e Ataulfo. Galla Placidia era restituita ad Onorio, e Vallia era incaricato di combattere i barbari delle Spagne con la promessa di ricevere, dopo il successo, la Gallia meridionale, quale regno germanico vassallo dell’impero.
Vallia fornì la sua difficile opera dal 416 al 418, ricacciando insieme con Costanzio i barbari nell’estremo nord-ovest della penisola; e in quest’anno o nel successivo otteneva, quale principe indipendente, per sè e per i suoi Goti, sede stabile nell’Aquitania, e in qualche altra città delle province limitrofe.
Quattro anni dopo, il 15, secondo certe fonti, il 27 agosto 423 secondo certe altre, l’imperatore dell’Occidente moriva dopo circa trent’anni di regno. Ma in quali terribili condizioni lasciava i paesi che il padre suo aveva affidati al suo governo! La Britannia e parte della Gallia erano perdute, le terre sulla sinistra del Reno, presso Magonza, erano state cedute ai Burgundii, nell’anno stesso in cui Ataulfo combatteva nella Gallia meridionale; questa, sin dal 418, era ormai regno visigotico, mentre la Spagna meridionale era tenuta da popolazioni barbariche, tra cui preponderavano i Vandali. L’impero occidentale, la grande opera di Roma, era per metà distrutto. Il distacco delle due parti, seguito alla morte di Teodosio, era stato una delle cause maggiori di questa catastrofe.
95. =I Vandali (423-445).= — Onorio non aveva figli: ma un nipote, figlio di sua sorella Placidia, che, liberata dai Goti, era stata sposata al generale Costanzio: Flavio Placido Valentiniano. Costui aveva cinque anni. L’impero fu dunque di nuovo unificato sotto lo scettro dell’imperatore d’Occidente, il figlio di Arcadio, Teodosio II, che frattanto era cresciuto, e aveva governato l’Oriente senza soverchie turbolenze. L’Oriente era stato travagliato, come nel passato, dalle lotte religiose; e nel 422, da una guerra persiana, terminata però con una tregua che per circa 80 anni avrebbe regolato i rapporti tra le due monarchie: ma insomma aveva goduto di un ordine e di una pace, che l’Occidente poteva invidiare. L’unione del perturbato Occidente con il tranquillo e più prospero Oriente poteva dunque giovare a tutte e due le parti dell’Impero. Teodosio infatti si proclamò imperatore dell’Oriente e dell’Occidente. Ma subito spuntò in Occidente un pretendente: il _primicerius notariorum_ o capo dei notai imperiali, Giovanni, che mandò presso gli Unni il generale Flavio Ezio a reclutare milizie ausiliarie, per la guerra civile imminente. Questa rivolta sembra aver distolto Teodosio II dal pensiero di governare da solo tutto l’Impero, perchè si affrettò a proclamare Augusto il piccolo Valentiniano, a porlo sotto la tutela della madre e a fidanzarlo con sua figlia Eudossia; indi preparò un grosso esercito, e nel 425 iniziò le ostilità. Giovanni fu vinto e ucciso, perchè Ezio giunse troppo tardi con i suoi Unni: il figlio di Placidia fu investito del potere con il nome di Valentiniano III; e come premio dell’intervento, l’Oriente ottenne l’Illirico, occupando così i passi orientali di accesso all’Italia, sboccando per via diretta sull’Adriatico e terminando a proprio favore una lunga e aspra controversia, iniziata sin dalla morte di Teodosio I.
Ma il governo di Valentiniano III incominciò con una catastrofe. I due maggiori personaggi dell’impero d’Occidente erano il governatore dell’Africa, Bonifazio, che, nel 413, aveva diretta la difesa di Marsiglia contro Ataulfo, e che non aveva riconosciuto l’usurpazione di Giovanni; ed Ezio, che aveva fatto pace con il nuovo governo, dopo il suo ritorno dal campo degli Unni. Ambedue ambivano la carica di _magister militum_. Pare che Ezio riuscisse a persuadere la reggente Placidia che Bonifazio meditava un’insurrezione, suggerendo a Placidia di mettere alla prova la fedeltà di Bonifazio chiamandolo in Italia, e nel tempo stesso avvertendo sotto mano Bonifazio di non venire, perchè alla Corte si tramava contro di lui. Comunque sia, la reggente destituì Bonifazio; e Bonifazio ricorse a un rimedio disperato: invitò i Vandali di Spagna a venire in Africa e a effettuare il piano di Alarico[122].
I Vandali avevano approfittato della guerra civile scoppiata alla morte di Onorio per saccheggiare gran parte della Spagna, che Vallia e Costanzio avevano riconquistata all’impero; e in quel momento mettevano alla loro testa un re, che era un uomo intelligente, astuto e ardito: Geiserico o Genserico[123]. L’occasione era troppo promettente. Nella primavera del 429, insieme con schiere di Alani, Genserico sbarcò in Africa, pare con circa 50.000 uomini. I fatti provarono subito che, se era stato difficile ai barbari metter piede in Africa, difficilissimo sarebbe lo scacciarli quando ci si fossero insediati. Inutilmente fu chiarito il tragico equivoco tra la reggente e il conte dell’Africa, e questi fece quanto potè per cacciare i barbari che aveva chiamati. I Vandali ormai erano nel territorio dell’Africa e vi avevano trovato un alleato prezioso nei Donatisti, perseguitati dall’impero. Nel 431 grande parte della costa settentrionale dell’Africa, ossia le tre Mauritanie e la Numidia, erano perdute per Roma. Il pericolo di Cartagine rinasceva dopo tanti secoli, e insieme con una guerra civile. L’anno dopo, nel 432, Bonifacio tornava in Italia, e Placidia lo nominava _magister militum_ dell’impero occidentale, in luogo del suo rivale Ezio, che fu destituito, sebbene fin dal 428 guerreggiasse con successo in Gallia, nella Rezia, nel Norico. Ma Ezio ricorse alle armi e ne seguì un’atroce guerra civile, combattuta in Italia, nella quale cozzarono insieme Unni contro Goti. Bonifacio fu vittorioso, ma morì poco dopo la vittoria; Ezio che, sconfitto, era riuscito a rifugiarsi presso gli Unni, tornò in Italia con un esercito, e riebbe l’antica carica (433). Era tempo, del resto, chè questa guerra civile aveva incoraggiato il disordine in tutto l’impero: la Gallia andava novamente in fiamme; gli Armoricani erano insorti; i Burgundii si allargavano; ovunque scoppiavano insurrezioni di contadini, fra i quali ricompare ora il vecchio nome di _Bagaudi_; i Visigoti, tornavano ad agitarsi. Con energia infaticata Ezio cercò di riparare a tutto. Dal 435 al 437 furono domati Armoricani e Bagaudi; i Burgundii, aspramente guerreggiati dal 437 al 443, furono trapiantati nella Sabaudia (Savoia), con obblighi analoghi a quelli dei Visigoti della Aquitania; questi ultimi furono ricondotti all’osservanza dei patti del 418. Ma tutte queste guerre obbligarono a transigere con Genserico. Valentiniano III concluse nel 435 un trattato con il quale riconosceva a Genserico, con l’obbligo però di pagare un tributo, le terre in suo potere, ossia tutta la Mauritania e una parte della Numidia. Ma con un barbaro avido e astuto come Genserico questo trattato non poteva essere che una tregua. Difatti nel 439 Genserico s’impadroniva per sorpresa di Cartagine.
Grande fu lo spavento, non solo in Italia ma anche in Oriente; e crebbe, quando l’anno seguente Genserico attaccò la Sicilia. Come sette secoli innanzi i Cartaginesi, i Vandali minacciavano ora la Sicilia e l’Italia meridionale dalle coste dell’Africa; se la loro potenza si allargasse, anche l’Egitto, la Siria, la Grecia sarebbero in pericolo. I Vandali divennero lo spavento comune di Costantinopoli e di Roma; cosicchè nel 440 e 441 i due imperi fecero insieme grandissimi preparativi per una spedizione contro l’Africa. Questi preparativi spaventarono Genserico, che ricorse ai trattati, si fece modesto, si mostrò arrendevole, promise di non ricominciare. E riuscì infatti a far recedere dai suoi propositi di guerra a oltranza lo stanco impero. Nel 442 era firmato un trattato con cui si rimaneggiava la carta dell’Africa; sembra che la Mauritania e parte della Numidia fossero da Genserico restituite a Roma, e che questa in cambio cedesse a Genserico la provincia proconsolare e la Bizacene.
96. =Attila e l’invasione degli Unni (444-457).= — Le ragioni e il senso di questo rimaneggiamento non sono chiari. È difficile decidere chi guadagnasse e chi perdesse. Certo è che dopo questa pace Genserico si accinse a stringere una vasta coalizione barbara contro Roma; e che egli non fu estraneo al nascere di un nuovo pericolo per l’impero: gli Unni.
Nel 433 era salito al trono unno Attila, principe vigoroso e ardito, che aveva subito raccolto sotto il suo scettro un gran numero di popolazioni unne, slave e finniche del nord e dell’est, nonchè molte popolazioni germaniche dell’Europa centrale, creando un vastissimo impero di barbari. Rimasto, nel 444 o 445, unico re dopo l’uccisione del fratello Bleda, Attila assalì con grandi forze l’impero d’Oriente. Nel 447 devastò l’Illiria e la Tracia, le due Dacie, la Mesia e la Scizia, giunse sino alla Propontide e all’Egeo, attraverso la Macedonia e la Tessaglia. Fu una specie di valanga. Dopo aver cercato invano di resistere, Teodosio II dovè acconsentire a comperar la pace, impegnandosi a pagare un tributo annuo al barbaro. Questa pace vergognosa durò poco: nel 450 Teodosio II moriva, e il suo successore, Marciano, rifiutava di continuare il tributo. Ma Attila, imbaldanzito dal successo riportato in Oriente, si accingeva ora a invadere le provincie dell’Occidente, dove intanto, pochi mesi dopo la morte di Teodosio, e pure nel 450, moriva Galla Placidia ed era seppellita a Ravenna, nella tomba che esiste ancora. Raccolto un grande esercito di Unni e di Germani, — Gepidi, Ostrogoti, Turcilingi, Marcomanni, Quadi, Eruli, Franchi Ripuarii — nel 451 Attila invade le Gallie, dal Belgio a Metz. Metz fu presa d’assalto e distrutta; indi l’esercito invasore si gettò su Orléans. Ad arrestare questa orda fu mandato Ezio. Abile e infaticabile, Ezio riuscì ad opporre a questa coalizione un’altra coalizione. Raccolse un esercito di Romano-Galli, di Alani e di Germani federati — Burgundii, Visigoti, Franchi Salii, e anche Franchi Ripuari — nel quale apparivano come sperdute e sommerse le poche legioni romane. Fu per le vie di Orléans che, ad estate inoltrata, si scontrarono le avanguardie dei due eserciti. Dopo una mischia furibonda, Attila fu respinto e dovette ritirarsi nei pressi di Troyes, là dove si apriva la pianura, che d’ora innanzi sarebbe divenuta famosa, dei _Campi Catalauni_. Qui si impegnò la battaglia decisiva. Fu terribile e durò due giorni; perì il valoroso principe dei Visigoti, Teodorico, ma la furia dei suoi e l’abilità del figlio Torrismondo decisero del combattimento. Attila fu costretto a retrocedere (451).
Ma l’esercito di Attila era stato vinto, non distrutto. Ritirato in Pannonia, Attila riassettò le sue forze; e nella primavera del 452 attaccò l’Italia. La coalizione fatta da Ezio si era disciolta. Per fortuna Attila fu trattenuto a lungo dalle fortezze che incontrò per via, massime da Aquileia, ch’egli prese e distrusse alla fine. Il ritardo portò i suoi frutti. Mentre l’esercito di Attila era, nella pianura veneta, disfatto dal sole, dalla febbre e dalla fame, moveva al soccorso della penisola l’imperatore Marciano, minacciando le spalle dell’audace nemico. Fu allora che la Corte d’Occidente spedì un’ambasceria di senatori ad Attila, diretta da papa Leone I, che persuase facilmente l’invasore a ritirarsi; ma che, per salvare l’Occidente dalla tutela orientale, salvò il peggiore nemico dell’impero (453). Per fortuna, nello stesso anno Attila moriva improvvisamente e il suo multiforme Stato si disfaceva in un giorno solo.
Poco dopo, lo seguiva nella tomba il suo vincitore, vittima di un intrigo, simile a quello che aveva tratto a rovina Stilicone. Un giorno, mentre a Roma Ezio discuteva con Valentiniano di affari di Stato, l’imperatore, che da tempo i suoi cortigiani invelenivano contro il grande generale, suscitato un diverbio, lo trafisse con la sua stessa spada (454).